Sono arrivata in città per questo stage semestrale organizzato dall'Istituto Orientale: argomento "i lirici greci", stage pagato integralmente dalla Normale di Pisa che sto frequentando. E' bella Napoli: per noi del Nord sembra di stare in un pianeta diverso, e non solo per la lingua: pazziàre e pàzein sono la stessa cosa. Napoli è bella come Atene. I napoletani e gli ateniesi hanno lo stesso modo di andare incontro alla vita, con gioia e follia. Io invece sono una studentessa seria, certi grilli per la testa non li ho mai avuti. A Treviso siamo tutti seri e tristi.
Adesso la cosa più importante è lo studio, e in questo cerco di eccellere, anche perché presto dovrò condividere con i ragazzi il mio grande amore per l'antichità. L'anno prossimo il mio tutor di Pisa mi manderà agli scavi archeologici in corso all'ippodromo di Delos e questi mesi a Napoli sono una preparazione del lavoro che farò sul campo.
I lirici greci posso dire di conoscerli bene ma vorrei che qui mi venissero dati gli strumenti per tradurli nella maniera più poetica possibile: tradurli letteralmente è un'attività quasi automatica ma sento spesso la difficoltà di esprimere i sentimenti che dietro quelle parole emergono confusamente. E' facile tradurre "òptais àmme" - tu mi fai bruciare - ma è difficile partecipare del dolore mischiato all'amore che Saffo riesce a esprimere in queste due parole. Mi aspetto molto da questo stage.
L'Istituto orientale mi ha fornito l'alloggio in un convento di monache: è una stanza spoglia ma la scrivania è ampia e la finestra , orientata a sud, dà sul golfo di Napoli. Il silenzio del convento mi è amico e il coprifuoco, alle dieci di sera, mi auiterà a lavorare la mattina presto, così da avere due ore tutte per me prima di andare in Università. Dopo una settimana di lezioni poco entusiasmanti e di noiose esercitazioni di traduzione a studenti svogliati ho conosciuto la Professoressa Serena Amato, il ricercatore alle cui cure Pisa mi ha affidato.
Quanti anni avrà: sembra giovanissima. Mi ha stretto la mano con una forza inaspettata. Ha uno sguardo penetrante. Sono riuscita a malapena a dirle il cognome. La sua bocca creo che l'abbia disegnata Raffaello. la prima cosa che mi ha detto è stata "Diamoci del tu".
Ha una giacchetta rossa senza bottoni e senza colletto, su cui ricadono lunghi boccoli castani. La guardo ma non riesco a capire una parole di quello che dice. "Ille mi par esse deo videtur" dice Catullo, mi sembra simile a un dio. Il rossetto ha lo stesso colore della giacca, un rosso vivace ma non volgare. Mi sorprendo a guardarla come fosse un maschio. L'ultimo che ho guardato così ha preso il volo due mesi fa: voleva una donna che stesse tutto il giorno in casa, come sua madre. Io non cucino volentieri: piuttosto me ne sto al bar tutta la giornata con i miei libri, caffè libero e due pacchetti di Lucky Strike: è per questo che la pelle mi diventa tutta grinzosa.
Serena mi propone un caffè e io mi ascolto dirle sì. La seguo, camminando in una bolla di fumosa che mi attutisce la vista e l'udito. Riesco comunque a capire quello che dice, che non ha nulla a che fare con i versi di Mimnermo ma solo con rossetti e fondo tinta. Mi sento una foglia sbattuta al vento delle sue parole. Dopo mezzora che mi parla realizzo che è bellissima. Mi prende sottobraccio, come due amiche da sempre.
Con la tazzina nella mano tremolante le chiedo come sarà il mio impegno quotidiano: una risata napoletana, squillante e sincera ma soprattutto "di pancia" mi fa capire che in questo semestre le idee che ho sulla studio e soprattutto sulle persone cambieranno.
Ha incominciato con i consigli sull'abbigliamento. Io non sono mai andata oltre le gonne a portafoglio e le camicette bianche di lino. Estate e inverno. Ma, con lei al fianco, mi sono ricreduta sul valore dello shopping.
Serena, quando decide che è venuto il momento di lavorare, profonde tutta sé stessa in quelle tre o quattro righe del frammento che abbiamo sotto gli occhi. E non traduce, incomincia a raccontare storie che non sembrano avere niente a che fare con quel pezzetto di poesia ma, andando avanti ad ascoltarla, mi fanno capire il senso profondo, il sentimento dietro alla mano del poeta. E mi riempio di gioia.
Oggi pomeriggio, dopo quattro ore passate su Archiloco, ore splendide e faticose, mi ha portato da Caflisch, una pasticceria famosa di Napoli fondata da una svizzero. Siamo entrambe stanche e lei è silenziosa. Sorseggiamo il caffè con la sfogliatella e ridiamo ricordando il monologo del caffè di Eduardo in "Questi fantasmi". Fra noi in una settimana si è creata questa complicità.
Improvvisamente mi stringe forte la mano. Gli occhi e le labbra, pur immobili, mi hanno detto qualcosa e subito, come pentita, ha volto lo sguardo al di là della vetrina. Forse me lo aspettavo, forse non volevo crederci. Le ho detto che non sapevo se con una donna ne sarei stata capace. Mi ha sussurrato "òptais àmme" mettendomi il braccio dietro la spalla, così da spingere la mia bocca verso la sua.
Eventualmente imparerò.
Un blog dove ho infilato le cose che ho scritto, più o meno alla rinfusa, per non perderle e per condividerle
mercoledì 6 dicembre 2017
domenica 28 maggio 2017
Fitti goccioloni freddi
rigano il vetro della cucina,
si confondono con le lacrime.
Pioggia muta, come le parole che non so
più dire.
Ho creduto, io speravo, mi sono illuso
ho messo il cuore davanti alla dignità
e l'amore avanti a tutto.
Oggi sprofondo in un'inquieta
solitudine
e la tua mancanza brucia.
Ho fame di te.
sabato 27 maggio 2017
Violante
Violante si controllò il rossetto e
balzò sulla carrozza della metropolitana nel momento in cui le porte
si chiudevano. Aveva davanti a sé dodici fermate prima di arrivare
in Tribunale. Si sedette lontano dagli altri passeggeri perché
voleva riflettere ancora.
Quel delinquente del suo assistito
meritava qualcosa di più della galera ma lei doveva farlo assolvere.
Si mordeva le labbra per non mettersi a gridare quanto fosse ingiusto
il mestiere di difendere chi le aveva detto, nella quiete del suo
studio, che quella donna l'avrebbe volentieri ammazzata di botte, e
che quelle che le aveva dato non erano ancora abbastanza. E lei
avrebbe dovuto convincere un giudice ad assolvere questo schifo di
uomo, per il quale figlio e moglie erano solo oggetti di proprietà.
E si sa, gli oggetti non hanno diritti.
Nel momento in cui la donna – e con
quanta ragione – aveva richiesto l'affidamento del bambino la furia
si era scatenata su di lei. Quaranta giorni di prognosi, salvo
complicazioni.
E lei, in Tribunale, avrebbe dovuto
dimostrare che c'era stata una provocazione, e che la madre negava
alla bestia il diritto di frequentare il figlio, e di portarlo con sé
in quella casa orribile. Lei la conosceva, per esserci stata una
volta. Lì lui viveva, con la madre e due sorelle.
Violante si aggiustò la gonna che le
era salita troppo sopra le ginocchia: pensando si dimenava e un
ragazzetto le si era sistemato davanti per godersi lo spettacolo. Non
possiamo dire che quegli sguardi di adolescente non le procurassero
un filo di eccitazione. Sapeva bene di essere molto sexy e usava con
disinvoltura il corpo per ottenere i risultati giudiziari che voleva.
Raramente anche fuori delle aule.
Poggiò la cartella sulle cosce e il
teatrino finì. Il ragazzo scese dalla carrozza.
All'arrivo scese controvoglia: avrebbe
pagato per nascondersi in qualche buio ripostiglio. E invece salì
affannosamente le scale, chissà che non si potesse anche rompere un
tacco e avere una qualche scusa per arrivare tardi, quando magari
l'udienza avrebbe potuto essere rinviata. E invece no: le tre ore di
spinning che faceva ogni sera le avevano forgiato due gambe scattanti
e veloci.
Si sentì salire la nausea, e capì che
quel poco di colazione che aveva ingoiato non sapeva più che
direzione prendere. Sudava dappertutto e questo la metteva ancora più
a disagio.
Come dio volle arrivò in Corte
d'Assise, con gli occhi gonfi e la faccia stralunata. L'usciere le
disse preoccupato “Avvocato, non si sente buono?”. “Lasciami
stare. Non è giornata”.
Andò a sedersi al proprio posto e tirò
fuori il fascicolo dalla cartella.
E lui infine entrò.
Maschio latino, uno e novanta, occhi
gelidi acqua marina. Palestrato. Un sorriso feroce. Appena la vide le
fece un segno alzando i polsi ammanettati, con uno sguardo che
significava “Non devi sbagliare”. Violante fece finta di non
averlo visto ma si sentì rabbrividire.
E così l'udienza incominciò, con
l'esame dei testimoni, da parte dell'accusa e da parte della difesa.
Era brava Violante, e smontò, una per una, tutte le testimonianza a
sfavore.
Al momento dell'arringa si trasformò.
La si sarebbe detta una leonessa ferita, anche nell'aspetto. Ogni
argomento tirò fuori, ogni giustificazione, per cercare di suscitare
emozioni profonde nei giudici popolari. Il Presidente la conosceva
bene, e per questo era un po' distratto.
Lei parlò per un'ora, e alla fine
dell'arringa chiese un bicchier d'acqua.
Alle 15 discese stanca le scale della
metropolitana. Durante quelle dodici fermate avrebbe desiderato di
essere posseduta da uno sconosciuto.
Il suo cliente ricevette una condanna
minima.
domenica 16 aprile 2017
Lapsus
Dopo tanti mesi finalmente è arrivata la telefonata. Nel frattempo ho fatto l'aiuto panettiere (come facevo in Iran), che non è male, tanto non dormo quasi niente: dopo due ore che sono andato a letto sono già in piedi, vispo come un grillo. E' anche un lavoro interessante: ogni giorno ha un diverso impasto per il pane così come ogni giorno ha portato con sé una diversa ansia nell'attesa di essere chiamato.
E il giorno è finalmente arrivato. So che sarà domani ma non so nulla di più. Le istruzioni le riceverò stasera dopo la preghiera del tramonto. Mia moglie mi ha detto che è felice ma io non mi domando se lo sono: so soltanto che faccio il mio dovere. Sono stato in attesa silenziosa e adesso è il momento. Li lascerò in buone mani e spero di fare bene, e che i miei superiori siano soddisfatti di me.
Mi sono addormentato davanti alla televisione, con in braccio il più piccolo dei miei quattro figli. Mia moglie ha risposto al telefono e mi ha chiamato. Ho sentito una voce aspra, seccata. Non mi ha neanche dato il tempo di scusarmi: mi ha soltanto detto, e a denti stretti, "Istituto Bertoncini, corso Firenze. Ore 9.30”. Il sibilo ininterrotto della cornetta ha sigillato l'indirizzo del Paradiso.
È mezzanotte e domattina non potrò andare a lavorare. Non conosco questo posto ed è un bene: nessuno potrà risalire a me. Intanto me lo cerco su Google Maps: è in centro, saranno almeno otto kilometri da dove abito con la mia famiglia. Per essere lì alle 9 e mezza dovrò uscire di casa non più tardi delle sette. Qui gli autobus non sono molto efficienti e comunque devo mescolarmi alla folla dell'ora di punta. Il bus lo prenderò al capolinea, così mi siedo e potrò tenere lo zaino saldamente appoggiato sulle cosce.
Ho trovato corso Firenze su Maps. È una zona centrale della città e, a giudicare dal verde che si vede, credo che non sia una zona proprio popolare... ecco, questo è l'istituto Bertoncini. Ma... cazzo! E' un asilo d'infanzia!!!
Per un attimo mi si annebbia la vista e l'attimo dopo mi si allagano gli occhi. So che devo obbedire per ottenere la felicità eterna ma una parte di me, quella sotto il collo, si rifiuta di capire. Si rifiuta, semplicemente. Mi pulsano le orecchie. Quanti bambini ci saranno lì dentro domani mattina? Certo, figli di infedeli, padri e madri infedeli che hanno rovinato il mondo e hanno sradicato dalla società il beneficio del sentimento religioso, dandogli come controparte solo la televisione. Non meritano null'altro che la morte. Ma i bambini che male possono avere fatto? Nonostante sia un buon mussulmano e studi il Corano tutti i giorni questa cosa mi riesce difficile da capire.
Non so per quanto tempo mi sarò assopito, in un sonno agitato, popolato da vergini che ad avvicinarle si trasformavano in bambini dilaniati dai visi dolenti, e il ribrezzo che mi suscitavano guardandoli mi faceva scappare gridando.
Mi sveglio alle sei, affannato e sudato e mi accendo una sigaretta di quelle che mi hanno spedito, raccomandandomi di fumarne tante. Aspirando questo fumo dolciastro mi sento pervadere da una serenità finta, serenità che è soltanto incapacità indotta di provare un qualsiasi sentimento.
Il letto dove dormivamo tutti insieme è vuoto e sfatto: capisco che lei non abbia voluto vivere questo momento. Sa benissimo che dobbiamo obbedire, ma non ha voluto essere sopraffatta dal dolore della separazione. È stata una buona moglie mussulmana e Dio gliene renderà merito.
Esco di casa senza voltarmi, fumando, anche perché non riuscirei a trattenere in corpo alcunché. Tutto procede come da copione. Arrivo alla stazione Brignole con il cuore tranquillo: il tumulto ce l'ho nella pancia, ad onta di queste schifose sigarette. Ho bene impresso nella mente dove dovrò andare: istituto Firenze, corso Bertoncini. Tanto è l'anticipo che decido di andarci a piedi: mi mescolerò alla folla e sarò soltanto un orientale di più che popola i marciapiedi di Genova.
Manca mezz'ora. Mi sta salendo l'ansia perché non sono ancora riuscito a trovare questo maledetto corso Bertoncini. Non ho portato il cellulare per ovvi motivi e per trovare questo posto devo affidarmi a passanti e negozianti, ma nessuno dice di conoscerlo. Anzi, mi guardano con aria sospetta.
Sono le dieci meno un quarto e non so più bene cosa fare. Lo zaino è diventato pesantissimo. Sono disperato per non essere riuscito nel compito che mi era stato affidato. Non posso più tornare a casa.
Mi dirigo verso il mare, che vedo da lontano, camminando come un automa comandato a distanza. Non so cosa fare ma so una cosa: non voglio avere sulla coscienza un asilo pieno di bambini.
Entro in acqua vestito, stamattina sulla spiaggia libera non c'è nessuno. Quando l'acqua mi arriva al collo tiro la cordicella.
lunedì 2 gennaio 2017
Tornare
Sto
tornando a casa.
Guido
distratto, canto assieme alla radio. A momenti mi commuovo: certa
musica mi fa questo effetto. L'andirivieni del tergicristallo mi
annoia e mi istupidisce. Ho fame e c'è buio.
Dopo
tanto tempo ho davvero voglia di ritornare: certo, restano i mille
problemi da risolvere, ma mi è tornata la voglia di riprovarci. In
questo senso la lontananza mi è servita: questi mesi di sofferenza
non sono stati pochi ma anche essi hanno avuto un senso.
In
questa strada c'è buio davvero.
Improvvisamente
la macchina ha un sobbalzo, come se avessi urtato un marciapiede, ma
qui marciapiede non ce n'è, sono ancora fuori città. Per un lungo
secondo ho il desiderio di proseguire ma rallento e mi fermo. Faccio
un po' di retromarcia, la luce bianca del fanale illumina la strada.
Dopo una ventina di metri lo vedo. Un mucchio di stracci da cui
sporgono due piedi nudi. Non ci credo. Sono stanco morto. Non ci
voleva... fra l'altro non ho neanche un ombrello in macchina. Una
voce che non riconosco mi ordina di scendere. Tentenno ancora un
attimo. Tanto sarà un cadavere, non ha più bisogno di aiuto. E se
gli fossero restati addosso i segni delle mie ruote? Menate a non
finire....
Accosto
e scendo. La pioggia fitta e fredda di gennaio mi penetra gelida nel
cuore. Provo con delicatezza a scoprire quel fagotto. E allora
incomincio a tremare. E' viva, avrà diciassette anni. Il viso è
gonfio e bluastro: non so che razza di bestia possa averla ridotta
così. Ha solo bisogno di aiuto. La prendo in braccio: uno
scricciolo di una trentina di chili. La devo portare di corsa in
ospedale, anche se mi interrogheranno e mi romperanno i coglioni a
non finire. Pazienza. Questa bambina ha bisogno urgente di cure,
avanti a qualsiasi altra considerazione che io possa farmi.
La
sollevo sotto la pioggia battente, che le dilava il sangue rappreso
dal viso, ormai irriconoscibile. La infilo in macchina, di dietro.
Guido con la più grande delicatezza e non penso a niente, meno male
che so dove è l'ospedale. La radio della macchina l'ho spenta. Mi
domando se ce la faremo.
Non
so pregare e penso che sarebbe inutile, adesso però mi piacerebbe
farlo. Dài piccola, resisti.
Arriviamo
finalmente al Pronto Soccorso, e me la portano via dalla macchina e
dalla vista. Mi siedo su una seggiola sgangherata della astanteria.
Dopo poco, troppo poco, mi viene cercare un poliziotto, per fare il
verbale: gli racconto quello che è successo. Mi sembra incredulo, ma
non credo di doverlo convincere. In realtà mi interessa sapere solo
come sta. E' per questo che dopo avere firmato il verbale ritorno a
sedermi. Aspetto delle ore, forse mi sono addormentato. Mi sveglia di
soprassalto lo scalpiccìo dei passi di due persone. Entrambi hanno
un camice bianco. Mi avvicino e chiedo loro come stia la ragazza.
"Quale ragazza?" mi chiedono. "Quella che ho portato
verso le nove". "Ah, è morta dopo dieci minuti.
Un'emorragia interna da traumi multipli".
Mi
sento svenire. Ascolto la mia voce dire "Grazie. Che
dispiacere".
Adesso
posso uscire. Cammino nel buio e nel silenzio, e dopo avere
oltrepassato di pochi metri il muro di cinta dell'Ospedale incomincio
a gridare e a piangere senza limiti: non posso e non voglio crederci.
La pioggia ormai non mi dà più alcun fastidio. Tutto quello che ho
fatto, credendoci con tutto me stesso, non è servito a niente. E'
immotivato il dolore per una sconosciuta, il mio cervello me lo dice.
Ma il cuore non ragiona. E cammino nel silenzio rotto soltanto dai
miei latrati, incurante di allontanarmi dalla macchina che mi deve
riportare a casa.
Sento
improvvisamente un dolore alla schiena, un dolore che non avevo mai
provato. Non capisco come mai sono caduto. Sento anche il gusto dei
sassolini della strada mescolato al sapore del mio sangue, che ben
conosco. La schiena mi fa malissimo. Mi gira la testa e mi viene da
vomitare. Sento delle voci estranee ma non capisco quello che dicono,
sono uomini. Sento ancora, con difficoltà, il rumore di macchine che
si allontanano.
Mi
sto addormentando e mi passa la vita davanti,come in un film in pochi
secondi. Me l'avevano detto. Non so che vita sia stata la mia. Ma so
che non sarei stato capace di viverla diversamente.
Mi
sono addormentato.
giovedì 27 ottobre 2016
Neri
Nelle
mie passeggiate cerco sempre di trovare qualche motivo di interesse
che mi faccia dimenticare che cammino, spesso, senza sapere neanche
il perché….
C’è
un piccolo campo di calcio, vicino a cui passo con piè veloce nelle
seconde ore del pomeriggio, anche quando il sole non si è visto per
tutta la giornata e nello zainetto da tre euro c’è la giacchetta a
vento col cappuccio. Ma quando piove ormai non la metto più, mi
piace la pioggia addosso, mi fa immaginare che potrebbe pulirmi
“dentro”.
Beh,
in questo campetto iersera giocavano i soliti pargoli, con grande
impegno, forse dettato, più che dal desiderio di giocare “bene”,
dalla paura dei rimbrotti dei familiari in macchina al momento del
ritorno. I familiari... bisognerebbe impedirgli di guardare le
partite di calcio dei loro pargoli. Gli fanno solo male.
I
familiari, appunto, uomini, iersera le donne erano rimaste a casa,
erano assiepati dietro una porta del campetto. Di fronte a loro,
dietro l’altra porta, una fila di musi neri (ricordate Nicolò Carosio? Io sì...). Mori, Negri. Neri.
Uomini “di colore” (nero, più che altro). Qualcuno in piedi,
qualcuno seduto. Dieci, potrebbero essere stati. Silenziosi. Attenti.
Come se stessero vedendo una partita di un qualche campionato
panafricano. Non solo vestiti in maniera dimessa ma vestiti “poco”.
Non
gli sono andato vicino, ho voluto avere la delicatezza di non
disturbarli. Non ho potuto leggere qualcosa nei loro occhi, scuri
come la pelle. Fissi su quel pallone. Ho potuto solo immaginare….
Uomini
in fuga, dalla miseria, prima di tutto, anche se l’Africa è un
continente ricchissimo….. Da una vita senza futuro, da una donna
dalla quale credevano di essere amati e che invece ha dimostrato di
amare solo sé stessa…. Chissà se invece, dietro a qualcuno di
loro c’è una famiglia che li aspetta, e che a loro pensa ogni
giorno e ogni notte. E che dio non voglia che finiscano come il
protagonista della poesia “… portava due bambole in dono….”.
Ma
più di tutto sprizzava da tutti quegli occhi, scuri come la
tristezza che si portavano dentro, sprizzava quel desiderio
impossibile di entrare in campo e di giocare, non per misurarsi con i
pargoli, e neanche per esibirsi in palleggi e rovesciate, ma solo per
dimenticare per qualche attimo la tristezza di una vita in cui i
bianchi sono da un lato e loro dall’altro. Qualsiasi possa essere
il motivo. In fondo non è cambiato niente.
domenica 9 ottobre 2016
DATTILO
Sono
Francuzzo, il secondo direttore di macchina della CP 940, classe
Dattilo, una motonave della guardia costiera.
Dattilo,
il dito. Questo nome mi ha sempre fatto pensare al dito di Dio che
sfiora Adamo nel Giudizio Universale, e gli trasmette qualcosa che
neanche Michelangelo riesce a descrivere, o forse lo accoglie fra
coloro che sono a sua immagine e somiglianza...
Dopo
il servizio prestato in Marina, ai miei tempi era obbligatorio, ho
deciso per la ferma permanente, anche se sempre non lo sarà
certamente..... mi piace il mare. Adoro stare tutto il giorno per
mare. Anche se il mio lavoro è "dentro" la nave sento il
mare là fuori che mi circonda, e mi dà grande pace e serenità. E
poi quando ho finito il mio turno vado su e lo guardo. Mi son trovato
un posticino solitario, al di fuori degli occhi di chi vuol sempre
fare “quattro chiacchiere” e me ne sto seduto lì. Con le mie
Gitanes. E la mia tosse.
Voglio
bene ai miei ragazzi, otto, e loro vogliono bene a me. Anche loro
stanno bene qui, e mi trasmettono l'entusiasmo dei pochi anni che
hanno, pochi rispetto ai miei. In più di me hanno la passione per
questi motori, che sono il cuore di ogni nave, e li trattano, anche
se enormi, con la stessa delicatezza che avrebbe un orologiaio nel
maneggiare un orologio prezioso. Prezioso non per il prezzo, prezioso
per i ricordi che porta con sé. Io la passione per i motori, forse
perché ormai li conosco come le divise che ho nell'armadio, non ce
l'ho più tanto.
C'è
anche un bravo cuoco sulla nave Dattilo, uno che per mesi ha sofferto
il mal di mare. Lui, insieme a quello che ci dà il mare, non ci
fanno certo rimpiangere quel che mangiavamo a terra.
In
questi ultimi anni siamo sempre per mare. Si parte la mattina e non
si sa se la sera si dormirà a casa.
Una
volta dovevamo soccorrere le imbarcazioni in difficoltà, adesso,
ogni giorno, dobbiamo impedire la morte di centinaia, a volte
migliaia, di disperati uomini e donne e vecchi e bambini, che fuggono
da un futuro a loro negato.
Una
volta avvistata con i radar una di queste “zattere della
disperazione” la nave si dirige verso di essa. In quei momenti
siamo tutti tesi, e ognuno, nel rispetto dei suoi compiti, si
preoccupa in cuor suo per quello che troveremo. Quanti vivi, quanti
morti. Quanti riferiti dispersi. Quanti vecchi. Quanti da cercare lì
intorno.
Ogni
volta assistiamo a spettacoli che vanno ben al di là della nostra
fantasia e che lasciano una ruga in più sul viso.
Una
volta arrivati la “macchina del recupero efficiente”, come la
chiamo io, si mette in moto. Ognuno sa quel che deve fare e lo fa in
silenzio. Solo i loro richiami di aiuto, e il rumore di fondo del
mare, ci entrano nelle orecchie e si conficcano nel cuore. Ognuno ha un suo compito
ma ognuno è disponibile per tutti. E' un po', in quei momenti, come
se ognuno capisse davvero, come mai è stato nella sua vita, il senso
profondo della solidarietà.
Spesso
capiamo anche chi è, o chi sono gli scafisti. Anche con loro si fa
l'esercizio spirituale di reprimere il desiderio di torcergli il
collo (con le mie mani non avrei difficoltà...). Chissà, forse quei
soldi che hanno preso, potrebbero essergli serviti per dare da
mangiare ai loro cari..... eh sì, anche gli scafisti hanno dei cari,
chi l'avrebbe mai detto. Non mi sento proprio di giudicare nessuno.
Cerco di aiutare tutti.
E
finalmente arriva il momento in cui sono tutti a bordo. Spesso un
giorno non basta per arrivare a destinazione, spesso il mare ci
rallenta. Abbiamo la possibilità di accoglierne 80, in una camerata
con brandine e calore. Ma spesso, spessissimo, sono tanti di più. E
allora a bordo te li trovi dappertutto. Specie i bambini. Hanno una
capacità incredibile di trasformare tutto in un'avventura
meravigliosa e te li vedi sbucare da ogni buco, un po' sorridenti.
Anche in Africa giocano a nascondino, all'”ammucciatella”, come
diciamo noi calabresi.
E
il loro sorriso fa sorridere anche me.
Il
nostro cuoco, in fondo al cuore, è contento, ma non si permette di
farlo capire a nessuno, anche se io, che lo conosco bene, glielo
leggo negli occhi. Quando deve cucinare per tanti si esalta, e più
tanti sono più lui gode. Gode nel pensare cosa gli potrà dare da
mangiare, gode nel sapere che le sue capacità saranno duramente
messe alla prova. E' un poveraccio un po' folle, tutto sommato, ma si fa in
quattro.
Sa
che certi cibi non può usarli perché questa gente, ancorché
letteralmente “morta di fame”, segue i precetti della loro
religione. Lo scatolame di maiale non lo mangerebbe mai..... e allora
lui gli fa grandi minestre di verdura, calde, in cui mette il cus cus
e pezzi di pollo. Ha una pentola di 50 litri di volume. Si eccita, e
vede già, con gli occhi della speranza, il sorriso di coloro che
terranno in mano le sue ciotole.
Questa
è la mia vita, a cui non voglio e non posso rinunciare. Nel senso
che non ci riesco. Queste sono le mie famiglie e il mare è mio
Padre.
Questa
notte abbiamo avvistato uno scafo al largo di Malta, in acque
territoriali. Certo, non dovremmo andarci, ma sappiamo benissimo che
ci andremo comunque.
96
umani di cui almeno due terzi prossimi alla morte. Gambe e braccia
che possono soltanto ricordare i campi di sterminio. Occhi neri in un
buio pesto. Occhi di chi ha perso tutto, anche dopo averci visti. Che
ne sarà di loro, una volta scesi dalla motonave Dattilo? Non è mio
compito pensarci ma non riesco a farne a meno.
C'è
una ragazza che aspetta un bambino. E' molto bella, di pelle appena
scura. Avrà sedici anni. L'attesa di un figlio la rende ancora più
bella. Non capisco se abbia un compagno o se il compagno l'abbia
imbarcata a forza, per dare un filo di speranza a questo figlio.
La
portiamo su con tutta la delicatezza possibile. Il comandante le
offre la sua cabina. C'è un letto vero. E' spossata. La magrezza le
rende ancora più evidente quella pancia già enorme di suo. Le
mettiamo vicina una donna, cerchiamo di farle capire che se
succedesse qualcosa ci chiami.
Esco
da quella cabina pensando al futuro, non il mio, ormai irrilevante,
ma a quello di questo nascituro.
Mi
butto in branda alle sei. Notte difficile. Ma mi sono sentito utile.
Siamo stati tutti utili, siamo una bella squadra. Forse non siamo
davvero nati per niente, abbiamo seguito “virtute e conoscenza”.
E l'esercizio della virtù ci ha dato la conoscenza. Tutto, aveva
capito Dante.
Sento
gridare improvvisamente. Ho dormito quaranta minuti. Fin troppi....
Esco e capisco. La donna fuori dalla porta della cabina del
comandante grida, chiama aiuto. Entro e capisco che siamo arrivati.
Bene. Gli uomini son riusciti a medicalizzare il parto ma gli animali
ci hanno insegnato che la natura non ha bisogno di nessuno. Purtroppo
nessun uomo si è fatto avanti per veder nascere il proprio figlio.
Il comandante è un po' impressionato. Allora mi avvicino io a lei,
col volto solcato dalle lacrime per le contrazioni dolorose. A suo
tempo, tanto tempo fa, avevo dato anche l'esame di ostetricia e
ginecologia. Adesso è il momento di metterlo in pratica. Ostento
sicurezza davanti a tutti. Li faccio uscire. Siamo soli io e lei.
Lei griderebbe, se ne avesse la forza, ma emette solo un respiro
rumoroso. Se sapessi la sua lingua.... cerco di sorriderle e di darle
conforto. Le stringo la mano. Penso a Gesù, nato da solo in mezzo al
fieno. Eccola la testa! Nera e con capelli neri. Ok, dai, il gioco è
fatto. L'ultima spinta me lo mette in mano e lo tiro fuori.
Piangi,
cazzo, piangi!!!! Tira fuori questo cazzo di voce, porca puttana, non
vorrai morirmi fra le braccia. Non farmi questo torto. E finalmente
esce fuori questo grido, pianto acutissimo che avvisa tutti che ce
l'abbiamo fatta. Sorride adesso la mia Madonna. Glielo metto in
braccio e apro la porta. Mai nascita venne accolta con più grande
gioia e con un canto della loro terra che a me ricorda “Va
pensiero...”.
Piccole
felicità, grandi gioie, chissà.
Torno
in branda e il cuore va a quel bambino che non ho voluto.
domenica 25 settembre 2016
Ancora qualche passo
Ho appena finito di masturbarmi, con quel microsecondo di beatitudine che la cosa porta con sé. Del resto mi accontento. Non è vero che è come fare l'amore con la persona a cui si vuole più bene, non è più così. E se possibile è ancora più triste.
Mi preparo a uscire per il dovere quotidiano: cheppalle!
Guardo con attenzione la boccia con i pesci, il taccuino e la penna con cui prendere gli appunti. E' un po' di tempo che questo allevamento all'incontrario dei pesci mi appassiona.
Riempio la boccia di acqua pulita. Compero due pesci della stessa razza, un maschio e una femmina. Li metto nella boccia e li nutro con regolarità, come da manuale. L'esperimento consiste nel non cambiargli mai l'acqua. Per ogni razza quindi segnerò sul diario durata della vita del maschio, della femmina e il grado di opacità dell'acqua, misurando l'attenuazione del fascio di luce all'estremità opposta della boccia. Risultati: mediamente cinque giorni di vita residua, in genere gli ultimi due senza più alimentarsi. I maschi muoiono prima delle femmine, come noi umani. Soffrono di più. Il record però di nove giorni l'ha stabilito un maschio di pesce pagliaccio, annegato nella propria putredine con gli occhi fuori delle orbite più del solito. Li considero morti dopo che galleggiano per venticinque minuti. Per quando non ci sono mi supplisce la telecamera. Dimenticavo: la temperatura dell'acqua è venti gradi, termostatata.
Cammino, con le cuffiette, che mi aiutano a tenere vuoto il cervello. Se non avessi le cuffiette a ogni ringhiera mi verrebbe quel pensiero e non voglio. E poi la radio non è male, ha un elenco di due o trecento canzoni che ripete sistematicamente, per cui dopo alcuni anni la sequenza l'hai inconsciamente imparata a memoria. Cento e quindici passi al minuto. Perché mai, poi, per chi, soprattutto.
Lo vedo da abbastanza lontano, saranno almeno una cinquantina di metri. Nel silenzio del mattino faccio fatica a riconoscerlo, ma capisco che mi viene incontro per salutarmi. “Buongiorno dottore!”.
Mi devo fermare. “Buongiorno Rai, come andiamo?”. “Cosa vuole che le dica? Non mi lamento, ormai nella mia condizione sarebbe sciocco farlo.... Lei piuttosto? Vedo chiaramente che si trascina dietro un grosso peso e mi dispiace”. Ma come cazzo ha fatto a capirlo? Io cammino per la strada, sono sempre lo stesso, lo zainetto peserà due etti, tre con la giacchetta a vento, non lo vedo da parecchio e non può sapere da nessuno gli affari miei........ “Ha ragione, Rai, è un momento difficile, e non è un momento, sono mesi”. “Non so che dirle, Dottore, vedo come lei sta adesso ma non ho il potere di dirle che tutto si aggiusterà....”. “Ma mi dica, Rai, ma lei non è morto da qualche giorno? Cosa ci fa qui?”. “Ci è concesso ancora qualche giorno, appunto, per sistemare piccoli affari lasciati in sospeso.... ma non siamo percepibili da tutti”. “E perché io la posso vedere e posso parlarle?”. “Perché lei è proprio uno dei miei affari in sospeso”. “Ah, ah, ah, Rai, lei vuole davvero farmi ridere. Ma mi lasci perdere.... Mi lasci bollire nel mio brodo, come i miei pesci. Arrivederci Rai. Non è stato un piacere ma son del tutto sicuro che non ci vedremo mai più. Neanche all'inferno”.
E via, quasi di corsa.... ma che cazzo vuole sto cadavere ambulante.... poveraccio, in fin dei conti. Chissà se ha vissuto come ha voluto.... o come ha potuto..... o come altri hanno voluto che vivesse.
Sono già arrivato al mio punto di arrivo e mi sono voltato per la via del ritorno. Cammino tranquillo, non assorto ma abbastanza tranquillo.
Sto per attraversare la strada e sento dietro di me l'avvicinarsi della sirena di un'ambulanza. Sto per attraversare, sono sulle strisce, chi cammina del resto non si può fermare, se no perde l'abbrivio.
Bum!
“Ciao Rai.....”
giovedì 22 settembre 2016
Lizzy
Dopo
tante incertezze, mi sono convinta.
Già
da qualche tempo sono diventata padrona della casa "di famiglia"
e ho finalmente deciso di ricostruirla da cima a fondo, cosa che a un
tempo mi stuzzica e mi gratifica immensamente. Non che quella casa
fosse brutta, anzi, averci trascorso l'infanzia e la giovinezza è
motivo continuo di bei ricordi, però vi sono alcune cose, che per me
hanno un significato profondo, che potrò finalmente cambiare.
E
allora tanto vale cambiarne anche svariate altre....
E'
un vecchio palazzo, in un quartiere del centro, in una lunga strada
che si dirama da una piazza alberata, dirigendosi a sud, con due file
non interrotte di caseggiati fine ottocento, ai cui lati vi sono
ancora giardini meravigliosi e riparati, nascosti da sguardi
indiscreti, che sembrano inesplorati.
Come
tutte le case di un certo tono ha sempre avuto il servizio di
portineria, e quando ero piccola questo era tenuto da due sorelle,
che mi hanno sempre fatto venire in mente le sorelle Materassi. Erano
due vecchie sorelle, e non mi stupirei se avessero nascosto un grande
segreto. Magari erano ricchissime, e il sabato mattina, quando
andavano via, mi immaginavo che andassero a stare per due giorni in
una reggia sfavillante....
Da
bambina in quella via c'erano negozi che ormai non ci sono più e
anche i loro padroni sono morti. Il vecchio lattaio, il vecchio
macellaio, tutti negozi in cui il rapporto col cliente diventava una
piacevole consuetudine, e ci si dava il buongiorno come con una
persona in un certo senso di famiglia. Solo il tabacchino è rimasto
uguale, nel senso che si è tramandato di padre in figlio, e come è
facile immaginare si tramanderà di figlio in nipote. Sono cambiati
soltanto gli articoli che compravo, caramelle, chewing gum, piccoli
giocattoli.... adesso compro anche carte bollate.
Con
Edo abbiamo per tanti anni abitato in un'altra casa, ma adesso la
lasceremo, io senza alcun rimpianto. La "mia" casa sarà
un'altra cosa.
La
decisione ha tardato a venire, sia per l'impegno economico da
sostenere sia per quella malinconia che sempre accompagna i
cambiamenti, e che ci si vuole evitare finché non se ne possa più
fare a meno.
Gli
operai dell'impresa hanno incominciato un giorno di maggio. Ben
presto, dato che per costruire bisogna inevitabilmente distruggere,
la casa è stata invasa da un fine pulviscolo, fine ma denso, che
impediva di vedere le persone a più di un metro, oltre il metro le
si intuivano soltanto, senza riconoscerle.
La
sera, prima di cena, faccio un piccolo sopralluogo e il vedere quello
sconquasso mi dà l'impressione che non riuscirò mai più a farne
qualcosa di buono. E intanto nella testa mi frullano mille pensieri e
mille progetti, tutti fra loro diversi, e si affollano alla soglia
della coscienza con la stessa opacità con cui il pomeriggio
intravedo gli operai.
Ma
intanto, giorno dopo giorno, i lavori vanno avanti, anche se ci ho
impiegato più di un mese a capire dove, e come, volevo la cucina.
Questa
nuova occupazione però, anche se in certi momenti lo nego a me
stessa, mi porta anche soddisfazione, quella che ogni nuovo e bel
progetto porta con sé.
Gioia,
preoccupazione, rimorso di disfare qualcosa che la mia famiglia ha
costruito, incertezza continua sulla bontà delle mie scelte, mi
hanno accompagnato nelle mie giornate estive, e anche le tanto
sospirate vacanze ne hanno sofferto.
In
realtà tutto andava per il meglio e Edo, che molto poco spesso
faceva dei sopralluoghi, era comunque favorevolmente impressionato,
in quanto vedeva la casa cambiare di volta in volta, e mentre
all'inizio non era neanche in grado di riconoscere le stanze,
nell'ultima visita era riuscito a capirne la disposizione e ne era
rimasto molto contento.
Non
sapevamo quando la casa nuova sarebbe stata pronta, ma sapevamo che
ci saremmo stati bene.
Una
mattina però sono stata interrotta, mentre facevo lezione, dalla
telefonata di un ragazzo della squadra, che, con un tono di voce
molto preoccupato, diceva: "Signora, venga subito a casa,
abbiamo trovato qualcosa!...". Cosa fosse questo qualcosa
neanche lui riuscì a spiegarlo bene, e io, alquanto contrariata, mi
sono affrettata a raggiungerlo. Sembrava che in casa fosse stata
trovata una cosa che non poteva neanche essere nominata. In quel
quarto d'ora di tragitto mi domandavo senza posa che cosa potesse mai
essere.
Era
quasi l'ora del pranzo, e tutti gli operai si sono fermati al mio
arrivo. Il capo, un gigante dall'aria dolcissima, mi ha condotto
nella stanza che avrebbe dovuto diventare il salone, e mi ha mostrato
la causa di tutto quel trambusto.
Un
osso.
Appoggiato
in una fessura del muro, che nei progetti sarebbe dovuta diventare
una nicchia, faceva bella mostra di sé quest'osso bianchissimo,
calcinato, di forma irregolare, in un punto acchiocciolato su sé
stesso, grande come il pugno di un bambino appena nato.
"Resti
umani", dicevano gli occhi spalancati di tutti gli astanti, non
impauriti forse, ma timorosi di profanare qualcosa e di ricevere una
punizione sovrannaturale per quella loro empia azione.
Io
invece ho trattenuto a stento il primo moto di riso. "Ogni scusa
è buona per non lavorare", ho pensato, ma anche io avevo un
certo disagio persino a sfiorarlo.
"Chiamerò
Edo", disse ad alta voce, pensando a lui che in quel momento era
in studio con i suoi pazienti, "State tranquilli. Per oggi
potete andare a casa". Un'altra giornata di lavoro persa,
riflettevo mentre andavo a casa.
"Un
osso dentro un buco nel muro, e cosa sarà mai....", ma non
riuscivo a capirne il perché, il come ma soprattutto il quando.
Escludevo,
col buon senso della maestra, che potesse trattarsi di ossa umane.
Non solo Edo me lo avrebbe agevolmente confermato ma quella casa non
era certo un castello che contenesse celle segrete dove far morire
prigionieri condannati a una morte lenta e atroce. E poi non era
verisimile che tutte le altre 205 ossa si fossero consumate e quella
no. I miei genitori erano andati ad abitare lì nel 1953.
Lizzy
ne parlò a tavola con Edo e anche Giò, il loro ragazzo, studente
naturalista, dichiarò il proprio interesse per quel reperto.
Dopo
pranzo andarono tutti e tre a fare un'ispezione, con la dovuta calma.
Edo prese in mano il reperto con curiosità scientifica, ma non senza
delicatezza, e si mise a guardarlo attentamente sotto la luce della
finestra. Giò girava per la casa, eccitato e curioso. Lizzy si
sedette sull'unica sedia disponibile: stava proprio diventando bella,
la sua casa.
"Non
è un osso umano", sentenziò il signor dottore. "Non
conosco ossa umane con questa forma".
"E
allora cosa è?" gli ho chiesto io, tranquillizzata ma curiosa,
"Boh, non sono veterinario, come faccio a saperlo" le
rispose. "Non tutti i tuoi pazienti ne sarebbero certi"
pensò Lizzy, ridendo fra sè, ma non disse niente. Si godeva
l'ultimo sole di quella giornata di ottobre, anche lei appoggiata al
davanzale della finestra.
Improvvisamente
Giò gridò: "Venite un po' qua, a vedere cosa ho trovato".
Entrambi, distolti dai loro diversi pensieri, si alzarono di scatto e
andarono da lui, che stava frugando dentro la nicchia dove l'osso era
stato trovato.
Con
le dita e le unghie sporche di calce porse loro un rotolo di carta
avvolto da un nastro sbiadito, che una volta era stato celeste.
Lizzy
lo prese in mano e sciolse il fiocco, srotolando con la migliore
delicatezza la carta ingiallita.
Ne
lesse il contenuto ad alta voce.
"Caro
amico, scusami se ti ho fatto spaventare trovando quest'osso. Sono
una donna vecchia, prossima alla morte. La mia vita è stata bella e
allietata da una grande famiglia, ma ora sono rimasta sola. Mi
restava il mio cane, che con affetto e devozione mi ha reso meno
tristi queste giornate, in cui il sole sembra solo tramontare. Anche
se può sembrare paradossale è lui che ha reso più umano il mio
ultimo tratto di strada. La mattina mi svegliava, con gentilezza e
delicatezza, e il dovermi occupare di lui, il mio Gluck, mi impediva
di starmene tutto il giorno a letto, a rotolarmi nella malinconia. E
così, per anni, abbiamo vissuto insieme, cercando di darci
vicendevolmente un po' di joie de vivre. Preparandogli la zuppa
veniva voglia di mangiare anche a me, e così mi ha impedito di
lasciarmi morire di fame. Obbligandomi, ma solo con gli occhi, a
portarlo a sgambettare ha impedito che si rattrappissero
definitivamente le mie stanche giunture. E la sera, seduto vicino a
me sul divano, mi ha dato quel calore che credevo di avere perduto
per sempre.
Ma
ogni cosa bella ha una fine e anche Gluck è finito, prima di me. Le
mie preoccupazioni su cosa sarebbe stato di lui "dopo di me"
si sono rivelate inutili.
Sono
arrivata con lui in braccio dal veterinario che respirava a fatica, e
mi guardava con uno sguardo stupito e riconoscente. Il dottore,
vecchio amico, mi ha detto che non era nelle sue possibilità di fare
qualcosa, quel calcio aveva rotto il fegato. C'era solo la
possibilità di non farlo soffrire. E io, che l'ho amato così tanto,
non ho voluto che soffrisse.
Un
piccolo favore, ho chiesto al veterinario. Dammi qualcosa di lui, un
osso magari. Voglio che resti nella casa dove ha vissuto, e dato, ore
felici.
E
adesso sono qui, con quest'osso in mano, che nascondo perché voglio
che resti in questa casa, e vorrei che tu, caro amico, lo lasciassi
riposare ancora, fino alla fine dei tempi. Grazie".
Edo
si alzò di scatto e andò a prendere il secchio della calce.
mercoledì 21 settembre 2016
Verso il termine
1 - Il dottore è stato chiaro. Non ha minimamente tenuto in considerazione il fatto che che io mi senta davvero bene. Mentre leggeva l'esame istologico che gli ho portato, del quale io ho capito ben poco, cambiava espressione. "Non molto tempo", mi ha detto, evitando, per un garbo di cui non lo credevo capace, di pronunciare la parola "mesi". Mi fa sorridere l'idea che possa invece trattarsi di "giorni".
Appena arrivato a casa ho avuto un attimo di smarrimento perché il silenzio mi ha sempre dato addosso, anche se posso dire che la solitudine me la sono guadagnata alla grande.
Radio, benedetta radio. Vorrei ubriacarmi, come sicuramente farebbe il mio amato Marlowe: non lo faccio perché so che poi starei troppo male. Un bicchiere di bitter Campari colmo, con più Campari che ghiaccio, potrà bastare.
E così, con il bicchiere posato davanti all'angolo destro del sottomano, quasi fosse diventato un piatto segnaposto, incomincio a scriverle, depresso in una casa deprimente.
Via via che riempivo le pagine sentivo la tensione diminuire, anche se cresceva il timore che lei, appena visto il mittente, le cestinasse senza neanche leggerle.
Non è stato un testamento, soprattutto perché non ho niente da lasciare oltre ai ricordi, pochi belli, la maggior parte dolorosi. Le cose di cui ho amato circondarmi non hanno alcun valore venale.
Ho cercato soltanto di spiegarle, guidando in questa ultima curva, quali e quante siano state le paure che hanno governato la mia esistenza.
Oggi, anche se viviamo nell'epoce della posta elettronica, le manderò una semplice lettera con un piccolo francobollo, per non negarmi il sottile piacere di pensare che una lettera possa perdersi nelle tasche della borsa di un un postino distratto, e magari arrivare dopo che io avrò voltato la curva.
2 - Non sono molti gli anni passati da quando sono rimasta sola. Certo, mio figlio viene spesso, ma d'altronde ha la sua vita.
Ho dovuto metterlo alla porta, quell'uomo che non voglio neanche più nominare, dopo l'ultima che mi ha fatto. E dire che tante gliene avevo perdonate, ma non c'è stato verso. Una volta di più non è stato capace di trattenersi.
L'ho messo alla porta non solo perché l'ho ritenuto insuscettibile di miglioramento ma perché ho finalmente compreso l'enorme distanza che ci separa. A nulla sono valsi gli anni di vita insieme e le cose, tante, che abbiamo condiviso. Vive, viveva, perché adesso non so che fine abbia fatto, in un mondo tutto suo, a me inaccessibile.
E stamattina, al ritorno da quel poco di spesa che mi obbligo a fare per non stare chiusa in casa tutto il giorno, trovo questa busta nella casella della posta, gonfia di fogli. Quanti anni saranno che non ricevo una lettera? Comunque è sua.
E' posata sul tavolo in cucina, ancora chiusa. Devo decidere se aprirla. Non ho la più pallida idea di cosa possa esserci scritto ma non credo che chieda di tornare a casa. In questo senso mi incuriosisce. D'altro canto ho già deciso che non voglio condividere più niente con quell'individuo.
Appena arrivato a casa ho avuto un attimo di smarrimento perché il silenzio mi ha sempre dato addosso, anche se posso dire che la solitudine me la sono guadagnata alla grande.
Radio, benedetta radio. Vorrei ubriacarmi, come sicuramente farebbe il mio amato Marlowe: non lo faccio perché so che poi starei troppo male. Un bicchiere di bitter Campari colmo, con più Campari che ghiaccio, potrà bastare.
E così, con il bicchiere posato davanti all'angolo destro del sottomano, quasi fosse diventato un piatto segnaposto, incomincio a scriverle, depresso in una casa deprimente.
Via via che riempivo le pagine sentivo la tensione diminuire, anche se cresceva il timore che lei, appena visto il mittente, le cestinasse senza neanche leggerle.
Non è stato un testamento, soprattutto perché non ho niente da lasciare oltre ai ricordi, pochi belli, la maggior parte dolorosi. Le cose di cui ho amato circondarmi non hanno alcun valore venale.
Ho cercato soltanto di spiegarle, guidando in questa ultima curva, quali e quante siano state le paure che hanno governato la mia esistenza.
Oggi, anche se viviamo nell'epoce della posta elettronica, le manderò una semplice lettera con un piccolo francobollo, per non negarmi il sottile piacere di pensare che una lettera possa perdersi nelle tasche della borsa di un un postino distratto, e magari arrivare dopo che io avrò voltato la curva.
2 - Non sono molti gli anni passati da quando sono rimasta sola. Certo, mio figlio viene spesso, ma d'altronde ha la sua vita.
Ho dovuto metterlo alla porta, quell'uomo che non voglio neanche più nominare, dopo l'ultima che mi ha fatto. E dire che tante gliene avevo perdonate, ma non c'è stato verso. Una volta di più non è stato capace di trattenersi.
L'ho messo alla porta non solo perché l'ho ritenuto insuscettibile di miglioramento ma perché ho finalmente compreso l'enorme distanza che ci separa. A nulla sono valsi gli anni di vita insieme e le cose, tante, che abbiamo condiviso. Vive, viveva, perché adesso non so che fine abbia fatto, in un mondo tutto suo, a me inaccessibile.
E stamattina, al ritorno da quel poco di spesa che mi obbligo a fare per non stare chiusa in casa tutto il giorno, trovo questa busta nella casella della posta, gonfia di fogli. Quanti anni saranno che non ricevo una lettera? Comunque è sua.
E' posata sul tavolo in cucina, ancora chiusa. Devo decidere se aprirla. Non ho la più pallida idea di cosa possa esserci scritto ma non credo che chieda di tornare a casa. In questo senso mi incuriosisce. D'altro canto ho già deciso che non voglio condividere più niente con quell'individuo.
Sono passati tre giorni e la busta è ancora lì, posata sul tavolo. Non ho nemmeno il coraggio di toccarla, sarò stupida.... come se mi potesse trasmettere ancora altro male oltre a quello che ho già ricevuto. Squilla il telefono.
E' mio figlio, è facile esserne certa, perché non mi telefona nessuno. Chissà cosa vorrà dirmi.sabato 17 settembre 2016
Capitano
periodi in cui devi fare un qualche bilancio della tua vita
disordinata e scombinata. “Anche se questa vita/un senso non ce
l'ha....” direbbe Blasco.
E'
come se in quei momenti sentissi un improvviso bisogno di guardarti
meglio dentro, anche perché certi fatti non sono andati come avevi
immaginato e sperato, e lo scombussolamento che ne è derivato ti ha indotto a
desiderare di fare un po' di ordine e di chiarezza.
Non
è detto che tu ci riuscirai ma almeno ci puoi provare, nell'unica
maniera in cui sei capace a farlo, scrivendo. Scrivendole una lettera
che non le darai mai e che leggeranno alcuni estranei, che di te si
faranno una ben precisa idea: che sei una bestia.
Quindi
incominci a piangere, tanto da mesi ogni giorno è così, e pensi un
po' a lei. A Lei.
Fra
qualche giorno saranno nove mesi che non la vai a trovare, non dico
trovare, ma neanche a vedere per qualche attimo. Ovviamente non puoi
scrivere che non ti ricordi neanche che faccia abbia, perché non è
possibile, te la ricordi benissimo. Ti assomiglia come una goccia d'acqua, soprattutto
nell'orribile carattere. Se io e lei avessimo lo stesso cognome
potremmo chiamarci “Non ti parlo più”.
Ti
sei scientificamente costruito una vita in cui ogni giornata ha
talmente tante cose da fare che non c'è più spazio per lei, neanche
le canoniche domeniche in cui la nonna veniva a pranzo. Succedeva
anche in casa tua.
La
domenica la nonna, se pur per anni è venuta, non viene più a
pranzo. E' lì, inutilmente e scioccamente seduta su quella sedia
dove il sollevatore la deposita, prelevandola dal letto, due volte al
giorno. Ha una badante affezionata e a te basta. Credi che spiccichi
qualche parola. Sei sicuro, del resto, che se ti dovessi per un
qualche miracolo presentare ti chiederebbe “Chi sei?”, o almeno
proverebbe a pronunciarlo. E ti lascerebbe comunque il sospetto che
lo faccia apposta....
Due
ictus è riuscita a farsi. E naturalmente uno a destra e uno a
sinistra.
Tu
ovviamente ti occupi di tutte le cose materiali (altri non fanno
neanche quello) ma ben capisci come l'essere presente potrebbe essere
un bel regalo. Forse. Tu che regali cose a tutti non riesci a
regalare un po' di tempo a lei.
E
allora ti domandi da dove possa venire tutto questo rifiuto.
E'
troppo semplice dire che continua a farti incazzare, ed è riduttivo.
Certo che, quando è stato il momento, se la pressione alta se la
fosse curata adesso non saremmo a questi punti. Il fatto di avere un
figlio laureato in medicina e chirurgia (non medico...) non l'aveva
convinta. Fare di testa sua le sarà sembrato più furbo. Mal gliene
incolse.
Ma
non c'è mai stato un buon rapporto, troppa era la distanza fra i
modi di vedere e di pensare le cose del mondo e della vita, e nulla
c'è mai stato di veramente “complice”. Le parole volersi bene si
dovrebbero sostanziare, in quel rapporto, di una amorevole confidenza
che non c'è mai stata. Quando lui è morto hai pensato: “Ma perché
non è morta lei?”.
Adesso
è la, circondata da tutti confort che possa sognare un tetraplegico e
ti figuri che abbia “negli occhi aperti un grido”: “Sei una
bestia”.
Lo
so. All'inferno mi porterò anche questo punteggio, nella Caina, mi
par di ricordare, i traditori della famiglia.
Spesso
mi sovviene che, da bambino mi diceva “Ricordati che quando sarò
morta piangerai”. Non lo so mica, però piango adesso, non per lei
ma per me.
Mi
sono anche negato il piacere di assistere la Mamma.
… Ricorderai
di avermi atteso tanto
e
avrai negli occhi un rapido sospiro.
(G.
Ungaretti, La madre)
giovedì 25 agosto 2016
CURRICULUM
Bettina quella mattina si era alzata presto, alle cinque e un quarto.
L'appuntamento era alle dieci e mezzo ma lei voleva avere tutto il
tempo necessario per ricontrollare il curriculum. Era troppo
importante e doveva essere perfetto.
La sveglia, regolata sulle sei, non aveva neanche avuto il bisogno di
suonare perché un clic "dentro", in quel sonno più volte
interrotto, l'aveva richiamata alla scarsa luce dell'alba invernale.
La prima imprecazione era maleducatamente uscita dal pensiero
cercando le ciabatte. Mai che fossero al loro posto.
Arrivò in cucina con gli occhi ancora assonnati, senza a riuscire a
trovare l'occorrente per colazionarsi. "Fatti almeno il caffè",
si disse, "il resto lo cercherai dopo".
Anche il caffè quella mattina stentava a salire, non ostante lei
fosse sicura di non averlo schiacciato nel filtro, segno di una
giornata storta. Ma ancora lei non poteva immaginare quanto.
Dopo la frutta riprese in mano il curriculum. Non aveva voluto usare
il cosiddetto formato europeo, tanto non era un professore
universitario, e a lei piaceva che fosse più discorsivo. Aveva
inserito tutti i suoi studi, a partire da quella scuola elementare
che tanti tristi ricordi le aveva marchiato, per finire a quella
laurea tanto desiderata, anche se in cuor suo, se le fosse stato
permesso, lei avrebbe voluto fare il medico. Il Medico. In
particolare l'internista, specialità per la quale si sentiva
particolarmente portata. Ma, oggi lo possiamo dire con cognizione di
causa, ciò per cui lei era disperatamente portata era il poter
aiutare il suo prossimo.
In questo la sua laurea e la sua professione la aiutavano solo
parzialmente.
Poi c'erano le esperienze lavorative, in un certo senso il punto
dolente del curriculum, almeno dal suo punto di vista. Tutte attività
in cui aveva dato letteralmente l'anima e da cui, invariabilmente,
aveva ottenuto poco denaro e minima soddisfazione. Certo, aveva fatto
della pratica ma tutto quello che faticosamente aveva studiato e
imparato le era servito davvero poco.
Non aveva dimenticato gli hobby, primi fra tutti i suoi adorati
fiori, di cui giustamente andava orgogliosa, e le sue aspirazioni, a
nostro parere davvero modeste. Ma Bettina si dava molto meno valore
di quello che davvero aveva.
Comunque il suo curriculum, dieci fogli in tutto più un floppy, era
anch'esso perfetto.
Si vestì con cura e attenzione. Indossò un collant grigio velato e
una gonna anche essa grigia. Una camicetta di lino color perla tirata
fuori dal cassetto per l'occasione, ancora profumata di lavanda. Un
filo di trucco, per evidenziare ancora meglio quelle due lanterne che
aveva sotto la fronte, un rossetto di un rosso solo minimamente
sfacciato. A lei piaceva così ed era sicura che al direttore del
personale non sarebbe dispiaciuto.
Uscì di casa alle otto e mezza, due ore in anticipo
sull'appuntamento. Non voleva arrivare per nessun motivo sudata.
Sull'autobus notò un uomo che la guardava con insistenza, ma lei era
stata educata, dalla nascita potremmo dire, a far finta di niente.
Anche se cercò a sua volta di guardarlo, cercando di non farsene
accorgere. Quell'uomo aveva un aria studiatamente trasandata. Una
volta era stato biondo ma adesso i corti capelli sulla carta
d'identità erano stati definiti brizzolati. La barba di alcuni
giorni. Due baffoni che facevano venire in mente una foca o un leone
marino, in questo aiutati da un fisico non proprio asciutto.
Teneva in grembo una borsa floscia, in cui a più riprese rovistava
senza dare l'impressione di avere trovato quello che cercava. O forse
era un gesto per darsi una qualche importanza. Bettina ne era rimasta
come ipnotizzata e non riusciva a staccargli gli occhi di dosso,
anche se doveva farlo. Le avevano insegnato che non era buona
educazione.
Finalmente lui scese dall'autobus, e Bettina lo cancellò dai suoi
ricordi. Era sceso alla fermata prima di quella a cui sarebbe dovuta
scendere lei.
Arrivò all'azienda con mezzora buona di anticipo. Non volendo fare
la figura dell'ansiosa, anche se a quel posto ci teneva davvero
assai, decise di farsi un giro alla Rinascente. Chissà che non le
venisse qualche buona idea per arredare la sua nuova casa. Di tante
cose ancora aveva bisogno quella casa. Di un uomo, anche.
Come dio volle l'ora passò, fra servizi all'americana e stoviglie
decorate a fiori verdi.
Bettina uscì e entrò nell'azienda. Con tutta la sua gentilezza
chiese del direttore del personale. Fu indirizzata dagli uscieri al
secondo piano. A lei piacevano le scale, le riteneva un buon
esercizio, e non aveva alcun torto, vista la snellezza delle sue
gambe. Comunque l'ascensore la terrorizzava. Se avesse dovuto salire
al dodicesimo piano non avrebbe potuto fare a meno di arrivare un po'
sudata.
Una segretaria che non avrebbe sfigurato in un calendario per
camionisti, con un seno assolutamente inverosimile, le disse di
accomodarsi in una saletta poco più avanti, chiusa da una porta di
vetro smerigliato. Sarebbe stata chiamata.
Si avviò con il suo bel curriculum sotto il braccio ed entrò. C'era
solo un'altra persona.
Lo riconobbe immediatamente. L'uomo dell'autobus, la foca.
Sulla camicia, bianca, spiccava una macchia marroncina, goccia di
caffè colata dai baffi, pensò lei con un moto di simpatia. E lui
portava anche la macchia con grande noncuranza. E fumava. Nella
saletta d'aspetto i portacenere del resto non mancavano e l'aria era
pesante del fumo di più giorni. Bettina pensò che presto si sarebbe
alzata ad aprire la finestra.
Anche lui l'aveva riconosciuta, non immediatamente ma l'aveva ben
riconosciuta. Bettina non capiva se le guardava più le gambe o più
gli occhi ma la guardava con profondità.
Dopo avere realizzato che mai e poi mai lei gli avrebbe rivolto la
parola lui esordì con un "Anche lei per il curriculum?".
Una bella voce, forse leggermente nasale.
"Sì, certo", rispose. E si accorse di balbettare.
"Speriamo che serva a qualcosa..." continuò lui, con
incertezza.
Voleva farla parlare. E allora prese il coraggio a quattro mani. Si
alzò dicendo "Io sono Franco B. Forse ambiamo tutti e due allo
stesso posto ma nulla vieta che ci stringiamo lealmente la mano. E
che vinca il migliore". Franco si stupì della naturalezza con
cui gli era uscita questa frase.
Ma non era solo naturalezza. Era anche desiderio. Di conoscerla.
Anche lei si stupì che le avesse rivolto la parola. Tutti le avevano
sempre fatto capire che lei era una insignificante nullità ed era
stupefacente che qualcuno in circa dieci parole li smentisse così categoricamente. Le si
strozzò la parola in gola e per forse due secondi, o due minuti, non
fu in grado di emettere suono o di muovere il braccio. E lui, lì,
fermo, con il braccio esteso e la mano, che grande mano, aperta verso
di lei.
Ci si tuffò dentro, quella mano, Bettina, intuendone la schiettezza.
"Piacere Franco. Io sono Bettina F. Che vinca il migliore,
certamente".
Franco le si sedette a fianco. Incominciò a parlarle e lei ne restò
affascinata. Non capiva le parole ma soltanto la nuvola sonora che
esse costituivano, nuvola su cui lei galleggiava. Una nuvola che
poteva essere di bla bla bla come poteva essere la declamazione del
quinto canto dell'Inferno - Quali
colombe dal disìo chiamate.... - una nuvola fatta di alito di
sigaretta, di caffè, di voglia di raccontarsi... Franco che voleva
andare via.... Franco che voleva una vita diversa, ma che doveva anche
lui consegnare il curriculum anche se questo avrebbe inevitabilmente
voluto dire che era in competizione con lei. Noi sappiamo bene che
Franco in competizione non lo avrebbe mai voluto essere con
nessuno....
Improvvisamente i loro sogni cedettero il passo a due colpi secchi,
sul momento non riconoscibili, a cui seguirono grida disperate,
troppo vicine a loro. Franco la prese per il braccio e la strappò
via dalla seggiola su cui lei era rimasta incollata.
"Vieni via, piccola". Dopo aver sbirciato oltre la porta di
vetro smerigliato uscì trascinandola, cercando da andare nella
direzione opposta a quella da cui aveva sentito gli spari. Lei lo
seguiva passivamente, non capendo bene quello che stava succedendo.
In qualche maniera arrivarono in strada. Franco ansimava. Camminarono
forse cinque minuti, mano nella mano, fino a quando entrarono in un
piccolo bar. Con un'aria pulita. Si sentivano, lontane, le sirene
della polizia.
Nel giornale di domani avrebbero letto che il direttore del personale
era stato freddato con due colpi di 357 Magnum da una donna
disoccupata. Disperata. Doveva essere uscita da quella sala d'aspetto
un attimo prima che c'entrassero loro.
In quel bar, davanti all'ennesimo caffè, Franco le disse "Che
culo che abbiamo avuto, cara la mia Bettina...." e lei annuì,
pensando al curriculum rimasto nella stanza fumosa.
Ma chissenefrega del curriculum.....
martedì 2 agosto 2016
Botanica
Coltivare un giardino è un piacere dello spirito un po' asettico: prescinde infatti da qualsiasi influenza e trae massima soddisfazione soltanto dalla perfezione formale.
Coltivare delle rose è invece un bisogno del cuore: la cura per esse richiede tutto ciò che di bello e di buono alberga nel più profondo di noi, anche se il nostro meglio è inestricabilmente legato al nostro peggio.
Ecco perché ogni rosa in un bicchiere porta con sè una piccola lacrima.
Coltivare delle rose è invece un bisogno del cuore: la cura per esse richiede tutto ciò che di bello e di buono alberga nel più profondo di noi, anche se il nostro meglio è inestricabilmente legato al nostro peggio.
Ecco perché ogni rosa in un bicchiere porta con sè una piccola lacrima.
martedì 23 febbraio 2016
BIGLIETTI
Clara
si era seduta forse per la quarta volta: prima il telefono, poi il
portiere, infine la sua amica del cuore che era passata a salutarla.
Si erano tutti coalizzati nell'impedirle di fare l'unica cosa che
quella mattina avrebbe voluto fare, anzi, che sentiva di dover fare.
Si
promise che non avrebbe dato risposta più a nessuno e si sedette,
finalmente tranquilla anche se col cuore in tumulto. Tirò fuori dal
cassetto il blocco della carta intestata e incominciò a scrivere.
Dopo tre righe strappò il foglio e incominciò a ridurlo in
piccolissimi frammenti, tali da non poter mai essere ricostruiti.
Si
fermò un attimo a riflettere, con la testa appoggiata sulle mani.
Cosa sapeva in fin dei conti di quell'uomo? Poco davvero, molto meno
di quello che, da quando si erano conosciuti, si sarebbe
ragionevolmente aspettata di sapere.
E
adesso aveva deciso di scrivergli. Un biglietto, due righe, una
lettera d'amore, comunque qualcosa di scritto, di duraturo quindi,
che era niente di più di una dichiarazione di resa incondizionata a
quel qualcuno che le aveva cambiato la vita.
Ancor'oggi,
dopo tre mesi, non sarebbe stata capace di dire che cosa era stata a
farla impazzire dal desiderio, non l'aspetto, ovviamente, e neanche
quel suo atteggiamento, un misto fra non curante e arrogante, ma ben
miscelato. Quando lui parlava qualunque cosa dicesse, fosse anche la
lettura ad alta voce dell'elenco del telefono, a lei si inceppava il
flusso dei pensieri. E Giorgio non ci impiegò più di due
appuntamenti per capirlo, approfittandosene nella maniera più
naturale. Parlava poco, il bel Giorgio, ma una sua carezza valeva
quanto un discorso. Clara gli si diede con passione irrefrenabile.
E
adesso si trovava seduta alla sua scrivania, libera e tranquilla,
cercando di raccogliere i pensieri e di scriverglieli.
Panico
del foglio bianco.
"Caro
amore...", e il foglio fece la medesima fine del suo
predecessore. Amore era una parola che in quel mese non era mai stata
pronunciata da entrambi, sarebbe suonata come i tasti di un
pianoforte non suonato da tanti anni, perlomeno stantia.
Provò
a versarsi da bere, a mezzogiorno l'aperitivo ci può stare. Tre dita
di Bourbon whiskey, senza ghiaccio e tutto di un fiato. Glielo tolse
il fiato, appunto. Nel risedersi alla scrivania per un attimo vide
due fogli bianchi. ma ricominciò fiduciosa.
"Giorgio",
virgola e accapo. La parola restò sola sul foglio per alcuni minuti.
"Ma poi, perché voglio scrivergli? Cosa ci sarà mai da dirgli
che non posso dirgli a voce?" Così pensando si tormentava la
pellicina dell'unghia dell'indice, e non fu soddisfatta finché un
bruciore intenso le segnalò l'uscita del sangue.
Quell'uomo
non parlava, e lei avrebbe voluto rovistargli nel cuore. Mai le era
successo di desiderare di portarselo via, e di passare il resto della
vita accoccolata fra le sue braccia. Ovviamente lontano da tutto e da
tutti. Non è che si sentisse innamorata, almeno non come lo era
stata nel passato (o forse semplicemente non ricordava bene),
lo voleva e basta. Ma non si può volere un'altra persona solo per sé
senza che questa sia d'accordo, o perlomeno che sia a conoscenza di
questa nuova intenzione della tua vita.
"Giorgio,
c'è
voluto meno di un mese per aprirmi gli occhi. Averti conosciuto ha
cambiato tutte le prospettive della mia esistenza. Non credo di poter
più fare a meno di te, non voglio. Se anche per te è così, così
come io sento che sia (e qui Clara capì di essersi scoperta troppo)
vediamoci domattina per colazione, al nostro bar. Lasciamoci dietro
tutto. Corriamo incontro alla felicità".
Firmò
"Clara" facendo un ghirigoro con lo svolazzo, che non aveva
mai usato, e che strideva con la sua grafia regolare, minuta,
ordinata, usata per il resto della lettera. Giorgio avrebbe dovuto
capire che l'aveva fatta impazzire.
Posò
la stilografica e rilesse, intanto che l'inchiostro asciugava. Piegò
il biglietto in due e lo imbustò. Leccò la parte gommata della
busta ela chiuse. Le scappò di baciarla, del resto era sola.
Aveva
procurato di restare in casa sola, quella mattina, per cui quando
squillò il campanello dovette alzarsi per andare ad aprire,
bestemmiando fra i denti. Era il postino, con un pacco di libri
contrassegno che aveva ordinato suo marito: dovette andare a prendere
il denaro in cassaforte, non poco. Si fece posare il pacco sul
pavimento e intanto se lo rimirava. Bel ragazzo, non c'è che dire.
Fare l'amore con uno sconosciuto, ancorché piuttosto pericoloso, e
perché non il postino, era una delle sue fantasie più ardite. Gli
mise in mano, con fare indifferente, una banconota da venti, solo per
vedere i suoi occhi illuminarsi. Cosa che puntualmente avvenne, col
giovinotto che usciva camminando all'indietro e profondendosi in
inchini.
Tornò
alla scrivania, dove aveva lasciato il cuore.
Possiamo
facilmente immaginare il suo disappunto nel non vedere la busta sulla
scrivania, dove l'aveva posata tre minuti prima. Il cuore incominciò
ad accelerare fino a farsi sentire , subito sopra lo sterno, con
colpi sordi e vigorosi. Con il braccio spazzò via tutte le cose che
erano sulla scrivania, e il portapenne di cristallo cadendo per terra
si ruppe.
Càlmati
Clara, sei sola in casa, salterà fuori.
Clara
non aveva mai sopportato il fatto di non essere in grado di capire
quello che stava succedendo, come adesso. A suo tempo aveva letto, e
meditato, i libri del dott. Freud, e sapeva di avere riposto il
biglietto da qualche parte senza rendersene conto. Ma dove? Suo
marito sarebbe tornato in serata, quindi aveva, teoricamente, tutto
il tempo per trovarlo.
Incominciò
sistematicamente a svuotare tutti i cassetti della scrivania, cosa
che non faceva da tempo. Quanta roba avrebbe dovuto buttare via! Cose
che un tempo dovevano essere state un ricordo a rivederle adesso non
le dicevano niente, e la tristezza di questa costatazione la indusse
a cestinare tutto, con astio.
Comunque
niente.
Ispezionò
tutti i ripiani della libreria per vedere se avesse posato la busta
davanti a qualche libro. Anche lì niente.
Incominciò
a pensare a suo marito con quel biglietto in mano. Non era neanche un
biglietto ambiguo, non avrebbe potuto giustificarsi arrampicandosi
sugli specchi con frasi tipo "E' soltanto un gioco".
Sarebbe stato soltanto un insulto all'intelligenza di lui. Il fatto
che avrebbe potuto essere letto dai suoi figli per fortuna non le
venne neanche in mente, le avrebbe scatenato un attacco di panico,
mentre il quel momento aveva bisogno di tutta la lucidità possibile.
Pensò
di chiamare la domestica per farsi aiutare nella ricerca ma scartò
subito l'idea. Quella strega, non oca, avrebbe capito immediatamente
l'importanza del biglietto e non avrebbe esitato a metterselo in
tasca. Per poi sputtanarla, o peggio ricattarla. No, meglio fare da
sola.
Le
era venuto il mal di testa, lo stress, per cui si prese un'aspirina.
Si
sedette sulla poltrona e incominciò a riflettere: del resto era una
donna intelligente, avrebbe potuta farcela, ragionandoci sopra a
mente fredda. Ripercorse tutti i movimenti che aveva fatto dalla
squillo del campanello, maledetto lui e il postino. Niente.
Cercò
di guardarsi intorno con occhi "nuovi".
Niente.
Iniziò
a piangere con rumorosi singhiozzi, tanto era sola....
Si
sentiva spacciata.
Non
sappiamo per quanto tempo pianse, anche se il cielo si era oscurato e
la pendola nell'ingresso aveva suonato più volte. Alzandosi per
accendere la luce, e continuare la ricerca, diede inavvertitamente un
calcio al cestino delle cartacce, che rovesciò il suo contenuto per
terra.
Tornò
a sedersi, non piangeva più. Le cadde l'occhio sulle cartacce,
sparse per terra, quasi in fila. E lo vide. Un frammento di quella
busta giallina, e vicino gli altri tre. Verificò che dentro ciascuno
avesse il suo brandello di biglietto.
Diede
fuoco a tutto nel portacenere e in quel filo di fumo puzzolente si
sciolsero i suoi sogni.
Iscriviti a:
Post (Atom)







