sabato 2 marzo 2013

Incontri


Lui
Domattina parto presto. Posso parcheggiare la macchina nel piazzale della funivia alle otto e mezza. Due giorni interi di vacanza me li meritavo. Salgo su al rifugio Torino e mi godo una giornata di ozio produttivo e di sole, sempre che ce ne sia. La domenica prima di Natale non sarà poi così affollato. Mi porto il computer, ho sempre un'enormità di cosa da mettere in ordine: non a caso i francesi, che la sanno lunga, chiamano il computer "l'ordinateur".
Passo un attimo a casa e accendo il riscaldamento, è tanto che è chiusa. Oddio, casa è una parola un po' troppo ottimistica: è una stanza serviziata, con un lettone che viene giù da una parete e un angolo cottura molto ben fornito, come la dispensa. E' il mio scannatoio. Stamattina ha solo bisogno di essere messo un po' in ordine. Se stasera non tornassi da solo non voglio fare la solita figura da barbone.

Lei
Sta finendo la settimana bianca. Sono venuta col gruppo sci della banca. Settimana più che organizzata, vorrei dire regolamentata fin nei più minimi particolari. Sciamo sul Bianco e dormiamo a Courmayeur, in un quattro stelle molto ben camuffato da due stelle, con un vitto orribile, che ha vieppiù scombinato il mio già martoriato colon. Ho bisogno di una minestra vera. E poi non c'è il bidet.

Lui
Salendo al rifugio il cuore mi batte sempre. Riconosco il personale e ho la presunzione di venirne riconosciuto. Ho un tavolo, il "mio" tavolo, a un angolo della sala, e mi permette di vedere tutti quelli che entrano. Le mie cose più belle le ho scritte qui, ispirato dalle facce degli avventori-sciatori, aitanti giovani brufolosi, mamme sfiorite da plastiche mal riuscite, ometti rampanti che in ogni momento della vita devono dimostrare qualcosa: la loro insipienza.
Io me ne sto qui tranquillo, col quaderno davanti, la mia Pelikan e la vita che mi scorre davanti agli occhi. Ho buttato via tante cose fra quelle che ho scritto ma nessuna di quelle che ho scritto qui, in questo angolo di paradiso.
Qui la cucina del mio ristorante diventa un nebbioso ricordo.

Lei
Stamattina ho lasciato andare via tutti, ho dormito un'ora di più. Con studiata tranquillità mi riempio il vassoio del breakfast, scegliendo con cura da quel poco che è rimasto dopo il passaggio della mandria delle sette e mezza. Restano un paio di yoghurt, che nell'etichetta si vendono come prodotti con latte delle mucche valdostane. Penso che se le mucche fossero uzbeke non sarei in grado di accorgermene. Mi aiuteranno lo stesso a svuotarmi.
Alle undici arrivo al rifugio Torino. Il sole mi accarezza, appena raffreddato da un refolo di vento fresco. Penso che me ne starò tutto il giorno qui, a riflettere sull'influenza che i massimi sistemi hanno avuto sulla mia vita. Se ne avrò voglia mi allucertolerò sotto il sole.
Per intanto entro, chè si sta bene anche dentro. C'è un bel caminetto, ti ci siedi vicino e sorseggi una cioccolata calda con uno spruzzo di Chartreuse Vert.

Lui
E' appena entrata una non-sciatrice, come me, e subito me la devo studiare per bene. Potrei addirittura compilare il modulo notizie che mi ha data la mia amica sceneggiatrice: età, capelli, occhi, scolarità, interessi, misura del reggiseno (no, quella non c'è nel modulo, è nella mia testa). E invece mi sorprendo a guardarle gli occhi che, a tre metri, sono ben ispezionabili. Verdi, verdi come il mare dentro a certe grotte, di un verde luccicante che sfuma nel blu. Occhi che non nascondono bene una vita rigogliosa. Il reggiseno comunque è quello di una quarta.
Si è accorta che la fisso: devo distogliere lo sguardo con nonchalance. Ci provo ma non sono sicuro di  riuscirci.

Lei
Mentre sento colare lungo l'esofago il cioccolato alcoolizzato mi rendo conto di essere osservata: è come se mi arrivasse sul collo un soffio caldo di desiderio.
Purtroppo proviene da un homunculus che da tempo ha rinunciato a pesarsi. Capisco che una volta era biondo, perché ha baffi biondi. I capelli non più. E' seduto a un angolo della sala (si vede che ha l'ansia di controllare tutto) e ha davanti a sé un grosso quaderno. Una penna in mano. Mentre mi fissa spinge su e giù il pulsante della penna, ma non nervosamente.
E' un momento che nel rifugio siamo solo noi due, oltre a un barista dedito alla Settimana Enigmistica. Chissà se ci prova. Potrei anche far due parole.

Lui
E' sempre preoccupante rivolgere la parola a una sconosciuta. Pericoloso. Rischi di essere insultato ("levati di torno, ciccione"), di essere gelato da una frase sprezzante, di essere considerato trasparente (anche se i miei kili rendono poco verisimile questa ipotesi).
Però qualche volta il desiderio di attaccare una spina è più forte della paura. "Anche lei preferisce il dentro al fuori?" è stata la frase che è uscita dopo un'istantanea e inconscia ricerca nella directory "frasi di circostanza". Mi ha stupito la sua risposta che, al di là delle parole, dimostrava il mio stesso interesse a chiudere quel circuito.

Lei
E' un cuoco, ecco perché è così grasso. E' comunque un grande affabulatore, oltre che un evidente abbuffone. E' rimasto estasiato quando gli ho detto cosa ho messo nella cioccolata calda. Abbiamo parlato fino all'ora di pranzo, con quella confidenza che si riserva agli sconosciuti.
Mi ha invitato a pranzo, e per me è stato naturale accettare. Si è persino permesso di andare in cucina, presentarsi e spiegare a un esterrefatto chef come avrebbe dovuto cucinare i medaglioni di cervo col coulis di mirtilli e la panna acida. E mentre li mangiavamo me li raccontava così bene che metà della squisitezza del piatto è venuto dal suo racconto.

Lui
Non è stato per niente difficile coinvolgerla nel mio mondo. Non ha la fissa del cibo come me, fissazione che talvolta diventa malinconia del cibo, e quindi non è grassa, ma ha nei punti giusti quelle rotondità che invitano a stringerle. Quando è stato il momento, dopo due flutes di Krug (lo so, mi tratto molto bene) l'ho invitata a mangiare insieme quassù.
Nelle rarissime pause in cui prendevo il respiro ha provato a raccontarmi della banca: il fatto è che quando parlo di cibo mi infervoro. Siamo stati bene. "Stasera vorrei cucinare per te". Il divertente è che non le ho neanche chiesto come si chiama, come lei del resto.

Lei
Stiamo scendendo con la funivia, silenziosi. Questo sconosciuto tricheco, a cui non ho nemmeno chiesto il nome, mi ha invitato a cena a casa sua e io, ascoltando un'altra me stessa, ho accettato con gioia.
E' l'ultima sera della settimana bianca: se proprio devo fare una cosa imprevista con lui mi piacerebbe. Non ho mai avuto trichechi sopra di me. Ciò non toglie che questi minuti in funivia, assieme ad altri 98 umani, ci rendono silenziosi, e oscenamente schiacciati.

Lui
Ho fatto bene a riordinare la casa prima di salire al Torino. E' rimasta colpita dall'assenza del letto, me ne sono accorto perché lo cercava con un'insistenza sospetta. Ah ah, è proprio ben nascosto.
Non so che musica le piaccia: le faccio scegliere fra Billie Holiday e Edith Piaf, due mondi musicali fra loro lontanissimi, vicinissimi nelle vicende della vita. Ha scelto la Holiday, non ne avevo dubbi.
Intanto le preparo lo Spritz, con lo champenois.

Lei
Questa monolocale è un po' la copia del rifugio, è carinissimo. Immagino che dorma sul divano, è così grasso che avrà difficoltà a respirare, il leone marino. Ha messo su un vinile di una cantante che non conosco ma appena ho iniziato a sentirla un dolore antico si è travasato dalla sua voce nel mio cuore. Anche col disco mi vuol dire qualcosa.
Mi ha messo in mano un bicchierone con un liquido arancione buonissimo, con dentro tante striscioline di buccia di limone, luccicanti. Incominciamo bene.
Quando il disco finisce mi propone di andare a fare la spesa: sono curiosa di vederlo all'opera e accetto volentieri.

Lui
Adoro questo negozio, magazzino colmo di golosità nascoste. Qui mi riconoscono, e quando esco mi stringono la mano. Sarà perché sono il miglior cliente, quello che non discute sul prezzo e paga col bancomat. Ma esige il massimo della qualità. Il mio saluto è sempre "che cosa mi proponete oggi?".
Abbiamo gironzolato un po', dovevo capire quali cibi preferisce. A un certo punto voleva comperare delle tagliatelle all'uovo. Le ho sorriso, con un po' di ironia, dicendole "Le tagliatelle te le faccio io!".
Abbiamo costruito insieme il menu, molto leggero, entrambi con la testa al dopo cena.

Lei
Sta facendo la pasta all'uovo. Si è fatto la fontana, ci ha rotto dentro le uova e sta impastando con grande generosità: è proprio vero che cucina per amore. Chissà se toccherà il mio corpo con la stessa soddisfazione.
Prima di mettersi il grembiule mi ha preparato qualcos'altro da bere: lo Skywasser. Nulla di più delizioso. Mi ha anche detto con dolcezza "siediti e rilassati", ma ho capito che non vuole aiuto. E non sa che favore mi fa. Certe sere la mia cena consiste nello spostare dei contenitori dal freezer al microonde, e poi ragionare se il gusto corrisponda a ciò che è scritto sull'etichetta. Il più delle volte non c'è concordanza.

Lui
Ho finito di cucinare, stremato ma contento. Tutto è riuscito perfettamente. Anche la tavola, che ho apparecchiato come il più chic dei ristoranti. Le accosto la sedia dal di dietro e le porto il vassoio con il primo piatto, tagliolini alle erbe con dadini di mocetta valdostana e ananas flambè. L'ho inventata sul momento.
L'espressione dimostra che non crede alle sensazioni che provengono dalla bocca. Un'esperienza erotica, senza dubbio. Una bella emozione.

Lei
Quest'uomo cucina da dio. Mi sorprendo a pensare che se scopa come cucina domani in pullman avrò molto sonno. Mi ha messo in bocca gusti che non ho mai assaporato. Il Chicken Korma è stato celestiale. Anche il vino che ha scelto, Ciliegiolo, è stato all'altezza del cibo.
E adesso siamo qui, ancora a tavola, a sbocconcellare una stupida crostata con la crema pasticciera al cacao, e beviamo il Marsala superiore che ha aperto per me.
Mi alzo e mi accovaccio sul divano, col bicchiere in mano.

Lui
Adesso la musica la scelgo io. Ho messo su Ray Charles, che ha sempre il suo fascino. La mia cucina è stata all'altezza della fama del mio ristorante.
Son curioso di sapere che odore ha la sua pelle, e glielo dico. Si scopre un po' la spalla e io non perdo l'occasione per un bacino baffuto. Fa un sorriso, come solleticata, e poi mi cinge la testa col braccio. Da quel momento gli orologi si sono fermati. Abbiamo incominciato a librarci su di una nuvoletta e Ray Charles ha cantato infinite volte "Georgia on my mind".
Ci ha svegliato la luce del giorno.

Lui e Lei
Siamo in macchina che torniamo alla casa base, e al nostro lavoro di tutti i giorni. Ci stringiamo le mani, io la destra e lei la sinistra. Non vogliamo parlare. E' stato così bello che entrambi siamo sicuri di avere solo sognato. Una goccia di Marsala sulla sua camicetta le ricorderà che è tutto vero.
Dobbiamo ricordarci di dirci almeno come ci chiamiamo.



venerdì 1 marzo 2013

VITA NEI CAMPI (con buona pace di Giovanni Verga)

Ante scriptum: ultimamente la cronaca nera mi attira e mi piace riraccontarne le vicende.
Il protagonista di questo post è un piccolo dio del male, a suo modo affascinante, anche se spregevole.



Michele è, o si crede, il dominus della sua famiglia, è il primo dei quattro figli di Rosalia. E' nato nel 1955. All'interno della famiglia fa e disfa a suo piacimento i destini degli sventurati che hanno a che fare con lui. Una famiglia racchiusa da un guscio impenetrabile, una delle tante famiglie del Belice.
Il benessere degli anni '60 lo sfiora soltanto attraverso l'immagine distorta che di esso ne dà la televisione, comunque finestra su un mondo a lui negato e sconosciuto. E lui ritiene che partecipare di quel benessere, vero o presunto che sia, sia un suo diritto. Deve prendersi tutto quello che desidera.
E' sempre stato un figlio difficile Michele, anche ad ammazzarlo di botte, cosa che suo padre, prima di morire, ha fatto fin da piccolo, senza riuscire a piegarlo. Dopo la sua morte Michele è diventato lui, il capofamiglia, anche se aveva solo diciott'anni.
Un giorno mise gli occhi sulla figlia di sua sorella, una bambina di nove anni, e lui ne aveva venti. Da quel momento non ha più avuto un momento di pace: una fiera in gabbia. E sempre ubriaco. Tutti se ne erano accorti, meno la bambina. Nessuno ha tentato di proteggerla. Perché avrebbe dovuto rinunciarci? Del resto lui si era preso sempre tutto quello che voleva.
Si trattava di aspettare soltanto il momento giusto, che arrivò un assolato mattino di giugno del 1982, col silenzio rotto soltanto dalle cicale. Lui non doveva chiamarla con qualche scusa. La chiamò e basta.
La piccola, stupita inizialmente da quelle attenzioni, perse a nove anni l'unica cosa che per lei avrebbe potuto rappresentare una qualche ricchezza. Acquistò invece un ricordo che con il passare degli anni sarebbe divenuto sempre più atroce.
Lui non fu certo impietosito dal pianto muto della bambina. La spogliò con calma ma senza alcuna delicatezza. In quegli attimi il suo tempo interno scorreva con una lentezza che centuplicava l'eccitazione.
Dopo la minacciò, anche, ma la nipote era così sorpresa e avvilita che non ce ne sarebbe stato alcun bisogno.
Michele cadde per qualche ora in un torpore che gli impedì di pensare: un attimo prima di addormentarsi gli balenò nel cervello l'idea che poi non era stato così piacevole come se l'era immaginato in quei mesi di attesa. Pazienza. Del resto il padrone era lui, e poteva benissimo permettersi di fare qualsiasi cosa, comprese le cose che, col senno di poi, non gli sarebbero piaciute tanto.

Passano otto anni.

Quella buttana di mia sorella Caterina ha lasciato il marito ed è andata a fare la pastora con Paolo, il marito dell'altra nostra sorella. Che siano maledetti. Per colpa loro non posso più andare alla cantina a giocare alle carte. Tutti mi guardano senza dire niente e si guardano fra loro con certe occhiate che mi fanno impazzire. Voglio entrare all'osteria a testa alta, io. Tutti mi devono portare il rispetto che mi è dovuto.
Devo punirli. Oltretutto quella troia vuole portare la figlia dal ginecologo e potrebbe saltare fuori anche quella storia vecchia. Anche mio fratello Giuseppe è incazzato: quell'uomo di merda non doveva lasciare nostra sorella Francesca, ha disonorato tutta la nostra famiglia. Quei soldi che Giuseppe ha dato a Caterina se li godrà anche lui.
Domani io e Giuseppe metteremo fine a questa vergogna. Tutti dovranno capire che la mia famiglia va rispettata.
Stamattina c'è silenzio qui intorno all'ovile. Fra un po' il sole sorge, loro staranno radunando le pecore per farle uscire dall'ovile. La mia testa è completamente vuota. So solo che domani tutti si leveranno il cappello al mio passaggio.
Eccoli! Sono entrambi un po' assonnati, non ci hanno visto.
E non ci vedranno più. Alla schiena li abbiamo presi, e sono caduti senza neanche avere il tempo di guardarsi. Che siano di esempio per tutti quelli che vogliono violare la legge della famiglia. E che se li mangino i cani.
Torniamo in paese sulla Panda senza dire una parola. Stiamo già cercando di dimenticare.

Ma che minchia vuole questo signor giudice? Come si permette di entrare in cose che non lo riguardano e che non capisce? Son passati vent'anni, era stato archiviato tutto. Sarà stata quella buttana di Enza, del resto trenta anni fa gli era piaciuto anche a lei, ne ero sicuro. Anche lei avremmo dovuto ammazzarla. Tanto non c'erano testimoni e se anche ci fossero stati nessuno avrebbe avuto il coraggio di dire una parola una. Questa è la mia famiglia e qui io sono bene e male. Nessuno può permettersi di giudicare quello che decido per la mia famiglia. Figuriamoci il signor giudice. Mi ha persino chiamato per interrogarmi, quel cornuto.

E stamattina alle quattro sono venuti a prendermi e mi hanno portato in cella di sicurezza. Che dio li maledica. Dovrò anche spendere i soldi dell'avvocato. Ma non possono farmi niente, non a me.



martedì 26 febbraio 2013

Chat


La possibilità che il mondo moderno offre, quella di parlarsi, e di conoscersi, attraverso la rete, era stata da entrambi ampiamente sfruttata.
Lui era un anonimo impiegato della banca principale del Paese, e il suo unico compito consisteva nel contare i soldi, per otto ore al giorno. Tornava a casa esausto, perché sapeva che se i soldi fossero mancati ce li avrebbe dovuti rimettere di tasca propria. Certo, lui era parecchio preciso ma un errore può ben capitare a tutti.
Aveva un amico, sarebbe meglio dire un conoscente, col quale passava alcune serate al mese, non molto eccitanti: giocavano a carte, si giocavano un centesimo a punto, e lui contava i punti con la stessa pignoleria che usava al mattino per il denaro.
Il suo cane era il trait d'union con il mondo: lo obbligava a uscire due volte al giorno, a vedere qualche essere umano, a scambiare due parole.
Nel complesso si sentiva abbastanza demoralizzato.
Non si lasciò scappare quindi l'occasione, offerta dalla Banca, di fare un corso di informatica, perché l'argomento lo interessava e soprattutto perché il corso lo avrebbe liberato dalla schiavitù della conta per una lunga settimana. Decise che avrebbe fatto il corso con l'abito blu, quello delle cerimonie.
Il corso non era male: avere a disposizione quella macchina diabolica era affascinante. Giorno dopo giorno, aiutata dalla direttrice del corso - una brunetta dai lunghi capelli ricci, e con due occhi scuri e profondi molto sexy - imparò a usare Office, a navigare in internet, a usare la posta elettronica.
Imparò anche a chattare.
Parlare con qualcuno standosene comodamente seduto in poltrona, magari in mutande e pantofole, lo intrigava da morire. E infatti il mercoldì si comperò il computer. La linea telefonica tradizionale non era molto veloce, ma per la chat sufficiente.
In meno di mezzora trovò un'anima con la sua stessa pena, tale Anna24. Quella sera l'approccio fu piuttosto timido, dopo un quarto d'ora decisero entrambi di salutarsi educatamente.
Però lui andò a letto lievemente eccitato, e faticò a dormire. Pensava alla faccia di Anna24, si domandava se il giorno dopo l'avrebbe ritrovata, e se mai fosse riuscito a conoscerla. Chissà se era sola o con marito e figli, chissà che lavoro faceva. Se avesse potuto costruirsela gli sarebbe piaciuta paffutella, con i capelli neri e cortissimi, con due occhi egualmente neri, vestita con una divisa bianca, un'infermiera, chissà. Magari non altissima. Finalmente si addormentò.
La sera dopo erano entrambi lì, alle ventuno, precisi come sa essere solo la morte. Dal che lui ne dedusse che Anna24 era proprio "come lui".
Lui si era dato come nickname Luigi36, lasciando un po' di ambiguità su questo 36, che avrebbe potuto parimenti essere l'età attuale o l'anno di nascita. Fra sé e sé convenne che il 24 di Anna molto poco probabilmente poteva essere l'anno di nascita.
Incominciarono, sera dopo sera, a raccontarsi le loro vite, con una sincerità insospettata persino da loro stessi, in parte dovuta all'anonimato in parte, preponderante, al bisogno che sentivano di raccontarsi come pensavano di essere, o forse come volevano sembrare di essere.
Partirono dalle cose più belle, come è ben comprensibile, seguite a breve da quelle più brutte, entrambi cercando di sorvolare sul problema più pressante, quello della solitudine e della noia.
Così le serate passavano veloci, e il giorno entrambi erano sereni e nella dolce attesa dell'appuntamento della sera.
Ci volle un mese perché il più ardito dei due, Anna24 (non ce ne meravigliamo) gli scrivesse "Vorrei dipingerti meglio. Mandami una tua foto". Luigi36 ricordava bene il giorno e l'ora, le 23 e 42 minuti. "Certamente, te la mando domani. Dammi il tempo di sceglierne una bella".
E mo'? Richiesta imprevista, scompenso totale.
E se fosse andato a farsene quattro in uno di quei chioschetti in mezzo alla strada, come nel film di Amèlie? E se fosse andato da un fotografo professionista farsi uno di quei bei ritratti in bianco e nero, magari un po' tenebroso?
Scartò subito la seconda ipotesi. I fotografi bravi ti leggono l'anima meglio di quanto non possa fare tu stesso. E lui non voleva farsi leggere l'anima, e tanto meno farla leggere ad Anna24.
Optò per una foto che aveva un paio d'anni, un ritratto a mezzo busto sullo sfondo di un lago delle Dolomiti, un po' finti entrambi. Scannerizzò la foto come aveva imparato al corso e la mandò.
La risposta gli arrivò in giornata, una foto allegata a una mail senza testo.
E lui scoprì che per mesi aveva chattato con una donna più vecchia di lui di dodici anni, una donna con qualche capello bianco, certo, ma con un'espressione dolcissima, proprio come la serenità che gli aveva trasmesso in quei mesi. Nella foto teneva in braccio la gatta, pigramente distesa.
Le scrisse che aveva urgente bisogno di sentire la sua voce.



lunedì 25 febbraio 2013

Innamorarsi


LAURA
Lo stiamo aspettando. France è seduto sul divano, ha tirato su i piedi. Se non lo conoscessi direi che è tranquillo, ma so che non è vero. Mi ha detto che affronterà Camillo a viso aperto. Vuole quei soldi a tutti i costi: sembra che questo benedetto autosalone sia la cosa che desidera di più al mondo.
E' bello il mio amore, alto, atletico, con quegli occhi blu luminosi e quell'espressione dolcissima, anche se, quando vuole, sa essere una tigre.
Chissà se Camillo gli darà i soldi: mio marito è talmente lunatico che potrebbe anche mettergli le mani addosso.
Eccolo, sta arrivando. Ha bevuto, come sempre, e barcolla un poco. Non capisco perché ha in mano il fucile e lo punta su di lui.
Oddio, gli ha sparato. France è rimasto riverso sul divano, macchiato dal sangue spruzzato. Coi suoi meravigliosi occhi stupiti, con dentro ancora il sogno dell'autosalone. Cerco di muovermi con circospezione per uscire da questa stanza, con passetti sempre più veloci, ma mi ferma un dolore improvviso alla schiena, che mi spezza il respiro e mi fa cadere. Gli occhi mi si annebbiano. Sto morendo. Morire così, per amore, è la cosa più bella di questa mia vita. Muoio contenta.

CAMILLO
Quella troia non doveva farmi questo torto. Tutto le ho dato, l'ho presa dall'immondezzaio, l'ho educata, l'ho vestita come una regina. Le ho fatto provare i piaceri più sublimi e le esperienze più incredibili: tutto le ho dato, a incominciare dal mio nome e dal mio titolo. Mille amanti le ho procurato, perché doveva amare solo me. Io sono l'unico vero uomo della sua vita e, volente o nolente, se lo deve cacciare in testa. Con me tutto, senza di me il nulla.
Non riesco a capire cosa ci abbia trovato, in quel mezzo finocchio bastardo. Di uomini come lui, e anche di gran lunga più belli e aitanti, ne ha avuti a centinaia, non lo può negare, ci sono le foto nei miei album. Rapporti occasionali dei quali ricordo bene ogni particolare, con gemiti di piacere che diventavano urla strazianti, e solo allora godevo anche io.
E adesso la troia mi viene a raccontare che è innamorata: che cazzata! Una donna come lei non deve innamorarsi, ammesso che ne sia capace.
Adesso vado su: so bene che saranno insieme. Mi porto il fucile: chissà che non riesca a terrorizzarlo e a farlo scomparire per sempre dalla nostra vita.

FRANCE
Roby e Alex sono venuti da me ieri sera. Mi hanno proposto di fare un affare insieme a loro, vogliono comperare un autosalone. In questi anni, che tutti chiamano del boom, ciascuno vuole comperare una macchina, che è diventata un po' il simbolo del benessere, anche se è solo una piccola 600 Fiat. Chi è ricco compera macchine sempre più care e sempre più belle, per dimostrare a tutti la sua ricchezza e la sua forza.
I ragazzi hanno già trovato anche i locali, in corso Buenos Ayres. Loro pensano che quei venti milioni potrei chiederli a Laura, che tanto suo marito è straricco. Devo dire che questa idea non mi piace granché.
Certo, i primi tempi il conte mi dava dei soldi per le mie prestazioni ma adesso è tutto diverso. Quando facciamo l'amore il conte non c'è (lo dobbiamo fare di nascosto), lui e quella maledetta macchina fotografica.
Laura è stata con centinaia di uomini ma mi piace pensare che sia stato un teatrino fatto soltanto per compiacere il marito, per carità , ottimamente recitato.
Non capisco lui, impotente e quindi inutile, ma soprattutto non capisco lei, perché si sia piegata a questo gioco, che ben presto è diventato un gioco al massacro, con l'unico risultato di di sentirsi più vuoti e più soli, e questo lo capisco bene.
Sono contento che mi ha incontrato!
La prima volta che abbiamo fatto l'amore, non la prima ma la prima da soli, non abbiamo detto niente, (e da lì in poi sempre in silenzio) e lei, come una gatta, mi si è arrampicata addosso e mi ha stretto con forza. So che mi ama, anzi, ci amiamo. Non potrà negarmi di parlare col marito per quel prestito.

LAURA
In questa vita, che sta diventando sempre più miserabile, mi è capitato qualcosa di nuovo. Mio marito mi ha portato a casa, ieri pomeriggio, un meraviglioso ragazzo, con due occhi blu come il mare di Itaca e Cefalonia, e una mascella da far invidia a Mussolini.
Chissà dove cazzo lo ha raccattato. Non avevo nessuna voglia di scopare ma Camillo non conosce la parola no. Per cui, dopo che lui è andato a prendere l'attrezzatura fotografica, è cominciata la sceneggiata. E “occhi blu”, col quale avevo scambiato neanche due parole, non solo si è dimostrato all'altezza del compito richiesto ma ha avuto una delicatezza che mi ha stupito. Prima di iniziare mi ha detto “mi scusi” (mai successo). Anche Camillo era eccitato e deliziato, mi sono accorta che è venuto prima di noi.
Non me lo devo far scappare: un amante così lo vorrebbe ogni donna. Sentire la sua testa appoggiata sul mio ventre mi ha trasmesso un calore che mi ricorda tutti i bambini che non sono riuscita ad avere, e in quel momento gli occhi mi si sono allagati.
Camillo l'ha mandato subito via, con un pacchetto di banconote da diecimila, ma non prima che io fossi riuscita a mettergli in mano una strisciolina di carta con il numero di telefono del mio appartamento privato. Si è preso i soldi che gli ha dato Camillo con un po' di incertezza. Non me lo devo fare scappare.

CAMILLO
Finalmente sono riuscito a convincerla a sposarmi. non è stato facile: l'ho irretita coprendola di regali, e facendole balenare l'illusione di una vita immersa nel lusso più sfrenato. Viaggi, gioielli, amici importanti, il cinema, persino. L'ho frastornata con tutte queste cose, fino a farle mettere in secondo piano il fatto che il debito coniugale lo dovesse pagare come volevo io.
Non mi piace andare con una donna. Ci ho provato alcune volte ma non mi piace. Non sopporto di lasciarmi andare. In quei momenti non sono soltanto nudo, sono pericolosamente indifeso. E non mi piace per niente, perché dalla pancia mi sale un'angoscia che mi tronca il respiro. E devo scappare. E' molto più semplice, e anche più divertente, guardare gli umani che scopano, così come le bestie che si accoppiano. E più sono simili alle bestie e più mi diverto, e in fondo li invidio, loro che non si fanno tanti problemi.
La macchina fotografica ben presto è diventata una necessità. Leica, naturalmente, per un uomo del mio rango. L'ho fatta venire apposta dalla Germania; il fotografo mi ha consigliato di corredarla di un obiettivo 50 mm, perché dice che è quello più simile alla visione dell'occhio umano. Quando sfoglio il mio album il controllo è totale, e la mia ansia è a zero. Bene. Ricominciamo.

LAURA
Sono andata via di casa un mese fa, non ne potevo più.
Tutto mi stava stretto: non sopporto l'essere poveri. A scuola ho conosciuto delle ragazze della mia età, ricche, e il poterle frequentare mi ha aperto l'orizzonte su un mondo di cui non sospettavo l'esistenza.
Meno male che ho un corpo che, adeguatamente velato, fa venire grandi voglie a questi ragazzotti di provincia. Ma non voglio concedermi a questi zotici. Voglio un uomo ricco, che mi faccia diventare famosa, magari come un'attrice del cinema. Voglio essere circondata e coccolata da uomini ricchissimi che mi dimostrino di desiderarmi alla follia.
Voglio tutto quello che non ho avuto, e che ho il diritto di avere. Gli uomini mi desiderano. Io desidero i loro soldi. Si può fare. Si deve fare.





lunedì 11 febbraio 2013

Ignoto militi


Tante volte la mamma mi ha fatto vedere quel documentario, quello del treno che ha trasportato il soldato sconosciuto morto, da Aquileia a Roma, e tutta l'Italia al passaggio lo salutava. Con lui se ne sono andate le speranze di una generazione di italiani, perché i regnanti europei si volevano fare i dispetti. Bastardi.
Io sono cresciuto così, col sentimento del ricordo e col desiderio di non far piangere mai la mamma. Non è stato facile, specie quelle sere accanto al fuoco, mentre facevo i compiti, e la mamma, mentre faceva la calza o rammendava, a momenti si fermava, e dagli occhi che guardavano lontano incominciavano a sgorgare copiose le lacrime. La abbracciavo forte allora, ma capivo di non poter consolare il suo dolore con i miei baci. Il babbo, il Dottore, come lo ha sempre chiamato in mia presenza, non l'ho conosciuto.
Lei l'ha conosciuto quando è venuto a fare il medico condotto nel paese vicino, con la famiglia, e gli ha donato la sua giovinezza. Non posso sapere nulla di questo amore, che per parte della mamma è stato assoluto e incondizionato. So che quando lei è rimasta incinta lui è semplicemente scomparso. Solo una piccola rimessa mensile è stata il simbolo del ricordo. Oggi non sarebbe più così, ma a quel tempo la mamma non disse una parola e accettò, solo per me, di essere esclusa dalla vita di lui. Morì tanti anni dopo, senza mai aver proferito una parola cattiva verso quell'uomo che le aveva dato le cose più belle e le cose più brutte della sua vita.
Se oggi ho questo lavoro da operaio metalmeccanico dell'Italsider lo devo a lei, che ha avuto l'ostinazione di farmi finire quella scuola professionale, che ho sempre odiato. E anche questo lavoro lo odio. Mi permette soltanto di proseguire quella vita modestissima che ho sempre fatto con mamma. I turni in fabbrica sono pesanti, e quando sono all'altoforno la sera a casa non riesco neanche a respirare bene. Quelle sere mi monta su una carogna che uscirei e, avendone la forza, ammazzerei la prima persona che incontro, solo per sfogarmi, e gridare al mondo il mio diritto alla felicità. Felicità che non ho nemmeno ancora assaggiato.
Domenica pomeriggio mi è capitato un fatto strano.
Passeggiando sul corso per fare venire l'ora di cena, ho incrociato un uomo anziano, che camminava appoggiato a un bastone, che mi assomigliava tantissimo. Sul momento non ci ho fatto molto caso ma a casa, mentre il telegiornale snocciolava le solite sciocchezze, mi è ritornato insistentemente in mente, e mi sono persino alzato a guardarmi bene nello specchio del bagno.
Mi è balenata nel cervello un'idea pazza. E se fosse lui? Io sono nato nel 19.. quindi lui, come mi diceva la mamma, dovrebbe avere circa trenta anni più di me. Quel vecchio aveva almeno 75 anni, quindi l'età ci starebbe. Non so neanche io cosa pensare. Me ne vado a letto ma non riesco a dormire, quel volto mi si presenta davanti e ogni volta che mi giro assume un'espressione diversa.

Stamattina in fabbrica sono assonnato, ovviamente. Lavoro con il minimo impegno e aspetto soltanto l'ora di uscire: chissà se lo incontrerò di nuovo. Il fato mi aiuta, e non poco: non solo lo incontro ma lo vedo inciampare e vacillare: con un balzo gli afferro il braccio destro e gli impedisco di rovinare a terra. Mi guarda con riconoscenza, con occhi velati. Lo accompagno al bar, perché si vede che si è spaventato, e gli offro un caffè, l'unica cosa che posso permettermi: infatti io non lo prendo. Mi dice che non dovrebbe uscire ma che non ne può fare a meno, perché vive da solo e stare tutto il pomeriggio in casa lo fa impazzire. Parla con difficoltà e non riesco a capire bene tutto quello che dice, anche perché continuo a guardarlo negli occhi. E' lui, ne sono sicuro, ma come fare ad averne la certezza?
Gli dico allora che qualche volta posso accompagnarlo io, quando non lavoro, così da poter uscire a fare quattro passi più tranquillamente, e così gli si illuminano quegli occhi umidi da vecchio, e non la smette più di ringraziarmi. Mi spiega dove abita e restiamo d'accordo che andrò giovedì, alle cinque della sera.
Così sono cominciate le mie passeggiate con questo vecchio, ed è probabile che anche lui si sia reso conto che ci assomigliamo come due gocce d'acqua. Mi parla sempre con quella sua parlata difficile, è di natura chiacchierone così come io sono di natura taciturno. Io ascolto e cerco di farmi un'idea della sua vita. Tante cose mi ha raccontato nel giro di questi mesi. Della moglie e dei figli, lei morta e loro fuori Novara, per forza di cose poco presenti.
Quando ha incominciato a raccontarmi del suo lavoro ho capito che avrei potuto farcela, a capire se avevo ragione. Mi ha detto che si è laureato a Torino nel 19.., con lode e pubblicazione della tesi, sull'endemia di gozzo nella val Curone, e il relatore era stato il Pierantoni, illustre Clinico Medico. Naturalmente ha dovuto anche spiegarmi cosa fosse “endemia” e cosa fosse “gozzo”. Ma io lo ascolto rapito. Questo vecchio, e non dovrei proprio dirlo, mi sta incominciando a diventare simpatico.
L'asino è cascato quando mi ha raccontato che per un certo periodo ha dovuto fare il medico condotto a C.... Da quel giorno non ho più avuto dubbi, e le nostre passeggiate erano avvelenate dal desiderio di abbracciarlo mescolato assieme all'impulso di spaccargli la testa a calci, per come si era comportato con la mamma.
Diventavamo sempre più “amici”, e non avevo cuore di allontanarmene.
A Natale si presentò con una busta in mano e quando io gli dissi “ma Dottore, non è assolutamente il caso” ci restò parecchio male, tanto che io mi misi la busta in tasca e cambiai discorso. Solo a casa mi ricordai di aprirla e rimasi a bocca aperta quando ci trovai dentro l'equivalente di tre mesi di stipendio. Non sapevo più cosa pensare. Che mi avesse riconosciuto anche lui? Che mi volesse dare una mano? Del resto il mio lavoro lo conosceva e avrebbe potuto ben immaginare il mio cronico bisogno di soldi. Misi la busta nel cassetto del comodino, per tempi più difficili. Quella notte il mio sonno fu più sereno, e sognai un Babbo Natale con le sue fattezze.
E così andarono avanti le nostre passeggiate, per qualche mese, e ogni tanto lui si presentava con la busta in mano, che io accettavo e intascavo. Ma mai, lo posso giurare, gli chiesi un solo centesimo, così come mai mi permisi di parlare della mamma. E dire che ne avrei voluto tanto desiderio.
Oggi il portiere mi ha detto che il Dottore si è dovuto ricoverare in ospedale. Grazie a un amico infermiere sono riuscito a entrare in ospedale fuori dall'orario di visita, non voglio incontrare nessuno. Non l'ho visto bene per niente. Respirava a fatica ma è stato contento di vedermi. Poche parole abbiamo detto, e lui le sussurrava. Prima di andarmene gli ho detto: “Stia tranquillo, dottore. Ci vediamo domani”. E' morto nel pomeriggio.
Sul giornale c'è scritto che il funerale sarà mercoldì mattina, alle nove, e io, a costo di farmi licenziare, mi sono dato malato. Non c'è tantissima gente. Ci sono i figli, i nipoti, i vecchi amici. Tutta gente che io non conosco. Qualcuno mi guarda con occhio curioso, forse per il mio abbigliamento da operaio. Mi addosso al muro in fondo alla chiesa e per la prima volta riesco a pensare a lui come mio Padre, e vorrei andare ad abbracciare la bara. Ma non posso, sono un bastardo. E anche alla fine della funzione cerco di nascondermi dietro le altre persone. Nessuno deve sapere, nessuno deve capire.
Andrò a salutarlo per bene al cimitero, sempre che riesca a capire dove sarà.


P.S. Nel cassetto del comodino del Dott. G.G. i figli trovarono una lettera indirizzata all'operaio, chiusa e col francobollo, che, per rispetto al Padre, spedirono.
Noi siamo riusciti ad avere la possibilità di leggerla.
“Caro Nicola, riceverai questa mia quando non potremo fare più le nostre passeggiate. So bene che mi hai riconosciuto la prima volta che mi hai visto ma tu non sai, forse, che anche io l'ho fatto, e stavo per cadere proprio per quel motivo. Quante volte avrei voluto abbracciarti e quante volte mi sono trattenuto! Ho sempre pensato di non essere degno della tua considerazione, e ne sono tuttora convinto, mentre il mio respiro è sempre più debole. Non c'è bisogno di essere medico per capire che si sta morendo. Scusami per tutto il male che ho fatto a tua madre e a te. Ho imparato bene cosa vuol dire “dolore dei peccati”, e questo dolore, anche in questo momento, è ancora lacerante come il primo giorno. Spero che con i miei piccoli aiuti la tua vita sia un po' migliorata, anche se non potranno mai ripagare la sofferenza che vi ho imposto.
Ti abbraccio con tutta la forza che mi rimane.
Tuo Padre, che si è privato del piacere di sentirsi chiamare da te “Papà”.



giovedì 24 gennaio 2013

Pitches - 1

Solo una piccola spiegazione.
Pitch è un foglio con dieci righe scritte. Deve colpire la fantasia di un produttore di Hollywood e convincerlo, con la lettura di un minuto, a fare un film con quella storia.
E' il compito che l'apprendista scrittore si è prefisso in questi giorni in cui fa anche un breve corso di scrittura per il cinema.
Si augura pertanto che i suoi pochi ostinati lettori vogliano dirgli con grande franchezza se questa storia ha un barlume di originalità.


Donatella è medico pediatra, prepensionata. Va ogni tanto in Ospedale perché i colleghi la chiamano: lei sa leggere nella sofferenza di un bambino.
Alcuni anni fa ha perso un bambino e, insieme, il marito.
Un giorno visita un bambino che porta lo stesso cognome del marito e gli assomiglia da morire: capisce che è il figlio di lui. Questo bambino ha pressapoco l'età del figlio che lei non è riuscita a far nascere.
Donatella sa benissimo cosa ha il bambino. E' combattuta tra il suo dovere di medico e il desiderio di punire il marito che è scappato. Insiste per vedere il padre e lo minaccia di non curare suo figlio. Vuole vederlo piangere.
Il giorno dopo si attarda a parlare col bambino, come avrebbe fatto una mamma.
Donatella darà la dritta giusta ai colleghi. La febbre incomincia a scendere.


lunedì 21 gennaio 2013

La tigre

L'appuntamento era alle quattro e mezza, per fortuna non troppo presto, così da non avere ancora il pranzo sullo stomaco, né troppo tardi, per permettergli di tornare a casa a un'ora decente, senza suscitare sospetti e in tempo per la cena.
Uscito dal lavoro con la più classica delle scuse, il dentista, intanto che guidava gli venne da chiedersi da quanto tempo era stato stabilito quell'incontro. Non riusciva a ricordarlo con precisione, giorni, certo, ma il giorno preciso in cui gli aveva scritto "vieni a prendere il caffè da me alle quattro e mezza" non riusciva proprio a ricordarlo. Frase ambigua, senz'ombra di dubbio.
Ricordava invece molto bene la sensazione che aveva avuto leggendola: quella sensazione, provata poche volte nella vita, di avere a disposizione i denti e il pane. 
Già molti anni prima il suo cuore aveva sobbalzato per quella donna. E infatti a quel tempo ci aveva provato, almeno come lui era capace di farlo, ma la liason si era a un certo punto bloccata contro un ostacolo, che lui, più o meno inconsapevolmente aveva frapposto. 
Di recente c'era stato un riavvicinamento, forse perché lei, uscita da una qualche storia disastrosa, aveva sentito il bisogno di ricominciare subito. E quindi, nel breve volgere dei giorni compresi fra febbraio e aprile, si era conquistato quell'invito, "vieni a prendere il caffè da me".
La tigre abitava da sola, in un palazzo storico del centro di Mantova, nel quale il padre le aveva lasciato qualche appartamento, in uno dei quali aveva messo a vivere la figlia, ben controllabile. A quel tempo aveva un paio di anni più di lui. Aveva sempre coltivato una smagliante forma fisica, che era la sua maggior fonte di gioia. Faceva un lavoro normalissimo, che lei considerava di grande importanza: al di là di questo neo era una donna carina, giovanile, aperta, e non dava certo l'idea della tigre. Lui la vedeva con gli occhi velati dal sentimento e molto difficilmente avrebbe immaginato come sarebbe andata a finire.
Lui era un ometto qualsiasi, non insignificante, si badi bene, ma una persona comune nel più ampio senso della parola, con un lavoro comune, se pur discretamente retribuito, una famiglia comune, una moglie e due figli e una comune mancanza di qualsiasi interesse. L'età e la gola gli avevano fatto aumentare troppo il giro vita, e per lui la forma fisica era soltanto il ricordo della giovinezza. Cercava di lavorare poco e di mangiare tanto quando è a tutti noto che bisogna fare il contrario.
La sua "ossessione fondamentale" erano le donne. Non riusciva a vedere o a parlare a qualsiasi donna senza immaginarsela fra le proprie braccia, bisognosa di affetto e parimenti pronta a darne. Anche le donne casualmente incontrate nell'ambito del suo lavoro, un ufficio pubblico, suscitavano in lui fantasie molto perverse, come ad esempio un viaggio in pullman da Mantova a Venezia con la mano stretta nella mano, senza alcuna necessità di parlarsi, oppure qualche bacio ben dato su quel muretto appena fuori da paese natìo, in una luminosa notte d'agosto, su quel muro dove le coppiette si distanziavano spontaneamente di una cinquantina di metri. Insomma il nostro eroe voleva vivere una vita da quindicenne, e non voleva rassegnarsi all'idea di avere quarant'anni di più. Forse, e dico forse a ragion veduta, a quindici anni queste cose gli erano mancate, lasciando un vuoto che reclamava di essere riempito.
La tigre invece aveva sposato il primo amore, quello che probabilmente le aveva dato a quindici anni quelle cose che ad Alberto erano mancate. E aveva cercato di tenerselo stretto il più possibile, anche donandogli una figlia. Del marito della tigre non abbiamo notizie  precise: certo è che a un certo punto si trovò un'altra, che poi avrebbe anche sposato, e lasciò la tigre sola senza tanti discorsi. 
Alberto intanto si cercava un parcheggio. E un fiorista. Se vai a casa di una donna, e c'è anche una remota probabilità che scopi, è forse opportuno che tu faccia il signore, foss'anche la prima volta della tua vita. Obbligatorie le rose rosse, col gambo lungo, appena sbocciate, come l'illusione del vostro amore. Non gli bastarono i liquidi che aveva in tasca: usò il bancomat, incurante della traccia. Però un mazzo degno di una regina, pensò lui infilandosi nel portane con difficoltà. "Suona al tredici", gli era stato detto.
Si ascoltò il cuore: batteva, certo, meno velocemente di quello che si sarebbe ragionevolmente aspettato.
La porta di casa era socchiusa. 
Venne risucchiato dalla bocca di lei, senza una parola. Le rose caddero sul tappeto. Erano entrambi circa della stessa altezza per cui il bacio poté protrarsi a lungo - oggi chi mai potrebbe dire quanti minuti? - in un silenzio interrotto soltanto dagli schiocchi delle lingue. 
Già da quel momento però, anche se piacevole oltre ogni dire, la mente di Alberto vagava, gli affioravano alla coscienza ovvi rimorsi e meno ovvie fantasie che con quel momento e con quel contesto non avevano niente a che fare, tarli di un momento di felicità. E lui non ci poteva fare niente. 
La tigre lo trascinò verso la camera da letto e lui la seguì con difficoltà, con le labbra ancora appiccicate dalla saliva di lei. Pensò alla trasmissione del virus della mucca pazza, attraverso le secrezioni.
Fu molto più veloce la tigre, a spogliarsi, priva di qualsiasi pudore, felice di esibire il suo corpo statuario, mentre lui, anche se fosse stato l'Apollo del Belvedere, avrebbe avuto la stessa difficoltà a svestirsi. Si sentiva molto più Efesto e il levarsi i calzini gli costò parecchio.
Oltretutto con la finestra aperta, "sta tranquillo, tanto non ci può vedere nessuno". "Tranquillo un cazzo, stupida, come fai a non accorgertene".
In quell'attimo il pensiero parassita fu la fuga, poco proponibile dall'ultimo piano.
La tigre gli si avvinghiò addosso: praticamente lo immobilizzò. Sempre in silenzio, come a seguire con diligenza un suo preciso piano strategico. A dir il vero anche lei ebbe un attimo di perplessità, forse abituata a ben altro genere di reazioni, o almeno a una qualche reazione.
Soffocando una risatina si applicò a cercare di ottenere, questa volta necessariamente in silenzio, quel tipo di risultato che avrebbe alla lunga potuto soddisfare anche lei.
Niente, era come avere a che fare con un condannato a morte. Comunque anche questi tentativi si protrassero a lungo e, come nel caso dei baci di poco prima, non possiamo precisamente dire per quanto tempo. Alla fine del quale entrambi reputarono saggio accendersi una sigaretta.


giovedì 17 gennaio 2013

Lavasecco automatica


I
Walter era appena arrivato a casa, non erano ancora le nove. Era andato in lavanderia a fare il risciacquo delle macchine, a stirare una considerevole pila di camicie e aveva anche lavato per terra. Tutto era stato lasciato in ordine.
Quella lavanderia suscitava in lui sentimenti ambigui: certo, era la principale fonte del suo sostentamento, e in quei tempi non era poco, ma era allo stesso tempo una schiavitù, un dovere quotidiano che veniva inevitabilmente avanti a tutto. E a tutte.
Essere il dominus di una lavanderia automatica, aperta 24 ore su 24, richiede energie spirituali non indifferenti, per cui la vita di relazione di Walter era pesantemente condizionata, e ogni appuntamento a una cert'ora doveva essere interrotto, proprio come Cenerentola, con la quale Walter si sentiva, a parte la differenza di sesso, profondamente affine.
Aveva provato, una volta che aveva conosciuto una bionda particolarmente intrigante, ad affidare la gestione di un paio di serate a un giovane pugliese, associando le banconote del compenso a una check-list molto dettagliata di cose da fare. Gli era sembrata un'idea perfetta: nessuno avrebbe potuto sbagliare. Quello invece c'era riuscito e i soldi che Walter aveva speso per far riparare una delle tre lavatrici lo avevano indotto a rinunciare per sempre a un aiuto esterno.
Arrivò a casa con l'umore a terra, come da qualche tempo a questa parte.
Il suo medico aveva deciso di costringerlo a mettersi a dieta e quindi in frigo c'erano solo cavolfiori bolliti, tre giorni prima, e una mattonella di crescenza, a un angolo ricoperta da una polverina verdastra. Acqua, naturalmente, a volontà. Nella fruttiera alcune mele, ma non di quelle buone. Anche la lampadina appesa al soffitto trasudava malinconia. Per un attimo fu sul punto di reinfilarsi il cappotto e di andare in trattoria, almeno per vedere qualche essere vivente. Si sedette invece a tavola e incominciò a sbocconcellare il pane rimasto, ultimo tozzo della sua preparazione domenicale da un kilo di farina integrale. Era buono il suo pane, anche il giovedì. Accese lo stereo: la radio trasmetteva l'ouverture del Pipistrello, e con un tale brio che, anche se odiava il ballo, gli venne voglia di alzarsi, di abbracciare una seggiola e di fare un giro attorno al tavolo. Bello Strauss, però. Si aprì una scatoletta di sgombro: voleva festeggiare.
Dopo mangiato incominciò a fumare, naturalmente tossendo, e si accomodò davanti al computer, la sua personalissima finestra sul mondo.
Walter cercava, con grande accanimento, notizie di cronaca in tutti i giornali on-line del mondo, ma notizie particolari: le notizie che lui chiamava “quelle che fanno bene al cuore”. E quando ne trovava una ne gioiva e la archiviava accuratamente per poi potersele andare a rileggere nel momenti di più cupa disperazione, perché malinconico lo era sempre.
Quella sera, che non avrebbe dimenticato, trovò del tutto casualmente un banner, cioè una réclame, di una telecamera “da guardia”. Questo aggeggino permetteva di riprendere locali anche di una certa metratura e aveva persino l'audio incorporato. Era facilmente occultabile perché l'obiettivo aveva un diametro di quattro centimetri e poteva essere gestita dal telefonino.
Oddio, non era proprio a buon mercato. Walter pensò ad alta voce che la sicurezza del locale sarebbe notevolmente aumentata. In realtà era la possibilità di ascoltare e vedere i clienti non visto, che gli procurava una sorta di eccitazione sessuale. Ma non voleva rendersene conto.
Decise di comperarsela, del resto era parecchio che non si faceva un regalo, e secoli che non riceveva un regalo, anche se faceva finta di dimenticarselo. Scrisse i numeri della carta di credito e premette Invio.

II
Adesso stare a casa era più divertente, era come andare in trattoria ma un po' più stimolante, perché i clienti della lavanderia, ignari di essere visti, erano del tutto liberi nell'espressione di sé stessi.
Passando i giorni Walter imparava a conoscerli e a riconoscerli, e a farsi un'idea – al limite sfruttabile anche a fini commerciali – del tipo medio che frequentava il suo negozio.
E il tipo medio che frequentava il suo negozio era come lui, il classico tipo “solo come un cane”, con una qualche piccola disponibilità economica che gli permetteva di non doversi lavare la biancheria da solo, ma non molto di più. Impiegati, commesse, gente con abiti dimessi, tristi anche questi come i loro padroni.
Gente che non aveva ancora perso la dignità dell'abito in ordine, anche se giacche e pantaloni erano di colori talmente diversi fra loro da fare a pugni. Era quella l'unica violenza che potevano permettersi. Giovani e meno giovani, accomunati dalla voglia di trovare una qualsiasi scusa per stazionare a casa il meno possibile, dove li aspettava un tavolo e un letto vuoto.
I giorni passavano e Walter trovava che quell'attività di piccolo spionaggio gli aveva un pochino migliorato la vita. Non è che facesse i salti dalla gioia, intendiamoci, però arrivava a casa con una certa curiosità, e stava intere serate davanti al monitor del computer a vedere la telenovela della realtà. E più la sera avanzava e più gli incontri si facevano curiosi.
L'avevano colpito in particolare due persone.
Erano comparse in TV pressoché nello stesso periodo e, nel giro di poco, avevano incominciato a parlarsi sempre di più e sempre più volentieri. Walter, senza fare troppo caso a quello che si dicevano, vedeva le loro espressioni cambiare di giorno in giorno, e dopo qualche tempo era riuscito a percepire, molto facilmente perché la conosceva benissimo anche lui, un'evidente espressione di ansiosa attesa negli occhi del primo arrivato. La stessa espressione che gli faceva venire in mente come stava lui quando aspettava quella donna che per un certo tempo gli aveva fatto dimenticare la sua solitudine, anche se poi, per dirla chiaramente, non gli aveva concesso neanche un bacio. E lui alla fine non era riuscito a reggere al tormento di quella passione non corrisposta. Ma non gliene faceva una colpa. Capiva bene che l'amore non si può ottenere facendo qualcosa. Si dona, se si vuole.
Si concentrò sui due piccioni.
Ogni volta che Walter osservava la donna cercava di mettere a fuoco dove l'avesse già vista, ma era difficile ricordare. Una sera il flashback si schiarì, e la vide cantare in quel teatro dove era andato parecchio tempo prima. Una cantante, quindi.
Era una bella donna dai capelli lunghi e scuri, leggermente radi, alta, con un'espressione aperta e un sorriso intrigante da morire. Veniva due o tre sere alla settimana, dopo le sei, probabilmente all'uscita dalle prove. Portava con sé un grosso sacco di biancheria. Non può essere soltanto la roba di due persone, pensò Walter. Caricava la lavatrice e si sedeva dolcemente sugli sgabelli, con un giornale in mano, senza alcun desiderio di leggerlo. Nel giro di un quarto d'ora arrivava lui. Ancora più alto di lei, miope da morire, con un'andatura dinoccolata.
Non caricava nemmeno la lavatrice. Posava il sacco, quello sì di un single, e incominciava a parlarle. Dopo i primi incontri il volume della conversazione era diventato veramente basso, nonostante la manopola del volume fosse al massimo, e non era neanche possibile leggere il labiale perché si parlavano all'orecchio, stando seduti l'uno a fianco dell'altra.
Lei annuiva e rispondeva, qualche volta sorridendo. Chissà cosa le potrà mai avrà detto lui per farla ridere.
Dopo qualche tempo lui si fece più intraprendente e una sera che Walter era arrivato tardi li sorprese mano nella mano. Lui aveva un'espressione difficilmente cancellabile dalla memoria. L'espressione di chi non ha niente ma è convinto di avere tutto. Felicità allo stato puro. Felicità che trascendeva, molto semplicemente, il tempo e lo spazio. Felicità di un attimo, certo, ma un attimo che vale cent'anni.
Quanti anni avrà avuto quel giovane? Forse gli stessi anni che avrebbe avuto suo figlio, se fosse nato.
Quella sera Walter andò a dormire con così tanta tristezza addosso che avrebbe voluto chiudersi dentro un cassetto.
Ma come tutte le cose belle anche i due giovani, dopo pochi mesi, finirono per non venire più alla lavanderia e a Walter restò sempre la curiosità di sapere che fine avessero mai fatto. E soprattutto se avessero continuato ad amarsi.
Non si sentì più di accendere la telecamera.
Una domenica andò al canile municipale e si prese il bastardo più magro e sparuto che ci fosse.
Ricominciarono insieme a riempire il frigorifero, e lo stomaco.


giovedì 3 gennaio 2013

Anna e Paolo 2: il commissario Pelle


Il Commissario Pelle non sopportava quelle sveglie improvvise, quelle telefonate nel mezzo della notte che gli ricordavano quella ricevuta dall’ospedale, quando suo padre era morto.
Per cui arrivò sul luogo dell’omicidio incazzato e isterico. Farina, il suo assistente, caì al volo che non era il caso di contrariarlo: il Dottor Pelle in fin dei conti era un buon cristo e un apprezzabile superiore.
Era un ometto troppo grasso per essere alto soltanto un metro e sessanta, con una vistosa pelata incorniciata, solo dal di dietro, da una banda di capelli nerissimi e ricci spessa due dita, e con due baffoni a cespuglio, corvini anche loro. Gli occhi, azzurri come il cielo, erano poco verosimili, tanto che i suoi colleghi pensavano che Pelle si tingesse i baffi e i (residui) capelli. Il suo problema era solo l’avvicinamento inesorabile del giro vita all’altezza, che ne faceva sostanzialmente un cucciolo di leone marino, un’otaria baffuta.
Incontrandolo per la strada non poteva non indurre al sorriso. Del leone però aveva il carattere e il segno zodiacale, e ben lo sapeva chi,per propria sfortuna, aveva dovuto subirne l’interrogatorio, feroce. Pelle portava un vecchio basco comperato a Genova e un cappotto grigio logoro e con il 50% dei bottoni, per cui a vederlo girare di prima mattina non dava certo l’idea di essere uno dei più fini segugi della Polizia di Ferrara. Sembrava piuttosto un barbone, accompagnata in caserma da un agente in divisa, che invece era il suo assistente. Pelle sapeva benissimo qual’era l’impressione che dava il suo aspetto, cionondimeno lo coltivava e in un certo senso se ne gloriava.  Era mancino e, per sua fortuna, era sempre stato assecondato in questa sua differenza: lui riteneva, non senza qualche ragione, che avere l’emisfero cerebrale destro dominante lo potesse aiutare a capire quello che passava per la testa degli umani, che poi era proprio il suo mestiere.
Si riteneva un bravo cuoco, e quindi era del tutto rassegnato a quell’impressionante giro vita. Con suo hobby allestiva cene per intimi amici, non meno di venti per volta, che si trasformavano in saturnali.
Detto questo è ben facile immaginare che anche lui lavorasse per la pagnotta, come tanti, e coltivava il sogno di un ristorantino con venti sedie, non una di più.
Pelle voleva bene a Farina, cionondimeno quando era incazzato anche Farina doveva starsene a distanza di sicurezza, perché se no le grida si sentivano da un piano all’altro della caserma.
Quella mattina era comunque di umore pessimo, per la levataccia e per la digestione nulla delle trenta acciughe ripiene della sera precedente; eppure si era bevuto una bottiglia di Traminer, tutta, per digerire bene.
Entrò dentro la pizzeria, abbagliato dalle luci accese. Sul fondo, vicino al bancone del pizzaiolo, era disteso per terra a coprire il cadavere un lenzuolo, troppo piccolo, dal quale spuntavano a un’estremità caviglie e piedi, nerissimi. Due belle caviglie e due bei piedi, ancorché di  taglia superiore al 40, dentro scarpe nere senza tacco, non prive di una certa eleganza, notò Pelle.
Si guardò intorno: una pizzeria come tante altre, forse un po’ deprimente per il troppo neon. Qualche seggiola per terra, lo spigolo del bancone del pizzaiolo sporcato di sangue.
Pelle prese un angolo del lenzuolo e lo spostò il più delicatamente possibile, per scoprire completamente il corpo. Il volto era tumefatto e coperto di sangue, un’orbita apparentemente svuotata, alcuni denti rivolti all’indietro. La fisionomia della donna non era più riconoscibile. Pelle ebbe un senso di sconforto, pensando alla ferocia che si era accanita su quel volto, ferocia senza senso. Il resto del corpo, invece, non presentava segni di violenza, almeno a un primo esame. Sembrava una donna giovane, con un gran bel corpo, un bel seno e due bellissime gambe, vestita con una divisa da lavoro che finiva ben al di sopra del ginocchio. Con la stessa delicatezza Pelle rimise a posto il lenzuolo: rispettava i morti, chiunque fossero stati, figuriamoci quella povera ragazza.
Si sentiva uno straccio. Fece chiamare la scientifica.
Si allontanò di qualche metro e si mise a sedere a un tavolo, per interrogare il patron della pizzeria, che aveva trovato la ragazza. “Per favore mi porti subito qualcosa da bere” fu la prima frase di Pelle. L’uomo, sorpreso, rispose però con grande prontezza “Stravecchio?” “Perfect, ma porti la bottiglia”.  L’uomo andò al bar, prese la bottiglia e un bicchiere e tornò a sedersi. Pell esi era già acceso la sigaretta, incurante dell’assenza del portacenere sul tavolo. L’uomo si rialzò e andò a prenderlo.
L’interrogatorio, ma non era un interrogatorio, fu breve. L’uomo raccontò che la ragazza era un’emigrata dal Rwanda, da molto in Italia e con i documenti in regola. Lui l’aveva assunta da pochi mesi e le aveva dato in affitto il bilocale sopra la pizzeria, scalandolo dallo stipendio, s’intende. La ragazza era cameriera e donna delle pulizie, e questo spiegava la sua presenza nel locale alle sei del mattino. I pasti li consumava lì in pizzeria. Giorno di libertà: il mercoldì, giorno di chiusura della pizzeria. Lamentele: nessuna. Cosa facesse il mercoldì a lui non era dato di saperlo. Uomini: mai visti.
Pelle lo interruppe chiedendogli se fosse sposato “certo, con tre figli di 5, 4 e 3 anni”, rispose con malcelato orgoglio. Pelle avrebbe anche voluto chiedergli se aveva la televisione in casa ma era sicuro che non sarebbe stato capito.
Quello che gli interessava vedere l’aveva visto e quello che voleva sapere l’aveva saputo. Era già sicuro che quello era un delitto commesso da uomo o donna che dieci minuti prima di farlo non ci pensava nemmeno. Ci doveva essere stata una scintilla.
Gli chiese infine, spegnendo col pollice la terza sigaretta, chi fossero gli avventori della sera precedente. L’uomo ricordava una comitiva di una ventina di ragazzi, una terza media a occhio e croce, arrivati presto e andati via presto. Poi, sul tardi l’uomo ricordava una coppia di adulti, ben vestiti, forse usciti dal teatro. Lei era molto bella,  rossa di capelli. L’uomo ricordava bene che, entrati entrambi di buon umore e sorridenti, uscirono immusoniti, forse perché l’uomo aveva rivolto un complimento di troppo ad Aisha. Di tutto ciò Pelle prese nota diligente.
Erano arrivate le 9. “Farina! Andiamo a fare colazione!” gridò Pelle, alzandosi e infilandosi il cappotto. Il primo caffè del mattino lo pagava sempre lui.

martedì 1 gennaio 2013

Fontane


Giannino era contento da morire quando gli dissero che sarebbe andato dalla zia Angela. Non succedeva spesso ma quella volta mamma e papà si erano, finalmente, decisi a fare quel famoso “viaggetto” in Costa Azzurra, che poi sarebbe durato un paio di settimane. E quindi, per custodire il Killer, si erano rivolti ad Angela, cugina prima di mamma, donna minuta ma volitiva, mite nell’apparenza ma ferrea nelle decisioni. Temporaneamente sola, pertanto ottima per tenere a bada il Delinquente, provare a fargli fare qualche compito, insegnarli un po’ di educazione. Oltretutto cuoca raffinata, e con gran gusto estetico per i piatti da portare in tavola.
La casa della zia Angela era a un dipresso dal mare e lei contava di stancare la Belva con lunghi bagni mattutini, così da potersi godere almeno un paio d’ore di pace nel pomeriggio, durante le quali Attila avrebbe dormito. Mai calcoli furono più smentiti dai fatti!
Restava comunque il fatto, di molto tranquillizzante, che per qualsiasi emergenza Paola, la sorella sposata di Giannino, era presente in città, e a lei Angela avrebbe potuto rivolgersi per ogni bisogna o, al limite, per la riconsegna del “pacco” alla legittima famiglia, cosicché papà e mamma avrebbero potuto terminare tranquillamente il loro giro.
Paola non aveva preso con sé in prima battuta il Ciclone perché il suo sposo, dopo l’incendio della camera da letto, le aveva imposto di non farlo mai più entrare in casa.
Giannino dal canto suo non stava più nella pelle: sapeva che avrebbe fatto i bagni in uno splendido mare, che avrebbe mangiato benissimo e che avrebbe avuto la libertà di rovistare ogni angolo di quella che aveva sempre considerato una casa affascinante.
Finalmente venne il gran giorno: Giannino si preparò con grande cura la sua valigetta, non quella dei vestiti, a cui aveva già pensato mamma, ma quella con gli utensili necessari ai suoi giochi: il coltellino americano, di gran lunga migliore di quelli svizzeri, con quella pinza-tenaglia che tutto tagliava, le forbicine, la pinza con i denti di topo, tutta roba “presa a prestito” dall’ambulatorio del babbo, una domenica pomeriggio.
A Giannino la zia piaceva: entrambi giocavano molto sull’ironia, anche se lui aveva solo 12 anni, e fra loro era un continuo fiorire di battute e di risate. La vacanza incominciava davvero con i giusti presupposti.
Quella sera lo Scapestrato mangiò un po’ svogliato, anche se la zia gli aveva fatto una meravigliosa quiche al salmone, perché lui aveva la testa da un’altra parte. Aveva adocchiato uno scatolone non abbastanza ben nascosto che esternamente aveva un’immagine molto allettante, una specie di fruttiera a tre piani, marrone, con scritto sopra “fontana di cioccolatte”. Neanche nei sogni più sfrenati il Terremoto si era mai immaginato che esistesse una fontana, attrezzo di per sé stupido e inutile, dalla quale uscisse il cioccolatte.
Tanto disse e tanto fece che riuscì a convincere la sfortunata zia: la prese semplicemente per stanchezza. Lo Scriteriato in questo era un grande maestro: riusciva infatti a mettere a perdere gli umani intorno con un tale impegno che nessuno gli poteva resistere più di dieci minuti.
Del resto anche la zia aveva una certa curiosità, perché quell’aggeggio, vinto a una fiera di beneficenza, non aveva ancora avuto l’occasione di usarlo. E mal gliene incolse. Decisero in armonia che lei sarebbe andata a comperare il cioccolatte (questo sì svizzero!) e lui avrebbe letto con attenzione le istruzioni.
Anche questo ben presto si dimostrò errore concettuale gravido di conseguenze nefaste.
Un kilo di cioccolatte comprò la zia, perché se si fa si deve fare bene.
Il Mostro la rassicurò sulla grande semplicità di funzionamento dell’apparecchio, desunta dal libriccino di istruzioni, redatto in otto lingue e la zia, incautamente, non domandò all’Assassino quale era stata la lingua letta. Costui le disse che per sciogliere il cioccolatte sarebbe bastato aggiungere un po’ di Calvados, e Angela, presa anch’essa dall’entusiasmo, non si domandò che cosa il Calvados avesse a che fare con tutto questo.
Il Demente le spiegò, con fare molto scientifico, che mentre lui metteva in funzione l’arnese lei avrebbe dovuto pelare al vivo arance e mandarini, e fare cubetti di un centimetro di lato con mele, pere  e ananas, e infilzarli tutti in lunghi stecchi, così poi da avere in mano spiedini pronti da inzuppare nel cioccolatte, solidificato un attimo dopo essere stato tirato su.
Era davvero in gamba il suo Giannino, pensò con una punta di orgoglio Angela, e sapeva il fatto suo. Lo lasciò armeggiare in sala e lei si ritirò in cucina a pelare la frutta.
Dopo un quarto d’ora entrò in sala reggendo un magnifico vassoio carico di frutta: ebbe come l’impressione che qualcosa non fosse al suo posto ma non riuscì nell’immediatezza a capire cosa fosse.
Il Fetente guardava rapito la fontana, che, ben lungi dall’emettere cioccolatte emetteva soltanto un sordo rumore, che ricordava la centrale di Fukushima 30 secondi prima dell’esplosione. Il cioccolatte, sciolto, avrebbe dovuto, volendolo, risalire lungo una vite senza fine per uscirne in cima, in marroni rivoletti che dovevano fare tre salti come le Marmore. Questo nelle intenzioni e nelle aspettative. La realtà fu di molto più tragica.  La macchina infernale sputava, con sempre maggiore potenza, catarroni di cioccolatte in tutte le direzioni, soffitto compreso, per cui in pochi attimi poltrone, tappeti, quadri e muri, vennero spruzzati da questa diarrea gocciolosa. Angela ebbe un attimo di smarrimento, Giannino di estasi, in accordo con la sua natura maligna.
Con un urlo lacerante la zia si avventò sulla fontana e strappò il filo dal muro, ma non così velocemente da non ricoprirsi a sua volta di cioccolatte al Calvados.
Adesso l’Abominevole batteva le mani, possiamo ben dirlo, felice.
Inutile rimarcare il fatto che la valigia dei vestiti non venne neanche aperta.
Angela finì di pulire il mercoldì mattina, perché si era di sabato. Resistette al desiderio di buttare la fontana nella spazzatura ma solo perché non c’era ancora la differenziata “oggetti diabolici”.

                  Omaggio a Vamba, a Pellegrino Artusi e, naturalmente, ad Angela



lunedì 31 dicembre 2012

Don Gennaro


Don Gennaro non era proprio quel che si dice un uomo qualunque. Era entrato in seminario a 25 anni, dopo avere fatto tutto quello che aveva voluto. A 16 anni, finita con difficoltà la terza media, complice anche la sua incapacità assoluta di andare d’accordo con i genitori, si era imbarcato su una delle tante navi che girano per il Mediterraneo. Era stata un’esperienza durissima e se avesse avuto la possibilità di conoscere Dante avrebbe ben fatti suoi quei versi “…come sa di sale lo pane altrui…”, ma non lo conosceva. In quei quattro anni infernali aveva dovuto crescere e a casa era ritornato un uomo. Incattivito forse, ma non solo. Un uomo che aveva capito che in certi momenti sentire vicino la solidarietà di un tuo simile può fare molto bene.
Certo era diventato un po’ un solitario, anche perché in quella nave era l’unico a cui piacessero certe cose, e spesso neanche lui sapeva dirne il perché. Armeggiando con una vecchia radio recuperata in una stiva aveva trovato una stazione pirata che trasmetteva musica classica e, in quell’unica ora giornaliera libera dal lavoro, ascoltava rapito, e si provava anche a cantare certe arie d’opera che gli riempivano gli occhi di lacrime.
Quando sbarcavano nei porti, come tutti, andava a cercarsi una donna e qualcuna di queste addirittura la era andata a trovare anche più di una volta, ma era un amante frettoloso e distratto. Certo non si presentava mai a mani vuote ma in quanto ad aprire il cuore era tutta un’altra cosa. Gli ufficiali non lo stimavano, perché lo vedevano diverso dagli altri, e lui li ricambiava con un odio schietto, quell’odio che, molto semplicemente, pensi che ti impedirà di tirare un salvagente a un uomo che vedi in mare. I suoi compagni non lo consideravano uno di loro ma il lavoro lo faceva, presto e bene, e questo era tutto quello che a loro interessava.
Quattro anni di questa vita, ingentilita soltanto da una vecchia radio gracchiante, lo avevano anche cambiato nell’aspetto: una barba rossa, arruffata, e un occhio che era diventato attento e penetrante.
A 20 anni, da un certo punto di vista rassegnato a convivere con la madre, il padre era morto quando lui era per mare, si cercò un posto di lavoro a Napoli. Sarebbe stato molto facile lavorare con quelli lì, che avevano sempre bisogno di cavalli freschi ma Gennaro con la droga non voleva averci niente a che fare. A Marsiglia aveva avuto l’occasione di vedere un ragazzo in preda a una crisi di astinenza e non gli era punto piaciuto. La fortuna e/o il Cielo, vollero che Gennaro trovasse qualcosa da fare in un doposcuola gestito dal vecchio prete. Non gli veniva chiesto di aiutare una cinquantina di ragazzi a fare i compiti, del resto non ne sarebbe stato all’altezza, gli veniva chiesto di cercare di tenerli un po’ a bada, di farli giocare o, comunque, di non farli scappare.  Sei ore al giorno, tutti i giorni. Duecentomila lire al mese. Sua madre non fu particolarmente contenta ma quel piccolo aiuto e l’avere in casa un figlio che credeva perduto le aprirono un mezzo sorriso nella bocca sdentata.
Gennaro invece, forse perché ricordava la dura vita della nave, da subito in mezzo ai ragazzi si trovò bene. Il più grande poteva avere dodici anni, il più piccolo sei, e lui, inconsapevolmente, si sentiva il fratello maggiore di tutti. Si inventava dei giochi per loro e vedeva che si divertivano parecchio, giochi in cui non c’era un protagonista ma c’era una squadra, che contro un’altra squadra poteva vincere se soltanto avesse messo insieme le proprie forze e se ogni giocatore di quella squadra fosse stato impiegato nella maniera migliore, cioè secondo le sue capacità. E lui era un arbitro che alla propria imparzialità teneva da morire. Voleva essere giusto, a tutti i costi.
Quando era il momento dei compiti cercava di richiamare alla memoria quelle poche cose che aveva imparato a scuola ma spesso era in difficoltà. Possiamo dire adesso che voleva così bene a quei ragazzi che la sera cercava di studiare, sui suoi vecchi libri che mammà non aveva buttato via, per poterli aiutare meglio nei compiti il giorno dopo.
Il vecchio prete vedeva tutto questo, ed era capace di vedere anche molto oltre. Aveva sentito con le orecchie del cuore qualcosa in quel ragazzo che meritava di essere coltivato. E quindi pregava per quel ragazzo, pregava tanto. Aveva una piccola statua della Madonna di Pompei e a Lei lo aveva affidato, perché continuasse la sua opera con i ragazzi, per levarli dalla strada. Due rosari al giorno almeno, uno alle quattro del mattino e uno alle undici della sera, il più faticoso anche se quello che dava maggiore serenità.
Anche Gennaro, uomo tutto sommato piuttosto selvatico, si era affezionato al vecchio prete, perché lo vedeva trattare quei ragazzi come fossero tutti figli suoi, e tutti con la stessa giustizia che usava lui nel gioco, tutti eguali, ma unici ed irripetibili.
Nei loro rari momenti di libertà Gennaro vedeva il vecchio prete assorto in preghiera, con il rosario in mano e questa cosa lo riempiva di stupore. Ragazzi e preghiera. Preghiera e ragazzi. Poco a poco trovò del tutto naturale unirsi a lui nella preghiera e ad usarla come arma, a quanto pare molto efficace, nelle avversità che il prete e i ragazzi ogni giorno incontravano. Lui gli regalò anche un vecchio libro di preghiere, unto e bisunto e tenuto insieme da un elastico, che Gennaro si affrettò a finire con grande diligenza. Il vecchio prete capì che quando sarebbe stato il momento i suoi ragazzi non sarebbero rimasti soli.
Dopo cinque anni Gennaro entrava in seminario. Era certo di voler diventare ed essere come il vecchio prete. Quando partì sua madre, per la prima volta, buttò fuori qualche lacrima di felicità.
In quegli anni del seminario i suoi ragazzi gli furono da guida e mèta, anche perché lui non era proprio abituato allo studio e cose da studiare ce n’erano tante, e i professori severi. Tutte cose nuove per lui, teologia, sacra scrittura, liturgia. Fu ordinato sacerdote il 18 luglio del 1980 e il suo più grosso cruccio fu che il vecchio prete fosse mancato pochi mesi prima. Ma Gennaro era certo che quel giorno gli fosse comunque molto vicino, anche più della mamma che era lì in chiesa.
Il vescovo lo destinò alla parrocchia di Sant’Angelo dei Lombardi e don Gennaro vi andò col cuore pieno di letizia, sicuro che anche lì i “suoi” ragazzi non sarebbero mancati. E infatti. Non molti in verità, ma a tutti ogni giorno cercava di trasmettere quelle cose che aveva dentro e che sapeva che a loro sarebbero servite: onestà, cioè mostrarsi a tutti come si è, e giustizia, cioè trattare tutti alla stessa maniera, cose che facilmente permettevano di andare la sera a dormire con il cuore in pace.
Era riuscito, non chiedetemi come perché neanche io sono riuscito a saperlo, a portarsi dietro la Madonna di Pompei del vecchio prete e l’aveva sistemata in una nicchia vuota della parrocchia. Pregandola quotidianamente, come lui gli aveva insegnato, traeva forza e coraggio, nelle quotidiane difficoltà della vita pastorale. Non aveva neanche una vecchia radio, nella quale avrebbe potuto ascoltare le arie d’opera della sua giovinezza, un mondo fa.
La sera del terremoto fortunatamente lui era in strada e poté quindi andare a cercarsi i suoi ragazzi, uno per uno. Qualcuno non riuscì a trovarlo, purtroppo, ma cercò di mascherare il dolore perché non voleva che gli altri se ne accorgessero. Li portò fuori dal centro abitato, e cercò di farli giocare per dimenticare quello spaventoso disastro in cui erano immersi e si inventò un memorabile gioco notturno.  Il mattino dopo li riportò in paese, dalle loro famiglie. Quei due ragazzi finiti sotto le macerie non smettevano di girargli in testa. Capì che aveva bisogno di pregare, perché non riusciva a farsi una ragione della loro morte. Entrò in chiesa, pur vedendo che era piena di calcinacci e con uno squarcio nella volta.
Lo trovarono la sera, davanti alla Madonna di Pompei del vecchio prete, con le mani giunte e con una grossa pietra appoggiata sulla schiena. Le labbra atteggiate a un piccolo sorriso.


domenica 30 dicembre 2012

Dita

Si è appena addormentata. Il suo respiro è superficiale, regolare. La luce della sera filtra dalle fessure della tapparella, schermata dalla tenda, e disegna sul muro righe rosate e sfocate.
Passa in lontananza un treno, proprio lungo il mare, e il rumore del suo sferragliare giungendo al paese vecchio si stempera, e diventa l'occasione per ricordarmi sommessamente che sono ancora sveglio. Dal giardino della villa vicino a casa giungono gridolini di bambini che si attardano a giocare. 
Sono incantato da questo momento un po' rarefatto, e il tempo mi si è fermato dentro. Solo il buio che si allunga nella camera mi avvisa che è tardi. 
Mi volto verso di lei, che mi mostra, fra la maglietta e lo slip, una striscia di schiena che oscilla ritmicamente come un pendolo. I lunghi riccioli neri le coprono le spalle. Ogni tanto viene scossa da un tremito, come se nel sogno avesse un attimo di paura. E' accovacciata su un fianco, come un feto. Non mi stupirei se avesse il pollice in bocca: del resto a conoscerla bene è ancora un bambina. Vorrei alzarmi, bere qualcosa e fumarmi una sigaretta ma sono come paralizzato da un piacevole torpore, più gradito dell'alcool e del fumo. E' anche vero che ho paura di svegliarla, non voglio interrompere questo suo riposo così sereno. Allungo le gambe con grande attenzione e giro la testa verso il comodino, dove ho posato l'orologio, quello che mio padre aveva destinato a me. Mi conferma che è tardi, ma non ho nessuna voglia di tirarmi su. 
Stendo il braccio e le accarezzo i capelli, mi avvolgo un boccolo corvino attorno al mignolo: bofonchia qualcosa e si volta continuando a dormire.
Adesso posso intuirle i tratti del volto nella penombra: è sempre bellissima, identica in tutto e per tutto a com'era quando ci siamo conosciuti, o forse soltanto eguale all'immagine che di lei mi porto dentro, gli occhi così scuri da nascondere la pupilla, la bocca sempre aperta al sorriso. Improvvisamente si rimbocca il lenzuolo, anche se questa serata settembrina è ancora calda.
Non riesco a smuovermi: so che dovrei andare ma sono come paralizzato. Incomincio a guardarla con altri occhi, come fosse una sconosciuta e come se solo adesso avessi la possibilità di svelarne la bellezza. Ho voglia di scoprirla e di svestirla ma non oso, non la voglio disturbare. Era tanto stanca, è giusto che riposi.
Metto soltanto la punta dell'indice sulle labbra chiuse e le porto un piccolo bacio sulla fronte. Niente di più, ma basta per svegliarla. Con occhi ancora riconoscenti si aggrappa a me e mi stringe. "Ciao", mi mormora all'orecchio, ricadendo nelle nebbie del sonno. "Ciao" e basta. Non siamo mai stati capaci di dirci tante parole, è un nostro limite, ed entrambi ci esprimiamo di più con le parole non dette, e quelle poche che diciamo le carichiamo dei significati più profondi, con l'ovvio risultato che spesso siamo gli unici a comprenderle.
Però il "Ciao" sussurrato da lei è stato comunque la cosa migliore di questa giornata. Me ne sto. 
Mi divincolo con delicatezza e mi vado a vestire, controvoglia.