Solo una piccola spiegazione.
Pitch è un foglio con dieci righe scritte. Deve colpire la fantasia di un produttore di Hollywood e convincerlo, con la lettura di un minuto, a fare un film con quella storia.
E' il compito che l'apprendista scrittore si è prefisso in questi giorni in cui fa anche un breve corso di scrittura per il cinema.
Si augura pertanto che i suoi pochi ostinati lettori vogliano dirgli con grande franchezza se questa storia ha un barlume di originalità.
Donatella è medico pediatra, prepensionata. Va ogni tanto in Ospedale perché i colleghi la chiamano: lei sa leggere nella sofferenza di un bambino.
Alcuni anni fa ha perso un bambino e, insieme, il marito.
Un giorno visita un bambino che porta lo stesso cognome del marito e gli assomiglia da morire: capisce che è il figlio di lui. Questo bambino ha pressapoco l'età del figlio che lei non è riuscita a far nascere.
Donatella sa benissimo cosa ha il bambino. E' combattuta tra il suo dovere di medico e il desiderio di punire il marito che è scappato. Insiste per vedere il padre e lo minaccia di non curare suo figlio. Vuole vederlo piangere.
Il giorno dopo si attarda a parlare col bambino, come avrebbe fatto una mamma.
Donatella darà la dritta giusta ai colleghi. La febbre incomincia a scendere.
Un blog dove ho infilato le cose che ho scritto, più o meno alla rinfusa, per non perderle e per condividerle
giovedì 24 gennaio 2013
lunedì 21 gennaio 2013
La tigre
L'appuntamento era alle quattro e mezza, per fortuna non troppo presto, così da non avere ancora il pranzo sullo stomaco, né troppo tardi, per permettergli di tornare a casa a un'ora decente, senza suscitare sospetti e in tempo per la cena.
Uscito dal lavoro con la più classica delle scuse, il dentista, intanto che guidava gli venne da chiedersi da quanto tempo era stato stabilito quell'incontro. Non riusciva a ricordarlo con precisione, giorni, certo, ma il giorno preciso in cui gli aveva scritto "vieni a prendere il caffè da me alle quattro e mezza" non riusciva proprio a ricordarlo. Frase ambigua, senz'ombra di dubbio.
Ricordava invece molto bene la sensazione che aveva avuto leggendola: quella sensazione, provata poche volte nella vita, di avere a disposizione i denti e il pane.
Già molti anni prima il suo cuore aveva sobbalzato per quella donna. E infatti a quel tempo ci aveva provato, almeno come lui era capace di farlo, ma la liason si era a un certo punto bloccata contro un ostacolo, che lui, più o meno inconsapevolmente aveva frapposto.
Di recente c'era stato un riavvicinamento, forse perché lei, uscita da una qualche storia disastrosa, aveva sentito il bisogno di ricominciare subito. E quindi, nel breve volgere dei giorni compresi fra febbraio e aprile, si era conquistato quell'invito, "vieni a prendere il caffè da me".
La tigre abitava da sola, in un palazzo storico del centro di Mantova, nel quale il padre le aveva lasciato qualche appartamento, in uno dei quali aveva messo a vivere la figlia, ben controllabile. A quel tempo aveva un paio di anni più di lui. Aveva sempre coltivato una smagliante forma fisica, che era la sua maggior fonte di gioia. Faceva un lavoro normalissimo, che lei considerava di grande importanza: al di là di questo neo era una donna carina, giovanile, aperta, e non dava certo l'idea della tigre. Lui la vedeva con gli occhi velati dal sentimento e molto difficilmente avrebbe immaginato come sarebbe andata a finire.
Lui era un ometto qualsiasi, non insignificante, si badi bene, ma una persona comune nel più ampio senso della parola, con un lavoro comune, se pur discretamente retribuito, una famiglia comune, una moglie e due figli e una comune mancanza di qualsiasi interesse. L'età e la gola gli avevano fatto aumentare troppo il giro vita, e per lui la forma fisica era soltanto il ricordo della giovinezza. Cercava di lavorare poco e di mangiare tanto quando è a tutti noto che bisogna fare il contrario.
La sua "ossessione fondamentale" erano le donne. Non riusciva a vedere o a parlare a qualsiasi donna senza immaginarsela fra le proprie braccia, bisognosa di affetto e parimenti pronta a darne. Anche le donne casualmente incontrate nell'ambito del suo lavoro, un ufficio pubblico, suscitavano in lui fantasie molto perverse, come ad esempio un viaggio in pullman da Mantova a Venezia con la mano stretta nella mano, senza alcuna necessità di parlarsi, oppure qualche bacio ben dato su quel muretto appena fuori da paese natìo, in una luminosa notte d'agosto, su quel muro dove le coppiette si distanziavano spontaneamente di una cinquantina di metri. Insomma il nostro eroe voleva vivere una vita da quindicenne, e non voleva rassegnarsi all'idea di avere quarant'anni di più. Forse, e dico forse a ragion veduta, a quindici anni queste cose gli erano mancate, lasciando un vuoto che reclamava di essere riempito.
La tigre invece aveva sposato il primo amore, quello che probabilmente le aveva dato a quindici anni quelle cose che ad Alberto erano mancate. E aveva cercato di tenerselo stretto il più possibile, anche donandogli una figlia. Del marito della tigre non abbiamo notizie precise: certo è che a un certo punto si trovò un'altra, che poi avrebbe anche sposato, e lasciò la tigre sola senza tanti discorsi.
Alberto intanto si cercava un parcheggio. E un fiorista. Se vai a casa di una donna, e c'è anche una remota probabilità che scopi, è forse opportuno che tu faccia il signore, foss'anche la prima volta della tua vita. Obbligatorie le rose rosse, col gambo lungo, appena sbocciate, come l'illusione del vostro amore. Non gli bastarono i liquidi che aveva in tasca: usò il bancomat, incurante della traccia. Però un mazzo degno di una regina, pensò lui infilandosi nel portane con difficoltà. "Suona al tredici", gli era stato detto.
Si ascoltò il cuore: batteva, certo, meno velocemente di quello che si sarebbe ragionevolmente aspettato.
La porta di casa era socchiusa.
Venne risucchiato dalla bocca di lei, senza una parola. Le rose caddero sul tappeto. Erano entrambi circa della stessa altezza per cui il bacio poté protrarsi a lungo - oggi chi mai potrebbe dire quanti minuti? - in un silenzio interrotto soltanto dagli schiocchi delle lingue.
Già da quel momento però, anche se piacevole oltre ogni dire, la mente di Alberto vagava, gli affioravano alla coscienza ovvi rimorsi e meno ovvie fantasie che con quel momento e con quel contesto non avevano niente a che fare, tarli di un momento di felicità. E lui non ci poteva fare niente.
La tigre lo trascinò verso la camera da letto e lui la seguì con difficoltà, con le labbra ancora appiccicate dalla saliva di lei. Pensò alla trasmissione del virus della mucca pazza, attraverso le secrezioni.
Fu molto più veloce la tigre, a spogliarsi, priva di qualsiasi pudore, felice di esibire il suo corpo statuario, mentre lui, anche se fosse stato l'Apollo del Belvedere, avrebbe avuto la stessa difficoltà a svestirsi. Si sentiva molto più Efesto e il levarsi i calzini gli costò parecchio.
Oltretutto con la finestra aperta, "sta tranquillo, tanto non ci può vedere nessuno". "Tranquillo un cazzo, stupida, come fai a non accorgertene".
In quell'attimo il pensiero parassita fu la fuga, poco proponibile dall'ultimo piano.
La tigre gli si avvinghiò addosso: praticamente lo immobilizzò. Sempre in silenzio, come a seguire con diligenza un suo preciso piano strategico. A dir il vero anche lei ebbe un attimo di perplessità, forse abituata a ben altro genere di reazioni, o almeno a una qualche reazione.
Soffocando una risatina si applicò a cercare di ottenere, questa volta necessariamente in silenzio, quel tipo di risultato che avrebbe alla lunga potuto soddisfare anche lei.
Niente, era come avere a che fare con un condannato a morte. Comunque anche questi tentativi si protrassero a lungo e, come nel caso dei baci di poco prima, non possiamo precisamente dire per quanto tempo. Alla fine del quale entrambi reputarono saggio accendersi una sigaretta.
giovedì 17 gennaio 2013
Lavasecco automatica
I
Walter
era appena arrivato a casa, non erano ancora le nove. Era andato in
lavanderia a fare il risciacquo delle macchine, a stirare una
considerevole pila di camicie e aveva anche lavato per terra. Tutto
era stato lasciato in ordine.
Quella
lavanderia suscitava in lui sentimenti ambigui: certo, era la
principale fonte del suo sostentamento, e in quei tempi non era poco,
ma era allo stesso tempo una schiavitù, un dovere quotidiano che
veniva inevitabilmente avanti a tutto. E a tutte.
Essere
il dominus di una lavanderia automatica, aperta 24 ore su 24,
richiede energie spirituali non indifferenti, per cui la vita di
relazione di Walter era pesantemente condizionata, e ogni
appuntamento a una cert'ora doveva essere interrotto, proprio come
Cenerentola, con la quale Walter si sentiva, a parte la differenza di
sesso, profondamente affine.
Aveva
provato, una volta che aveva conosciuto una bionda particolarmente
intrigante, ad affidare la gestione di un paio di serate a un giovane
pugliese, associando le banconote del compenso a una check-list molto
dettagliata di cose da fare. Gli era sembrata un'idea perfetta:
nessuno avrebbe potuto sbagliare. Quello invece c'era riuscito e i
soldi che Walter aveva speso per far riparare una delle tre lavatrici
lo avevano indotto a rinunciare per sempre a un aiuto esterno.
Arrivò
a casa con l'umore a terra, come da qualche tempo a questa parte.
Il
suo medico aveva deciso di costringerlo a mettersi a dieta e quindi
in frigo c'erano solo cavolfiori bolliti, tre giorni prima, e una
mattonella di crescenza, a un angolo ricoperta da una polverina
verdastra. Acqua, naturalmente, a volontà. Nella fruttiera alcune
mele, ma non di quelle buone. Anche la lampadina appesa al soffitto
trasudava malinconia. Per un attimo fu sul punto di reinfilarsi il
cappotto e di andare in trattoria, almeno per vedere qualche essere
vivente. Si sedette invece a tavola e incominciò a sbocconcellare il
pane rimasto, ultimo tozzo della sua preparazione domenicale da un
kilo di farina integrale. Era buono il suo pane, anche il giovedì.
Accese lo stereo: la radio trasmetteva l'ouverture del Pipistrello, e
con un tale brio che, anche se odiava il ballo, gli venne voglia di
alzarsi, di abbracciare una seggiola e di fare un giro attorno al
tavolo. Bello Strauss, però. Si aprì una scatoletta di sgombro:
voleva festeggiare.
Dopo
mangiato incominciò a fumare, naturalmente tossendo, e si accomodò
davanti al computer, la sua personalissima finestra sul mondo.
Walter
cercava, con grande accanimento, notizie di cronaca in tutti i
giornali on-line del mondo, ma notizie particolari: le notizie che
lui chiamava “quelle che fanno bene al cuore”. E quando ne
trovava una ne gioiva e la archiviava accuratamente per poi potersele
andare a rileggere nel momenti di più cupa disperazione, perché
malinconico lo era sempre.
Quella
sera, che non avrebbe dimenticato, trovò del tutto casualmente un
banner, cioè una réclame, di una telecamera “da guardia”.
Questo aggeggino permetteva di riprendere locali anche di una certa
metratura e aveva persino l'audio incorporato. Era facilmente
occultabile perché l'obiettivo aveva un diametro di quattro
centimetri e poteva essere gestita dal telefonino.
Oddio,
non era proprio a buon mercato. Walter pensò ad alta voce che la
sicurezza del locale sarebbe notevolmente aumentata. In realtà era
la possibilità di ascoltare e vedere i clienti non visto, che gli
procurava una sorta di eccitazione sessuale. Ma non voleva rendersene
conto.
Decise
di comperarsela, del resto era parecchio che non si faceva un regalo,
e secoli che non riceveva un regalo, anche se faceva finta di
dimenticarselo. Scrisse i numeri della carta di credito e premette
Invio.
II
Adesso
stare a casa era più divertente, era come andare in trattoria ma un
po' più stimolante, perché i clienti della lavanderia, ignari di
essere visti, erano del tutto liberi nell'espressione di sé stessi.
Passando
i giorni Walter imparava a conoscerli e a riconoscerli, e a farsi
un'idea – al limite sfruttabile anche a fini commerciali – del
tipo medio che frequentava il suo negozio.
E
il tipo medio che frequentava il suo negozio era come lui, il
classico tipo “solo come un cane”, con una qualche piccola
disponibilità economica che gli permetteva di non doversi lavare la
biancheria da solo, ma non molto di più. Impiegati, commesse, gente
con abiti dimessi, tristi anche questi come i loro padroni.
Gente
che non aveva ancora perso la dignità dell'abito in ordine, anche se
giacche e pantaloni erano di colori talmente diversi fra loro da fare
a pugni. Era quella l'unica violenza che potevano permettersi.
Giovani e meno giovani, accomunati dalla voglia di trovare una
qualsiasi scusa per stazionare a casa il meno possibile, dove li
aspettava un tavolo e un letto vuoto.
I
giorni passavano e Walter trovava che quell'attività di piccolo
spionaggio gli aveva un pochino migliorato la vita. Non è che
facesse i salti dalla gioia, intendiamoci, però arrivava a casa con
una certa curiosità, e stava intere serate davanti al monitor del
computer a vedere la telenovela della realtà. E più la sera
avanzava e più gli incontri si facevano curiosi.
L'avevano
colpito in particolare due persone.
Erano
comparse in TV pressoché nello stesso periodo e, nel giro di poco,
avevano incominciato a parlarsi sempre di più e sempre più
volentieri. Walter, senza fare troppo caso a quello che si dicevano,
vedeva le loro espressioni cambiare di giorno in giorno, e dopo
qualche tempo era riuscito a percepire, molto facilmente perché la
conosceva benissimo anche lui, un'evidente espressione di ansiosa
attesa negli occhi del primo arrivato. La stessa espressione che gli
faceva venire in mente come stava lui quando aspettava quella donna
che per un certo tempo gli aveva fatto dimenticare la sua solitudine,
anche se poi, per dirla chiaramente, non gli aveva concesso neanche
un bacio. E lui alla fine non era riuscito a reggere al tormento di
quella passione non corrisposta. Ma non gliene faceva una colpa.
Capiva bene che l'amore non si può ottenere facendo qualcosa. Si
dona, se si vuole.
Si
concentrò sui due piccioni.
Ogni
volta che Walter osservava la donna cercava di mettere a fuoco dove
l'avesse già vista, ma era difficile ricordare. Una sera il
flashback si schiarì, e la vide cantare in quel teatro dove era
andato parecchio tempo prima. Una cantante, quindi.
Era
una bella donna dai capelli lunghi e scuri, leggermente radi, alta,
con un'espressione aperta e un sorriso intrigante da morire. Veniva
due o tre sere alla settimana, dopo le sei, probabilmente all'uscita
dalle prove. Portava con sé un grosso sacco di biancheria. Non può
essere soltanto la roba di due persone, pensò Walter. Caricava la
lavatrice e si sedeva dolcemente sugli sgabelli, con un giornale in
mano, senza alcun desiderio di leggerlo. Nel giro di un quarto d'ora
arrivava lui. Ancora più alto di lei, miope da morire, con
un'andatura dinoccolata.
Non
caricava nemmeno la lavatrice. Posava il sacco, quello sì di un
single, e incominciava a parlarle. Dopo i primi incontri il volume
della conversazione era diventato veramente basso, nonostante la
manopola del volume fosse al massimo, e non era neanche possibile
leggere il labiale perché si parlavano all'orecchio, stando seduti
l'uno a fianco dell'altra.
Lei
annuiva e rispondeva, qualche volta sorridendo. Chissà cosa le potrà
mai avrà detto lui per farla ridere.
Dopo
qualche tempo lui si fece più intraprendente e una sera che Walter
era arrivato tardi li sorprese mano nella mano. Lui aveva
un'espressione difficilmente cancellabile dalla memoria.
L'espressione di chi non ha niente ma è convinto di avere tutto.
Felicità allo stato puro. Felicità che trascendeva, molto
semplicemente, il tempo e lo spazio. Felicità di un attimo, certo,
ma un attimo che vale cent'anni.
Quanti
anni avrà avuto quel giovane? Forse gli stessi anni che avrebbe
avuto suo figlio, se fosse nato.
Quella
sera Walter andò a dormire con così tanta tristezza addosso che
avrebbe voluto chiudersi dentro un cassetto.
Ma
come tutte le cose belle anche i due giovani, dopo pochi mesi,
finirono per non venire più alla lavanderia e a Walter restò sempre
la curiosità di sapere che fine avessero mai fatto. E soprattutto se
avessero continuato ad amarsi.
Non
si sentì più di accendere la telecamera.
Una
domenica andò al canile municipale e si prese il bastardo più magro
e sparuto che ci fosse.
Ricominciarono
insieme a riempire il frigorifero, e lo stomaco.
giovedì 3 gennaio 2013
Anna e Paolo 2: il commissario Pelle
Il Commissario Pelle non
sopportava quelle sveglie improvvise, quelle telefonate nel mezzo della notte
che gli ricordavano quella ricevuta dall’ospedale, quando suo padre era morto.
Per cui arrivò sul luogo
dell’omicidio incazzato e isterico. Farina, il suo assistente, caì al volo che
non era il caso di contrariarlo: il Dottor Pelle in fin dei conti era un buon
cristo e un apprezzabile superiore.
Era un ometto troppo grasso per essere alto soltanto un
metro e sessanta, con una vistosa pelata incorniciata, solo dal di dietro, da
una banda di capelli nerissimi e ricci spessa due dita, e con due baffoni a
cespuglio, corvini anche loro. Gli occhi, azzurri come il cielo, erano poco
verosimili, tanto che i suoi colleghi pensavano che Pelle si tingesse i baffi e
i (residui) capelli. Il suo problema era solo l’avvicinamento inesorabile del
giro vita all’altezza, che ne faceva sostanzialmente un cucciolo di leone
marino, un’otaria baffuta.
Incontrandolo per la strada non
poteva non indurre al sorriso. Del leone però aveva il carattere e il segno
zodiacale, e ben lo sapeva chi,per propria sfortuna, aveva dovuto subirne
l’interrogatorio, feroce. Pelle portava un vecchio basco comperato a Genova e
un cappotto grigio logoro e con il 50% dei bottoni, per cui a vederlo girare di
prima mattina non dava certo l’idea di essere uno dei più fini segugi della
Polizia di Ferrara. Sembrava piuttosto un barbone, accompagnata in caserma da
un agente in divisa, che invece era il suo assistente. Pelle sapeva benissimo qual’era
l’impressione che dava il suo aspetto, cionondimeno lo coltivava e in un certo
senso se ne gloriava. Era mancino e,
per sua fortuna, era sempre stato assecondato in questa sua differenza: lui
riteneva, non senza qualche ragione, che avere l’emisfero cerebrale destro
dominante lo potesse aiutare a capire quello che passava per la testa degli
umani, che poi era proprio il suo mestiere.
Si riteneva un bravo cuoco, e
quindi era del tutto rassegnato a quell’impressionante giro vita. Con suo hobby
allestiva cene per intimi amici, non meno di venti per volta, che si
trasformavano in saturnali.
Detto questo è ben facile
immaginare che anche lui lavorasse per la pagnotta, come tanti, e coltivava il
sogno di un ristorantino con venti sedie, non una di più.
Pelle voleva bene a Farina,
cionondimeno quando era incazzato anche Farina doveva starsene a distanza di
sicurezza, perché se no le grida si sentivano da un piano all’altro della
caserma.
Quella mattina era comunque di
umore pessimo, per la levataccia e per la digestione nulla delle trenta
acciughe ripiene della sera precedente; eppure si era bevuto una bottiglia di
Traminer, tutta, per digerire bene.
Entrò dentro la pizzeria,
abbagliato dalle luci accese. Sul fondo, vicino al bancone del pizzaiolo, era
disteso per terra a coprire il cadavere un lenzuolo, troppo piccolo, dal quale
spuntavano a un’estremità caviglie e piedi, nerissimi. Due belle caviglie e due
bei piedi, ancorché di taglia superiore
al 40, dentro scarpe nere senza tacco, non prive di una certa eleganza, notò
Pelle.
Si guardò intorno: una pizzeria
come tante altre, forse un po’ deprimente per il troppo neon. Qualche seggiola
per terra, lo spigolo del bancone del pizzaiolo sporcato di sangue.
Pelle prese un angolo del
lenzuolo e lo spostò il più delicatamente possibile, per scoprire completamente
il corpo. Il volto era tumefatto e coperto di sangue, un’orbita apparentemente
svuotata, alcuni denti rivolti all’indietro. La fisionomia della donna non era
più riconoscibile. Pelle ebbe un senso di sconforto, pensando alla ferocia che
si era accanita su quel volto, ferocia senza senso. Il resto del corpo, invece,
non presentava segni di violenza, almeno a un primo esame. Sembrava una donna
giovane, con un gran bel corpo, un bel seno e due bellissime gambe, vestita con
una divisa da lavoro che finiva ben al di sopra del ginocchio. Con la stessa
delicatezza Pelle rimise a posto il lenzuolo: rispettava i morti, chiunque
fossero stati, figuriamoci quella povera ragazza.
Si sentiva uno straccio. Fece chiamare
la scientifica.
Si allontanò di qualche metro e
si mise a sedere a un tavolo, per interrogare il patron della pizzeria, che
aveva trovato la ragazza. “Per favore mi porti subito qualcosa da bere” fu la
prima frase di Pelle. L’uomo, sorpreso, rispose però con grande prontezza
“Stravecchio?” “Perfect, ma porti la bottiglia”. L’uomo andò al bar, prese la bottiglia e un bicchiere e tornò a
sedersi. Pell esi era già acceso la sigaretta, incurante dell’assenza del portacenere
sul tavolo. L’uomo si rialzò e andò a prenderlo.
L’interrogatorio, ma non era un
interrogatorio, fu breve. L’uomo raccontò che la ragazza era un’emigrata dal
Rwanda, da molto in Italia e con i documenti in regola. Lui l’aveva assunta da
pochi mesi e le aveva dato in affitto il bilocale sopra la pizzeria, scalandolo
dallo stipendio, s’intende. La ragazza era cameriera e donna delle pulizie, e
questo spiegava la sua presenza nel locale alle sei del mattino. I pasti li
consumava lì in pizzeria. Giorno di libertà: il mercoldì, giorno di chiusura
della pizzeria. Lamentele: nessuna. Cosa facesse il mercoldì a lui non era dato
di saperlo. Uomini: mai visti.
Pelle lo interruppe chiedendogli
se fosse sposato “certo, con tre figli di 5, 4 e 3 anni”, rispose con malcelato
orgoglio. Pelle avrebbe anche voluto chiedergli se aveva la televisione in casa
ma era sicuro che non sarebbe stato capito.
Quello che gli interessava vedere
l’aveva visto e quello che voleva sapere l’aveva saputo. Era già sicuro che
quello era un delitto commesso da uomo o donna che dieci minuti prima di farlo
non ci pensava nemmeno. Ci doveva essere stata una scintilla.
Gli chiese infine, spegnendo col
pollice la terza sigaretta, chi fossero gli avventori della sera precedente.
L’uomo ricordava una comitiva di una ventina di ragazzi, una terza media a
occhio e croce, arrivati presto e andati via presto. Poi, sul tardi l’uomo
ricordava una coppia di adulti, ben vestiti, forse usciti dal teatro. Lei era
molto bella, rossa di capelli. L’uomo
ricordava bene che, entrati entrambi di buon umore e sorridenti, uscirono
immusoniti, forse perché l’uomo aveva rivolto un complimento di troppo ad
Aisha. Di tutto ciò Pelle prese nota diligente.
Erano arrivate le 9. “Farina! Andiamo a fare colazione!” gridò Pelle, alzandosi e infilandosi il cappotto. Il primo caffè del mattino lo pagava sempre lui.
martedì 1 gennaio 2013
Fontane
Giannino era contento da morire quando gli dissero che
sarebbe andato dalla zia Angela. Non succedeva spesso ma quella volta mamma e
papà si erano, finalmente, decisi a fare quel famoso “viaggetto” in Costa
Azzurra, che poi sarebbe durato un paio di settimane. E quindi, per custodire
il Killer, si erano rivolti ad Angela, cugina prima di mamma, donna minuta ma
volitiva, mite nell’apparenza ma ferrea nelle decisioni. Temporaneamente sola,
pertanto ottima per tenere a bada il Delinquente, provare a fargli fare qualche
compito, insegnarli un po’ di educazione. Oltretutto cuoca raffinata, e con
gran gusto estetico per i piatti da portare in tavola.
La casa della zia Angela era a un dipresso dal mare e lei
contava di stancare la Belva con lunghi bagni mattutini, così da potersi godere
almeno un paio d’ore di pace nel pomeriggio, durante le quali Attila avrebbe
dormito. Mai calcoli furono più smentiti dai fatti!
Restava comunque il fatto, di
molto tranquillizzante, che per qualsiasi emergenza Paola, la sorella sposata
di Giannino, era presente in città, e a lei Angela avrebbe potuto rivolgersi
per ogni bisogna o, al limite, per la riconsegna del “pacco” alla legittima
famiglia, cosicché papà e mamma avrebbero potuto terminare tranquillamente il
loro giro.
Paola non aveva preso con sé in
prima battuta il Ciclone perché il suo sposo, dopo l’incendio della camera da
letto, le aveva imposto di non farlo mai più entrare in casa.
Giannino dal canto suo non stava
più nella pelle: sapeva che avrebbe fatto i bagni in uno splendido mare, che
avrebbe mangiato benissimo e che avrebbe avuto la libertà di rovistare ogni
angolo di quella che aveva sempre considerato una casa affascinante.
Finalmente venne il gran giorno:
Giannino si preparò con grande cura la sua valigetta, non quella dei vestiti, a
cui aveva già pensato mamma, ma quella con gli utensili necessari ai suoi
giochi: il coltellino americano, di gran lunga migliore di quelli svizzeri, con
quella pinza-tenaglia che tutto tagliava, le forbicine, la pinza con i denti di
topo, tutta roba “presa a prestito” dall’ambulatorio del babbo, una domenica
pomeriggio.
A Giannino la zia piaceva:
entrambi giocavano molto sull’ironia, anche se lui aveva solo 12 anni, e fra
loro era un continuo fiorire di battute e di risate. La vacanza incominciava
davvero con i giusti presupposti.
Quella sera lo Scapestrato mangiò
un po’ svogliato, anche se la zia gli aveva fatto una meravigliosa quiche al
salmone, perché lui aveva la testa da un’altra parte. Aveva adocchiato uno
scatolone non abbastanza ben nascosto che esternamente aveva un’immagine molto
allettante, una specie di fruttiera a tre piani, marrone, con scritto sopra
“fontana di cioccolatte”. Neanche nei sogni più sfrenati il Terremoto si era
mai immaginato che esistesse una fontana, attrezzo di per sé stupido e inutile,
dalla quale uscisse il cioccolatte.
Tanto disse e tanto fece che
riuscì a convincere la sfortunata zia: la prese semplicemente per stanchezza.
Lo Scriteriato in questo era un grande maestro: riusciva infatti a mettere a
perdere gli umani intorno con un tale impegno che nessuno gli poteva resistere
più di dieci minuti.
Del resto anche la zia aveva una
certa curiosità, perché quell’aggeggio, vinto a una fiera di beneficenza, non
aveva ancora avuto l’occasione di usarlo. E mal gliene incolse. Decisero in
armonia che lei sarebbe andata a comperare il cioccolatte (questo sì svizzero!)
e lui avrebbe letto con attenzione le istruzioni.
Anche questo ben presto si
dimostrò errore concettuale gravido di conseguenze nefaste.
Un kilo di cioccolatte comprò la
zia, perché se si fa si deve fare bene.
Il Mostro la rassicurò sulla
grande semplicità di funzionamento dell’apparecchio, desunta dal libriccino di
istruzioni, redatto in otto lingue e la zia, incautamente, non domandò all’Assassino
quale era stata la lingua letta. Costui le disse che per sciogliere il
cioccolatte sarebbe bastato aggiungere un po’ di Calvados, e Angela, presa
anch’essa dall’entusiasmo, non si domandò che cosa il Calvados avesse a che
fare con tutto questo.
Il Demente le spiegò, con fare
molto scientifico, che mentre lui metteva in funzione l’arnese lei avrebbe
dovuto pelare al vivo arance e mandarini, e fare cubetti di un centimetro di
lato con mele, pere e ananas, e infilzarli
tutti in lunghi stecchi, così poi da avere in mano spiedini pronti da inzuppare
nel cioccolatte, solidificato un attimo dopo essere stato tirato su.
Era davvero in gamba il suo
Giannino, pensò con una punta di orgoglio Angela, e sapeva il fatto suo. Lo
lasciò armeggiare in sala e lei si ritirò in cucina a pelare la frutta.
Dopo un quarto d’ora entrò in
sala reggendo un magnifico vassoio carico di frutta: ebbe come l’impressione
che qualcosa non fosse al suo posto ma non riuscì nell’immediatezza a capire
cosa fosse.
Il Fetente guardava rapito la
fontana, che, ben lungi dall’emettere cioccolatte emetteva soltanto un sordo
rumore, che ricordava la centrale di Fukushima 30 secondi prima
dell’esplosione. Il cioccolatte, sciolto, avrebbe dovuto, volendolo, risalire
lungo una vite senza fine per uscirne in cima, in marroni rivoletti che
dovevano fare tre salti come le Marmore. Questo nelle intenzioni e nelle
aspettative. La realtà fu di molto più tragica. La macchina infernale sputava, con sempre maggiore potenza,
catarroni di cioccolatte in tutte le direzioni, soffitto compreso, per cui in
pochi attimi poltrone, tappeti, quadri e muri, vennero spruzzati da questa
diarrea gocciolosa. Angela ebbe un attimo di smarrimento, Giannino di estasi,
in accordo con la sua natura maligna.
Con un urlo lacerante la zia si
avventò sulla fontana e strappò il filo dal muro, ma non così velocemente da
non ricoprirsi a sua volta di cioccolatte al Calvados.
Adesso l’Abominevole batteva le
mani, possiamo ben dirlo, felice.
Inutile rimarcare il fatto che la
valigia dei vestiti non venne neanche aperta.
Angela finì di pulire il mercoldì
mattina, perché si era di sabato. Resistette al desiderio di buttare la fontana
nella spazzatura ma solo perché non c’era ancora la differenziata “oggetti
diabolici”.
Omaggio a Vamba, a Pellegrino Artusi e,
naturalmente, ad Angela
lunedì 31 dicembre 2012
Don Gennaro
Don Gennaro non era proprio quel che si dice un uomo
qualunque. Era entrato in seminario a 25 anni, dopo avere fatto tutto quello
che aveva voluto. A 16 anni, finita con difficoltà la terza media, complice
anche la sua incapacità assoluta di andare d’accordo con i genitori, si era
imbarcato su una delle tante navi che girano per il Mediterraneo. Era stata
un’esperienza durissima e se avesse avuto la possibilità di conoscere Dante
avrebbe ben fatti suoi quei versi “…come sa di sale lo pane altrui…”, ma non lo
conosceva. In quei quattro anni infernali aveva dovuto crescere e a casa era
ritornato un uomo. Incattivito forse, ma non solo. Un uomo che aveva capito che
in certi momenti sentire vicino la solidarietà di un tuo simile può fare molto
bene.
Certo era diventato un po’ un solitario, anche perché in
quella nave era l’unico a cui piacessero certe cose, e spesso neanche lui
sapeva dirne il perché. Armeggiando con una vecchia radio recuperata in una
stiva aveva trovato una stazione pirata che trasmetteva musica classica e, in
quell’unica ora giornaliera libera dal lavoro, ascoltava rapito, e si provava
anche a cantare certe arie d’opera che gli riempivano gli occhi di lacrime.
Quando sbarcavano nei porti, come
tutti, andava a cercarsi una donna e qualcuna di queste addirittura la era
andata a trovare anche più di una volta, ma era un amante frettoloso e
distratto. Certo non si presentava mai a mani vuote ma in quanto ad aprire il
cuore era tutta un’altra cosa. Gli ufficiali non lo stimavano, perché lo
vedevano diverso dagli altri, e lui li ricambiava con un odio schietto,
quell’odio che, molto semplicemente, pensi che ti impedirà di tirare un
salvagente a un uomo che vedi in mare. I suoi compagni non lo consideravano uno
di loro ma il lavoro lo faceva, presto e bene, e questo era tutto quello che a
loro interessava.
Quattro anni di questa vita,
ingentilita soltanto da una vecchia radio gracchiante, lo avevano anche
cambiato nell’aspetto: una barba rossa, arruffata, e un occhio che era
diventato attento e penetrante.
A 20 anni, da un certo punto di
vista rassegnato a convivere con la madre, il padre era morto quando lui era
per mare, si cercò un posto di lavoro a Napoli. Sarebbe stato molto facile
lavorare con quelli lì, che avevano sempre bisogno di cavalli freschi ma
Gennaro con la droga non voleva averci niente a che fare. A Marsiglia aveva
avuto l’occasione di vedere un ragazzo in preda a una crisi di astinenza e non
gli era punto piaciuto. La fortuna e/o il Cielo, vollero che Gennaro trovasse
qualcosa da fare in un doposcuola gestito dal vecchio prete. Non gli veniva
chiesto di aiutare una cinquantina di ragazzi a fare i compiti, del resto non
ne sarebbe stato all’altezza, gli veniva chiesto di cercare di tenerli un po’ a
bada, di farli giocare o, comunque, di non farli scappare. Sei ore al giorno, tutti i giorni.
Duecentomila lire al mese. Sua madre non fu particolarmente contenta ma quel
piccolo aiuto e l’avere in casa un figlio che credeva perduto le aprirono un
mezzo sorriso nella bocca sdentata.
Gennaro invece, forse perché
ricordava la dura vita della nave, da subito in mezzo ai ragazzi si trovò bene.
Il più grande poteva avere dodici anni, il più piccolo sei, e lui,
inconsapevolmente, si sentiva il fratello maggiore di tutti. Si inventava dei
giochi per loro e vedeva che si divertivano parecchio, giochi in cui non c’era
un protagonista ma c’era una squadra, che contro un’altra squadra poteva
vincere se soltanto avesse messo insieme le proprie forze e se ogni giocatore
di quella squadra fosse stato impiegato nella maniera migliore, cioè secondo le
sue capacità. E lui era un arbitro che alla propria imparzialità teneva da
morire. Voleva essere giusto, a tutti i costi.
Quando era il momento dei compiti
cercava di richiamare alla memoria quelle poche cose che aveva imparato a
scuola ma spesso era in difficoltà. Possiamo dire adesso che voleva così bene a
quei ragazzi che la sera cercava di studiare, sui suoi vecchi libri che mammà
non aveva buttato via, per poterli aiutare meglio nei compiti il giorno dopo.
Il vecchio prete vedeva tutto
questo, ed era capace di vedere anche molto oltre. Aveva sentito con le
orecchie del cuore qualcosa in quel ragazzo che meritava di essere coltivato. E
quindi pregava per quel ragazzo, pregava tanto. Aveva una piccola statua della
Madonna di Pompei e a Lei lo aveva affidato, perché continuasse la sua opera
con i ragazzi, per levarli dalla strada. Due rosari al giorno almeno, uno alle
quattro del mattino e uno alle undici della sera, il più faticoso anche se
quello che dava maggiore serenità.
Anche Gennaro, uomo tutto sommato
piuttosto selvatico, si era affezionato al vecchio prete, perché lo vedeva
trattare quei ragazzi come fossero tutti figli suoi, e tutti con la stessa
giustizia che usava lui nel gioco, tutti eguali, ma unici ed irripetibili.
Nei loro rari momenti di libertà
Gennaro vedeva il vecchio prete assorto in preghiera, con il rosario in mano e
questa cosa lo riempiva di stupore. Ragazzi e preghiera. Preghiera e ragazzi.
Poco a poco trovò del tutto naturale unirsi a lui nella preghiera e ad usarla
come arma, a quanto pare molto efficace, nelle avversità che il prete e i
ragazzi ogni giorno incontravano. Lui gli regalò anche un vecchio libro di
preghiere, unto e bisunto e tenuto insieme da un elastico, che Gennaro si affrettò
a finire con grande diligenza. Il vecchio prete capì che quando sarebbe stato
il momento i suoi ragazzi non sarebbero rimasti soli.
Dopo cinque anni Gennaro entrava
in seminario. Era certo di voler diventare ed essere come il vecchio prete.
Quando partì sua madre, per la prima volta, buttò fuori qualche lacrima di
felicità.
In quegli anni del seminario i
suoi ragazzi gli furono da guida e mèta, anche perché lui non era proprio
abituato allo studio e cose da studiare ce n’erano tante, e i professori severi.
Tutte cose nuove per lui, teologia, sacra scrittura, liturgia. Fu ordinato
sacerdote il 18 luglio del 1980 e il suo più grosso cruccio fu che il vecchio
prete fosse mancato pochi mesi prima. Ma Gennaro era certo che quel giorno gli
fosse comunque molto vicino, anche più della mamma che era lì in chiesa.
Il vescovo lo destinò alla
parrocchia di Sant’Angelo dei Lombardi e don Gennaro vi andò col cuore pieno di
letizia, sicuro che anche lì i “suoi” ragazzi non sarebbero mancati. E infatti.
Non molti in verità, ma a tutti ogni giorno cercava di trasmettere quelle cose
che aveva dentro e che sapeva che a loro sarebbero servite: onestà, cioè
mostrarsi a tutti come si è, e giustizia, cioè trattare tutti alla stessa
maniera, cose che facilmente permettevano di andare la sera a dormire con il
cuore in pace.
Era riuscito, non chiedetemi come
perché neanche io sono riuscito a saperlo, a portarsi dietro la Madonna di
Pompei del vecchio prete e l’aveva sistemata in una nicchia vuota della
parrocchia. Pregandola quotidianamente, come lui gli aveva insegnato, traeva
forza e coraggio, nelle quotidiane difficoltà della vita pastorale. Non aveva
neanche una vecchia radio, nella quale avrebbe potuto ascoltare le arie d’opera
della sua giovinezza, un mondo fa.
La sera del terremoto
fortunatamente lui era in strada e poté quindi andare a cercarsi i suoi
ragazzi, uno per uno. Qualcuno non riuscì a trovarlo, purtroppo, ma cercò di
mascherare il dolore perché non voleva che gli altri se ne accorgessero. Li
portò fuori dal centro abitato, e cercò di farli giocare per dimenticare quello
spaventoso disastro in cui erano immersi e si inventò un memorabile gioco
notturno. Il mattino dopo li riportò in
paese, dalle loro famiglie. Quei due ragazzi finiti sotto le macerie non
smettevano di girargli in testa. Capì che aveva bisogno di pregare, perché non
riusciva a farsi una ragione della loro morte. Entrò in chiesa, pur vedendo che
era piena di calcinacci e con uno squarcio nella volta.
Lo trovarono la sera, davanti
alla Madonna di Pompei del vecchio prete, con le mani giunte e con una grossa
pietra appoggiata sulla schiena. Le labbra atteggiate a un piccolo sorriso.
domenica 30 dicembre 2012
Dita
Si è appena addormentata. Il suo respiro è superficiale, regolare. La luce della sera filtra dalle fessure della tapparella, schermata dalla tenda, e disegna sul muro righe rosate e sfocate.
Passa in lontananza un treno, proprio lungo il mare, e il rumore del suo sferragliare giungendo al paese vecchio si stempera, e diventa l'occasione per ricordarmi sommessamente che sono ancora sveglio. Dal giardino della villa vicino a casa giungono gridolini di bambini che si attardano a giocare.
Sono incantato da questo momento un po' rarefatto, e il tempo mi si è fermato dentro. Solo il buio che si allunga nella camera mi avvisa che è tardi.
Mi volto verso di lei, che mi mostra, fra la maglietta e lo slip, una striscia di schiena che oscilla ritmicamente come un pendolo. I lunghi riccioli neri le coprono le spalle. Ogni tanto viene scossa da un tremito, come se nel sogno avesse un attimo di paura. E' accovacciata su un fianco, come un feto. Non mi stupirei se avesse il pollice in bocca: del resto a conoscerla bene è ancora un bambina. Vorrei alzarmi, bere qualcosa e fumarmi una sigaretta ma sono come paralizzato da un piacevole torpore, più gradito dell'alcool e del fumo. E' anche vero che ho paura di svegliarla, non voglio interrompere questo suo riposo così sereno. Allungo le gambe con grande attenzione e giro la testa verso il comodino, dove ho posato l'orologio, quello che mio padre aveva destinato a me. Mi conferma che è tardi, ma non ho nessuna voglia di tirarmi su.
Stendo il braccio e le accarezzo i capelli, mi avvolgo un boccolo corvino attorno al mignolo: bofonchia qualcosa e si volta continuando a dormire.
Adesso posso intuirle i tratti del volto nella penombra: è sempre bellissima, identica in tutto e per tutto a com'era quando ci siamo conosciuti, o forse soltanto eguale all'immagine che di lei mi porto dentro, gli occhi così scuri da nascondere la pupilla, la bocca sempre aperta al sorriso. Improvvisamente si rimbocca il lenzuolo, anche se questa serata settembrina è ancora calda.
Non riesco a smuovermi: so che dovrei andare ma sono come paralizzato. Incomincio a guardarla con altri occhi, come fosse una sconosciuta e come se solo adesso avessi la possibilità di svelarne la bellezza. Ho voglia di scoprirla e di svestirla ma non oso, non la voglio disturbare. Era tanto stanca, è giusto che riposi.
Metto soltanto la punta dell'indice sulle labbra chiuse e le porto un piccolo bacio sulla fronte. Niente di più, ma basta per svegliarla. Con occhi ancora riconoscenti si aggrappa a me e mi stringe. "Ciao", mi mormora all'orecchio, ricadendo nelle nebbie del sonno. "Ciao" e basta. Non siamo mai stati capaci di dirci tante parole, è un nostro limite, ed entrambi ci esprimiamo di più con le parole non dette, e quelle poche che diciamo le carichiamo dei significati più profondi, con l'ovvio risultato che spesso siamo gli unici a comprenderle.
Però il "Ciao" sussurrato da lei è stato comunque la cosa migliore di questa giornata. Me ne sto.
Mi divincolo con delicatezza e mi vado a vestire, controvoglia.
venerdì 9 novembre 2012
DOVE E' IL RE DI FIORI?
Consumo ore a fare
solitari. Sembra un'attività sciocca eppure da essa traggo conferme
e oriento le mie decisioni.
Ogni momento della
giornata è buono e il fatto di poterli eseguire sul computer ne ha
centuplicato le possibilità: certo, una volta con le carte in mano
era tutto molto più romantico ma il computer ti libera dall'assillo
e dalla paura di non aver mescolato bene, e non è poco, specie
quando ti escono quattro donne una di fila all'altra. Ma di queste
parlerò più avanti.
Quei pezzetti di carta
colorati, ora abbiam detto virtuali, hanno per me la capacità di
leggermi la vita, ed è da tutta la vita che lo dimostrano. Non prima
di un esame bensì durante la preparazione di un esame, ogni giorno o
due volte al giorno, le carte governano il tuo scarso studio, e vedi,
a seconda della giornata, il professore che ti interrogherà nel re
di cuori o nel re di picche, e quel fante di denari è
quell'assistente bilioso, quasi pelato e con degli occhialini
ridicoli, che ti guarda e sogghigna senza parlare, come ha fatto la
prima volta quando l'esame non è andato bene, e le carte un po' me
l'avevano fatto capire.
Così rubacchio il tempo
ad attività più serie o doverose, ma la possibilità di capire il
passato e la presunzione di leggere il futuro, magari anche solo un
attimo prima che diventi presente, se mai c'è davvero questo
presente, sono troppo intriganti.
Certo, ci sono giorni
buoni e giorni meno buoni. E i giorni buoni sono il martedì e il
venerdì, ma talvolta, se una cosa ti deve essere detta perchè lui
ritiene che sia importante allora ogni giorno è buono. E così come
ogni mattina c'è sempre il sole, ma quello di un diverso giorno
della tua vita, anche lui ogni mattina cambia, e quel che solo la
sera prima sembrava un'impresa disperata, oggi, martedì, alle sette
e mezza, sembra diventare un'operazione con la facilità della
routine.
E' ovvio che qualche
volta la domanda ha avuto una risposta che si è confermata nella
storia della vita, anche se la risposta, sul momento positiva, non
poteva prevedere tutti gli sviluppi, le difficoltà e i pasticci che
si sarebbe portata dietro. Tanto è bastato per farmici ancora più
affezionare.
Ci sono poi periodi, bui
potremmo definirli, in cui c'è un blocco, non mio ma suo, in cui
decide di smettere di risponderti, e non c'è santo e non c'è
ostinazione – e addirittura non reagisce neanche a impossibili
tentativi di baro – e ogni domanda cade nel vuoto e nel silenzio, e
allora ti senti un po' più solo.
Mi sono anche domandato,
visto che il mio preferito è abbastanza difficile, se non sia un mio
diverso atteggiamento a condizionarlo: è del tutto possibile, in
linea teorica, farlo “venire” mettendoci il massimo dell'impegno
e dell'attenzione, e, d'altro canto, farlo in maniera “svogliata”,
chè non possa, anche se lui ci mette tutta la buona volontà,
riuscire. Ma neanche questa è un affermazione del tutto vera. La
verità infatti è che lui fa quello che vuole, e se ha deciso che
tutte le otto pile di tredici carte debbano crescere ordinatamente,
puoi anche farlo dando le spalle al monitor – così controlli bene
che non entri nessuno – e stai pur certo che ti riuscirà.
Ultimamente mi ha fatto
un brutto scherzo.
Ero già a un buon punto,
e mi pregustavo (speravo, sarebbe meglio dire) un contatto, una
telefonata, un qualche cosa di positivo con quella donna bruna ultimo
oggetto di saltuarie attenzioni, bella femmina, difficile e
interessante a un tempo. Per ora è ancora la donna di fiori.
Sicuramente non la donna di denari, ne sono certo, né la donna di
picche, la quale è già passata con suo strascico di dolore. E come
due sono i mazzi due sono state anche le donne di picche.
Non riesco a vedermela
come donna di cuori, non ancora, forse è lei la prima a non vedersi
così. Ma come donna di fiori è perfetta, ancora sospesa. E per lo
stesso fatto di essere sospesa è quindi all'apice della
desiderabilità.
Come è facile immaginare
io sono il fante di cuori, non sarò mai il re di cuori. Anche
all'ultimo giorno della vita sarò ancora il fante di cuori, è la
mia condanna. Ma non ambisco a nulla di più.
Non vi starò a
raccontare come si sono messe le carte, non è sostanziale e certe
finezze potrebbero sembrarvi solo parti deformi di una mente malata.
Fatto sta che stavo spostando tutta la colonna di fiori, dall'asso
alla donna, sul suo re, per lasciare vuoto lo spazio. Per un attimo
lunghissimo il re di fiori è scomparso, introvabile, e avrebbe ben
dovuto esserci ma non lo vedevo. Il cuore si è messo a battere
all'impazzata, il computer ha dato un segno di vita propria, forse ha
fatto un errore, come noi, mi vuole dire qualcosa di importante, la
donna di fiori non deve più andare dal suo re, e adesso? Cosa
succederà?
Alla fine dell'attimo,
quando già immaginavo definitivi cambiamenti della vita, mi è
caduto l'occhio sulla pila coperta, dove, ridendo, stava il re di
fiori, pronto a prendersi di lì a poco la sua donna.
Grande delusione, e una
piccola lacrima ha sciolto il sogno.
sabato 15 settembre 2012
Anna e Paolo
I
Anna Chiari era più che soddisfatta. Ottenere quella
scrittura l'aveva definitivamente convinta che avrebbe potuto vivere solo di
musica: avrebbe cantato al teatro Nuovo di Ferrara, un sabato sera ancora da
definire del prossimo ottobre.
Anna cantava accompagnata soltanto da
Paolo, che suonava il violino.
Aveva impiegato parecchio tempo a capire
come avrebbe dovuto accompagnare la sua voce, forte e roca, una voce “nera”,
senza dubbio, che per qualche aspetto ricordava quella di Nina Simone. Aveva
provato con pianisti, sassofonisti, oboisti persino, ma solo cantando
accompagnata dal violino di Paolo si sentiva sprofondare dentro un vortice,
avvolta dalla musica.
Tanta era stata la gavetta, per strada e
nelle piazze, nonostante il suo bel diploma di canto al conservatorio se lo
fosse preso, e con la lode. Ma sfondare nella musica, figuriamoci nella sua
particolare musica, era stato veramente difficile. Con quella scrittura poteva
a ragione ritenersi una musicista affermata.
Paolo era il suo specchio musicale. Si
erano conosciuti negli ultimi anni di conservatorio e fra loro c'era stato
subito un flusso, da entrambi immediatamente percepito, e non solo dovuto alle
cose che condividevano: Mahler, con le atmosfere sognanti che riusciva a
creare, i Lieder di Schubert; sarebbero vissuti di pizza, potendo. E il primo
film che avevano voluto rivedere insieme, il primo di tanti, era “Il Terzo
Uomo”.
Anna e Paolo però non erano diventati una
coppia, e naturalmente non vivevano insieme. Ma quella vita che era al di fuori
del Conservatorio, prima, e delle tournée, dopo, entrambi non la consideravano
proprio “vita”. Le loro case erano solo tane notturne, e come tutte le tane,
frequentate in maniera saltuaria e lasciate a sé stesse.
Ogni momento della giornata era buono per
provare una musica nuova, e una gioia antica, e il loro suonare insieme era
diventato una specie di eco: bastava una nota semplicemente accennata sul
violino, o dalla sua voce profonda, che questa diventava una nota sensibile e
occasione per una sessione di improvvisazione, magari davanti a colleghi
stupiti e invidiosi, soprattutto dell'esultanza che entrambi dimostravano.
Ecco perché quella scrittura a Ferrara
l'aveva convinta, era diventata ormai una cantante, e la strada per diventare
famosa era stata tracciata.
L'unico neo di questa vita in musica era
che Paolo, che lei ben sapeva titolare e responsabile della precisa metà di
quel successo, per il pubblico, così come per gli impresari, era solo una
silenziosa spalla. Di questo lei ci faceva una malattia ma non era riuscita a
cambiare la situazione, e spesso voleva pagarlo di più della metà di quello che
lei incassava.
Fra loro non c'era amore fisico, né mai
c'era stato qualche indizio, o preliminare, di amore fisico, ed entrambi, pur
pensandoci ben di più di quel che è lecito aspettarsi, nascondevano a sé stessi
questi pensieri, abilmente mascherandoli in sogni notturni indecifrabili. Può
darsi che inconsciamente pensassero che il sesso fosse in contrasto con
l'esercizio di una professione in coppia, fra l’altro una professione delicata
come la loro, che da un momento all'altro poteva scomparire, per una sciocca
malinconia di un pubblico maligno. Due sere col teatro vuoto e finisce tutto.
Dunque anche nell'eliminare il sesso
dalle loro vite erano, in linea di principio, d'accordo.
La serata a Ferrara andò davvero bene.
Teatro gremito e bis a volontà. La loro musica anche quella volta aveva fatto
il piccolo miracolo, e le persone uscivano dal teatro cantandola e
fischiettandola motivo per Anna di grande gioia.
All'una, dopo la doccia e mezz'ora di
yoga, uscirono nella notte, cercando un posto per mangiare. Erano ancora
lievemente eccitati, e affamati. Cercavano una buona pizza, magari con le
verdure grigliate. E un filo di olio al peperoncino, altra passione che
condividevano.
Piedigrotta è una nome di pizzeria molto
inflazionato ma un’occhiata dal di fuori della porta a vetri, e il fatto che
fosse a trenta metri dal teatro, li convinse a entrare. Non era un posto
particolarmente brutto, anche se molto ordinario: tavoli con le tovaglie a
quadrettoni rossi e bianchi, seggiole in plastica, il forno elettrico, non il
massimo per la pizza. L'unica cosa che tirasse su il tono del locale era la
cameriera ai tavoli. Una giraffa. Almeno uno e novanta, valutò Anna alla prima
occhiata. E della giraffa aveva l'eleganza del portamento e del movimento.
Sembrava che scivolasse, su quel linoleum. Una chiostra di denti bianchissimi,
messa in evidenza dal sorriso della ragazza, spiccava sull'incarnato, nero come
la notte più buia. Una tutsi, senza dubbio. Una cascata di treccine nere opache
le colava sulle spalle lucide. E due gambe, appena coperte dalla divisa, che
parlavano. Due gambe che a farcisi stringere sarebbero certo diventate una
morsa.
Si sedettero al primo tavolo sulla loro
destra, contro il muro. Solo altri due clienti erano presenti, due ragazzi che
mescolavano i baci con i bocconi della pizza.
Anna parlava eccitata della performance
di quella sera, rimarcando con puntigliosità le piccole imperfezioni scappate a
entrambi ma Paolo la ascoltava con disattenzione. Quando la cameriera arrivò al
tavolo Anna si accorse che Paolo sfoderò il più complice dei suoi sorrisi e ci
restò molto male, anche se non fece una piega. Paolo continuava a parlottare
con la ragazza, che a un certo punto scoppiò in una risata fragorosa. Anna li
sentiva attraverso una cortina che le impediva di capire ogni parola. Capì che
la ragazza si rivolse verso di lei e riuscì con difficoltà a mormorare: ”Per me
una pizza margherita e una mezza minerale naturale, grazie”.
Cercava a tutti i costi di non farsi
accorgere da Paolo di quell’accesso di gelosia, che “per contratto” non avrebbe
avuto motivo di esistere, ma lui se ne era accorto. Erano entrambi imbarazzati
e finirono le loro pizze in silenzio, con la scusa della stanchezza.
Nella sua stanza di albergo, con la
televisione accesa, Anna rifletteva sul fine serata, domandandosi cosa
significasse tutto ciò.
Sapeva bene che non sarebbe mai riuscita
a parlare con lui. Sarebbe stato semplicissimo prenderlo un attimo da parte, in
un momento favorevole, magari dietro le quinte prima di un concerto, e dirgli
in tutta semplicità quello che lei desiderava, di essere una coppia. Non le
sarebbero certo mancate le parole.
Quella solitudine notturna nelle stanze
d’albergo le era diventata insopportabile.
Cosa ci sarebbe voluto per dire quelle
quattro parole in croce?
Ci sarebbe voluta la capacità di
immaginare che se avesse ricevuto un rifiuto non le sarebbe caduto il mondo
addosso, cioè che questo rifiuto non avrebbe indotto una cascata di eventi
dolorosi e terribili, fra cui la fine del loro rapporto professionale e
l’annientamento del loro rapporto umano. Un disastro, un lutto. E solo il
pensare a questi avvenimenti, le era intollerabile.
Oltretutto era lei la prima a comprendere
che questo rifiuto era veramente poco verisimile. Sapeva di essere una bella
donna, sicuramente molto piacente, con uno sguardo arricchito da due profondi
occhi nocciola, un nasino appena accennato all’insù e due labbra che sembravano
disegnate da Raffaello. Il tutto incorniciato da una lunga chioma con riflessi
rossastri i cui spostamenti durante i concerti erano la delizia del suo
pubblico, e lei, sapendolo, ne approfittava, mettendosi d’accordo in questo
senso con il tecnico delle luci. Perché mai Paolo non avrebbe dovuto
acconsentire con gioia alla sua proposta?
Anna aveva paura. Semplicemente una paura
più forte di lei. Preferiva avvitarsi su sé stessa e sulla sua gelosia. Dopo
avere alzato il volume della televisione abbracciò il cuscino e pianse.
La mattina dopo, verso le sei, dopo il
commissario Pelle entrava nella pizzeria Piedigrotta, nella piazza del Teatro
Nuovo, dove era stato trovato il cadavere di una donna di colore, tale Aisha
Adadjan, immigrata dal Rwanda, del cui volto era stato fatto scempio.

venerdì 31 agosto 2012
NOTTE AD APRICALE
Marco aveva svuotato rapidamente
la scrivania, coperta solo dalle cose essenziali: le penne, il portacarte,
qualche foto sotto il vetro, poche cose perché non aveva mai sentito veramente
suo quel lavoro. Passò a ritirare l’ultima busta paga, bagnata di sudore e
pregna di rabbia.
A casa riempì la sacca da viaggio, svuotò il frigorifero e
prese il libro sul comodino, ultimo rifugio dalle tristezze della vita. In
strada la vecchia Duecavalli non aspettava altro, dài, partiamo, mormorò. Certo
che partiamo, mia cara, e vedrai che ci divertiremo.
Alle otto di quella sera di
agosto, dopo solo due ore di guida, Marco imboccò il bivio di Camporosso,
deciso a trovare un po’ di refrigerio nell’entroterra. Arrivò ad Apricale poco
dopo, inconsapevolmente attratto.
Quando, dopo quella curva
stretta, la vide improvvisamente, triangolo di case spalmato sulla collina, ne
restò colpito, come se Apricale non fosse un paese come tutti gli altri.
C’erano pochissime automobili a quell’ora e poté fermarsi un attimo per
scendere a vedere meglio. Tutti i rumori della natura si erano spenti, e la
luce si faceva sempre più fioca. Per un istante fu dimentico di ogni cosa,
soprattutto del fatto che era di nuovo senza lavoro.
Dentro il silenzio, sentì il suo
ritmo battere all’unisono con quello del mondo, un ritmo che prescindeva dal
tempo.
Rientrò in macchina, col
desiderio di esplorare meglio quel piccolo paese e quella grande emozione.
Parcheggiò in cima al paese, in uno spiazzo stranamente vuoto. Gli stava
crescendo dentro una curiosità incontenibile.
La prima persona che vide fu un
vecchio candido, alto e ossuto, che portava una gerla che sembrava sospesa,
tanta era la leggerezza con cui la sosteneva. L’uomo gli fece soltanto un gesto
con la mano, come a dirgli: “Vieni, è ora che cominci il tuo giro qui da noi”.
Marco prese quindi la prima
stradina alla sua sinistra, sormontata da un archetto. Camminava lentamente,
guardandosi intorno, cercando qualcuno. In cielo il nero, senza stelle, aveva
quasi preso il posto dell’azzurro. Si diresse verso una ripida discesa, al
fondo della quale distingueva un lampione
con una luce fioca.
Lo vide solo pochi metri prima
della luce. Ma ancor prima di vederlo fu colpito da un odore intenso, come
quello che si sprigiona dai cespugli di pitosfori, dolce e pungente. Ma non
c’erano pitosfori là, solo qualche vaso di gerani. E questo grosso gatto, a cui
lui si avvicinò circospetto. Quello non fece una piega. “Ciao, Marco”, gli
disse voltandosi.
Quando ti trovi in una situazione
che non hai mai vissuto la tua memoria perde qualsiasi riferimento e non riesci
più a capire se i tuoi sensi trasmettano al cervello informazioni di realtà.
“Ciao, Marco”, ripeté il gatto,
sempre placidamente accovacciato sul gradino della casa. Marco però non voleva
rispondergli, altrimenti avrebbe dato ragione a quella parte di sé stesso che
sommessamente gli suggeriva che non c’è nulla di strano ad essere salutati da
un gatto.
Pensò a uno scherzo, ma non aveva
incontrato e non vedeva nessuno.
Prese tempo, mugolò un “Ciao” più
di pancia che di bocca e studiò l’avversario.
Era un gattone che sembrava un
cuscino, e per dimensioni e per morbidezza. Il manto, come la maggior parte dei
gatti – che però non parlano – era bianco con striscie grigie variamente
orientate. L’oscurità gli dilatava enormemente le pupille.
Pensò che comunque era libero di
parlare con un gatto, del resto non avrebbe dovuto dirlo a nessuno. E nessuno
era lì presente, per testimoniare che lui parlava ai gatti. “Come è andato il
tuo viaggio? So che quando parti non sei mai di buonumore”. Marco trasecolò, se
non fosse stato buio lo si sarebbe potuto vedere scolorire. Ma doveva
considerare normale ciò che normale non era. “Hai ragione”, rispose col suo solito
tono di voce, che in quella situazione
diventò un rauco falsetto. “E’ che mi prende un’angoscia che mi stritola la
pancia. Certe volte penso che non dovrei mai partire e restare sempre a casa.
Casa e lavoro, lavoro e casa”. “Adesso casa-casa, mi sembra”, lo interruppe il
gatto, con un’espressione che a lui parve un mezzo sorriso. “Non solo mi
mancava il gatto parlante, ci voleva anche quello sarcastico”, pensò Marco.
Il gatto disse soltanto “Seguimi,
per favore”.
Lo precedette fino a uno slargo
sul limitare del paese, da dove si poteva finalmente vedere il cielo liberato
dalle nuvole, con una magnifica stellata. Stettero un quarto d’ora in silenzio,
Marco disteso sull’erba, il gatto accovacciato vicino a lui, distante un
centimetro in più di un braccio teso.
“Ciao Marco, adesso devo andare.
Aspetta qui”. Sparì nel buio.
Marco pensò che neanche nel
migliore dei suoi spinelli sarebbe riuscito a immaginare di avere a che fare
con un gatto parlante, capace anche di leggerti la vita.
Gli sembrò di addormentarsi per
qualche minuto.
Improvvisamente sentì un rumore, a lui non era familiare, un rumore
sordo, un fremito lontano, ritmato. Girò la testa e vide una gatta siamese. Due
occhi azzurri brillanti nell’oscurità.
Marco non aveva
mai amato particolarmente i gatti, lui e i gatti seguivano vite semplicemente
parallele. Ma quella gatta aveva un musetto sul quale si sarebbe sentito di
stampare un bacio. Ovviamente non se lo permise, anche se fu lui a fare il
primo passo, ridendo di sé stesso in silenzio. “Come ti chiami?” le chiese.
“Isabella”, “Ah, bel nome”. Attimo di silenzio, in cui ebbe la certezza di
essere capitato all’altro capo del mondo. E allora decise che sì, i gatti
parlavano, almeno ad Apricale, e allora tanto valeva farci dei bei discorsi.
Chissà cosa ne sarebbe potuto uscire, forse un
racconto.
Provò quindi a
fare il galante. “Lo sai che sei molto carina?” “Certo, ma non siamo qui per
parlare di questo”. “Ah”, fece Marco, offeso dal tono un po’ tagliente. La
gatta stava seduta, arrotolata su sé stessa.
A Marco venne in mente quella donna, che aveva riempito gli ultimi tre
anni della sua vita. Una donna che sempre più di frequente gli dava una
senzazione di profondo disagio. Non sapeva se era innamorato di quella donna,
non sapeva se era mai stato innamorato di qualcuno, non sapeva neanche cosa
significasse veramente la parola “innamorarsi”. Isabella lo guardava con occhi
penetranti, come se gli leggesse quei pensieri, chiedendogli a un tempo di
leggere meglio quello che lui stava incominciando a intravvedere.
Improvvisamente la gatta, come colta da scossa elettrica, si alzò e
incominciò a camminare, rientrando in paese. Marco la seguì ipnotizzato.
Realizzò che se quella gatta fosse stata una donna sarebbe stata bellissima, e
si sentì avvolto da un folle desiderio.
Isabella, indifferente a quei pensieri, scendeva verso la piazza, di
buon passo. Arrivata si diresse a un angolo, dove, confuso con le pietre del
selciato, stava un grosso gatto certosino. Marco si accorse che parlottavano, sorpreso
di non sentirli. Isabella con due balzi fu fuori portata.
“Vieni pure avanti, Marco”, se ne uscì fuori il certosino con un bel
vocione baritonale, di un tono assolutamente divertito. Marco, che quella sera
non si sarebbe più stupito neanche se gli avessero parlato i sassi, avanzò con
baldanza.
Il certosino incominciò a camminare in tondo nella piazza e Marco si
accorse che procedeva in maniera molto buffa, dimenando la parte posteriore del
tronco, sculettando quasi, ma non in maniera armonica e regolare bensì con
gesti di imprevedibile ampiezza e frequenza. Ne risultava un ballo estremamente
divertente e il gatto stesso era il primo a divertircisi. “E ridi, dài, fai un
sorriso anche tu, idiota” gli disse, parandosi davanti a lui seduto con le
zampe anteriori estese, come i gatti dei faraoni. Da fermo sembrava un gatto
serio, ma non lo era.
Ripensandoci quel sedere che sballottava a destra e a sinistra era
troppo comico, e a Marco salì finalmente una risata sincera, lunga, come da
troppo tempo non ne venivano più.
Lo prese una nuova voglia di vivere e un entusiasmo che l’avrebbe
presto reso capace di dare il giusto colpo di timone alla sua vita.
“Questi gatti sono fenomenali”, pensò.
Seduto al margine della piazza, nel buio della notte rideva felice, con
un certosino storpio accoccolato sulle gambe, che si prendeva pigramente
piccole carezze sulla testa, ridendo sotto i baffi.
UN'INDAGINE LUNGA UN GIORNO
Il medico legale arrivò tre ore
dopo essere stato avvisato. In quel lasso di tempo l’appuntato Federici, dopo
che il giudice e i suoi superiori andarono via, aveva approfittato del silenzio
e della solitudine, e si era messo a curiosare. Perché era curioso come una
scimmia. Ogni omicidio per lui era fonte, se non di godimento puro, di
interesse spasmodico.
Si trovava in un ristorante
famoso, il cui patròn e chef era acclamato come il nuovo Bocuse, portatore di
ricette e sapori segreti, che deliziavano i palati di una clientela facoltosa.
Certo che lui non si sarebbe mai potuto permettere di andarci. Ma non gli
interessava, aveva i suoi locali di fiducia.
Il delitto era avvenuto
nell’immensa cucina, che per estensione ricordava quella di certe dimore
principesche.
Era lo chef la vittima, una
vittima smembrata senza nessun criterio anatomico né gastronomico, ridotta in
pezzi non più lunghi di mezzo metro. La testa separata dal collo con
un’espressione ancora stupita negli occhi. Federici fu colpito dalla
contemporanea presenza di tagli di carne, bovina questa volta, tagliati però in
maniera da poterne agevolmente riconoscere l’uso culinario che se ne sarebbe
fatto.
Il risultato era una cucina era
disseminata di pezzi di carne e di sangue: e in una pentola sul fuoco
sobbolliva un quarto anteriore assieme a un ginocchio non bovino. Federici
pensò che il killer, se non fosse stato disturbato, si sarebbe fatto un buon
brodo, di carne.
Sogghignò fra sé e sé.
Cominciò a guardarsi intorno alla
ricerca di una qualche traccia. Quasi subito trovò, vicino a una mannaia per
ossa, una vera matrimoniale. La sollevò con la pinzetta che portava sempre in
tasca e lesse “Jean – 24.9.2013”. Poco probabile che fosse del cuoco. Se la
ficcò in tasca col massimo della naturalezza.
Si sedette a pensare. Perché il
bue tagliato bene e l’uomo selvaggiamente depezzato?
Quando finalmente il medico
legale arrivò potè andarsene a casa, a dormire sul divano abbracciato al
cuscino, dando le spalle alla televisione accesa.
L’indomani, giorno di riposo,
Federici andò in Curia, dal suo amico Don Franco, uno dei rarissimi preti che
parlava come mangiava. Avevano fatto solo le scuole medie insieme ma non si
erano mai persi di vista, e qualche volta erano usciti assieme agli altri e il
Don era certo fra quelli più casinisti.
“Ciao, Don, risolvimi un
problema”. “Ciao, Sarebbe?”. “Bisogna risalire da una vera matrimoniale al suo
padrone. Ce la fai? » « Ci
provo ».
Nel 2012 anche il Vaticano è
informatizzato e la stampante sputò rapidamente la sposa assassina, Marie
Durand, al momento del matrimonio domiciliata in via Galletta al n. 59 interno
1.
Federici andò a mangiarsi la bistecca da Gianni, osteria
che cucinava bene solo agli amici. E lui era fra gli amici. Alle tre e mezzo
del pomeriggio, dopo essersi mezzo azzuffato con un avventore sul valore di un
attaccante della squadra cittadina, complice un dito di vino di troppo, si
avviò malfermo sulle gambe verso via Galletta, poco distante.
Era in borghese e il caldo, il vino e l’abbigliamento
diedero alla donna che aprì la porta l’idea di avere davanti un qualche
muratore venuto a chiedere qualcosa. Le scappò una mezza risata. Lo fece
accomodare e andò a preparargli il caffè.
Il soggiorno della signora Marie
era in penombra, e questo ne acuiva il senso di tristezza e di disagio. Divani
e poltrone erano tanto consunti da non poter più dire di che colore fossero
stati, se mai avevano avuto un colore. Un paralume ricoperto di polvere. Tutto
grigio. La stessa signora Marie aveva un incarnato grigio che la diceva lunga
sulla sua salute, anche a un appuntato.
Mentre Federici avvicinava la
tazzina alla bocca lei esordì: “Vedo che ha fatto presto a trovarmi. Vuole
sapere perché ho ucciso quel bastardo?”. Il caffè bollente gli andò di traverso
e incominciò a tossire con grande strepito. Non si immaginava di certo di
essere aggredito in maniera così diretta. Quando si riprese bofonchiò: “Intanto
lei me lo dica”.
La donna si mise comoda. “Michel
era un grande cuoco, anche se di un’ambizione sfrenata. Voleva essere il
migliore del mondo. E il più famoso. Non meno di Escoffier, perlomeno. Io e mio
marito eravamo tutta la sua brigata di cucina. A noi proponeva i suoi piatti
più nuovi da assaggiare, tutti i giorni e il nostro giudizio era per lui
sostanziale. Noi il braccio e lui la mente.
Quando mio marito fu ricoverato
in Ematologia, tre settimane fa, gli fu diagnosticata una leucemia
mieloblastica. Il medico che mi comunicò la diagnosi mi disse anche che spesso
queste malattie sono dovute a tossici, specie composti chimici aromatici.
Mio marito l’ho perso in una
settimana.
La settimana successiva l’ho
spesa cercando in cucina, certa che Michel avesse usato qualche cosa che non
andava bene. Non ho dovuto faticare per cercarla, una boccetta con un liquido
denso verde, riposta assieme alle spezie, con una scritta: benzene.
Una piccola ricerca sulla rete mi
ha confermato i sospetti.
E quel bastardo lo usava per
cucinare: ecco perché tutti i suoi clienti lo portavano in palma di mano e
dicevano che i suoi piatti fossero così particolarmente “aromatici”. Non poteva
essere diversamente, ma portavano in sé la morte. Noi che tutti i giorni li
mangiavamo siamo i primi a volare via. A me non restano molte settimane.
Sono assolutamente convinta che
quell’uomo di merda abbia avuto quello che si meritava, e nel momento giusto,
quando stava preparando il suo celebrato “bollito con salsine aromatiche”.
Federici aveva ascoltato tutto,
partecipando alla rabbia della donna. Si domandò cosa può spingere un uomo ad
avvelenare i propri simili ricercando a tutti i costi di soddisfare il loro
palato, e non si diede risposta.
Si alzò e borbottò qualcosa alla
signora Marie, sapendo che non l’avrebbe più rivista. Lei restò seduta,
contenta, se così vogliamo dire, di rivedere presto il marito.
Federici, sulla mensola
dell’anticamera, posò la vera.
TORBIDE ATMOSFERE
La coppia al tavolino ha appena
finito di bere caffè e acqua minerale. Lei ha un vestito scuro con le spalle
nude, anche se al collo ha una pashmina bianca, più volte avvolta. E’ seduta in
modo da far vedere buona parte delle cosce, non magre, e se le accarezza.
E’ palesemente sulle spine. Lui,
con una polo giallo canarino, sembra più tranquillo. Oltre a essere più
vecchio.
Hanno deciso di imbarcarsi in quella nuova avventura,
spinti da un pizzico di follia e da giornate gonfie di noia. E’ lei ad avere
insistito e lui non ha avuto il coraggio di dirle di no. Magari, quando si
arriverà al dunque, lui si tirerà indietro, certo con un gesto elegante, del
tutto convinto che è meglio lasciare un dubbio sulla propria virilità piuttosto
che dare la certezza dell’impotenza.
La coppia che aspettavano emerse
improvvisamente dal tunnel di pietra. Non avrebbero potuto non essere quelli
che aspettavano, anche perché, come da accordi, entrambi portavano addosso
qualcosa di giallo. Lui aveva capelli più bianchi che grigi, lei capelli ricci
e rossastri. La donna seduta al bar guardò bene quest’uomo, col quale aveva
deciso di giacere di lì a poco. Incominciò a pensare se puzzava già di sudore.
Nulla di più romantico. Concluse saggiamente che una moderata puzza di sudore,
ovviamente accompagnata da altre caratteristiche idonee alla particolare
bisogna, poteva essere anche accettabile.
mercoledì 11 luglio 2012
SCONOSCIUTI
I
In certi momenti Livia non
credeva ancora di essere stata capace di prenotare quel viaggio, e la assaliva
improvvisamente una sensazione di incertezza che per un istante la paralizzava,
qualunque cosa stesse facendo.
Non era certa infatti di essere
consapevole di tutti i motivi che l'avevano spinta a prendere quella decisione,
ma quando si era trovata seduta nell’agenzia di viaggi, davanti a una ragazza
di poche parole ma dall’aria piuttosto allusiva, la curiosità aveva prevalso su
ogni altra considerazione. Non il fatto di dover partire da sola, ovviamente,
nè il costo elevato della vacanza.
Fra l’altro era anche animata da
un certo sentimento di vendetta verso quell'uomo che l'aveva lasciata così
bruscamente. Il fatto che io mi imbarchi in questa avventura, gli avrebbe
voluto dire, ti farà ben capire che ho l’intenzione di cancellare persino il
tuo ricordo. Ma solo la certezza di non potergli sbattere in faccia queste
parole le dava la forza di pensarle.
Dopo l’abbandono aveva voluto
rovistare nella sua scrivania, che nel suo disordine era un po’ il simbolo
della vita di quell'uomo. L’aveva fatto insieme alle ragazze, perché voleva che
anche loro partecipassero di quell’angolo privato di lui, e anche perché non
sapeva bene che cosa avrebbe trovato. Non ne aveva proprio voglia ma era un
compito che si era imposta. E infatti erano saltati fuori gli oggetti più
disparati, difficilmente riconducibili all’idea che di lui loro si erano fatte.
Una scatoletta contenente chiodi rotti e arrugginiti, inutili e inutilizzabili.
Buoni fruttiferi postali, scaduti da anni, e per cifre assolutamente non
disprezzabili, mescolati a foglietti con minute di quelle che sembravano
lettere d'amore appena incominciate. A quale o quali donne fossero indirizzate
non le era stato possibile capirlo, ma erano sicuramente scritte da lui, con
quella grafia particolare in cui ogni carattere era nettamente separato dal
precedente e dal successivo, proprio come un carattere corsivo a stampa.
Guardandole Livia aveva fatto finta di niente, perché aveva vicine le figlie.
Dai cassetti continuavano a uscire, per opera delle ragazze, piuttosto
divertite, pile mai usate, refill di ogni tipo di penne a sfera, borse del
tabacco, coltelli, una scatola piena di vecchi dollari d’argento, una bottiglia
di profumo sigillata, per un quarto piena. Un bazar allucinante. Frammenti
insignificativi di una vita poco nota.
Con calma, poi, era riandata col
ricordo alle lettere che lui le aveva scritte, nei primi momenti della loro
storia. Anche se non sapeva più dove fossero le ricordava bene, purtroppo
pressoché eguali, nel contenuto e nello stile, a quei foglietti volanti trovati
nei cassetti della scrivania. Si sentiva ferita e decise di cestinarli: palline
di carta che volano, inesorabilmente, nell’immondizia. Descrivendo peraltro un
arco perfetto.
Livia da giovane era stata
bellissima: due occhi nocciola incastonati in un viso perfettamente ovale, un
incarnato appena olivastro e lunghi capelli dello stesso colore degli occhi,
lunghi fino a dove finisce la schiena: una bellezza indiana, se così vogliamo
dire, accentuata da un piccolo neo sullo zigomo sinistro. Gli anni erano
passati su di lei lasciandole alcune piccole tracce sul volto, facilmente
nascoste anche soltanto dalla tenue oscurità della sera. Con un velo di fondo
tinta avrebbe dimostrato vent’anni meno di quelli che aveva. Il fatto è che non
gliene importava più molto.
Si era sposata molto presto e
presto aveva avuto quelle due figlie, Giovanna e Maria, chiamate come le nonne.
Dopo quasi quarant’anni il marito l’aveva lasciata. Le figlie le erano state
vicine, i primi tempi. Ma anche loro avevano famiglia e lavoro, che venivano,
nella realtà di tutti i giorni anche se non nei desideri, prima della mamma.
Livia però aveva reagito, non era
mai stata donna da lasciarsi dominare dalle situazioni, così come quando aveva
dovuto gestire l’improvviso licenziamento e reinventarsi un lavoro, e c’era
riuscita con grande successo.
Si era presto data una “regola”,
come la chiamava lei, che le scandiva la giornata in maniera molto rigida, e
che, mentre da un lato la metteva in grado di fare da sola tutto quello di cui
aveva bisogno, dall’altro, cosa ben più importante, le impediva di pensare alla
sua perdita, se non fosse stato solo per qualche attimo, particolarmente
malinconico, ben presto scacciato come un insetto fastidioso dall’incombere
della prossima attività. Tutto ciò la aiutava ad andare avanti. Era veramente
autonoma in tutto, e ne era profondamente orgogliosa.
Aveva pensato e ripensato per
parecchio tempo a quel viaggio, perché era lungo e soprattutto perché non aveva
mai fatto un viaggio così, e questo era stato proprio il motivo principale. Con
L. non erano mancati i viaggi, un po' come in tutte le coppie, ma mai un
viaggio in un altro continente. Si sarebbe trattato di fare tante ore di aereo
e poi di imbarcarsi su una nave, per una crociera di un mese. Cose tipiche da
pensionati, pensò Livia ridacchiando fra sé e sé.
II
Finalmente l'aereo è partito. In
aeroporto l'incaricata dell'agenzia mi ha presentato i miei compagni di
viaggio, che sembrano persone del tutto normali, e non so ancora se questa sia
una qualità o un difetto. Sicuramente non gente che scappa dal passato, come mi
sento io in questo momento. Certo, sono tutti “non più giovani”, qualcuno è
proprio vecchio vecchio. Mi ha colpito un uomo pressapoco della mia età, un po'
appesantito, con un'aria triste che contrasta con un eloquio gioviale e faceto.
Non ostante in aereo ci sia l'aria condizionata è venuto su senza un maglione e
con i calzoncini corti. Uno sportivo? Uno stupido? Mi riservo di farmi più
avanti un'idea più precisa. Per ora cerco di rilassarmi. Sono preoccupata ma
non so perché. Le ragazze mi hanno messo in mano un telefonino e mi hanno
raccomandato di usarlo il più spesso possibile: mi hanno detto che è tutto
pagato. Non sono state molto d'accordo che io facessi un viaggio così lontano e
per così tanto tempo ma hanno da tempo capito che faccio quello che mi pare e
mi piace, e non voglio sentire ragioni, ci mancherebbe. Magari, sotto sotto,
sperano che io cada in mare e sia mangiata da qualche pescecane, o che mi morda
uno scorpione di quelli che non perdonano..... del resto anche io non perdono.
III
In viaggio ho avuto occasione di
conoscere un po' meglio quell'uomo in calzoncini che mi aveva tanto
incuriosito. Del resto sono tutti accoppiati ed è stato giocoforza che noi ci
siamo seduti vicini e abbiamo incominciato a parlare. Ha incominciato lui, che
non è selvatico come me, e a poco a poco mi ha avvolto con i suoi discorsi in
una nuvoletta profumata e inebriante.
IV
Questa donna che ho incontrato in
viaggio è davvero un tipo singolare. Intuisco che sia solo un poco più vecchia
di me ma non mi importa, del resto credo che non me lo direbbe mai. Dato che
siamo gli unici due scompagnati, o scombinati, della comitiva, mi sono seduto
vicino a lei. Non ho avuto alcuna difficoltà a riassumerle in un quarto d'ora
la mia vita per sommi capi, vita randagia di commesso viaggiatore del mondo,
con campionari di macchine per la potabilizzazione dell'acqua, sempre in
macchina e sempre in giro, ogni sera in un posto diverso, e ogni sera con una
diversa compagnia, che qualche volta ti dà anche due pugni e ti porta via il
portafogli. Tutte cose sempre messe nel conto. Fino alla potabilizzazione
glielo ho raccontato, e mi sembrava parecchio divertita. Il resto no, non
sarebbe stata una mossa furba. Non voglio subito escludermi da questo gruppo.
Anche lei mi ha raccontato
qualcosa, di due figlie grandi e sistemate, di cui è molto orgogliosa, e di un
uomo, che non c'è più, ma non ho ben capito se “non c'è più” o ha solo preso il
volo. Forse non c'è tanta differenza. Capisco chiaramente che questo viaggio ha
per lei il significato di una rinascita, potrei dire persino di un battesimo,
visto che sono stato tanti anni a scuola dai preti.
Adesso è tardi, e anche se
andiamo dietro al fuso orario è già notte in cielo, notte senza stelle. Si è
addormentata e la sua testa è scivolata gradualmente sulla mia spalla. Mi dà un
po' fastidio ma non oso muovermi per non farla cadere. Lo so, domani mattina la
spalla mi farà male. L'importante è che Livia dorma bene.
V
Eccoci arrivati. L’aria tersa del
mattino rende tutto più piacevole, persino questa nave su cui partiremo, la
Palomita, che ha un’aria a metà fra il malandato e l’abbandonato. Ho dormito
tutta la notte appoggiata a Diego e stamattina mi sono sentita dolcemente
riposata. Quest’uomo mi riserverà delle sorprese, lo so.
Immagino che la nave una volta
fosse proprio carina. Restano le vestigia di un fasto che non c’è più ma che si
intuisce bene in certi piccoli particolari, ad esempio il servizio di stoviglie
e il personale di sala, a un tempo formale e simpatico. Ci hanno servito il
continental breakfast e mi sono sorpresa ad avere un appetito formidabile.
Anche i miei compagni di viaggio hanno mangiato più che di gusto, Diego
compreso.
VI
Sono cinque giorni che viaggiamo.
Più ci avviciniamo a Valparaìso e più l’ansia si fa pressante. Mi sono
imbarcato in questo viaggio solo per inseguire un fantasma del passato e in
certi momenti non sono per niente sicuro di avere fatto bene. Ho una paura
terribile di non trovarlo, che sia morto, che non mi voglia più vedere, ma
soprattutto che si sia dimenticato di me. Non credo che riuscirei a sopportare
quest’ultima evenienza.
Jorge è stato l’unico uomo con
cui avrei voluto passare tutta la vita, e non perché la nostra storia è stata
talmente breve da non poter avere brutti ricordi ma perché solo vicino a lui mi
sentivo come Ulisse quando finalmente è tornato a Itaca. Pago. Arrivato e senza
più nessun desiderio di partire. Quei momenti in cui potevo passeggiare tenendo
la sua mano nella mia, ovviamente lontano da tutti, mi sono rimasti nel cuore
come i momenti più dolci della vita. Ho paura, una fottuta paura. Lo so bene
che non posso ritornare indietro e ricreare il passato, ma quella mano nella
mia mi farebbe tanto bene…..
VII
In questi giorni di tranquilla
crociera, in cui il tempo scorre lento e cadenzato dagli appuntamenti della
vita di bordo, appuntamenti sempre in orario perfetto anche se a parteciparvi
sono solo due persone, ho parlato spesso con Diego. Una sera, dopo cena, con il
favore dell’oscurità, e di una bottiglia di Sauternes, mi ha raccontato
sommessamente la sua storia e il perché ha fatto questo viaggio, alla ricerca
del grande amore della sua vita. Ho pianto, a lungo, liberamente, e l’ho
invidiato con tutta me stessa. Fra di noi si è stabilita un’intesa profonda. Ho
voluto abbracciarlo, e lui ha ricambiato il mio abbraccio.
VIII
La nave ha finalmente attraccato
a Valparaìso. Sono sceso come una furia e Livia mi ha salutato con la mano,
mentre ero già in fondo alla passerella. Sono passati più di quarant’anni e non
riconosco nemmeno le vie circostanti il porto, è tutto diverso. Adesso che sono
arrivato vorrei nello stesso tempo scappare come un coniglio. C’è un caldo
terribile e respiro con grande difficoltà. Andrò nel bar qui a fianco, berrò e
consulterò l’elenco del telefono. Il cuore mi batte pazzamente nel petto.
IX
Al bar non ho trovato niente, se
non un po’ di fresco e la possibilità di dissetarmi. Sono andato allora
all’Ufficio dell’Anagrafe. Sono entrato alle otto del mattino e sono uscito
alle quattro e mezzo del pomeriggio, marcio di sudore ma raggiante. Ho dovuto
scartabellare una montagna di registri dell’anagrafe che definire polverosi
sarebbe stato un complimento ma alla fine ci sono riuscito: Jorge non abita più
in questa città, si è trasferito con la famiglia a Puerto Montt, tre anni fa.
E’ un segno del destino, perché fra tre giorni la nave farà una tappa proprio
lì. Sono felice come un bambino che scarta i regali di Natale, e questa volta
il regalo è proprio quello che ho chiesto. Non voglio pensare che non lo
troverò, che dovrò ricominciare a cercarlo. Voglio godermi questo momento di
felicità pura.
X
E’ ritornato in nave giusto in
orario per il tea time. Sudato, con la camicia fuori dei pantaloni,
scarmigliato, ma con un’espressione di felicità che mi ha fatto sorridere.
Si è seduto, mi ha versato il tè
e mi ha raccontato per filo e per segno la sua ricerca con un flusso
ininterrotto di parole, gesticolando e infervorandosi. Mi ha fatto una grande
tenerezza. Non so neanche io cosa augurargli, di trovare Jorge, col rischio di
una grande delusione, o di non trovarlo, col rischio di un grande dispiacere.
Caro Diego, sei proprio in un bel casino.
XI
Ho passato tre giorni a dir poco
infernali, un leone in gabbia. Meno male che c’è Livia, con cui posso parlare e
raccontarle tutte le mie ansie e le mie paure. Lei mi ascolta sempre con piacere,
penso che mi voglia anche bene. Spesso riesco persino a metterla in imbarazzo,
perché a certe mie domande non sa come rispondere. So bene che comprende e
approva questa mia ricerca, e questo mi dà grandi speranze. Domani mattina
scenderò e chissà che finalmente io non lo possa rivedere. Sarà invecchiato,
magari porterà gli occhiali. E se fosse malato di una malattia grave?
Impazzirei. Non che io sia al top della condizione fisica, anzi ogni volta che
vado dal cardiologo vedo che fa certe facce…. Ma in questa momento la morte è
scomparsa dai miei pensieri. Penso solo a lui.
XII
Diego scese dalla nave quasi
rotolando, con un biglietto giallo in mano, con scritto l’indirizzo. Cercò
affannosamente un taxi, per fortuna la stazione era lì a fianco, e vi si
precipitò dentro. In venti minuti era arrivato. Si trovava in un posto fuori
città ma non ancora in aperta campagna: la strada, non asfaltata, sollevava
nuvole di polvere al passaggio della vettura. Ai lati vi erano povere case e
poveri negozi, questi ultimi esponenti poche e brutte merci, per lo più
alimentari di aspetto abbastanza preoccupante. Le case avevano porte e finestre
sgangherate e qualcuna aveva un patio con tavolo e sedie, un bar, forse.
La casa di fronte alla quale il
taxi si fermò non era diversa dalle altre: trasudava miseria. Diego scese e
bussò alla porta. Gli venne ad aprire una donna dai capelli grigi raccolti in
una crocchia. Aveva un’aria stanca, anche se era mattina. L’espressione davanti
allo sconosciuto era però dolce e accogliente. Rovistando nella memoria più
antica lui le farfugliò in spagnolo – Buenas dias, c’è Jorge? Sono un suo vecchio amico e vorrei salutarlo
-. La donna gli fece un sorriso, complice, anche se lui sul momento non se ne
accorse, come se lo avesse da sempre aspettato. Gli indicò con un cenno della
mano, sempre senza parlare, una casa dall’altro lato della strada, una casa col
patio e con tre uomini seduti attorno a un tavolo. Il caldo e il cuore a mille
gli annebbiavano la vista. Si avvicinò al tavolo, pensando di chiedere a quei
tre dove fosse Jorge. Invece, mentre si avvicinava, vide un uomo che si alzava
in piedi e gli andava incontro, camminando sempre più veloce. Diego lo
riconobbe solo dopo essere stato riconosciuto a sua volta, e vedendolo andargli
incontro a braccia aperte gli occhi gli si allagarono completamente, e lo
strinse in un abbraccio silenzioso. Quanto tempo era passato!
Si sedettero al tavolo, un po’ in
disparte dagli altri due, e in una giornata si raccontarono le poche gioie e i
tanti dolori delle loro vite, ma solo quando l’emozione permise loro di
parlarsi. Era come se si fossero lasciati il giorno prima, anche se erano
diventati due poveri vecchi.
XIII
Sono stata tutto il giorno ad
aspettare Diego. Chissà come gli è andata. Ho persino avuto il desiderio di
pregare un qualche dio di non farlo soffrire. Anche i miei adorati solitari con
le carte non sono stati sufficienti a distrarmi. Solo le prime ombre della sera
mi hanno regalato un po’ di sonno. Sono stata bruscamente svegliata da Diego,
che mi chiamava, quasi gridando, - Livia, Livia, svegliati! –
Si è seduto vicino a me e, con lo
stesso entusiasmo di un adolescente, mi ha raccontato tutto. Quel dio che non
sono stata capace di pregare ha esaudito lo stesso il mio desiderio. Mi ha raccontato
che Jorge si era dovuto sposare ma che non lo aveva mai dimenticato. Sono stati
insieme tutto il giorno, con la promessa di rivedersi il giorno dopo. Adesso
che lo ha trovato Diego è un po’ più tranquillo, malinconico direi, forse anche
perché è quasi buio.
Io sono felice.
XIV
Sono stata svegliata dalle grida
del personale. Mi metto addosso qualcosa e salgo su nel bar, da dove mi sembra
che provengano le grida. Sono le due e mezzo del mattino. Mi faccio largo tra
le persone e a un tratto lo vedo. Diego, mollemente adagiato su un divano, con
un’espressione di grande felicità, è semplicemente morto. Ulisse è arrivato a
Itaca e l’emozione gli ha spezzato il cuore. Mi sento che le gambe non mi
reggono e vorrei morire anch’io, non solo per essere vicino a lui ma perché
sono certa che ora è sereno, e lo invidio, come sempre l’ho invidiato, caro il
mio vecchio Diego, anche se sono io la più vecchia dei due. Ti avrei regalato
volentieri quel che mi restava della vita perché potessi stare un po’ più
vicino al tuo amore, piccolo e grande Diego, sappi che mi hai insegnato
qualcosa.
Non voglio piangermi addosso
davanti a tutti, chissà cosa si potrebbero immaginare. Mi farò fare un caffè.
XV
Livia per fortuna sapeva nome e
indirizzo, Diego le aveva fatto vedere il biglietto giallo e lei lo aveva
rapidamente memorizzato, per cui ritenne che l’ultimo regalo che potesse fare
al suo amico fosse quello di portare la notizia a Jorge.
La mattinata la passò a espletare
le formalità burocratiche, al consolato italiano, che in quella città era una
stanza nell’appartamento del console. Da lui si fece consigliare la maniera
migliore per organizzare i funerali. Diego, le aveva raccontato che in Italia
non aveva più alcun parente e lei prese la decisione di seppellirlo lì, vicino
al suo amore. Fu solo verso le cinque del pomeriggio, sotto il sole cocente,
che arrivò alla casa. Lei con lo spagnolo se la cavava bene, l’aveva dovuto
imparare per lavoro, e qualche volta era anche andata in Spagna.
Parlò prima con lui, un uomo completamente
diverso da come lei se lo sarebbe potuto immaginare, e completamente diverso da
Diego. Cercò di spiegare innanzitutto chi fosse e quando dovette dirgli cosa
era successo lo vide improvvisamente ammutolirsi e riempirsi gli occhi di
lacrime, le stesse lacrime che il giorno prima avevano segnato la sua felicità.
Non riuscì più a spiccicare parola e, dopo che Livia gli comunicò la data e
l’ora del funerale, si ritirò con un inchino, lasciandola sola.
Mentre parlava Livia si era
accorta che non erano soli. La moglie di lui era rimasta in disparte, dietro la
soglia della cucina, ma nella posizione di poter sentire tutto.
Dopo che lui fu andato le si
avvicinò e le chiese se voleva del tè freddo. Livia non se lo fece ripetere due
volte.
Parlarono a lungo, le due donne,
Livia con il desiderio di capire, la donna dai capelli grigi col desiderio di
sfogarsi. Le raccontò che quando si erano sposati lui le aveva detto di questo
grande amore e che lei aveva comunque acconsentito a che ci fosse fra loro due questa
presenza, non fisica ma comunque molto ingombrante. La loro vita era andata
avanti senza scossoni e quando lei aveva visto Diego in cuor suo aveva gioito,
perché sapeva la grande felicità che avrebbe provato il marito.
Livia decise di tornare alla nave
a piedi. Questo viaggio era diventato davvero un’avventura e tante erano le
idee che le giravano per la testa. L’amore fra queste persone l’aveva colpita
profondamente. L’amore della moglie di Jorge, fatto di consapevolezza e di
serena accettazione, e l’amore di Diego, fatto di ricordi. Pensava anche
all’amore suo per quell’uomo, e si domandava se fosse mai stato amore, e non
sapeva rispondersi. Forse anche lei avrebbe dovuto accettare di sapere, forse
solo così avrebbe capito il senso degli oggetti sconosciuti della scrivania.
Decise che al ritorno avrebbe
fatto un salto al cimitero.
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