lunedì 11 febbraio 2013

Ignoto militi


Tante volte la mamma mi ha fatto vedere quel documentario, quello del treno che ha trasportato il soldato sconosciuto morto, da Aquileia a Roma, e tutta l'Italia al passaggio lo salutava. Con lui se ne sono andate le speranze di una generazione di italiani, perché i regnanti europei si volevano fare i dispetti. Bastardi.
Io sono cresciuto così, col sentimento del ricordo e col desiderio di non far piangere mai la mamma. Non è stato facile, specie quelle sere accanto al fuoco, mentre facevo i compiti, e la mamma, mentre faceva la calza o rammendava, a momenti si fermava, e dagli occhi che guardavano lontano incominciavano a sgorgare copiose le lacrime. La abbracciavo forte allora, ma capivo di non poter consolare il suo dolore con i miei baci. Il babbo, il Dottore, come lo ha sempre chiamato in mia presenza, non l'ho conosciuto.
Lei l'ha conosciuto quando è venuto a fare il medico condotto nel paese vicino, con la famiglia, e gli ha donato la sua giovinezza. Non posso sapere nulla di questo amore, che per parte della mamma è stato assoluto e incondizionato. So che quando lei è rimasta incinta lui è semplicemente scomparso. Solo una piccola rimessa mensile è stata il simbolo del ricordo. Oggi non sarebbe più così, ma a quel tempo la mamma non disse una parola e accettò, solo per me, di essere esclusa dalla vita di lui. Morì tanti anni dopo, senza mai aver proferito una parola cattiva verso quell'uomo che le aveva dato le cose più belle e le cose più brutte della sua vita.
Se oggi ho questo lavoro da operaio metalmeccanico dell'Italsider lo devo a lei, che ha avuto l'ostinazione di farmi finire quella scuola professionale, che ho sempre odiato. E anche questo lavoro lo odio. Mi permette soltanto di proseguire quella vita modestissima che ho sempre fatto con mamma. I turni in fabbrica sono pesanti, e quando sono all'altoforno la sera a casa non riesco neanche a respirare bene. Quelle sere mi monta su una carogna che uscirei e, avendone la forza, ammazzerei la prima persona che incontro, solo per sfogarmi, e gridare al mondo il mio diritto alla felicità. Felicità che non ho nemmeno ancora assaggiato.
Domenica pomeriggio mi è capitato un fatto strano.
Passeggiando sul corso per fare venire l'ora di cena, ho incrociato un uomo anziano, che camminava appoggiato a un bastone, che mi assomigliava tantissimo. Sul momento non ci ho fatto molto caso ma a casa, mentre il telegiornale snocciolava le solite sciocchezze, mi è ritornato insistentemente in mente, e mi sono persino alzato a guardarmi bene nello specchio del bagno.
Mi è balenata nel cervello un'idea pazza. E se fosse lui? Io sono nato nel 19.. quindi lui, come mi diceva la mamma, dovrebbe avere circa trenta anni più di me. Quel vecchio aveva almeno 75 anni, quindi l'età ci starebbe. Non so neanche io cosa pensare. Me ne vado a letto ma non riesco a dormire, quel volto mi si presenta davanti e ogni volta che mi giro assume un'espressione diversa.

Stamattina in fabbrica sono assonnato, ovviamente. Lavoro con il minimo impegno e aspetto soltanto l'ora di uscire: chissà se lo incontrerò di nuovo. Il fato mi aiuta, e non poco: non solo lo incontro ma lo vedo inciampare e vacillare: con un balzo gli afferro il braccio destro e gli impedisco di rovinare a terra. Mi guarda con riconoscenza, con occhi velati. Lo accompagno al bar, perché si vede che si è spaventato, e gli offro un caffè, l'unica cosa che posso permettermi: infatti io non lo prendo. Mi dice che non dovrebbe uscire ma che non ne può fare a meno, perché vive da solo e stare tutto il pomeriggio in casa lo fa impazzire. Parla con difficoltà e non riesco a capire bene tutto quello che dice, anche perché continuo a guardarlo negli occhi. E' lui, ne sono sicuro, ma come fare ad averne la certezza?
Gli dico allora che qualche volta posso accompagnarlo io, quando non lavoro, così da poter uscire a fare quattro passi più tranquillamente, e così gli si illuminano quegli occhi umidi da vecchio, e non la smette più di ringraziarmi. Mi spiega dove abita e restiamo d'accordo che andrò giovedì, alle cinque della sera.
Così sono cominciate le mie passeggiate con questo vecchio, ed è probabile che anche lui si sia reso conto che ci assomigliamo come due gocce d'acqua. Mi parla sempre con quella sua parlata difficile, è di natura chiacchierone così come io sono di natura taciturno. Io ascolto e cerco di farmi un'idea della sua vita. Tante cose mi ha raccontato nel giro di questi mesi. Della moglie e dei figli, lei morta e loro fuori Novara, per forza di cose poco presenti.
Quando ha incominciato a raccontarmi del suo lavoro ho capito che avrei potuto farcela, a capire se avevo ragione. Mi ha detto che si è laureato a Torino nel 19.., con lode e pubblicazione della tesi, sull'endemia di gozzo nella val Curone, e il relatore era stato il Pierantoni, illustre Clinico Medico. Naturalmente ha dovuto anche spiegarmi cosa fosse “endemia” e cosa fosse “gozzo”. Ma io lo ascolto rapito. Questo vecchio, e non dovrei proprio dirlo, mi sta incominciando a diventare simpatico.
L'asino è cascato quando mi ha raccontato che per un certo periodo ha dovuto fare il medico condotto a C.... Da quel giorno non ho più avuto dubbi, e le nostre passeggiate erano avvelenate dal desiderio di abbracciarlo mescolato assieme all'impulso di spaccargli la testa a calci, per come si era comportato con la mamma.
Diventavamo sempre più “amici”, e non avevo cuore di allontanarmene.
A Natale si presentò con una busta in mano e quando io gli dissi “ma Dottore, non è assolutamente il caso” ci restò parecchio male, tanto che io mi misi la busta in tasca e cambiai discorso. Solo a casa mi ricordai di aprirla e rimasi a bocca aperta quando ci trovai dentro l'equivalente di tre mesi di stipendio. Non sapevo più cosa pensare. Che mi avesse riconosciuto anche lui? Che mi volesse dare una mano? Del resto il mio lavoro lo conosceva e avrebbe potuto ben immaginare il mio cronico bisogno di soldi. Misi la busta nel cassetto del comodino, per tempi più difficili. Quella notte il mio sonno fu più sereno, e sognai un Babbo Natale con le sue fattezze.
E così andarono avanti le nostre passeggiate, per qualche mese, e ogni tanto lui si presentava con la busta in mano, che io accettavo e intascavo. Ma mai, lo posso giurare, gli chiesi un solo centesimo, così come mai mi permisi di parlare della mamma. E dire che ne avrei voluto tanto desiderio.
Oggi il portiere mi ha detto che il Dottore si è dovuto ricoverare in ospedale. Grazie a un amico infermiere sono riuscito a entrare in ospedale fuori dall'orario di visita, non voglio incontrare nessuno. Non l'ho visto bene per niente. Respirava a fatica ma è stato contento di vedermi. Poche parole abbiamo detto, e lui le sussurrava. Prima di andarmene gli ho detto: “Stia tranquillo, dottore. Ci vediamo domani”. E' morto nel pomeriggio.
Sul giornale c'è scritto che il funerale sarà mercoldì mattina, alle nove, e io, a costo di farmi licenziare, mi sono dato malato. Non c'è tantissima gente. Ci sono i figli, i nipoti, i vecchi amici. Tutta gente che io non conosco. Qualcuno mi guarda con occhio curioso, forse per il mio abbigliamento da operaio. Mi addosso al muro in fondo alla chiesa e per la prima volta riesco a pensare a lui come mio Padre, e vorrei andare ad abbracciare la bara. Ma non posso, sono un bastardo. E anche alla fine della funzione cerco di nascondermi dietro le altre persone. Nessuno deve sapere, nessuno deve capire.
Andrò a salutarlo per bene al cimitero, sempre che riesca a capire dove sarà.


P.S. Nel cassetto del comodino del Dott. G.G. i figli trovarono una lettera indirizzata all'operaio, chiusa e col francobollo, che, per rispetto al Padre, spedirono.
Noi siamo riusciti ad avere la possibilità di leggerla.
“Caro Nicola, riceverai questa mia quando non potremo fare più le nostre passeggiate. So bene che mi hai riconosciuto la prima volta che mi hai visto ma tu non sai, forse, che anche io l'ho fatto, e stavo per cadere proprio per quel motivo. Quante volte avrei voluto abbracciarti e quante volte mi sono trattenuto! Ho sempre pensato di non essere degno della tua considerazione, e ne sono tuttora convinto, mentre il mio respiro è sempre più debole. Non c'è bisogno di essere medico per capire che si sta morendo. Scusami per tutto il male che ho fatto a tua madre e a te. Ho imparato bene cosa vuol dire “dolore dei peccati”, e questo dolore, anche in questo momento, è ancora lacerante come il primo giorno. Spero che con i miei piccoli aiuti la tua vita sia un po' migliorata, anche se non potranno mai ripagare la sofferenza che vi ho imposto.
Ti abbraccio con tutta la forza che mi rimane.
Tuo Padre, che si è privato del piacere di sentirsi chiamare da te “Papà”.



giovedì 24 gennaio 2013

Pitches - 1

Solo una piccola spiegazione.
Pitch è un foglio con dieci righe scritte. Deve colpire la fantasia di un produttore di Hollywood e convincerlo, con la lettura di un minuto, a fare un film con quella storia.
E' il compito che l'apprendista scrittore si è prefisso in questi giorni in cui fa anche un breve corso di scrittura per il cinema.
Si augura pertanto che i suoi pochi ostinati lettori vogliano dirgli con grande franchezza se questa storia ha un barlume di originalità.


Donatella è medico pediatra, prepensionata. Va ogni tanto in Ospedale perché i colleghi la chiamano: lei sa leggere nella sofferenza di un bambino.
Alcuni anni fa ha perso un bambino e, insieme, il marito.
Un giorno visita un bambino che porta lo stesso cognome del marito e gli assomiglia da morire: capisce che è il figlio di lui. Questo bambino ha pressapoco l'età del figlio che lei non è riuscita a far nascere.
Donatella sa benissimo cosa ha il bambino. E' combattuta tra il suo dovere di medico e il desiderio di punire il marito che è scappato. Insiste per vedere il padre e lo minaccia di non curare suo figlio. Vuole vederlo piangere.
Il giorno dopo si attarda a parlare col bambino, come avrebbe fatto una mamma.
Donatella darà la dritta giusta ai colleghi. La febbre incomincia a scendere.


lunedì 21 gennaio 2013

La tigre

L'appuntamento era alle quattro e mezza, per fortuna non troppo presto, così da non avere ancora il pranzo sullo stomaco, né troppo tardi, per permettergli di tornare a casa a un'ora decente, senza suscitare sospetti e in tempo per la cena.
Uscito dal lavoro con la più classica delle scuse, il dentista, intanto che guidava gli venne da chiedersi da quanto tempo era stato stabilito quell'incontro. Non riusciva a ricordarlo con precisione, giorni, certo, ma il giorno preciso in cui gli aveva scritto "vieni a prendere il caffè da me alle quattro e mezza" non riusciva proprio a ricordarlo. Frase ambigua, senz'ombra di dubbio.
Ricordava invece molto bene la sensazione che aveva avuto leggendola: quella sensazione, provata poche volte nella vita, di avere a disposizione i denti e il pane. 
Già molti anni prima il suo cuore aveva sobbalzato per quella donna. E infatti a quel tempo ci aveva provato, almeno come lui era capace di farlo, ma la liason si era a un certo punto bloccata contro un ostacolo, che lui, più o meno inconsapevolmente aveva frapposto. 
Di recente c'era stato un riavvicinamento, forse perché lei, uscita da una qualche storia disastrosa, aveva sentito il bisogno di ricominciare subito. E quindi, nel breve volgere dei giorni compresi fra febbraio e aprile, si era conquistato quell'invito, "vieni a prendere il caffè da me".
La tigre abitava da sola, in un palazzo storico del centro di Mantova, nel quale il padre le aveva lasciato qualche appartamento, in uno dei quali aveva messo a vivere la figlia, ben controllabile. A quel tempo aveva un paio di anni più di lui. Aveva sempre coltivato una smagliante forma fisica, che era la sua maggior fonte di gioia. Faceva un lavoro normalissimo, che lei considerava di grande importanza: al di là di questo neo era una donna carina, giovanile, aperta, e non dava certo l'idea della tigre. Lui la vedeva con gli occhi velati dal sentimento e molto difficilmente avrebbe immaginato come sarebbe andata a finire.
Lui era un ometto qualsiasi, non insignificante, si badi bene, ma una persona comune nel più ampio senso della parola, con un lavoro comune, se pur discretamente retribuito, una famiglia comune, una moglie e due figli e una comune mancanza di qualsiasi interesse. L'età e la gola gli avevano fatto aumentare troppo il giro vita, e per lui la forma fisica era soltanto il ricordo della giovinezza. Cercava di lavorare poco e di mangiare tanto quando è a tutti noto che bisogna fare il contrario.
La sua "ossessione fondamentale" erano le donne. Non riusciva a vedere o a parlare a qualsiasi donna senza immaginarsela fra le proprie braccia, bisognosa di affetto e parimenti pronta a darne. Anche le donne casualmente incontrate nell'ambito del suo lavoro, un ufficio pubblico, suscitavano in lui fantasie molto perverse, come ad esempio un viaggio in pullman da Mantova a Venezia con la mano stretta nella mano, senza alcuna necessità di parlarsi, oppure qualche bacio ben dato su quel muretto appena fuori da paese natìo, in una luminosa notte d'agosto, su quel muro dove le coppiette si distanziavano spontaneamente di una cinquantina di metri. Insomma il nostro eroe voleva vivere una vita da quindicenne, e non voleva rassegnarsi all'idea di avere quarant'anni di più. Forse, e dico forse a ragion veduta, a quindici anni queste cose gli erano mancate, lasciando un vuoto che reclamava di essere riempito.
La tigre invece aveva sposato il primo amore, quello che probabilmente le aveva dato a quindici anni quelle cose che ad Alberto erano mancate. E aveva cercato di tenerselo stretto il più possibile, anche donandogli una figlia. Del marito della tigre non abbiamo notizie  precise: certo è che a un certo punto si trovò un'altra, che poi avrebbe anche sposato, e lasciò la tigre sola senza tanti discorsi. 
Alberto intanto si cercava un parcheggio. E un fiorista. Se vai a casa di una donna, e c'è anche una remota probabilità che scopi, è forse opportuno che tu faccia il signore, foss'anche la prima volta della tua vita. Obbligatorie le rose rosse, col gambo lungo, appena sbocciate, come l'illusione del vostro amore. Non gli bastarono i liquidi che aveva in tasca: usò il bancomat, incurante della traccia. Però un mazzo degno di una regina, pensò lui infilandosi nel portane con difficoltà. "Suona al tredici", gli era stato detto.
Si ascoltò il cuore: batteva, certo, meno velocemente di quello che si sarebbe ragionevolmente aspettato.
La porta di casa era socchiusa. 
Venne risucchiato dalla bocca di lei, senza una parola. Le rose caddero sul tappeto. Erano entrambi circa della stessa altezza per cui il bacio poté protrarsi a lungo - oggi chi mai potrebbe dire quanti minuti? - in un silenzio interrotto soltanto dagli schiocchi delle lingue. 
Già da quel momento però, anche se piacevole oltre ogni dire, la mente di Alberto vagava, gli affioravano alla coscienza ovvi rimorsi e meno ovvie fantasie che con quel momento e con quel contesto non avevano niente a che fare, tarli di un momento di felicità. E lui non ci poteva fare niente. 
La tigre lo trascinò verso la camera da letto e lui la seguì con difficoltà, con le labbra ancora appiccicate dalla saliva di lei. Pensò alla trasmissione del virus della mucca pazza, attraverso le secrezioni.
Fu molto più veloce la tigre, a spogliarsi, priva di qualsiasi pudore, felice di esibire il suo corpo statuario, mentre lui, anche se fosse stato l'Apollo del Belvedere, avrebbe avuto la stessa difficoltà a svestirsi. Si sentiva molto più Efesto e il levarsi i calzini gli costò parecchio.
Oltretutto con la finestra aperta, "sta tranquillo, tanto non ci può vedere nessuno". "Tranquillo un cazzo, stupida, come fai a non accorgertene".
In quell'attimo il pensiero parassita fu la fuga, poco proponibile dall'ultimo piano.
La tigre gli si avvinghiò addosso: praticamente lo immobilizzò. Sempre in silenzio, come a seguire con diligenza un suo preciso piano strategico. A dir il vero anche lei ebbe un attimo di perplessità, forse abituata a ben altro genere di reazioni, o almeno a una qualche reazione.
Soffocando una risatina si applicò a cercare di ottenere, questa volta necessariamente in silenzio, quel tipo di risultato che avrebbe alla lunga potuto soddisfare anche lei.
Niente, era come avere a che fare con un condannato a morte. Comunque anche questi tentativi si protrassero a lungo e, come nel caso dei baci di poco prima, non possiamo precisamente dire per quanto tempo. Alla fine del quale entrambi reputarono saggio accendersi una sigaretta.


giovedì 17 gennaio 2013

Lavasecco automatica


I
Walter era appena arrivato a casa, non erano ancora le nove. Era andato in lavanderia a fare il risciacquo delle macchine, a stirare una considerevole pila di camicie e aveva anche lavato per terra. Tutto era stato lasciato in ordine.
Quella lavanderia suscitava in lui sentimenti ambigui: certo, era la principale fonte del suo sostentamento, e in quei tempi non era poco, ma era allo stesso tempo una schiavitù, un dovere quotidiano che veniva inevitabilmente avanti a tutto. E a tutte.
Essere il dominus di una lavanderia automatica, aperta 24 ore su 24, richiede energie spirituali non indifferenti, per cui la vita di relazione di Walter era pesantemente condizionata, e ogni appuntamento a una cert'ora doveva essere interrotto, proprio come Cenerentola, con la quale Walter si sentiva, a parte la differenza di sesso, profondamente affine.
Aveva provato, una volta che aveva conosciuto una bionda particolarmente intrigante, ad affidare la gestione di un paio di serate a un giovane pugliese, associando le banconote del compenso a una check-list molto dettagliata di cose da fare. Gli era sembrata un'idea perfetta: nessuno avrebbe potuto sbagliare. Quello invece c'era riuscito e i soldi che Walter aveva speso per far riparare una delle tre lavatrici lo avevano indotto a rinunciare per sempre a un aiuto esterno.
Arrivò a casa con l'umore a terra, come da qualche tempo a questa parte.
Il suo medico aveva deciso di costringerlo a mettersi a dieta e quindi in frigo c'erano solo cavolfiori bolliti, tre giorni prima, e una mattonella di crescenza, a un angolo ricoperta da una polverina verdastra. Acqua, naturalmente, a volontà. Nella fruttiera alcune mele, ma non di quelle buone. Anche la lampadina appesa al soffitto trasudava malinconia. Per un attimo fu sul punto di reinfilarsi il cappotto e di andare in trattoria, almeno per vedere qualche essere vivente. Si sedette invece a tavola e incominciò a sbocconcellare il pane rimasto, ultimo tozzo della sua preparazione domenicale da un kilo di farina integrale. Era buono il suo pane, anche il giovedì. Accese lo stereo: la radio trasmetteva l'ouverture del Pipistrello, e con un tale brio che, anche se odiava il ballo, gli venne voglia di alzarsi, di abbracciare una seggiola e di fare un giro attorno al tavolo. Bello Strauss, però. Si aprì una scatoletta di sgombro: voleva festeggiare.
Dopo mangiato incominciò a fumare, naturalmente tossendo, e si accomodò davanti al computer, la sua personalissima finestra sul mondo.
Walter cercava, con grande accanimento, notizie di cronaca in tutti i giornali on-line del mondo, ma notizie particolari: le notizie che lui chiamava “quelle che fanno bene al cuore”. E quando ne trovava una ne gioiva e la archiviava accuratamente per poi potersele andare a rileggere nel momenti di più cupa disperazione, perché malinconico lo era sempre.
Quella sera, che non avrebbe dimenticato, trovò del tutto casualmente un banner, cioè una réclame, di una telecamera “da guardia”. Questo aggeggino permetteva di riprendere locali anche di una certa metratura e aveva persino l'audio incorporato. Era facilmente occultabile perché l'obiettivo aveva un diametro di quattro centimetri e poteva essere gestita dal telefonino.
Oddio, non era proprio a buon mercato. Walter pensò ad alta voce che la sicurezza del locale sarebbe notevolmente aumentata. In realtà era la possibilità di ascoltare e vedere i clienti non visto, che gli procurava una sorta di eccitazione sessuale. Ma non voleva rendersene conto.
Decise di comperarsela, del resto era parecchio che non si faceva un regalo, e secoli che non riceveva un regalo, anche se faceva finta di dimenticarselo. Scrisse i numeri della carta di credito e premette Invio.

II
Adesso stare a casa era più divertente, era come andare in trattoria ma un po' più stimolante, perché i clienti della lavanderia, ignari di essere visti, erano del tutto liberi nell'espressione di sé stessi.
Passando i giorni Walter imparava a conoscerli e a riconoscerli, e a farsi un'idea – al limite sfruttabile anche a fini commerciali – del tipo medio che frequentava il suo negozio.
E il tipo medio che frequentava il suo negozio era come lui, il classico tipo “solo come un cane”, con una qualche piccola disponibilità economica che gli permetteva di non doversi lavare la biancheria da solo, ma non molto di più. Impiegati, commesse, gente con abiti dimessi, tristi anche questi come i loro padroni.
Gente che non aveva ancora perso la dignità dell'abito in ordine, anche se giacche e pantaloni erano di colori talmente diversi fra loro da fare a pugni. Era quella l'unica violenza che potevano permettersi. Giovani e meno giovani, accomunati dalla voglia di trovare una qualsiasi scusa per stazionare a casa il meno possibile, dove li aspettava un tavolo e un letto vuoto.
I giorni passavano e Walter trovava che quell'attività di piccolo spionaggio gli aveva un pochino migliorato la vita. Non è che facesse i salti dalla gioia, intendiamoci, però arrivava a casa con una certa curiosità, e stava intere serate davanti al monitor del computer a vedere la telenovela della realtà. E più la sera avanzava e più gli incontri si facevano curiosi.
L'avevano colpito in particolare due persone.
Erano comparse in TV pressoché nello stesso periodo e, nel giro di poco, avevano incominciato a parlarsi sempre di più e sempre più volentieri. Walter, senza fare troppo caso a quello che si dicevano, vedeva le loro espressioni cambiare di giorno in giorno, e dopo qualche tempo era riuscito a percepire, molto facilmente perché la conosceva benissimo anche lui, un'evidente espressione di ansiosa attesa negli occhi del primo arrivato. La stessa espressione che gli faceva venire in mente come stava lui quando aspettava quella donna che per un certo tempo gli aveva fatto dimenticare la sua solitudine, anche se poi, per dirla chiaramente, non gli aveva concesso neanche un bacio. E lui alla fine non era riuscito a reggere al tormento di quella passione non corrisposta. Ma non gliene faceva una colpa. Capiva bene che l'amore non si può ottenere facendo qualcosa. Si dona, se si vuole.
Si concentrò sui due piccioni.
Ogni volta che Walter osservava la donna cercava di mettere a fuoco dove l'avesse già vista, ma era difficile ricordare. Una sera il flashback si schiarì, e la vide cantare in quel teatro dove era andato parecchio tempo prima. Una cantante, quindi.
Era una bella donna dai capelli lunghi e scuri, leggermente radi, alta, con un'espressione aperta e un sorriso intrigante da morire. Veniva due o tre sere alla settimana, dopo le sei, probabilmente all'uscita dalle prove. Portava con sé un grosso sacco di biancheria. Non può essere soltanto la roba di due persone, pensò Walter. Caricava la lavatrice e si sedeva dolcemente sugli sgabelli, con un giornale in mano, senza alcun desiderio di leggerlo. Nel giro di un quarto d'ora arrivava lui. Ancora più alto di lei, miope da morire, con un'andatura dinoccolata.
Non caricava nemmeno la lavatrice. Posava il sacco, quello sì di un single, e incominciava a parlarle. Dopo i primi incontri il volume della conversazione era diventato veramente basso, nonostante la manopola del volume fosse al massimo, e non era neanche possibile leggere il labiale perché si parlavano all'orecchio, stando seduti l'uno a fianco dell'altra.
Lei annuiva e rispondeva, qualche volta sorridendo. Chissà cosa le potrà mai avrà detto lui per farla ridere.
Dopo qualche tempo lui si fece più intraprendente e una sera che Walter era arrivato tardi li sorprese mano nella mano. Lui aveva un'espressione difficilmente cancellabile dalla memoria. L'espressione di chi non ha niente ma è convinto di avere tutto. Felicità allo stato puro. Felicità che trascendeva, molto semplicemente, il tempo e lo spazio. Felicità di un attimo, certo, ma un attimo che vale cent'anni.
Quanti anni avrà avuto quel giovane? Forse gli stessi anni che avrebbe avuto suo figlio, se fosse nato.
Quella sera Walter andò a dormire con così tanta tristezza addosso che avrebbe voluto chiudersi dentro un cassetto.
Ma come tutte le cose belle anche i due giovani, dopo pochi mesi, finirono per non venire più alla lavanderia e a Walter restò sempre la curiosità di sapere che fine avessero mai fatto. E soprattutto se avessero continuato ad amarsi.
Non si sentì più di accendere la telecamera.
Una domenica andò al canile municipale e si prese il bastardo più magro e sparuto che ci fosse.
Ricominciarono insieme a riempire il frigorifero, e lo stomaco.


giovedì 3 gennaio 2013

Anna e Paolo 2: il commissario Pelle


Il Commissario Pelle non sopportava quelle sveglie improvvise, quelle telefonate nel mezzo della notte che gli ricordavano quella ricevuta dall’ospedale, quando suo padre era morto.
Per cui arrivò sul luogo dell’omicidio incazzato e isterico. Farina, il suo assistente, caì al volo che non era il caso di contrariarlo: il Dottor Pelle in fin dei conti era un buon cristo e un apprezzabile superiore.
Era un ometto troppo grasso per essere alto soltanto un metro e sessanta, con una vistosa pelata incorniciata, solo dal di dietro, da una banda di capelli nerissimi e ricci spessa due dita, e con due baffoni a cespuglio, corvini anche loro. Gli occhi, azzurri come il cielo, erano poco verosimili, tanto che i suoi colleghi pensavano che Pelle si tingesse i baffi e i (residui) capelli. Il suo problema era solo l’avvicinamento inesorabile del giro vita all’altezza, che ne faceva sostanzialmente un cucciolo di leone marino, un’otaria baffuta.
Incontrandolo per la strada non poteva non indurre al sorriso. Del leone però aveva il carattere e il segno zodiacale, e ben lo sapeva chi,per propria sfortuna, aveva dovuto subirne l’interrogatorio, feroce. Pelle portava un vecchio basco comperato a Genova e un cappotto grigio logoro e con il 50% dei bottoni, per cui a vederlo girare di prima mattina non dava certo l’idea di essere uno dei più fini segugi della Polizia di Ferrara. Sembrava piuttosto un barbone, accompagnata in caserma da un agente in divisa, che invece era il suo assistente. Pelle sapeva benissimo qual’era l’impressione che dava il suo aspetto, cionondimeno lo coltivava e in un certo senso se ne gloriava.  Era mancino e, per sua fortuna, era sempre stato assecondato in questa sua differenza: lui riteneva, non senza qualche ragione, che avere l’emisfero cerebrale destro dominante lo potesse aiutare a capire quello che passava per la testa degli umani, che poi era proprio il suo mestiere.
Si riteneva un bravo cuoco, e quindi era del tutto rassegnato a quell’impressionante giro vita. Con suo hobby allestiva cene per intimi amici, non meno di venti per volta, che si trasformavano in saturnali.
Detto questo è ben facile immaginare che anche lui lavorasse per la pagnotta, come tanti, e coltivava il sogno di un ristorantino con venti sedie, non una di più.
Pelle voleva bene a Farina, cionondimeno quando era incazzato anche Farina doveva starsene a distanza di sicurezza, perché se no le grida si sentivano da un piano all’altro della caserma.
Quella mattina era comunque di umore pessimo, per la levataccia e per la digestione nulla delle trenta acciughe ripiene della sera precedente; eppure si era bevuto una bottiglia di Traminer, tutta, per digerire bene.
Entrò dentro la pizzeria, abbagliato dalle luci accese. Sul fondo, vicino al bancone del pizzaiolo, era disteso per terra a coprire il cadavere un lenzuolo, troppo piccolo, dal quale spuntavano a un’estremità caviglie e piedi, nerissimi. Due belle caviglie e due bei piedi, ancorché di  taglia superiore al 40, dentro scarpe nere senza tacco, non prive di una certa eleganza, notò Pelle.
Si guardò intorno: una pizzeria come tante altre, forse un po’ deprimente per il troppo neon. Qualche seggiola per terra, lo spigolo del bancone del pizzaiolo sporcato di sangue.
Pelle prese un angolo del lenzuolo e lo spostò il più delicatamente possibile, per scoprire completamente il corpo. Il volto era tumefatto e coperto di sangue, un’orbita apparentemente svuotata, alcuni denti rivolti all’indietro. La fisionomia della donna non era più riconoscibile. Pelle ebbe un senso di sconforto, pensando alla ferocia che si era accanita su quel volto, ferocia senza senso. Il resto del corpo, invece, non presentava segni di violenza, almeno a un primo esame. Sembrava una donna giovane, con un gran bel corpo, un bel seno e due bellissime gambe, vestita con una divisa da lavoro che finiva ben al di sopra del ginocchio. Con la stessa delicatezza Pelle rimise a posto il lenzuolo: rispettava i morti, chiunque fossero stati, figuriamoci quella povera ragazza.
Si sentiva uno straccio. Fece chiamare la scientifica.
Si allontanò di qualche metro e si mise a sedere a un tavolo, per interrogare il patron della pizzeria, che aveva trovato la ragazza. “Per favore mi porti subito qualcosa da bere” fu la prima frase di Pelle. L’uomo, sorpreso, rispose però con grande prontezza “Stravecchio?” “Perfect, ma porti la bottiglia”.  L’uomo andò al bar, prese la bottiglia e un bicchiere e tornò a sedersi. Pell esi era già acceso la sigaretta, incurante dell’assenza del portacenere sul tavolo. L’uomo si rialzò e andò a prenderlo.
L’interrogatorio, ma non era un interrogatorio, fu breve. L’uomo raccontò che la ragazza era un’emigrata dal Rwanda, da molto in Italia e con i documenti in regola. Lui l’aveva assunta da pochi mesi e le aveva dato in affitto il bilocale sopra la pizzeria, scalandolo dallo stipendio, s’intende. La ragazza era cameriera e donna delle pulizie, e questo spiegava la sua presenza nel locale alle sei del mattino. I pasti li consumava lì in pizzeria. Giorno di libertà: il mercoldì, giorno di chiusura della pizzeria. Lamentele: nessuna. Cosa facesse il mercoldì a lui non era dato di saperlo. Uomini: mai visti.
Pelle lo interruppe chiedendogli se fosse sposato “certo, con tre figli di 5, 4 e 3 anni”, rispose con malcelato orgoglio. Pelle avrebbe anche voluto chiedergli se aveva la televisione in casa ma era sicuro che non sarebbe stato capito.
Quello che gli interessava vedere l’aveva visto e quello che voleva sapere l’aveva saputo. Era già sicuro che quello era un delitto commesso da uomo o donna che dieci minuti prima di farlo non ci pensava nemmeno. Ci doveva essere stata una scintilla.
Gli chiese infine, spegnendo col pollice la terza sigaretta, chi fossero gli avventori della sera precedente. L’uomo ricordava una comitiva di una ventina di ragazzi, una terza media a occhio e croce, arrivati presto e andati via presto. Poi, sul tardi l’uomo ricordava una coppia di adulti, ben vestiti, forse usciti dal teatro. Lei era molto bella,  rossa di capelli. L’uomo ricordava bene che, entrati entrambi di buon umore e sorridenti, uscirono immusoniti, forse perché l’uomo aveva rivolto un complimento di troppo ad Aisha. Di tutto ciò Pelle prese nota diligente.
Erano arrivate le 9. “Farina! Andiamo a fare colazione!” gridò Pelle, alzandosi e infilandosi il cappotto. Il primo caffè del mattino lo pagava sempre lui.

martedì 1 gennaio 2013

Fontane


Giannino era contento da morire quando gli dissero che sarebbe andato dalla zia Angela. Non succedeva spesso ma quella volta mamma e papà si erano, finalmente, decisi a fare quel famoso “viaggetto” in Costa Azzurra, che poi sarebbe durato un paio di settimane. E quindi, per custodire il Killer, si erano rivolti ad Angela, cugina prima di mamma, donna minuta ma volitiva, mite nell’apparenza ma ferrea nelle decisioni. Temporaneamente sola, pertanto ottima per tenere a bada il Delinquente, provare a fargli fare qualche compito, insegnarli un po’ di educazione. Oltretutto cuoca raffinata, e con gran gusto estetico per i piatti da portare in tavola.
La casa della zia Angela era a un dipresso dal mare e lei contava di stancare la Belva con lunghi bagni mattutini, così da potersi godere almeno un paio d’ore di pace nel pomeriggio, durante le quali Attila avrebbe dormito. Mai calcoli furono più smentiti dai fatti!
Restava comunque il fatto, di molto tranquillizzante, che per qualsiasi emergenza Paola, la sorella sposata di Giannino, era presente in città, e a lei Angela avrebbe potuto rivolgersi per ogni bisogna o, al limite, per la riconsegna del “pacco” alla legittima famiglia, cosicché papà e mamma avrebbero potuto terminare tranquillamente il loro giro.
Paola non aveva preso con sé in prima battuta il Ciclone perché il suo sposo, dopo l’incendio della camera da letto, le aveva imposto di non farlo mai più entrare in casa.
Giannino dal canto suo non stava più nella pelle: sapeva che avrebbe fatto i bagni in uno splendido mare, che avrebbe mangiato benissimo e che avrebbe avuto la libertà di rovistare ogni angolo di quella che aveva sempre considerato una casa affascinante.
Finalmente venne il gran giorno: Giannino si preparò con grande cura la sua valigetta, non quella dei vestiti, a cui aveva già pensato mamma, ma quella con gli utensili necessari ai suoi giochi: il coltellino americano, di gran lunga migliore di quelli svizzeri, con quella pinza-tenaglia che tutto tagliava, le forbicine, la pinza con i denti di topo, tutta roba “presa a prestito” dall’ambulatorio del babbo, una domenica pomeriggio.
A Giannino la zia piaceva: entrambi giocavano molto sull’ironia, anche se lui aveva solo 12 anni, e fra loro era un continuo fiorire di battute e di risate. La vacanza incominciava davvero con i giusti presupposti.
Quella sera lo Scapestrato mangiò un po’ svogliato, anche se la zia gli aveva fatto una meravigliosa quiche al salmone, perché lui aveva la testa da un’altra parte. Aveva adocchiato uno scatolone non abbastanza ben nascosto che esternamente aveva un’immagine molto allettante, una specie di fruttiera a tre piani, marrone, con scritto sopra “fontana di cioccolatte”. Neanche nei sogni più sfrenati il Terremoto si era mai immaginato che esistesse una fontana, attrezzo di per sé stupido e inutile, dalla quale uscisse il cioccolatte.
Tanto disse e tanto fece che riuscì a convincere la sfortunata zia: la prese semplicemente per stanchezza. Lo Scriteriato in questo era un grande maestro: riusciva infatti a mettere a perdere gli umani intorno con un tale impegno che nessuno gli poteva resistere più di dieci minuti.
Del resto anche la zia aveva una certa curiosità, perché quell’aggeggio, vinto a una fiera di beneficenza, non aveva ancora avuto l’occasione di usarlo. E mal gliene incolse. Decisero in armonia che lei sarebbe andata a comperare il cioccolatte (questo sì svizzero!) e lui avrebbe letto con attenzione le istruzioni.
Anche questo ben presto si dimostrò errore concettuale gravido di conseguenze nefaste.
Un kilo di cioccolatte comprò la zia, perché se si fa si deve fare bene.
Il Mostro la rassicurò sulla grande semplicità di funzionamento dell’apparecchio, desunta dal libriccino di istruzioni, redatto in otto lingue e la zia, incautamente, non domandò all’Assassino quale era stata la lingua letta. Costui le disse che per sciogliere il cioccolatte sarebbe bastato aggiungere un po’ di Calvados, e Angela, presa anch’essa dall’entusiasmo, non si domandò che cosa il Calvados avesse a che fare con tutto questo.
Il Demente le spiegò, con fare molto scientifico, che mentre lui metteva in funzione l’arnese lei avrebbe dovuto pelare al vivo arance e mandarini, e fare cubetti di un centimetro di lato con mele, pere  e ananas, e infilzarli tutti in lunghi stecchi, così poi da avere in mano spiedini pronti da inzuppare nel cioccolatte, solidificato un attimo dopo essere stato tirato su.
Era davvero in gamba il suo Giannino, pensò con una punta di orgoglio Angela, e sapeva il fatto suo. Lo lasciò armeggiare in sala e lei si ritirò in cucina a pelare la frutta.
Dopo un quarto d’ora entrò in sala reggendo un magnifico vassoio carico di frutta: ebbe come l’impressione che qualcosa non fosse al suo posto ma non riuscì nell’immediatezza a capire cosa fosse.
Il Fetente guardava rapito la fontana, che, ben lungi dall’emettere cioccolatte emetteva soltanto un sordo rumore, che ricordava la centrale di Fukushima 30 secondi prima dell’esplosione. Il cioccolatte, sciolto, avrebbe dovuto, volendolo, risalire lungo una vite senza fine per uscirne in cima, in marroni rivoletti che dovevano fare tre salti come le Marmore. Questo nelle intenzioni e nelle aspettative. La realtà fu di molto più tragica.  La macchina infernale sputava, con sempre maggiore potenza, catarroni di cioccolatte in tutte le direzioni, soffitto compreso, per cui in pochi attimi poltrone, tappeti, quadri e muri, vennero spruzzati da questa diarrea gocciolosa. Angela ebbe un attimo di smarrimento, Giannino di estasi, in accordo con la sua natura maligna.
Con un urlo lacerante la zia si avventò sulla fontana e strappò il filo dal muro, ma non così velocemente da non ricoprirsi a sua volta di cioccolatte al Calvados.
Adesso l’Abominevole batteva le mani, possiamo ben dirlo, felice.
Inutile rimarcare il fatto che la valigia dei vestiti non venne neanche aperta.
Angela finì di pulire il mercoldì mattina, perché si era di sabato. Resistette al desiderio di buttare la fontana nella spazzatura ma solo perché non c’era ancora la differenziata “oggetti diabolici”.

                  Omaggio a Vamba, a Pellegrino Artusi e, naturalmente, ad Angela



lunedì 31 dicembre 2012

Don Gennaro


Don Gennaro non era proprio quel che si dice un uomo qualunque. Era entrato in seminario a 25 anni, dopo avere fatto tutto quello che aveva voluto. A 16 anni, finita con difficoltà la terza media, complice anche la sua incapacità assoluta di andare d’accordo con i genitori, si era imbarcato su una delle tante navi che girano per il Mediterraneo. Era stata un’esperienza durissima e se avesse avuto la possibilità di conoscere Dante avrebbe ben fatti suoi quei versi “…come sa di sale lo pane altrui…”, ma non lo conosceva. In quei quattro anni infernali aveva dovuto crescere e a casa era ritornato un uomo. Incattivito forse, ma non solo. Un uomo che aveva capito che in certi momenti sentire vicino la solidarietà di un tuo simile può fare molto bene.
Certo era diventato un po’ un solitario, anche perché in quella nave era l’unico a cui piacessero certe cose, e spesso neanche lui sapeva dirne il perché. Armeggiando con una vecchia radio recuperata in una stiva aveva trovato una stazione pirata che trasmetteva musica classica e, in quell’unica ora giornaliera libera dal lavoro, ascoltava rapito, e si provava anche a cantare certe arie d’opera che gli riempivano gli occhi di lacrime.
Quando sbarcavano nei porti, come tutti, andava a cercarsi una donna e qualcuna di queste addirittura la era andata a trovare anche più di una volta, ma era un amante frettoloso e distratto. Certo non si presentava mai a mani vuote ma in quanto ad aprire il cuore era tutta un’altra cosa. Gli ufficiali non lo stimavano, perché lo vedevano diverso dagli altri, e lui li ricambiava con un odio schietto, quell’odio che, molto semplicemente, pensi che ti impedirà di tirare un salvagente a un uomo che vedi in mare. I suoi compagni non lo consideravano uno di loro ma il lavoro lo faceva, presto e bene, e questo era tutto quello che a loro interessava.
Quattro anni di questa vita, ingentilita soltanto da una vecchia radio gracchiante, lo avevano anche cambiato nell’aspetto: una barba rossa, arruffata, e un occhio che era diventato attento e penetrante.
A 20 anni, da un certo punto di vista rassegnato a convivere con la madre, il padre era morto quando lui era per mare, si cercò un posto di lavoro a Napoli. Sarebbe stato molto facile lavorare con quelli lì, che avevano sempre bisogno di cavalli freschi ma Gennaro con la droga non voleva averci niente a che fare. A Marsiglia aveva avuto l’occasione di vedere un ragazzo in preda a una crisi di astinenza e non gli era punto piaciuto. La fortuna e/o il Cielo, vollero che Gennaro trovasse qualcosa da fare in un doposcuola gestito dal vecchio prete. Non gli veniva chiesto di aiutare una cinquantina di ragazzi a fare i compiti, del resto non ne sarebbe stato all’altezza, gli veniva chiesto di cercare di tenerli un po’ a bada, di farli giocare o, comunque, di non farli scappare.  Sei ore al giorno, tutti i giorni. Duecentomila lire al mese. Sua madre non fu particolarmente contenta ma quel piccolo aiuto e l’avere in casa un figlio che credeva perduto le aprirono un mezzo sorriso nella bocca sdentata.
Gennaro invece, forse perché ricordava la dura vita della nave, da subito in mezzo ai ragazzi si trovò bene. Il più grande poteva avere dodici anni, il più piccolo sei, e lui, inconsapevolmente, si sentiva il fratello maggiore di tutti. Si inventava dei giochi per loro e vedeva che si divertivano parecchio, giochi in cui non c’era un protagonista ma c’era una squadra, che contro un’altra squadra poteva vincere se soltanto avesse messo insieme le proprie forze e se ogni giocatore di quella squadra fosse stato impiegato nella maniera migliore, cioè secondo le sue capacità. E lui era un arbitro che alla propria imparzialità teneva da morire. Voleva essere giusto, a tutti i costi.
Quando era il momento dei compiti cercava di richiamare alla memoria quelle poche cose che aveva imparato a scuola ma spesso era in difficoltà. Possiamo dire adesso che voleva così bene a quei ragazzi che la sera cercava di studiare, sui suoi vecchi libri che mammà non aveva buttato via, per poterli aiutare meglio nei compiti il giorno dopo.
Il vecchio prete vedeva tutto questo, ed era capace di vedere anche molto oltre. Aveva sentito con le orecchie del cuore qualcosa in quel ragazzo che meritava di essere coltivato. E quindi pregava per quel ragazzo, pregava tanto. Aveva una piccola statua della Madonna di Pompei e a Lei lo aveva affidato, perché continuasse la sua opera con i ragazzi, per levarli dalla strada. Due rosari al giorno almeno, uno alle quattro del mattino e uno alle undici della sera, il più faticoso anche se quello che dava maggiore serenità.
Anche Gennaro, uomo tutto sommato piuttosto selvatico, si era affezionato al vecchio prete, perché lo vedeva trattare quei ragazzi come fossero tutti figli suoi, e tutti con la stessa giustizia che usava lui nel gioco, tutti eguali, ma unici ed irripetibili.
Nei loro rari momenti di libertà Gennaro vedeva il vecchio prete assorto in preghiera, con il rosario in mano e questa cosa lo riempiva di stupore. Ragazzi e preghiera. Preghiera e ragazzi. Poco a poco trovò del tutto naturale unirsi a lui nella preghiera e ad usarla come arma, a quanto pare molto efficace, nelle avversità che il prete e i ragazzi ogni giorno incontravano. Lui gli regalò anche un vecchio libro di preghiere, unto e bisunto e tenuto insieme da un elastico, che Gennaro si affrettò a finire con grande diligenza. Il vecchio prete capì che quando sarebbe stato il momento i suoi ragazzi non sarebbero rimasti soli.
Dopo cinque anni Gennaro entrava in seminario. Era certo di voler diventare ed essere come il vecchio prete. Quando partì sua madre, per la prima volta, buttò fuori qualche lacrima di felicità.
In quegli anni del seminario i suoi ragazzi gli furono da guida e mèta, anche perché lui non era proprio abituato allo studio e cose da studiare ce n’erano tante, e i professori severi. Tutte cose nuove per lui, teologia, sacra scrittura, liturgia. Fu ordinato sacerdote il 18 luglio del 1980 e il suo più grosso cruccio fu che il vecchio prete fosse mancato pochi mesi prima. Ma Gennaro era certo che quel giorno gli fosse comunque molto vicino, anche più della mamma che era lì in chiesa.
Il vescovo lo destinò alla parrocchia di Sant’Angelo dei Lombardi e don Gennaro vi andò col cuore pieno di letizia, sicuro che anche lì i “suoi” ragazzi non sarebbero mancati. E infatti. Non molti in verità, ma a tutti ogni giorno cercava di trasmettere quelle cose che aveva dentro e che sapeva che a loro sarebbero servite: onestà, cioè mostrarsi a tutti come si è, e giustizia, cioè trattare tutti alla stessa maniera, cose che facilmente permettevano di andare la sera a dormire con il cuore in pace.
Era riuscito, non chiedetemi come perché neanche io sono riuscito a saperlo, a portarsi dietro la Madonna di Pompei del vecchio prete e l’aveva sistemata in una nicchia vuota della parrocchia. Pregandola quotidianamente, come lui gli aveva insegnato, traeva forza e coraggio, nelle quotidiane difficoltà della vita pastorale. Non aveva neanche una vecchia radio, nella quale avrebbe potuto ascoltare le arie d’opera della sua giovinezza, un mondo fa.
La sera del terremoto fortunatamente lui era in strada e poté quindi andare a cercarsi i suoi ragazzi, uno per uno. Qualcuno non riuscì a trovarlo, purtroppo, ma cercò di mascherare il dolore perché non voleva che gli altri se ne accorgessero. Li portò fuori dal centro abitato, e cercò di farli giocare per dimenticare quello spaventoso disastro in cui erano immersi e si inventò un memorabile gioco notturno.  Il mattino dopo li riportò in paese, dalle loro famiglie. Quei due ragazzi finiti sotto le macerie non smettevano di girargli in testa. Capì che aveva bisogno di pregare, perché non riusciva a farsi una ragione della loro morte. Entrò in chiesa, pur vedendo che era piena di calcinacci e con uno squarcio nella volta.
Lo trovarono la sera, davanti alla Madonna di Pompei del vecchio prete, con le mani giunte e con una grossa pietra appoggiata sulla schiena. Le labbra atteggiate a un piccolo sorriso.


domenica 30 dicembre 2012

Dita

Si è appena addormentata. Il suo respiro è superficiale, regolare. La luce della sera filtra dalle fessure della tapparella, schermata dalla tenda, e disegna sul muro righe rosate e sfocate.
Passa in lontananza un treno, proprio lungo il mare, e il rumore del suo sferragliare giungendo al paese vecchio si stempera, e diventa l'occasione per ricordarmi sommessamente che sono ancora sveglio. Dal giardino della villa vicino a casa giungono gridolini di bambini che si attardano a giocare. 
Sono incantato da questo momento un po' rarefatto, e il tempo mi si è fermato dentro. Solo il buio che si allunga nella camera mi avvisa che è tardi. 
Mi volto verso di lei, che mi mostra, fra la maglietta e lo slip, una striscia di schiena che oscilla ritmicamente come un pendolo. I lunghi riccioli neri le coprono le spalle. Ogni tanto viene scossa da un tremito, come se nel sogno avesse un attimo di paura. E' accovacciata su un fianco, come un feto. Non mi stupirei se avesse il pollice in bocca: del resto a conoscerla bene è ancora un bambina. Vorrei alzarmi, bere qualcosa e fumarmi una sigaretta ma sono come paralizzato da un piacevole torpore, più gradito dell'alcool e del fumo. E' anche vero che ho paura di svegliarla, non voglio interrompere questo suo riposo così sereno. Allungo le gambe con grande attenzione e giro la testa verso il comodino, dove ho posato l'orologio, quello che mio padre aveva destinato a me. Mi conferma che è tardi, ma non ho nessuna voglia di tirarmi su. 
Stendo il braccio e le accarezzo i capelli, mi avvolgo un boccolo corvino attorno al mignolo: bofonchia qualcosa e si volta continuando a dormire.
Adesso posso intuirle i tratti del volto nella penombra: è sempre bellissima, identica in tutto e per tutto a com'era quando ci siamo conosciuti, o forse soltanto eguale all'immagine che di lei mi porto dentro, gli occhi così scuri da nascondere la pupilla, la bocca sempre aperta al sorriso. Improvvisamente si rimbocca il lenzuolo, anche se questa serata settembrina è ancora calda.
Non riesco a smuovermi: so che dovrei andare ma sono come paralizzato. Incomincio a guardarla con altri occhi, come fosse una sconosciuta e come se solo adesso avessi la possibilità di svelarne la bellezza. Ho voglia di scoprirla e di svestirla ma non oso, non la voglio disturbare. Era tanto stanca, è giusto che riposi.
Metto soltanto la punta dell'indice sulle labbra chiuse e le porto un piccolo bacio sulla fronte. Niente di più, ma basta per svegliarla. Con occhi ancora riconoscenti si aggrappa a me e mi stringe. "Ciao", mi mormora all'orecchio, ricadendo nelle nebbie del sonno. "Ciao" e basta. Non siamo mai stati capaci di dirci tante parole, è un nostro limite, ed entrambi ci esprimiamo di più con le parole non dette, e quelle poche che diciamo le carichiamo dei significati più profondi, con l'ovvio risultato che spesso siamo gli unici a comprenderle.
Però il "Ciao" sussurrato da lei è stato comunque la cosa migliore di questa giornata. Me ne sto. 
Mi divincolo con delicatezza e mi vado a vestire, controvoglia.



venerdì 9 novembre 2012

DOVE E' IL RE DI FIORI?


Consumo ore a fare solitari. Sembra un'attività sciocca eppure da essa traggo conferme e oriento le mie decisioni.
Ogni momento della giornata è buono e il fatto di poterli eseguire sul computer ne ha centuplicato le possibilità: certo, una volta con le carte in mano era tutto molto più romantico ma il computer ti libera dall'assillo e dalla paura di non aver mescolato bene, e non è poco, specie quando ti escono quattro donne una di fila all'altra. Ma di queste parlerò più avanti.
Quei pezzetti di carta colorati, ora abbiam detto virtuali, hanno per me la capacità di leggermi la vita, ed è da tutta la vita che lo dimostrano. Non prima di un esame bensì durante la preparazione di un esame, ogni giorno o due volte al giorno, le carte governano il tuo scarso studio, e vedi, a seconda della giornata, il professore che ti interrogherà nel re di cuori o nel re di picche, e quel fante di denari è quell'assistente bilioso, quasi pelato e con degli occhialini ridicoli, che ti guarda e sogghigna senza parlare, come ha fatto la prima volta quando l'esame non è andato bene, e le carte un po' me l'avevano fatto capire.
Così rubacchio il tempo ad attività più serie o doverose, ma la possibilità di capire il passato e la presunzione di leggere il futuro, magari anche solo un attimo prima che diventi presente, se mai c'è davvero questo presente, sono troppo intriganti.
Certo, ci sono giorni buoni e giorni meno buoni. E i giorni buoni sono il martedì e il venerdì, ma talvolta, se una cosa ti deve essere detta perchè lui ritiene che sia importante allora ogni giorno è buono. E così come ogni mattina c'è sempre il sole, ma quello di un diverso giorno della tua vita, anche lui ogni mattina cambia, e quel che solo la sera prima sembrava un'impresa disperata, oggi, martedì, alle sette e mezza, sembra diventare un'operazione con la facilità della routine.
E' ovvio che qualche volta la domanda ha avuto una risposta che si è confermata nella storia della vita, anche se la risposta, sul momento positiva, non poteva prevedere tutti gli sviluppi, le difficoltà e i pasticci che si sarebbe portata dietro. Tanto è bastato per farmici ancora più affezionare.
Ci sono poi periodi, bui potremmo definirli, in cui c'è un blocco, non mio ma suo, in cui decide di smettere di risponderti, e non c'è santo e non c'è ostinazione – e addirittura non reagisce neanche a impossibili tentativi di baro – e ogni domanda cade nel vuoto e nel silenzio, e allora ti senti un po' più solo.
Mi sono anche domandato, visto che il mio preferito è abbastanza difficile, se non sia un mio diverso atteggiamento a condizionarlo: è del tutto possibile, in linea teorica, farlo “venire” mettendoci il massimo dell'impegno e dell'attenzione, e, d'altro canto, farlo in maniera “svogliata”, chè non possa, anche se lui ci mette tutta la buona volontà, riuscire. Ma neanche questa è un affermazione del tutto vera. La verità infatti è che lui fa quello che vuole, e se ha deciso che tutte le otto pile di tredici carte debbano crescere ordinatamente, puoi anche farlo dando le spalle al monitor – così controlli bene che non entri nessuno – e stai pur certo che ti riuscirà.

Ultimamente mi ha fatto un brutto scherzo.
Ero già a un buon punto, e mi pregustavo (speravo, sarebbe meglio dire) un contatto, una telefonata, un qualche cosa di positivo con quella donna bruna ultimo oggetto di saltuarie attenzioni, bella femmina, difficile e interessante a un tempo. Per ora è ancora la donna di fiori. Sicuramente non la donna di denari, ne sono certo, né la donna di picche, la quale è già passata con suo strascico di dolore. E come due sono i mazzi due sono state anche le donne di picche.
Non riesco a vedermela come donna di cuori, non ancora, forse è lei la prima a non vedersi così. Ma come donna di fiori è perfetta, ancora sospesa. E per lo stesso fatto di essere sospesa è quindi all'apice della desiderabilità.
Come è facile immaginare io sono il fante di cuori, non sarò mai il re di cuori. Anche all'ultimo giorno della vita sarò ancora il fante di cuori, è la mia condanna. Ma non ambisco a nulla di più.
Non vi starò a raccontare come si sono messe le carte, non è sostanziale e certe finezze potrebbero sembrarvi solo parti deformi di una mente malata. Fatto sta che stavo spostando tutta la colonna di fiori, dall'asso alla donna, sul suo re, per lasciare vuoto lo spazio. Per un attimo lunghissimo il re di fiori è scomparso, introvabile, e avrebbe ben dovuto esserci ma non lo vedevo. Il cuore si è messo a battere all'impazzata, il computer ha dato un segno di vita propria, forse ha fatto un errore, come noi, mi vuole dire qualcosa di importante, la donna di fiori non deve più andare dal suo re, e adesso? Cosa succederà?
Alla fine dell'attimo, quando già immaginavo definitivi cambiamenti della vita, mi è caduto l'occhio sulla pila coperta, dove, ridendo, stava il re di fiori, pronto a prendersi di lì a poco la sua donna.
Grande delusione, e una piccola lacrima ha sciolto il sogno.



sabato 15 settembre 2012

Anna e Paolo

I
Anna Chiari era più che soddisfatta. Ottenere quella scrittura l'aveva definitivamente convinta che avrebbe potuto vivere solo di musica: avrebbe cantato al teatro Nuovo di Ferrara, un sabato sera ancora da definire del prossimo ottobre.
Anna cantava accompagnata soltanto da Paolo, che suonava il violino.
Aveva impiegato parecchio tempo a capire come avrebbe dovuto accompagnare la sua voce, forte e roca, una voce “nera”, senza dubbio, che per qualche aspetto ricordava quella di Nina Simone. Aveva provato con pianisti, sassofonisti, oboisti persino, ma solo cantando accompagnata dal violino di Paolo si sentiva sprofondare dentro un vortice, avvolta dalla musica.
Tanta era stata la gavetta, per strada e nelle piazze, nonostante il suo bel diploma di canto al conservatorio se lo fosse preso, e con la lode. Ma sfondare nella musica, figuriamoci nella sua particolare musica, era stato veramente difficile. Con quella scrittura poteva a ragione ritenersi una musicista affermata.
Paolo era il suo specchio musicale. Si erano conosciuti negli ultimi anni di conservatorio e fra loro c'era stato subito un flusso, da entrambi immediatamente percepito, e non solo dovuto alle cose che condividevano: Mahler, con le atmosfere sognanti che riusciva a creare, i Lieder di Schubert; sarebbero vissuti di pizza, potendo. E il primo film che avevano voluto rivedere insieme, il primo di tanti, era “Il Terzo Uomo”.
Anna e Paolo però non erano diventati una coppia, e naturalmente non vivevano insieme. Ma quella vita che era al di fuori del Conservatorio, prima, e delle tournée, dopo, entrambi non la consideravano proprio “vita”. Le loro case erano solo tane notturne, e come tutte le tane, frequentate in maniera saltuaria e lasciate a sé stesse.
Ogni momento della giornata era buono per provare una musica nuova, e una gioia antica, e il loro suonare insieme era diventato una specie di eco: bastava una nota semplicemente accennata sul violino, o dalla sua voce profonda, che questa diventava una nota sensibile e occasione per una sessione di improvvisazione, magari davanti a colleghi stupiti e invidiosi, soprattutto dell'esultanza che entrambi dimostravano.
Ecco perché quella scrittura a Ferrara l'aveva convinta, era diventata ormai una cantante, e la strada per diventare famosa era stata tracciata.
L'unico neo di questa vita in musica era che Paolo, che lei ben sapeva titolare e responsabile della precisa metà di quel successo, per il pubblico, così come per gli impresari, era solo una silenziosa spalla. Di questo lei ci faceva una malattia ma non era riuscita a cambiare la situazione, e spesso voleva pagarlo di più della metà di quello che lei incassava.
Fra loro non c'era amore fisico, né mai c'era stato qualche indizio, o preliminare, di amore fisico, ed entrambi, pur pensandoci ben di più di quel che è lecito aspettarsi, nascondevano a sé stessi questi pensieri, abilmente mascherandoli in sogni notturni indecifrabili. Può darsi che inconsciamente pensassero che il sesso fosse in contrasto con l'esercizio di una professione in coppia, fra l’altro una professione delicata come la loro, che da un momento all'altro poteva scomparire, per una sciocca malinconia di un pubblico maligno. Due sere col teatro vuoto e finisce tutto.
Dunque anche nell'eliminare il sesso dalle loro vite erano, in linea di principio, d'accordo.

La serata a Ferrara andò davvero bene. Teatro gremito e bis a volontà. La loro musica anche quella volta aveva fatto il piccolo miracolo, e le persone uscivano dal teatro cantandola e fischiettandola motivo per Anna di grande gioia.
All'una, dopo la doccia e mezz'ora di yoga, uscirono nella notte, cercando un posto per mangiare. Erano ancora lievemente eccitati, e affamati. Cercavano una buona pizza, magari con le verdure grigliate. E un filo di olio al peperoncino, altra passione che condividevano.

Piedigrotta è una nome di pizzeria molto inflazionato ma un’occhiata dal di fuori della porta a vetri, e il fatto che fosse a trenta metri dal teatro, li convinse a entrare. Non era un posto particolarmente brutto, anche se molto ordinario: tavoli con le tovaglie a quadrettoni rossi e bianchi, seggiole in plastica, il forno elettrico, non il massimo per la pizza. L'unica cosa che tirasse su il tono del locale era la cameriera ai tavoli. Una giraffa. Almeno uno e novanta, valutò Anna alla prima occhiata. E della giraffa aveva l'eleganza del portamento e del movimento. Sembrava che scivolasse, su quel linoleum. Una chiostra di denti bianchissimi, messa in evidenza dal sorriso della ragazza, spiccava sull'incarnato, nero come la notte più buia. Una tutsi, senza dubbio. Una cascata di treccine nere opache le colava sulle spalle lucide. E due gambe, appena coperte dalla divisa, che parlavano. Due gambe che a farcisi stringere sarebbero certo diventate una morsa.
Si sedettero al primo tavolo sulla loro destra, contro il muro. Solo altri due clienti erano presenti, due ragazzi che mescolavano i baci con i bocconi della pizza.
Anna parlava eccitata della performance di quella sera, rimarcando con puntigliosità le piccole imperfezioni scappate a entrambi ma Paolo la ascoltava con disattenzione. Quando la cameriera arrivò al tavolo Anna si accorse che Paolo sfoderò il più complice dei suoi sorrisi e ci restò molto male, anche se non fece una piega. Paolo continuava a parlottare con la ragazza, che a un certo punto scoppiò in una risata fragorosa. Anna li sentiva attraverso una cortina che le impediva di capire ogni parola. Capì che la ragazza si rivolse verso di lei e riuscì con difficoltà a mormorare: ”Per me una pizza margherita e una mezza minerale naturale, grazie”.
Cercava a tutti i costi di non farsi accorgere da Paolo di quell’accesso di gelosia, che “per contratto” non avrebbe avuto motivo di esistere, ma lui se ne era accorto. Erano entrambi imbarazzati e finirono le loro pizze in silenzio, con la scusa della stanchezza.
Nella sua stanza di albergo, con la televisione accesa, Anna rifletteva sul fine serata, domandandosi cosa significasse tutto ciò.
Sapeva bene che non sarebbe mai riuscita a parlare con lui. Sarebbe stato semplicissimo prenderlo un attimo da parte, in un momento favorevole, magari dietro le quinte prima di un concerto, e dirgli in tutta semplicità quello che lei desiderava, di essere una coppia. Non le sarebbero certo mancate le parole.
Quella solitudine notturna nelle stanze d’albergo le era diventata insopportabile.
Cosa ci sarebbe voluto per dire quelle quattro parole in croce?
Ci sarebbe voluta la capacità di immaginare che se avesse ricevuto un rifiuto non le sarebbe caduto il mondo addosso, cioè che questo rifiuto non avrebbe indotto una cascata di eventi dolorosi e terribili, fra cui la fine del loro rapporto professionale e l’annientamento del loro rapporto umano. Un disastro, un lutto. E solo il pensare a questi avvenimenti, le era intollerabile.
Oltretutto era lei la prima a comprendere che questo rifiuto era veramente poco verisimile. Sapeva di essere una bella donna, sicuramente molto piacente, con uno sguardo arricchito da due profondi occhi nocciola, un nasino appena accennato all’insù e due labbra che sembravano disegnate da Raffaello. Il tutto incorniciato da una lunga chioma con riflessi rossastri i cui spostamenti durante i concerti erano la delizia del suo pubblico, e lei, sapendolo, ne approfittava, mettendosi d’accordo in questo senso con il tecnico delle luci. Perché mai Paolo non avrebbe dovuto acconsentire con gioia alla sua proposta?
Anna aveva paura. Semplicemente una paura più forte di lei. Preferiva avvitarsi su sé stessa e sulla sua gelosia. Dopo avere alzato il volume della televisione abbracciò il cuscino e pianse.
La mattina dopo, verso le sei, dopo il commissario Pelle entrava nella pizzeria Piedigrotta, nella piazza del Teatro Nuovo, dove era stato trovato il cadavere di una donna di colore, tale Aisha Adadjan, immigrata dal Rwanda, del cui volto era stato fatto scempio.









venerdì 31 agosto 2012

NOTTE AD APRICALE



Marco aveva svuotato rapidamente la scrivania, coperta solo dalle cose essenziali: le penne, il portacarte, qualche foto sotto il vetro, poche cose perché non aveva mai sentito veramente suo quel lavoro. Passò a ritirare l’ultima busta paga, bagnata di sudore e pregna di rabbia.
A casa riempì la sacca da viaggio, svuotò il frigorifero e prese il libro sul comodino, ultimo rifugio dalle tristezze della vita. In strada la vecchia Duecavalli non aspettava altro, dài, partiamo, mormorò. Certo che partiamo, mia cara, e vedrai che ci divertiremo.
Alle otto di quella sera di agosto, dopo solo due ore di guida, Marco imboccò il bivio di Camporosso, deciso a trovare un po’ di refrigerio nell’entroterra. Arrivò ad Apricale poco dopo, inconsapevolmente attratto.
Quando, dopo quella curva stretta, la vide improvvisamente, triangolo di case spalmato sulla collina, ne restò colpito, come se Apricale non fosse un paese come tutti gli altri. C’erano pochissime automobili a quell’ora e poté fermarsi un attimo per scendere a vedere meglio. Tutti i rumori della natura si erano spenti, e la luce si faceva sempre più fioca. Per un istante fu dimentico di ogni cosa, soprattutto del fatto che era di nuovo senza lavoro.
Dentro il silenzio, sentì il suo ritmo battere all’unisono con quello del mondo, un ritmo che prescindeva dal tempo.
Rientrò in macchina, col desiderio di esplorare meglio quel piccolo paese e quella grande emozione. Parcheggiò in cima al paese, in uno spiazzo stranamente vuoto. Gli stava crescendo dentro una curiosità incontenibile.
La prima persona che vide fu un vecchio candido, alto e ossuto, che portava una gerla che sembrava sospesa, tanta era la leggerezza con cui la sosteneva. L’uomo gli fece soltanto un gesto con la mano, come a dirgli: “Vieni, è ora che cominci il tuo giro qui da noi”.
Marco prese quindi la prima stradina alla sua sinistra, sormontata da un archetto. Camminava lentamente, guardandosi intorno, cercando qualcuno. In cielo il nero, senza stelle, aveva quasi preso il posto dell’azzurro. Si diresse verso una ripida discesa, al fondo della quale distingueva un lampione  con una luce fioca.
Lo vide solo pochi metri prima della luce. Ma ancor prima di vederlo fu colpito da un odore intenso, come quello che si sprigiona dai cespugli di pitosfori, dolce e pungente. Ma non c’erano pitosfori là, solo qualche vaso di gerani. E questo grosso gatto, a cui lui si avvicinò circospetto. Quello non fece una piega. “Ciao, Marco”, gli disse voltandosi.
Quando ti trovi in una situazione che non hai mai vissuto la tua memoria perde qualsiasi riferimento e non riesci più a capire se i tuoi sensi trasmettano al cervello informazioni di realtà.
“Ciao, Marco”, ripeté il gatto, sempre placidamente accovacciato sul gradino della casa. Marco però non voleva rispondergli, altrimenti avrebbe dato ragione a quella parte di sé stesso che sommessamente gli suggeriva che non c’è nulla di strano ad essere salutati da un gatto.
Pensò a uno scherzo, ma non aveva incontrato e non vedeva nessuno.
Prese tempo, mugolò un “Ciao” più di pancia che di bocca e studiò l’avversario.
Era un gattone che sembrava un cuscino, e per dimensioni e per morbidezza. Il manto, come la maggior parte dei gatti – che però non parlano – era bianco con striscie grigie variamente orientate. L’oscurità gli dilatava enormemente le pupille.
Pensò che comunque era libero di parlare con un gatto, del resto non avrebbe dovuto dirlo a nessuno. E nessuno era lì presente, per testimoniare che lui parlava ai gatti. “Come è andato il tuo viaggio? So che quando parti non sei mai di buonumore”. Marco trasecolò, se non fosse stato buio lo si sarebbe potuto vedere scolorire. Ma doveva considerare normale ciò che normale non era. “Hai ragione”, rispose col suo solito tono  di voce, che in quella situazione diventò un rauco falsetto. “E’ che mi prende un’angoscia che mi stritola la pancia. Certe volte penso che non dovrei mai partire e restare sempre a casa. Casa e lavoro, lavoro e casa”. “Adesso casa-casa, mi sembra”, lo interruppe il gatto, con un’espressione che a lui parve un mezzo sorriso. “Non solo mi mancava il gatto parlante, ci voleva anche quello sarcastico”, pensò Marco.
Il gatto disse soltanto “Seguimi, per favore”.
Lo precedette fino a uno slargo sul limitare del paese, da dove si poteva finalmente vedere il cielo liberato dalle nuvole, con una magnifica stellata. Stettero un quarto d’ora in silenzio, Marco disteso sull’erba, il gatto accovacciato vicino a lui, distante un centimetro in più di un braccio teso.
“Ciao Marco, adesso devo andare. Aspetta qui”. Sparì nel buio.
Marco pensò che neanche nel migliore dei suoi spinelli sarebbe riuscito a immaginare di avere a che fare con un gatto parlante, capace anche di leggerti la vita.
Gli sembrò di addormentarsi per qualche minuto.
Improvvisamente sentì un rumore, a lui non era familiare, un rumore sordo, un fremito lontano, ritmato. Girò la testa e vide una gatta siamese. Due occhi azzurri brillanti nell’oscurità.
Marco non aveva mai amato particolarmente i gatti, lui e i gatti seguivano vite semplicemente parallele. Ma quella gatta aveva un musetto sul quale si sarebbe sentito di stampare un bacio. Ovviamente non se lo permise, anche se fu lui a fare il primo passo, ridendo di sé stesso in silenzio. “Come ti chiami?” le chiese. “Isabella”, “Ah, bel nome”. Attimo di silenzio, in cui ebbe la certezza di essere capitato all’altro capo del mondo. E allora decise che sì, i gatti parlavano, almeno ad Apricale, e allora tanto valeva farci dei bei discorsi. Chissà cosa ne sarebbe potuto uscire, forse un  racconto.
Provò quindi a fare il galante. “Lo sai che sei molto carina?” “Certo, ma non siamo qui per parlare di questo”. “Ah”, fece Marco, offeso dal tono un po’ tagliente. La gatta stava seduta, arrotolata su sé stessa.
A Marco venne in mente quella donna, che aveva riempito gli ultimi tre anni della sua vita. Una donna che sempre più di frequente gli dava una senzazione di profondo disagio. Non sapeva se era innamorato di quella donna, non sapeva se era mai stato innamorato di qualcuno, non sapeva neanche cosa significasse veramente la parola “innamorarsi”. Isabella lo guardava con occhi penetranti, come se gli leggesse quei pensieri, chiedendogli a un tempo di leggere meglio quello che lui stava incominciando a intravvedere.
Improvvisamente la gatta, come colta da scossa elettrica, si alzò e incominciò a camminare, rientrando in paese. Marco la seguì ipnotizzato. Realizzò che se quella gatta fosse stata una donna sarebbe stata bellissima, e si sentì avvolto da un folle desiderio.
Isabella, indifferente a quei pensieri, scendeva verso la piazza, di buon passo. Arrivata si diresse a un angolo, dove, confuso con le pietre del selciato, stava un grosso gatto certosino. Marco si accorse che parlottavano, sorpreso di non sentirli. Isabella con due balzi fu fuori portata.
“Vieni pure avanti, Marco”, se ne uscì fuori il certosino con un bel vocione baritonale, di un tono assolutamente divertito. Marco, che quella sera non si sarebbe più stupito neanche se gli avessero parlato i sassi, avanzò con baldanza.
Il certosino incominciò a camminare in tondo nella piazza e Marco si accorse che procedeva in maniera molto buffa, dimenando la parte posteriore del tronco, sculettando quasi, ma non in maniera armonica e regolare bensì con gesti di imprevedibile ampiezza e frequenza. Ne risultava un ballo estremamente divertente e il gatto stesso era il primo a divertircisi. “E ridi, dài, fai un sorriso anche tu, idiota” gli disse, parandosi davanti a lui seduto con le zampe anteriori estese, come i gatti dei faraoni. Da fermo sembrava un gatto serio, ma non lo era.
Ripensandoci quel sedere che sballottava a destra e a sinistra era troppo comico, e a Marco salì finalmente una risata sincera, lunga, come da troppo tempo non ne venivano più.
Lo prese una nuova voglia di vivere e un entusiasmo che l’avrebbe presto reso capace di dare il giusto colpo di timone alla sua vita.
“Questi gatti sono fenomenali”, pensò.
Seduto al margine della piazza, nel buio della notte rideva felice, con un certosino storpio accoccolato sulle gambe, che si prendeva pigramente piccole carezze sulla testa, ridendo sotto i baffi.






UN'INDAGINE LUNGA UN GIORNO


Il medico legale arrivò tre ore dopo essere stato avvisato. In quel lasso di tempo l’appuntato Federici, dopo che il giudice e i suoi superiori andarono via, aveva approfittato del silenzio e della solitudine, e si era messo a curiosare. Perché era curioso come una scimmia. Ogni omicidio per lui era fonte, se non di godimento puro, di interesse spasmodico.
Si trovava in un ristorante famoso, il cui patròn e chef era acclamato come il nuovo Bocuse, portatore di ricette e sapori segreti, che deliziavano i palati di una clientela facoltosa. Certo che lui non si sarebbe mai potuto permettere di andarci. Ma non gli interessava, aveva i suoi locali di fiducia.
Il delitto era avvenuto nell’immensa cucina, che per estensione ricordava quella di certe dimore principesche.
Era lo chef la vittima, una vittima smembrata senza nessun criterio anatomico né gastronomico, ridotta in pezzi non più lunghi di mezzo metro. La testa separata dal collo con un’espressione ancora stupita negli occhi. Federici fu colpito dalla contemporanea presenza di tagli di carne, bovina questa volta, tagliati però in maniera da poterne agevolmente riconoscere l’uso culinario che se ne sarebbe fatto.
Il risultato era una cucina era disseminata di pezzi di carne e di sangue: e in una pentola sul fuoco sobbolliva un quarto anteriore assieme a un ginocchio non bovino. Federici pensò che il killer, se non fosse stato disturbato, si sarebbe fatto un buon brodo, di carne.
Sogghignò fra sé e sé.
Cominciò a guardarsi intorno alla ricerca di una qualche traccia. Quasi subito trovò, vicino a una mannaia per ossa, una vera matrimoniale. La sollevò con la pinzetta che portava sempre in tasca e lesse “Jean – 24.9.2013”. Poco probabile che fosse del cuoco. Se la ficcò in tasca col massimo della naturalezza.
Si sedette a pensare. Perché il bue tagliato bene e l’uomo selvaggiamente depezzato?
Quando finalmente il medico legale arrivò potè andarsene a casa, a dormire sul divano abbracciato al cuscino, dando le spalle alla televisione accesa.
L’indomani, giorno di riposo, Federici andò in Curia, dal suo amico Don Franco, uno dei rarissimi preti che parlava come mangiava. Avevano fatto solo le scuole medie insieme ma non si erano mai persi di vista, e qualche volta erano usciti assieme agli altri e il Don era certo fra quelli più casinisti.
“Ciao, Don, risolvimi un problema”. “Ciao, Sarebbe?”. “Bisogna risalire da una vera matrimoniale al suo padrone. Ce la fai? » « Ci provo ».
Nel 2012 anche il Vaticano è informatizzato e la stampante sputò rapidamente la sposa assassina, Marie Durand, al momento del matrimonio domiciliata in via Galletta al n. 59 interno 1.
Federici andò a mangiarsi la bistecca da Gianni, osteria che cucinava bene solo agli amici. E lui era fra gli amici. Alle tre e mezzo del pomeriggio, dopo essersi mezzo azzuffato con un avventore sul valore di un attaccante della squadra cittadina, complice un dito di vino di troppo, si avviò malfermo sulle gambe verso via Galletta, poco distante.
Era in borghese e il caldo, il vino e l’abbigliamento diedero alla donna che aprì la porta l’idea di avere davanti un qualche muratore venuto a chiedere qualcosa. Le scappò una mezza risata. Lo fece accomodare e andò a preparargli il caffè.
Il soggiorno della signora Marie era in penombra, e questo ne acuiva il senso di tristezza e di disagio. Divani e poltrone erano tanto consunti da non poter più dire di che colore fossero stati, se mai avevano avuto un colore. Un paralume ricoperto di polvere. Tutto grigio. La stessa signora Marie aveva un incarnato grigio che la diceva lunga sulla sua salute, anche a un appuntato.
Mentre Federici avvicinava la tazzina alla bocca lei esordì: “Vedo che ha fatto presto a trovarmi. Vuole sapere perché ho ucciso quel bastardo?”. Il caffè bollente gli andò di traverso e incominciò a tossire con grande strepito. Non si immaginava di certo di essere aggredito in maniera così diretta. Quando si riprese bofonchiò: “Intanto lei me lo dica”.

La donna si mise comoda. “Michel era un grande cuoco, anche se di un’ambizione sfrenata. Voleva essere il migliore del mondo. E il più famoso. Non meno di Escoffier, perlomeno. Io e mio marito eravamo tutta la sua brigata di cucina. A noi proponeva i suoi piatti più nuovi da assaggiare, tutti i giorni e il nostro giudizio era per lui sostanziale. Noi il braccio e lui la mente.
Quando mio marito fu ricoverato in Ematologia, tre settimane fa, gli fu diagnosticata una leucemia mieloblastica. Il medico che mi comunicò la diagnosi mi disse anche che spesso queste malattie sono dovute a tossici, specie composti chimici aromatici.
Mio marito l’ho perso in una settimana.
La settimana successiva l’ho spesa cercando in cucina, certa che Michel avesse usato qualche cosa che non andava bene. Non ho dovuto faticare per cercarla, una boccetta con un liquido denso verde, riposta assieme alle spezie, con una scritta: benzene.
Una piccola ricerca sulla rete mi ha confermato i sospetti.
E quel bastardo lo usava per cucinare: ecco perché tutti i suoi clienti lo portavano in palma di mano e dicevano che i suoi piatti fossero così particolarmente “aromatici”. Non poteva essere diversamente, ma portavano in sé la morte. Noi che tutti i giorni li mangiavamo siamo i primi a volare via. A me non restano molte settimane.
Sono assolutamente convinta che quell’uomo di merda abbia avuto quello che si meritava, e nel momento giusto, quando stava preparando il suo celebrato “bollito con salsine aromatiche”.
Federici aveva ascoltato tutto, partecipando alla rabbia della donna. Si domandò cosa può spingere un uomo ad avvelenare i propri simili ricercando a tutti i costi di soddisfare il loro palato, e non si diede risposta.
Si alzò e borbottò qualcosa alla signora Marie, sapendo che non l’avrebbe più rivista. Lei restò seduta, contenta, se così vogliamo dire, di rivedere presto il marito.
Federici, sulla mensola dell’anticamera, posò la vera.



TORBIDE ATMOSFERE


La coppia al tavolino ha appena finito di bere caffè e acqua minerale. Lei ha un vestito scuro con le spalle nude, anche se al collo ha una pashmina bianca, più volte avvolta. E’ seduta in modo da far vedere buona parte delle cosce, non magre, e se le accarezza.
E’ palesemente sulle spine. Lui, con una polo giallo canarino, sembra più tranquillo. Oltre a essere più vecchio.
Hanno deciso di imbarcarsi in quella nuova avventura, spinti da un pizzico di follia e da giornate gonfie di noia. E’ lei ad avere insistito e lui non ha avuto il coraggio di dirle di no. Magari, quando si arriverà al dunque, lui si tirerà indietro, certo con un gesto elegante, del tutto convinto che è meglio lasciare un dubbio sulla propria virilità piuttosto che dare la certezza dell’impotenza.
La coppia che aspettavano emerse improvvisamente dal tunnel di pietra. Non avrebbero potuto non essere quelli che aspettavano, anche perché, come da accordi, entrambi portavano addosso qualcosa di giallo. Lui aveva capelli più bianchi che grigi, lei capelli ricci e rossastri. La donna seduta al bar guardò bene quest’uomo, col quale aveva deciso di giacere di lì a poco. Incominciò a pensare se puzzava già di sudore. Nulla di più romantico. Concluse saggiamente che una moderata puzza di sudore, ovviamente accompagnata da altre caratteristiche idonee alla particolare bisogna, poteva essere anche accettabile.