Abbiamo liberato l'Italia. Scesi dalle montagne circoliamo sui nostri camion lungo la via Emilia, senza più doverci nascondere. Il vento ci scompiglia i capelli e ci accarezza.
Vogliamo iniziare a fare giustizia, quella con la G maiuscola.
E non abbiamo perso tempo. Iersera, alla cascina di Giuse, il primo della lista.
Li abbiamo sorpresi davanti a una tavola imbandita, mitragliati con la bocca piena. Tre bambini, c'erano. Abbiamo preso il pane.
Stamattina il vento è gelido. Mi viene in mente quella poesia che ho fatto in tempo a studiare a scuola "... e restò negli aperti occhi un grido...".
(2014)
Un blog dove ho infilato le cose che ho scritto, più o meno alla rinfusa, per non perderle e per condividerle
lunedì 9 aprile 2018
domenica 1 aprile 2018
Questo brano l'ho recuperato mettendo in ordine fra le mie carte. L'ho scritto nel 2013 - 2014
Il dottore è stato chiaro. Non ha minimamente tenuto in considerazione il fatto che io mi senta davvero bene. Mentre leggeva l'esame istologico che gli ho portato, del quale io ho capito ben poco, cambiava espressione. “Non molto tempo”, mi ha detto, evitando, per un garbo di cui non lo credevo capace, di pronunciare la parola “mesi”. Mi fa sorridere l'idea che invece possa trattarsi di “giorni”.
Appena arrivato a casa ho avuto un attimo di smarrimento perché il silenzio mi ha sempre dato addosso, anche se me lo sono guadagnato alla grande.
Radio, benedetta radio. Vorrei ubriacarmi; i personaggi dei romanzi che ho letto fanno così: a me però fa stare male.
Un bicchiere di Bitter Campari colmo, con tanto ghiaccio, potrà bastare.
Col bicchiere posato davanti all'angolo destro del sottomano, quasi fosse un piatto segnaposto, incomincio a scriverle, depresso in una casa deprimente.
Via via che riempivo le pagine sentivo la tensione scemare, anche se cresceva il timore che lei, appena visto il mittente, le cestinasse.
Non è stato un testamento, soprattutto perché non ho niente da lasciare oltre ai ricordi, pochi belli, la maggior parte dolorosi. Le cose di cui ho amato circondarmi non hanno alcun valore venale.
Ho cercato soltanto di spiegarle, guidando in quest'ultima curva, quali e quante siano state le paure che hanno governato la mia esistenza.
Anche se viviamo nell'epoca della posta elettronica, oggi le manderò solo una lettera con un francobollo, per non negarmi il piacere di pensare che una lettera possa perdersi nelle tasche della borsa di qualche postino, e magari arrivare dopo che io avrò voltato la curva...
Non sono molti gli anni da quando sono rimasta sola. Certo, mia figlia viene spesso, ma d'altronde ha la sua vita.
Ho dovuto metterlo alla porta, quell'uomo che non voglio neanche più nominare, dopo l'ultima che mi ha fatto. E dire che tante gliene avevo perdonate, ma non c'è stato verso. Una volta di più non è stato capace di trattenersi.
L'ho messo alla porta non solo perché l'ho ritenuto incapace di cambiamento ma perché ho compreso finalmente la distanza che ci separa. A nulla sono valsi gli anni di vita insieme e le cose, tante, che abbiamo condiviso. Vive, viveva, perché adesso non so che fine abbia fatto, in un mondo tutto suo, a me inaccessibile.
E stamattina, al ritorno da quel poco di spesa che mi obbligo a fare per non stare chiusa in casa tutto il giorno, trovo questa busta nella casella della posta, gonfia di fogli. Quanti anni saranno che non ricevo una lettera? È sua, posata sul tavolo in cucina, ancora chiusa. Devo decidere se aprirla. Non ho la più pallida idea di cosa ci possa essere scritto ma non credo che voglia tornare. In questo senso mi incuriosisce, anche se ho deciso che non voglio più condividere niente con lui.
Sono passati tre giorni e la busta è ancora lì, posata sul tavolo. Non ho nemmeno il coraggio di toccarla, sarò stupida. Come se mi potesse trasmettere ancora altro male oltre a quello che ho ricevuto. Squilla il telefono. E' mia figlia, è facile esserne certa, perché non mi telefona nessuno.
Chissà cosa vorrà dirmi.
Il dottore è stato chiaro. Non ha minimamente tenuto in considerazione il fatto che io mi senta davvero bene. Mentre leggeva l'esame istologico che gli ho portato, del quale io ho capito ben poco, cambiava espressione. “Non molto tempo”, mi ha detto, evitando, per un garbo di cui non lo credevo capace, di pronunciare la parola “mesi”. Mi fa sorridere l'idea che invece possa trattarsi di “giorni”.
Appena arrivato a casa ho avuto un attimo di smarrimento perché il silenzio mi ha sempre dato addosso, anche se me lo sono guadagnato alla grande.
Radio, benedetta radio. Vorrei ubriacarmi; i personaggi dei romanzi che ho letto fanno così: a me però fa stare male.
Un bicchiere di Bitter Campari colmo, con tanto ghiaccio, potrà bastare.
Col bicchiere posato davanti all'angolo destro del sottomano, quasi fosse un piatto segnaposto, incomincio a scriverle, depresso in una casa deprimente.
Via via che riempivo le pagine sentivo la tensione scemare, anche se cresceva il timore che lei, appena visto il mittente, le cestinasse.
Non è stato un testamento, soprattutto perché non ho niente da lasciare oltre ai ricordi, pochi belli, la maggior parte dolorosi. Le cose di cui ho amato circondarmi non hanno alcun valore venale.
Ho cercato soltanto di spiegarle, guidando in quest'ultima curva, quali e quante siano state le paure che hanno governato la mia esistenza.
Anche se viviamo nell'epoca della posta elettronica, oggi le manderò solo una lettera con un francobollo, per non negarmi il piacere di pensare che una lettera possa perdersi nelle tasche della borsa di qualche postino, e magari arrivare dopo che io avrò voltato la curva...
Non sono molti gli anni da quando sono rimasta sola. Certo, mia figlia viene spesso, ma d'altronde ha la sua vita.
Ho dovuto metterlo alla porta, quell'uomo che non voglio neanche più nominare, dopo l'ultima che mi ha fatto. E dire che tante gliene avevo perdonate, ma non c'è stato verso. Una volta di più non è stato capace di trattenersi.
L'ho messo alla porta non solo perché l'ho ritenuto incapace di cambiamento ma perché ho compreso finalmente la distanza che ci separa. A nulla sono valsi gli anni di vita insieme e le cose, tante, che abbiamo condiviso. Vive, viveva, perché adesso non so che fine abbia fatto, in un mondo tutto suo, a me inaccessibile.
E stamattina, al ritorno da quel poco di spesa che mi obbligo a fare per non stare chiusa in casa tutto il giorno, trovo questa busta nella casella della posta, gonfia di fogli. Quanti anni saranno che non ricevo una lettera? È sua, posata sul tavolo in cucina, ancora chiusa. Devo decidere se aprirla. Non ho la più pallida idea di cosa ci possa essere scritto ma non credo che voglia tornare. In questo senso mi incuriosisce, anche se ho deciso che non voglio più condividere niente con lui.
Sono passati tre giorni e la busta è ancora lì, posata sul tavolo. Non ho nemmeno il coraggio di toccarla, sarò stupida. Come se mi potesse trasmettere ancora altro male oltre a quello che ho ricevuto. Squilla il telefono. E' mia figlia, è facile esserne certa, perché non mi telefona nessuno.
Chissà cosa vorrà dirmi.
lunedì 26 marzo 2018
Adoro i centri
commerciali.
Entrambi
condividiamo il piacere di vagare per negozi, allineati secondo un
criterio sconosciuto, e passeggiamo sereni, consapevoli che solo
l'uno per mille di quello che vediamo finirà nei nostri cassetti.
Siamo venuti a P. per ovvi motivi, e questo tenero pomeriggio di
maggio avvolge la sua felicità. Ci stringiamo la mano con forza,
come sempre, anche se l'artrosi non lo permette più come un tempo.
Tranquilli, un poco
sfaccendati.
Lei guarda con
interesse certa lingerie, per niente dozzinale, che a me suscita
fantasie serali.
Giriamo dietro un
pilastro e improvvisamente lo vedo. Sarà distante cinquanta passi.
Sento la pressione salire nelle orecchie. Non riesco a dire una
parola. Il flusso dei pensieri si è sciolto nel vuoto.
Cosa ci fa qui, a
cinquecento kilometri da casa? Forse non mi ha visto. Non è semplice
voltarsi con disinvoltura, mano nella mano, senza dare un violento
strattone.
Lei, ancor prima
dello strattone, percepisce la tensione senza capirne il motivo.
Trattenendo il
desiderio di correre torniamo sui nostri passi.
Mi è sembrato solo,
ma come sempre nulla è come appare. Avrà anche lui fatto
cinquecento kilometri per lo stesso mio motivo?
Chissà cosa avrà
pensato.
La serata mi sembra
rovinata.
lunedì 29 gennaio 2018
Hernàn
Hernàn, a
settantadue anni, aveva ben compreso i segnali che la tendenza
inarrestabile all'entropia, gli inviava sempre più spesso.
Dapprima periodi di
pochi secondi, seduto nella macchina ferma davanti a un semaforo, in cui aveva
l'improvvisa sensazione di trovarsi in un luogo sconosciuto, incapace
di muoversi e di andare in una qualsiasi direzione, appena
infastidito dai clacson irritati. L'ultima volta una donna si era
avvicinata al finestrino chiuso gridandogli se si sentisse bene e lui
aveva scosso la mano sinistra per dire “tutto OK”, ma con lo
sguardo spento. Quando a casa voleva cucinare qualcosa, tanto il
tempo libero ormai era troppo, si metteva in linea tutti gli
ingredienti e gli strumenti necessari per un bel piatto e d'un tratto
incominciava a fissare il tavolo dimèntico di tutto, come se quegli
oggetti non avessero per lui più alcun significato. Passato quel
momento, penosissimo, doveva ricordarsi la ricetta a partire da
quello che aveva di fronte e spesso, non riuscendovi, era preso da
una collera furiosa che lo spingeva a buttare tutto nel secchio. Quel
giorno il suo pasto sarebbero stati riso bollito e formaggio, freddi
di frigorifero. Non riuscendo neanche più a dormire si sedeva sul
divano a occhi aperti, ancora nervoso. Se avesse chiuso gli occhi
avrebbe visto la solita sarabanda di morti e di vivi, persone reali
che diventavano personaggi di una commedia sgradevole.
Erano pochi gli anni
passati dalla pensione e, oltre alla sensazione di prendere dei soldi
che, non lavorando, pensava non gli spettassero, sentiva profondo il
cambiamento in peggio della sua vita. Certo, l'ironia che lo aveva
sempre caratterizzato gli faceva nascondere bene la sua pena di
fronte a gli altri, ma non di fronte a sé stesso. Nessuno in casa
poteva immaginare quanta sofferenza lo accompagnava in ogni momento
della giornata.
La parola che
nessuno doveva mai permettersi di pronunciare, “vecchio” era il
rumore assordante che gli rimbombava continuamente nelle orecchie.
Hernàn non aveva paura della morte: spesso si figurava il momento
dell'ultimo respiro come quello di un addormentamento: forse per
questo motivo , per una paura non detta, prendere sonno ogni notte
era sempre più complicato. Ma davvero non aveva paura della morte.
Ciò che lo terrorizzava era quel periodo, di durata orribilmente
ignota, in cui forse sarebbe diventato un morto vivente, peso e
ingombro a sé stesso, non più consapevole, motivo di dolore e di
nostalgia per chi lo circondava. E poi c'era lei.
Hernàn, prima che
arrivasse l'incoscienza più completa, avrebbe voluto compiere quel
gesto di totale autodeterminazione che gli avrebbe permesso di morire
con dignità e di non sgretolarsi nel nulla dell'incoscienza. Alcuni
lo avevano fatto e lui, venendolo a sapere, pensava che avessero
fatto bene. Non riusciva a immaginare se sarebbe riuscito a mettere
in atto quella decisione.
Il problema, anche
in questo caso, era lei. Si sentiva responsabile e le voleva
risparmiare una vecchiaia piena solo di solitudine e di malinconia.
Aveva sofferto e aveva avuto una vita difficile, e il passare del
tempo non aveva certo migliorato la situazione. Seduto a occhi aperti
sul divano pensava a lei, e capiva che stava diventando un vecchio
demente.
Doveva inventarsi
qualcosa.
Venti anni aveva sua
nipote Gabriela. Studiava, senza ammazzarsi – ma questo era un
atteggiamento di tutta la famiglia, e non necessariamente negativo –
alla facoltà di Matematica di Cordoba e spesso aveva un'aria
sognante e svagata che al nonno ricordava il proprio deterioramento.
Era per questo che le era tanto affezionato. La chiamò al telefono,
utilizzando una rubrica cartacea che aveva ricominciato a usare, dopo
tanti anni. Anche questo un bel segno di regressione.
“Ciao Gabrielita,
quando hai dieci minuti per tuo nonno? Forse riesco anche a cucinarti
qualcosa...”. “Domani, e all'ora di pranzo”. “Ti aspetto,
Chiquita. Non mi deludere”. “Non è mai successo”. “Una
volta, mi sembra”. “Ah, ah, vecchio pazzo”. Era l'unica nipote
che aveva preso completamente il suo senso dell'ironia: la adorava
per questo. “Cosa vorrà da me nonno?” pensò Gabriela “Aveva
un tono di segretezza. Vedremo”.
Tornò a occuparsi
dell'esame di Geometria. La matematica era bella, e ai tempi del
liceo l'aveva adorata. Ma era semplice. Studiarla all'Università era
stato molto più difficile del previsto. Ciò che per qualche suo
fortunato compagno di studi era oggetto di naturale intuizione per
lei era il frutto di uno studio totalizzante e di durata a volte
neanche prevedibile.
Stare un paio d'ore
col nonno sarebbe stato un delizioso diversivo.
Arrivò all'una meno
un quarto. La aspettava un piattino di crocchette di pollo e
prosciutto con la salsa aioli semplicemente spettacolari. “Andiamo
al parco di Miraflores a sederci di fronte al Guadalquivir. Ti devo
fare una proposta economica” le disse Hernàn dopo che lei ebbe
finito di sbafarsi l'ultima striscia di aioli. Gabriela restò
perplessa. Essendo vicini al parco e in una giornata di sole pieno
non si rimise neanche il cappotto e uscirono di casa presto.
Il nonno era
silenzioso, come se rincorresse, con difficoltà, certi suoi
pensieri. Lei incominciò a parlargli del suo ultimo ragazzo, che al
momento portava le pizze a domicilio. Quando pronunciò la parola
“amore” Hernàn parve risvegliarsi dalle sue riflessioni e le
chiese, guardandola nei occhi neri con i suoi occhi tremolanti: “E'
un grande amore?” “Io vorrei di sì”. “Come si chiama?”
“Luisito”. “Fammelo conoscere prima che io muoia”. “Allora
c'è tempo, abuelito”.
Erano arrivati sulla
panchina che Hernàn aveva scelto e pensato da vari giorni.
Abbastanza tranquilla perché leggermente più distante da tutte le
altre, comoda e non troppo soleggiata. Di fronte al fiume,
tranquillo. Si sedettero a guardarlo.
“Chiquita,
potrebbe arrivare un giorno in cui non sarò più in grado di venire
qui, e non perché dovrò starmene a letto malato ma perché potrei
non essere più capace di trovare la strada”. Gabriela capì bene
il senso di quella frase: anche lei aveva notato, da mesi, piccoli
segni, momenti in cui lo sguardo era perso nel vuoto, ricerche
insensate di oggetti posti sotto gli occhi, risposte sconnesse a
semplici domande. Nella voce del nonno sentì il timore della
voragine.
“Vorrei che tu
fossi la mia guida quando arriverà quel momento. Mi porterai qui,
tutte le volte che potrai e siederai vicino al mio silenzio. Il
regalo te lo faccio subito cosicché tu non debba aspettare una
promessa nel testamento. E il regalo è un regalo, non deve
suggellare nessun impegno. Solo perché ti voglio bene, Chiquita”.
Le mise in mano un
assegno con quattro zeri. “Questo sarà il nostro segreto”.
Gabriela avrebbe
voluto abbracciarlo con una forza che non aveva mai avuto: quel
vecchio scimunito ancora una volta era riuscito a sorprenderla.
Realizzò che se avesse parlato ai suoi dell'assegno quei soldi sarebbero diventati patrimonio, legittimo, della famiglia. Ma
potevano anche essere un aiuto insperato per trasferirsi a Madrid.
Gabriela diventò la
guida di Hernan, i cui occhi presto divennero vuoti. Uno dei primi
giorni di queste gite si sedette sulla panchina, nello spazio libero
a fianco di Hernàn, una signora, che a Gabriela sembrò avere un
aspetto familiare. Una signora non molto alta, con un bel casco di
capelli biondi, biondi per i colpi di sole. E con due occhi celesti
le cui iridi avevano un orletto giallo luminosissimo. Il sorriso di
una bambina. Si sedeva vicino a lui e stava in silenzio. Gabriela
notò che quando lei arrivava il nonno, anche se non riusciva più a
parlare, sembrava più rilassato.
Fu la signora che in
un giorno di cielo coperto incominciò a parlare con Gabriela. Aveva
un tono di voce piacevole e cortese e incominciarono, giorno dopo
giorno a conoscersi. Hernàn sembrava che ascoltasse: qualche volta
borbottava frasi incomprensibili che, stranamente, la signora
sembrava comprendere. Nel giro di poche settimane questo incontro a
tre divenne una piacevole abitudine a cui Gabriela non avrebbe
rinunciato facilmente, e i giorni che la signora non compariva la
rendevano nervosa. Non solo lei.
Come dio volle
arrivò il giorno in cui Hernàn perse completamente la strada. La
nipote temeva quel momento ma non era preparata.
La signora
continuava a venire e Gabriela condivideva con lei il dolore
profondo per quella perdita.
Il nonno cercò con un gesto
impercettibile la mano della signora e la strinse con forza. Lei
sorrise e Gabrielita, finalmente, capì.
mercoledì 17 gennaio 2018
Bianca e Oscar
Bianca ed Oscar si
erano conosciuti quasi cinquanta anni prima.
Lei non lo ricordava
ma il primo incontro era stato sulla Terrazza Martini, a fianco delle
guglie del Duomo: si presentava il libro di un safari fotografico in
Botswana fatto da un avvocato alle prime armi, loro comune amico.
Durante il cocktail
lui, anche se sposato da alcuni anni, aveva notato quella donna che
rubava la scena all'avvocato, circondata da una piccola folla
vociante, cui restituiva incantevoli sorrisi. L'occhiata che lui le
lanciò, non furtiva, tornò indietro più di una volta. Verso la
fine della serata, seduti sugli sgabelli del bar, cominciarono a
parlarsi e scoprirono le prime delle tante cose che avevano in
comune. Oscar ricordava bene di avere in mano un Irish Coffee. Era un
inverno milanese freddissimo e gli era sembrato naturale offrirsi di
accompagnarla a casa, cosa che lei aveva sperato dal primo momento.
“A presto” le disse, lasciandola di fronte al portone. Lei gli
sorrise in silenzio e rientrò in casa dove il padre la aspettava.
Oscar faticò non
poco a trovare il suo numero di telefono, sapeva solo che si chiamava
Bianca e dove abitava. Dopo due giorni la invitò a cena.
Furono anni intensi,
segnati dall'incapacità di lui di lasciare la moglie e costellati da
numerose difficoltà, ma resistettero. La loro relazione era sempre
vitale, non foss'altro per l'intensità della impotenza e della
disperazione che spesso si creava fra di loro. Ma il volere il bene
dell'altro, pur con le limitazioni legate alla situazione, prevaleva
sempre. Lui non era capace a lasciare la famiglia e lei non
comprendeva che ciò non significava volerle meno bene.
Nel 2013 lui rimase
vedovo. Finalmente era arrivato il momento e Bianca si vergognò di
essere felice. Non aveva fatto i conti con il figlio di lui che, motu
proprio, decise di farlo ospitare da una casa di riposo. Fu colta di
sorpresa, sia perché lo riteneva un uomo ancora in gamba sia perché
non immaginava che il figlio potesse arrivare a tanto.
Qualche sabato
pomeriggio andava a trovarlo ma quell'ambiente le metteva addosso un
disagio e una malinconia insopportabili. Il suo Oscar... sembrava
regredito a uno stato primitivo e bestiale. Una volta provò persino,
ridacchiando, a mettergli una mano in mezzo alle gambe, ma non ebbe
alcun riscontro.
Facendosi aiutare da
Sara e Jole una mattina di giugno e, con la scusa di una passeggiata
nel parco vicino, lo rapirono.
Il figlio di Oscar,
pur sapendo dove era il padre, si limitò a una doverosa denuncia
ai Carabinieri, ben contento di quella nuova sistemazione che gli
permetteva, alla fine del mese, di fare la cresta sulla pensione di
suo padre.
Finalmente, dopo
anni potevano vivere insieme. Per Bianca era gioia pura e lui, dopo
mesi di istituzionalizzazione, ricominciava a prendere coscienza di
sé stesso. Dormire tutte le sere abbracciati... una cosa così
desiderata che non le sembrava neanche reale. Era successo, anche se
non doveva considerarlo un premio per l'attesa così lunga. Era
successo e basta.
Fu in quel periodo
di felicità che Bianca commise uno sbaglio: desiderò di sposarlo.
Lui, quando gliene
parlò, non fece obiezioni. Non vedeva bene il senso di quella
mascherata ma in quel momento prevalse la considerazione che era cosa
a cui lei teneva molto.
Bianca organizzò
tutto come se avessero avuto venti anni: pubblicazioni,
partecipazioni, anche un rinfresco in un locale dove il venerdì sera
l'età massima era diciotto anni e il fumo degli spinelli annebbiava
la vista. Si fece preparare dal sarto un completo adatto alla sua età
ma comunque bianco. Troppo aveva aspettato.
Il giorno prima
dell'avvio delle danze Oscar cambiò idea.
Panico, timore che il
suggello del matrimonio potesse portare male al loro amore. Paura di
ricominciare vedendosi prossimo alla morte. E tante altre paure e
riflessioni, che pur non raggiungendo il livello della coscienza,
avevano condizionato questa decisione.
A Bianca toccò
l'onere di disdire tutto. L'abito restò nella scatola, bianca anche
essa, in cui era stato consegnato.
La delusione sfociò
in una telefonata al figlio di lui: “Hai ventiquattro ore per
venirtelo a riprendere. Dopodiché lo metto fuori della porta”.
“Piuttosto sola che con un uomo di pezza”, pensò piangendo.
Lui non aveva più
spiccicato parola e quando arrivò il figlio si fece docilmente
condurre via, come un vitello alla cavezza.
Questa volta nessuno
riuscì a sapere dove Oscar era andato a finire: il telefonino gli
venne sequestrato dal figlio. Probabilmente fuori città; nessuno
degli amici comuni riuscì a farsi dire dove era stato nascosto.
Bianca, sopraffatta
dal rimorso, dopo alcuni mesi sprofondò in un'apatia priva di ogni
emozione, riempita soltanto di quel periodo in cui avevano vissuto
insieme. Non le interessava più nulla. Non avrebbe neanche più
saputo dire quanto tempo lui era stato nella sua casa.
Lei e gli amici
appresero dove era stato rinchiuso solo dopo averlo letto nel
necrologio, dove lei ovviamente non figurava.
martedì 9 gennaio 2018
VITA SPIRITUALE DELLA PITÌNGOLA
Ersilia,
da tutti chiamata Pitìngola, non credeva di avere anche un altro
nome. Quando a scuola le dissero che quei segni sul quaderno erano il
suo nome e il il suo cognome "veri", non voleva crederci.
Il Maestro più di una volta aveva usato la bacchetta quando Ersilia
Degliangioli non aveva risposto all'appello. Solo dopo alcuni mesi
incominciò a convincersi che Pitìngola fosse un nome affettuoso
usato dai genitori, dai fratelli e dagli altri bambini con cui
giocava nell'aia della vecchia casa dei nonni, mentre Ersilia
Degliangioli, che incominciava a scrivere con difficoltà, era il
nome usato in quella scuola, che sentiva estranea anche
se imparava cose che la
interessavano molto.
Era
per questo che la mattina alle sei e mezzo saltava sul biroccio
guidato dal vecchio Toni, assonnata ma desiderosa di imparare. Quando
conseguì il diploma di licenza elementare l'insegnante consigliò
alla madre di iscriverla alla scuola media: in
famiglia però c'era la necessità che ciascuno desse il proprio
contributo e dieci anni bastavano per andare a prendere l'acqua alla
fonte tre volte al giorno - ai rintocchi delle sei, di mezzodì e
all'Ave Maria -, per imparare a cucinare senza buttare via niente,
neanche le bucce delle patate, e per tenere pulito il pollaio. Le
galline quando alle sei la vedevano entrare la salutavano "Pitìngola,
Pitìngola", almeno così a lei sembrava. Non era infelice ma si
sentiva mancare un po' il respiro.
Libri
in casa non ce n'erano e solo raramente capitava qualcuno che avesse
con sé un giornale. A lui
Ersilia chiedeva timorosa di poterlo leggere, dimostrando un tale
interesse che gli ospiti ben volentieri glielo regalavano. Lei, al
settimo cielo, se lo faceva firmare e datare, per non dimenticare il
chi e il quando di un così bel regalo. La sera, assolti i suoi
doveri, chiedeva di leggere quel giornale alla luce della candela
posta sul tavolo della cena, pur sapendo che rubare un'ora al sonno
le avrebbe reso il giorno successivo ancora più faticoso.
Un
giornale del 1890 era per gran parte almanacco, e la lettura
scatenava viaggi fantastici in
posti che non avrebbe mai visto. Aveva anche letto il
resoconto di una seduta del
Senato del Regno, capendone ben poco, ma non tralasciava nulla. Le
pubblicazioni a puntate dei romanzi di Salgari (lei ne lesse solo
due) la portarono in un universo incantato e sereno.
Giunse
l'età in cui una ragazza deve andare via da una casa per andare a
vivere in un'altra, pur facendo le stesse cose, con in più
l'incombenza di soddisfare alcune esigenze a lei ignote di un uomo
altrettanto ignoto. Anche alla Pitìngola tutto ciò non venne
risparmiato e andò nella grande casa sul colle, salutando la sua
famiglia con la morte nel cuore.
Al
sesto mese di gravidanza svenne per un'emorragia. La nuova famiglia
ritenne che poteva valere la spesa di chiamare il dottore, piuttosto
che di perdere due robuste braccia, quattro ragionando con un po' di
lungimiranza. Chiamarono il Dott. Marini, del Sant'Ambrogio di
Mortara, di cui si diceva gran bene, ma soprattutto che facesse le
più basse tariffe.
Bartolomeo
Marini sarebbe stato un medico atipico anche nel terzo millennio:
alla fine del XIX secolo era considerato soltanto un'onta per la
professione. Laureatosi a Bologna con Augusto Murri, con lode e
pubblicazione della tesi, aveva preferito lasciare da subito una
solida e ricca professione per andare a lavorare in un piccolo
ospedale al confine fra Lombardia e Piemonte. Le quotazioni
economiche erano crollate ma lui aveva trovato un'atea soddisfazione
nel mitigare gli insulti della natura e quelli del lavoro nei campi a
persone di gran lunga più sfortunate di lui. Braccia restituite alla
terra che talvolta gli scrivevano con grafia affaticata biglietti di
ringraziamento, i suoi trofei, che andava a rileggersi nei momenti
bui. Compilava anche delle parcelle, di nascosto dai cinque colleghi
dell'ospedale che, leggendole, l'avrebbero denunciato all'ordine per
concorrenza sleale. Ma anche così quattro su cinque restavano
inevase.
Viveva
come un frate in due stanze mese a disposizione dall'ospedale, una
con un lavabo e un letto prelevato da una corsia, l'altra con la
scrivania e una piccola libreria a muro. La finestra dava su un
cavedio semibuio con tante finestre uguali. Gli angoli del pavimento
arrotondati rivelavano la antica natura di ambulatorio dei locali. Il
bagno, comune, era nel corridoio. Bartolomeo mangiava poco, uova più
che altro, verdura e frutta. Un po' di pane di campagna. La sera la
stessa minestra dei pazienti. In compenso leggeva molto. Non era né
triste né disilluso. Riuscire a fare una buona diagnosi, riuscire a
curare un uomo, se non a guarirlo, erano le soddisfazioni più
grandi.
Arrivò
alla casa sul colle dopo aver finito il giro in corsia, dove aveva
chiuso gli occhi a due tisici. Trovò Pitìngola cosciente, bianca
come i fogli della carta su cui scriveva le sue ricette. Lo
stetoscopio gli rivelò che il battito cardiaco fetale c'era, se pur
debole. La ragazza lo supplicava con gli occhi. Marini pensò che in
ospedale forse sarebbero riusciti a portare avanti la gravidanza fino
al settimo mese. La signora avrebbe potuto stare a riposo a letto e
abbastanza al caldo, le uniche cose di cui aveva bisogno. Il suocero,
capo della famiglia, chiese subito quanto sarebbe costata questa
soluzione e il dottore glielo disse, precisando che per il vitto
avrebbero dovuto provvedere loro. Sul momento il vecchio accettò.
Quel
mattino di novembre fu organizzato il trasporto, con una carrozza che
Marini pagò di nascosto: continuava ad avere davanti agli occhi
l'espressione atterrita di quella madre troppo giovane.
Arrivati
in ospedale cercò di accomodarla il meglio possibile nella corsia
donne, nel letto più riparato dalle correnti d'aria; le portò una
coperta in più e chiese alla suora di portarle qualcosa di caldo.
Per l'anemia avrebbe prescritto qualcosa nel pomeriggio.
Pitìngola
era frastornata. Dispiaciuta sia per aver causato tanto trambusto sia
perché stare a letto tutto il giorno le sembrava una pigrizia
inaccettabile. Però stava bene in quel letto con le coperte
rimboccate, anche perché sapeva di farlo per il suo bambino. Non si
alzava neanche per andare in bagno, perché così le era stato detto.
Quel dottore che era venuto a prenderla aveva dimostrato una premura
e una cortesia che mai nessuno aveva avuto con lei. Non le aveva
chiesto niente e le aveva offerto la possibilità di far nascere suo
figlio. Gli era tanto grata per questo ma la sua licenza elementare
non bastava a esprimere la riconoscenza come avrebbe voluto. Ma forse
per lui era solo lavoro...
Successivamente
Bartolomeo ed Ersilia raggiunsero un primo livello di confidenza,
sufficiente a permetterle di chiedergli se poteva avere un giornale.
Marini non rispose ma da quel giorno, dopo la visita in corsia, le
portava qualche pagina del Corriere locale, con racconti o notizie
che lui supponeva potessero
interessarle. Pitìngola leggeva tutto e dopo qualche giorno gli
chiese anche delle spiegazioni. Lui capì di avere a che fare con una
persona intelligente e desiderosa di "seguire virtute e
conoscenza" e allora nel pomeriggio si sedeva a fianco del letto
di lei e parlavano.
Con
la seconda emorragia Ersilia perse il bambino. Si sentiva colpevole.
Il marito, saputa chissà come la notizia, smise di portarle ogni
giorno quel po' di pane e di formaggio (la domenica anche due mele) e
non si fece più vedere, così come le rimesse in denaro per la
degenza. Bartolomeo, che aveva cominciato a condividere oltre ai
giornali strappati anche un po' di sé stesso, proseguì nell'opera
condividendo anche il suo pasto. Pezzi di pane con un po' di carne.
Il pollo, quando c'era, che a lei piaceva tanto.
Giunse
il giorno in cui Pitìngola non fu più anemica e abbastanza in forze
da dover essere dimessa. Era giusto un mese che dalla casa sul colle
non giungevano più persone né notizie. Incredibilmente lei non
sarebbe stata in grado di tornarvi da sola, essendovi entrata al
momento del matrimonio e non essendone più uscita. Marini capì che
ne era stata estrusa, elemento non più utile all'economia del clan.
Si
rivolse alla Madre Superiora, chiedendole consiglio e aiuto. La donna
lo conosceva come uomo perbene e si era accorta della cura
particolare che lui aveva mostrato per quella ragazza. "Potremmo
farle fare l'inserviente qui in ospedale, almeno per qualche tempo",
gli disse, "Il vitto e l'alloggio li avrà e non farà certo una
vita più faticosa di quella che ha fatto finora.". "Grazie,
suora, dio te ne renderà merito". "Lo so". Con un
colpo solo la suora aveva risolto due problemi.
Ersilia,
Pitìngola anche per tutto l'ospedale, assisteva il medico e la suora
infermiera nel giro del mattino e nella controvisita del pomeriggio.
Imparò presto perché era pulita e volenterosa. Quando era vicina a
lui intuiva le sue richieste guardandolo negli occhi: prima ancora
che lui parlasse lei gli porgeva già le garze o il bisturi.
La
loro confidenza non sarebbe mai diventata intimità ma il giornale lo
leggevano insieme la sera nel refettorio, dopo la minestra, ed
entrambi credevano di essere felici.
Quando
Bartolomeo trovò le feci del colore della pece comprese il senso
definitivo dei disturbi che da un po' di tempo lo affliggevano,
compreso quel bruciore di stomaco sordo e continuo che il bismuto non
riusciva a sedare. Sapeva che anche i medici devono morire e cercò
di farlo con lo stesso stile con cui era vissuto. Ancora una volta la
Superiora gli fu di grande aiuto.
"Il
mio morire tranquillo corrisponde al sapere che qualcuno si prenderà
cura di lei. Se credi mi faccio battezzare, confessare, comunicare,
cresimare e dare l'estrema unzione tutti insieme la prossima
settimana. Di sposarla non ne ho il coraggio. Non voglio che lo
sappia". "Della tua ansia sacramentale il mio padrone non
ha bisogno". La suora non riuscì a sorridere nonostante la
battuta. "Stai tranquillo. Avrà la tua stanzetta e i tuoi
libri. Il mio sguardo veglierà su di lei".
Il
Dott. Marini lavorò fino a che le gambe lo ressero. Per dieci giorni
fu lei a sedersi accanto al suo letto per fargli mangiare qualcosa.
Poche le parole che si scambiavano ma lei aveva ben capito che stava
andando in un posto dove la sua Pitìngola non avrebbe potuto
seguirlo.
Passò
dal sonno alla morte in un pomeriggio di novembre, circa un anno dopo
averla conosciuta.
La
morte nelle campagne è un fatto abituale e in un certo senso
"normale" anche perché il sentimento della perdita
raramente viene espresso.
La
superiora abbracciando Ersilia le chiese "Gli volevi bene?"
Lei seppe rispondere soltanto "Sì". "Anche noi",
pensò la suora.
mercoledì 6 dicembre 2017
LIRICI GRECI
Sono arrivata in città per questo stage semestrale organizzato dall'Istituto Orientale: argomento "i lirici greci", stage pagato integralmente dalla Normale di Pisa che sto frequentando. E' bella Napoli: per noi del Nord sembra di stare in un pianeta diverso, e non solo per la lingua: pazziàre e pàzein sono la stessa cosa. Napoli è bella come Atene. I napoletani e gli ateniesi hanno lo stesso modo di andare incontro alla vita, con gioia e follia. Io invece sono una studentessa seria, certi grilli per la testa non li ho mai avuti. A Treviso siamo tutti seri e tristi.
Adesso la cosa più importante è lo studio, e in questo cerco di eccellere, anche perché presto dovrò condividere con i ragazzi il mio grande amore per l'antichità. L'anno prossimo il mio tutor di Pisa mi manderà agli scavi archeologici in corso all'ippodromo di Delos e questi mesi a Napoli sono una preparazione del lavoro che farò sul campo.
I lirici greci posso dire di conoscerli bene ma vorrei che qui mi venissero dati gli strumenti per tradurli nella maniera più poetica possibile: tradurli letteralmente è un'attività quasi automatica ma sento spesso la difficoltà di esprimere i sentimenti che dietro quelle parole emergono confusamente. E' facile tradurre "òptais àmme" - tu mi fai bruciare - ma è difficile partecipare del dolore mischiato all'amore che Saffo riesce a esprimere in queste due parole. Mi aspetto molto da questo stage.
L'Istituto orientale mi ha fornito l'alloggio in un convento di monache: è una stanza spoglia ma la scrivania è ampia e la finestra , orientata a sud, dà sul golfo di Napoli. Il silenzio del convento mi è amico e il coprifuoco, alle dieci di sera, mi auiterà a lavorare la mattina presto, così da avere due ore tutte per me prima di andare in Università. Dopo una settimana di lezioni poco entusiasmanti e di noiose esercitazioni di traduzione a studenti svogliati ho conosciuto la Professoressa Serena Amato, il ricercatore alle cui cure Pisa mi ha affidato.
Quanti anni avrà: sembra giovanissima. Mi ha stretto la mano con una forza inaspettata. Ha uno sguardo penetrante. Sono riuscita a malapena a dirle il cognome. La sua bocca creo che l'abbia disegnata Raffaello. la prima cosa che mi ha detto è stata "Diamoci del tu".
Ha una giacchetta rossa senza bottoni e senza colletto, su cui ricadono lunghi boccoli castani. La guardo ma non riesco a capire una parole di quello che dice. "Ille mi par esse deo videtur" dice Catullo, mi sembra simile a un dio. Il rossetto ha lo stesso colore della giacca, un rosso vivace ma non volgare. Mi sorprendo a guardarla come fosse un maschio. L'ultimo che ho guardato così ha preso il volo due mesi fa: voleva una donna che stesse tutto il giorno in casa, come sua madre. Io non cucino volentieri: piuttosto me ne sto al bar tutta la giornata con i miei libri, caffè libero e due pacchetti di Lucky Strike: è per questo che la pelle mi diventa tutta grinzosa.
Serena mi propone un caffè e io mi ascolto dirle sì. La seguo, camminando in una bolla di fumosa che mi attutisce la vista e l'udito. Riesco comunque a capire quello che dice, che non ha nulla a che fare con i versi di Mimnermo ma solo con rossetti e fondo tinta. Mi sento una foglia sbattuta al vento delle sue parole. Dopo mezzora che mi parla realizzo che è bellissima. Mi prende sottobraccio, come due amiche da sempre.
Con la tazzina nella mano tremolante le chiedo come sarà il mio impegno quotidiano: una risata napoletana, squillante e sincera ma soprattutto "di pancia" mi fa capire che in questo semestre le idee che ho sulla studio e soprattutto sulle persone cambieranno.
Ha incominciato con i consigli sull'abbigliamento. Io non sono mai andata oltre le gonne a portafoglio e le camicette bianche di lino. Estate e inverno. Ma, con lei al fianco, mi sono ricreduta sul valore dello shopping.
Serena, quando decide che è venuto il momento di lavorare, profonde tutta sé stessa in quelle tre o quattro righe del frammento che abbiamo sotto gli occhi. E non traduce, incomincia a raccontare storie che non sembrano avere niente a che fare con quel pezzetto di poesia ma, andando avanti ad ascoltarla, mi fanno capire il senso profondo, il sentimento dietro alla mano del poeta. E mi riempio di gioia.
Oggi pomeriggio, dopo quattro ore passate su Archiloco, ore splendide e faticose, mi ha portato da Caflisch, una pasticceria famosa di Napoli fondata da una svizzero. Siamo entrambe stanche e lei è silenziosa. Sorseggiamo il caffè con la sfogliatella e ridiamo ricordando il monologo del caffè di Eduardo in "Questi fantasmi". Fra noi in una settimana si è creata questa complicità.
Improvvisamente mi stringe forte la mano. Gli occhi e le labbra, pur immobili, mi hanno detto qualcosa e subito, come pentita, ha volto lo sguardo al di là della vetrina. Forse me lo aspettavo, forse non volevo crederci. Le ho detto che non sapevo se con una donna ne sarei stata capace. Mi ha sussurrato "òptais àmme" mettendomi il braccio dietro la spalla, così da spingere la mia bocca verso la sua.
Eventualmente imparerò.
Adesso la cosa più importante è lo studio, e in questo cerco di eccellere, anche perché presto dovrò condividere con i ragazzi il mio grande amore per l'antichità. L'anno prossimo il mio tutor di Pisa mi manderà agli scavi archeologici in corso all'ippodromo di Delos e questi mesi a Napoli sono una preparazione del lavoro che farò sul campo.
I lirici greci posso dire di conoscerli bene ma vorrei che qui mi venissero dati gli strumenti per tradurli nella maniera più poetica possibile: tradurli letteralmente è un'attività quasi automatica ma sento spesso la difficoltà di esprimere i sentimenti che dietro quelle parole emergono confusamente. E' facile tradurre "òptais àmme" - tu mi fai bruciare - ma è difficile partecipare del dolore mischiato all'amore che Saffo riesce a esprimere in queste due parole. Mi aspetto molto da questo stage.
L'Istituto orientale mi ha fornito l'alloggio in un convento di monache: è una stanza spoglia ma la scrivania è ampia e la finestra , orientata a sud, dà sul golfo di Napoli. Il silenzio del convento mi è amico e il coprifuoco, alle dieci di sera, mi auiterà a lavorare la mattina presto, così da avere due ore tutte per me prima di andare in Università. Dopo una settimana di lezioni poco entusiasmanti e di noiose esercitazioni di traduzione a studenti svogliati ho conosciuto la Professoressa Serena Amato, il ricercatore alle cui cure Pisa mi ha affidato.
Quanti anni avrà: sembra giovanissima. Mi ha stretto la mano con una forza inaspettata. Ha uno sguardo penetrante. Sono riuscita a malapena a dirle il cognome. La sua bocca creo che l'abbia disegnata Raffaello. la prima cosa che mi ha detto è stata "Diamoci del tu".
Ha una giacchetta rossa senza bottoni e senza colletto, su cui ricadono lunghi boccoli castani. La guardo ma non riesco a capire una parole di quello che dice. "Ille mi par esse deo videtur" dice Catullo, mi sembra simile a un dio. Il rossetto ha lo stesso colore della giacca, un rosso vivace ma non volgare. Mi sorprendo a guardarla come fosse un maschio. L'ultimo che ho guardato così ha preso il volo due mesi fa: voleva una donna che stesse tutto il giorno in casa, come sua madre. Io non cucino volentieri: piuttosto me ne sto al bar tutta la giornata con i miei libri, caffè libero e due pacchetti di Lucky Strike: è per questo che la pelle mi diventa tutta grinzosa.
Serena mi propone un caffè e io mi ascolto dirle sì. La seguo, camminando in una bolla di fumosa che mi attutisce la vista e l'udito. Riesco comunque a capire quello che dice, che non ha nulla a che fare con i versi di Mimnermo ma solo con rossetti e fondo tinta. Mi sento una foglia sbattuta al vento delle sue parole. Dopo mezzora che mi parla realizzo che è bellissima. Mi prende sottobraccio, come due amiche da sempre.
Con la tazzina nella mano tremolante le chiedo come sarà il mio impegno quotidiano: una risata napoletana, squillante e sincera ma soprattutto "di pancia" mi fa capire che in questo semestre le idee che ho sulla studio e soprattutto sulle persone cambieranno.
Ha incominciato con i consigli sull'abbigliamento. Io non sono mai andata oltre le gonne a portafoglio e le camicette bianche di lino. Estate e inverno. Ma, con lei al fianco, mi sono ricreduta sul valore dello shopping.
Serena, quando decide che è venuto il momento di lavorare, profonde tutta sé stessa in quelle tre o quattro righe del frammento che abbiamo sotto gli occhi. E non traduce, incomincia a raccontare storie che non sembrano avere niente a che fare con quel pezzetto di poesia ma, andando avanti ad ascoltarla, mi fanno capire il senso profondo, il sentimento dietro alla mano del poeta. E mi riempio di gioia.
Oggi pomeriggio, dopo quattro ore passate su Archiloco, ore splendide e faticose, mi ha portato da Caflisch, una pasticceria famosa di Napoli fondata da una svizzero. Siamo entrambe stanche e lei è silenziosa. Sorseggiamo il caffè con la sfogliatella e ridiamo ricordando il monologo del caffè di Eduardo in "Questi fantasmi". Fra noi in una settimana si è creata questa complicità.
Improvvisamente mi stringe forte la mano. Gli occhi e le labbra, pur immobili, mi hanno detto qualcosa e subito, come pentita, ha volto lo sguardo al di là della vetrina. Forse me lo aspettavo, forse non volevo crederci. Le ho detto che non sapevo se con una donna ne sarei stata capace. Mi ha sussurrato "òptais àmme" mettendomi il braccio dietro la spalla, così da spingere la mia bocca verso la sua.
Eventualmente imparerò.
domenica 28 maggio 2017
Fitti goccioloni freddi
rigano il vetro della cucina,
si confondono con le lacrime.
Pioggia muta, come le parole che non so
più dire.
Ho creduto, io speravo, mi sono illuso
ho messo il cuore davanti alla dignità
e l'amore avanti a tutto.
Oggi sprofondo in un'inquieta
solitudine
e la tua mancanza brucia.
Ho fame di te.
sabato 27 maggio 2017
Violante
Violante si controllò il rossetto e
balzò sulla carrozza della metropolitana nel momento in cui le porte
si chiudevano. Aveva davanti a sé dodici fermate prima di arrivare
in Tribunale. Si sedette lontano dagli altri passeggeri perché
voleva riflettere ancora.
Quel delinquente del suo assistito
meritava qualcosa di più della galera ma lei doveva farlo assolvere.
Si mordeva le labbra per non mettersi a gridare quanto fosse ingiusto
il mestiere di difendere chi le aveva detto, nella quiete del suo
studio, che quella donna l'avrebbe volentieri ammazzata di botte, e
che quelle che le aveva dato non erano ancora abbastanza. E lei
avrebbe dovuto convincere un giudice ad assolvere questo schifo di
uomo, per il quale figlio e moglie erano solo oggetti di proprietà.
E si sa, gli oggetti non hanno diritti.
Nel momento in cui la donna – e con
quanta ragione – aveva richiesto l'affidamento del bambino la furia
si era scatenata su di lei. Quaranta giorni di prognosi, salvo
complicazioni.
E lei, in Tribunale, avrebbe dovuto
dimostrare che c'era stata una provocazione, e che la madre negava
alla bestia il diritto di frequentare il figlio, e di portarlo con sé
in quella casa orribile. Lei la conosceva, per esserci stata una
volta. Lì lui viveva, con la madre e due sorelle.
Violante si aggiustò la gonna che le
era salita troppo sopra le ginocchia: pensando si dimenava e un
ragazzetto le si era sistemato davanti per godersi lo spettacolo. Non
possiamo dire che quegli sguardi di adolescente non le procurassero
un filo di eccitazione. Sapeva bene di essere molto sexy e usava con
disinvoltura il corpo per ottenere i risultati giudiziari che voleva.
Raramente anche fuori delle aule.
Poggiò la cartella sulle cosce e il
teatrino finì. Il ragazzo scese dalla carrozza.
All'arrivo scese controvoglia: avrebbe
pagato per nascondersi in qualche buio ripostiglio. E invece salì
affannosamente le scale, chissà che non si potesse anche rompere un
tacco e avere una qualche scusa per arrivare tardi, quando magari
l'udienza avrebbe potuto essere rinviata. E invece no: le tre ore di
spinning che faceva ogni sera le avevano forgiato due gambe scattanti
e veloci.
Si sentì salire la nausea, e capì che
quel poco di colazione che aveva ingoiato non sapeva più che
direzione prendere. Sudava dappertutto e questo la metteva ancora più
a disagio.
Come dio volle arrivò in Corte
d'Assise, con gli occhi gonfi e la faccia stralunata. L'usciere le
disse preoccupato “Avvocato, non si sente buono?”. “Lasciami
stare. Non è giornata”.
Andò a sedersi al proprio posto e tirò
fuori il fascicolo dalla cartella.
E lui infine entrò.
Maschio latino, uno e novanta, occhi
gelidi acqua marina. Palestrato. Un sorriso feroce. Appena la vide le
fece un segno alzando i polsi ammanettati, con uno sguardo che
significava “Non devi sbagliare”. Violante fece finta di non
averlo visto ma si sentì rabbrividire.
E così l'udienza incominciò, con
l'esame dei testimoni, da parte dell'accusa e da parte della difesa.
Era brava Violante, e smontò, una per una, tutte le testimonianza a
sfavore.
Al momento dell'arringa si trasformò.
La si sarebbe detta una leonessa ferita, anche nell'aspetto. Ogni
argomento tirò fuori, ogni giustificazione, per cercare di suscitare
emozioni profonde nei giudici popolari. Il Presidente la conosceva
bene, e per questo era un po' distratto.
Lei parlò per un'ora, e alla fine
dell'arringa chiese un bicchier d'acqua.
Alle 15 discese stanca le scale della
metropolitana. Durante quelle dodici fermate avrebbe desiderato di
essere posseduta da uno sconosciuto.
Il suo cliente ricevette una condanna
minima.
domenica 16 aprile 2017
Lapsus
Dopo tanti mesi finalmente è arrivata la telefonata. Nel frattempo ho fatto l'aiuto panettiere (come facevo in Iran), che non è male, tanto non dormo quasi niente: dopo due ore che sono andato a letto sono già in piedi, vispo come un grillo. E' anche un lavoro interessante: ogni giorno ha un diverso impasto per il pane così come ogni giorno ha portato con sé una diversa ansia nell'attesa di essere chiamato.
E il giorno è finalmente arrivato. So che sarà domani ma non so nulla di più. Le istruzioni le riceverò stasera dopo la preghiera del tramonto. Mia moglie mi ha detto che è felice ma io non mi domando se lo sono: so soltanto che faccio il mio dovere. Sono stato in attesa silenziosa e adesso è il momento. Li lascerò in buone mani e spero di fare bene, e che i miei superiori siano soddisfatti di me.
Mi sono addormentato davanti alla televisione, con in braccio il più piccolo dei miei quattro figli. Mia moglie ha risposto al telefono e mi ha chiamato. Ho sentito una voce aspra, seccata. Non mi ha neanche dato il tempo di scusarmi: mi ha soltanto detto, e a denti stretti, "Istituto Bertoncini, corso Firenze. Ore 9.30”. Il sibilo ininterrotto della cornetta ha sigillato l'indirizzo del Paradiso.
È mezzanotte e domattina non potrò andare a lavorare. Non conosco questo posto ed è un bene: nessuno potrà risalire a me. Intanto me lo cerco su Google Maps: è in centro, saranno almeno otto kilometri da dove abito con la mia famiglia. Per essere lì alle 9 e mezza dovrò uscire di casa non più tardi delle sette. Qui gli autobus non sono molto efficienti e comunque devo mescolarmi alla folla dell'ora di punta. Il bus lo prenderò al capolinea, così mi siedo e potrò tenere lo zaino saldamente appoggiato sulle cosce.
Ho trovato corso Firenze su Maps. È una zona centrale della città e, a giudicare dal verde che si vede, credo che non sia una zona proprio popolare... ecco, questo è l'istituto Bertoncini. Ma... cazzo! E' un asilo d'infanzia!!!
Per un attimo mi si annebbia la vista e l'attimo dopo mi si allagano gli occhi. So che devo obbedire per ottenere la felicità eterna ma una parte di me, quella sotto il collo, si rifiuta di capire. Si rifiuta, semplicemente. Mi pulsano le orecchie. Quanti bambini ci saranno lì dentro domani mattina? Certo, figli di infedeli, padri e madri infedeli che hanno rovinato il mondo e hanno sradicato dalla società il beneficio del sentimento religioso, dandogli come controparte solo la televisione. Non meritano null'altro che la morte. Ma i bambini che male possono avere fatto? Nonostante sia un buon mussulmano e studi il Corano tutti i giorni questa cosa mi riesce difficile da capire.
Non so per quanto tempo mi sarò assopito, in un sonno agitato, popolato da vergini che ad avvicinarle si trasformavano in bambini dilaniati dai visi dolenti, e il ribrezzo che mi suscitavano guardandoli mi faceva scappare gridando.
Mi sveglio alle sei, affannato e sudato e mi accendo una sigaretta di quelle che mi hanno spedito, raccomandandomi di fumarne tante. Aspirando questo fumo dolciastro mi sento pervadere da una serenità finta, serenità che è soltanto incapacità indotta di provare un qualsiasi sentimento.
Il letto dove dormivamo tutti insieme è vuoto e sfatto: capisco che lei non abbia voluto vivere questo momento. Sa benissimo che dobbiamo obbedire, ma non ha voluto essere sopraffatta dal dolore della separazione. È stata una buona moglie mussulmana e Dio gliene renderà merito.
Esco di casa senza voltarmi, fumando, anche perché non riuscirei a trattenere in corpo alcunché. Tutto procede come da copione. Arrivo alla stazione Brignole con il cuore tranquillo: il tumulto ce l'ho nella pancia, ad onta di queste schifose sigarette. Ho bene impresso nella mente dove dovrò andare: istituto Firenze, corso Bertoncini. Tanto è l'anticipo che decido di andarci a piedi: mi mescolerò alla folla e sarò soltanto un orientale di più che popola i marciapiedi di Genova.
Manca mezz'ora. Mi sta salendo l'ansia perché non sono ancora riuscito a trovare questo maledetto corso Bertoncini. Non ho portato il cellulare per ovvi motivi e per trovare questo posto devo affidarmi a passanti e negozianti, ma nessuno dice di conoscerlo. Anzi, mi guardano con aria sospetta.
Sono le dieci meno un quarto e non so più bene cosa fare. Lo zaino è diventato pesantissimo. Sono disperato per non essere riuscito nel compito che mi era stato affidato. Non posso più tornare a casa.
Mi dirigo verso il mare, che vedo da lontano, camminando come un automa comandato a distanza. Non so cosa fare ma so una cosa: non voglio avere sulla coscienza un asilo pieno di bambini.
Entro in acqua vestito, stamattina sulla spiaggia libera non c'è nessuno. Quando l'acqua mi arriva al collo tiro la cordicella.
lunedì 2 gennaio 2017
Tornare
Sto
tornando a casa.
Guido
distratto, canto assieme alla radio. A momenti mi commuovo: certa
musica mi fa questo effetto. L'andirivieni del tergicristallo mi
annoia e mi istupidisce. Ho fame e c'è buio.
Dopo
tanto tempo ho davvero voglia di ritornare: certo, restano i mille
problemi da risolvere, ma mi è tornata la voglia di riprovarci. In
questo senso la lontananza mi è servita: questi mesi di sofferenza
non sono stati pochi ma anche essi hanno avuto un senso.
In
questa strada c'è buio davvero.
Improvvisamente
la macchina ha un sobbalzo, come se avessi urtato un marciapiede, ma
qui marciapiede non ce n'è, sono ancora fuori città. Per un lungo
secondo ho il desiderio di proseguire ma rallento e mi fermo. Faccio
un po' di retromarcia, la luce bianca del fanale illumina la strada.
Dopo una ventina di metri lo vedo. Un mucchio di stracci da cui
sporgono due piedi nudi. Non ci credo. Sono stanco morto. Non ci
voleva... fra l'altro non ho neanche un ombrello in macchina. Una
voce che non riconosco mi ordina di scendere. Tentenno ancora un
attimo. Tanto sarà un cadavere, non ha più bisogno di aiuto. E se
gli fossero restati addosso i segni delle mie ruote? Menate a non
finire....
Accosto
e scendo. La pioggia fitta e fredda di gennaio mi penetra gelida nel
cuore. Provo con delicatezza a scoprire quel fagotto. E allora
incomincio a tremare. E' viva, avrà diciassette anni. Il viso è
gonfio e bluastro: non so che razza di bestia possa averla ridotta
così. Ha solo bisogno di aiuto. La prendo in braccio: uno
scricciolo di una trentina di chili. La devo portare di corsa in
ospedale, anche se mi interrogheranno e mi romperanno i coglioni a
non finire. Pazienza. Questa bambina ha bisogno urgente di cure,
avanti a qualsiasi altra considerazione che io possa farmi.
La
sollevo sotto la pioggia battente, che le dilava il sangue rappreso
dal viso, ormai irriconoscibile. La infilo in macchina, di dietro.
Guido con la più grande delicatezza e non penso a niente, meno male
che so dove è l'ospedale. La radio della macchina l'ho spenta. Mi
domando se ce la faremo.
Non
so pregare e penso che sarebbe inutile, adesso però mi piacerebbe
farlo. Dài piccola, resisti.
Arriviamo
finalmente al Pronto Soccorso, e me la portano via dalla macchina e
dalla vista. Mi siedo su una seggiola sgangherata della astanteria.
Dopo poco, troppo poco, mi viene cercare un poliziotto, per fare il
verbale: gli racconto quello che è successo. Mi sembra incredulo, ma
non credo di doverlo convincere. In realtà mi interessa sapere solo
come sta. E' per questo che dopo avere firmato il verbale ritorno a
sedermi. Aspetto delle ore, forse mi sono addormentato. Mi sveglia di
soprassalto lo scalpiccìo dei passi di due persone. Entrambi hanno
un camice bianco. Mi avvicino e chiedo loro come stia la ragazza.
"Quale ragazza?" mi chiedono. "Quella che ho portato
verso le nove". "Ah, è morta dopo dieci minuti.
Un'emorragia interna da traumi multipli".
Mi
sento svenire. Ascolto la mia voce dire "Grazie. Che
dispiacere".
Adesso
posso uscire. Cammino nel buio e nel silenzio, e dopo avere
oltrepassato di pochi metri il muro di cinta dell'Ospedale incomincio
a gridare e a piangere senza limiti: non posso e non voglio crederci.
La pioggia ormai non mi dà più alcun fastidio. Tutto quello che ho
fatto, credendoci con tutto me stesso, non è servito a niente. E'
immotivato il dolore per una sconosciuta, il mio cervello me lo dice.
Ma il cuore non ragiona. E cammino nel silenzio rotto soltanto dai
miei latrati, incurante di allontanarmi dalla macchina che mi deve
riportare a casa.
Sento
improvvisamente un dolore alla schiena, un dolore che non avevo mai
provato. Non capisco come mai sono caduto. Sento anche il gusto dei
sassolini della strada mescolato al sapore del mio sangue, che ben
conosco. La schiena mi fa malissimo. Mi gira la testa e mi viene da
vomitare. Sento delle voci estranee ma non capisco quello che dicono,
sono uomini. Sento ancora, con difficoltà, il rumore di macchine che
si allontanano.
Mi
sto addormentando e mi passa la vita davanti,come in un film in pochi
secondi. Me l'avevano detto. Non so che vita sia stata la mia. Ma so
che non sarei stato capace di viverla diversamente.
Mi
sono addormentato.
giovedì 27 ottobre 2016
Neri
Nelle
mie passeggiate cerco sempre di trovare qualche motivo di interesse
che mi faccia dimenticare che cammino, spesso, senza sapere neanche
il perché….
C’è
un piccolo campo di calcio, vicino a cui passo con piè veloce nelle
seconde ore del pomeriggio, anche quando il sole non si è visto per
tutta la giornata e nello zainetto da tre euro c’è la giacchetta a
vento col cappuccio. Ma quando piove ormai non la metto più, mi
piace la pioggia addosso, mi fa immaginare che potrebbe pulirmi
“dentro”.
Beh,
in questo campetto iersera giocavano i soliti pargoli, con grande
impegno, forse dettato, più che dal desiderio di giocare “bene”,
dalla paura dei rimbrotti dei familiari in macchina al momento del
ritorno. I familiari... bisognerebbe impedirgli di guardare le
partite di calcio dei loro pargoli. Gli fanno solo male.
I
familiari, appunto, uomini, iersera le donne erano rimaste a casa,
erano assiepati dietro una porta del campetto. Di fronte a loro,
dietro l’altra porta, una fila di musi neri (ricordate Nicolò Carosio? Io sì...). Mori, Negri. Neri.
Uomini “di colore” (nero, più che altro). Qualcuno in piedi,
qualcuno seduto. Dieci, potrebbero essere stati. Silenziosi. Attenti.
Come se stessero vedendo una partita di un qualche campionato
panafricano. Non solo vestiti in maniera dimessa ma vestiti “poco”.
Non
gli sono andato vicino, ho voluto avere la delicatezza di non
disturbarli. Non ho potuto leggere qualcosa nei loro occhi, scuri
come la pelle. Fissi su quel pallone. Ho potuto solo immaginare….
Uomini
in fuga, dalla miseria, prima di tutto, anche se l’Africa è un
continente ricchissimo….. Da una vita senza futuro, da una donna
dalla quale credevano di essere amati e che invece ha dimostrato di
amare solo sé stessa…. Chissà se invece, dietro a qualcuno di
loro c’è una famiglia che li aspetta, e che a loro pensa ogni
giorno e ogni notte. E che dio non voglia che finiscano come il
protagonista della poesia “… portava due bambole in dono….”.
Ma
più di tutto sprizzava da tutti quegli occhi, scuri come la
tristezza che si portavano dentro, sprizzava quel desiderio
impossibile di entrare in campo e di giocare, non per misurarsi con i
pargoli, e neanche per esibirsi in palleggi e rovesciate, ma solo per
dimenticare per qualche attimo la tristezza di una vita in cui i
bianchi sono da un lato e loro dall’altro. Qualsiasi possa essere
il motivo. In fondo non è cambiato niente.
domenica 9 ottobre 2016
DATTILO
Sono
Francuzzo, il secondo direttore di macchina della CP 940, classe
Dattilo, una motonave della guardia costiera.
Dattilo,
il dito. Questo nome mi ha sempre fatto pensare al dito di Dio che
sfiora Adamo nel Giudizio Universale, e gli trasmette qualcosa che
neanche Michelangelo riesce a descrivere, o forse lo accoglie fra
coloro che sono a sua immagine e somiglianza...
Dopo
il servizio prestato in Marina, ai miei tempi era obbligatorio, ho
deciso per la ferma permanente, anche se sempre non lo sarà
certamente..... mi piace il mare. Adoro stare tutto il giorno per
mare. Anche se il mio lavoro è "dentro" la nave sento il
mare là fuori che mi circonda, e mi dà grande pace e serenità. E
poi quando ho finito il mio turno vado su e lo guardo. Mi son trovato
un posticino solitario, al di fuori degli occhi di chi vuol sempre
fare “quattro chiacchiere” e me ne sto seduto lì. Con le mie
Gitanes. E la mia tosse.
Voglio
bene ai miei ragazzi, otto, e loro vogliono bene a me. Anche loro
stanno bene qui, e mi trasmettono l'entusiasmo dei pochi anni che
hanno, pochi rispetto ai miei. In più di me hanno la passione per
questi motori, che sono il cuore di ogni nave, e li trattano, anche
se enormi, con la stessa delicatezza che avrebbe un orologiaio nel
maneggiare un orologio prezioso. Prezioso non per il prezzo, prezioso
per i ricordi che porta con sé. Io la passione per i motori, forse
perché ormai li conosco come le divise che ho nell'armadio, non ce
l'ho più tanto.
C'è
anche un bravo cuoco sulla nave Dattilo, uno che per mesi ha sofferto
il mal di mare. Lui, insieme a quello che ci dà il mare, non ci
fanno certo rimpiangere quel che mangiavamo a terra.
In
questi ultimi anni siamo sempre per mare. Si parte la mattina e non
si sa se la sera si dormirà a casa.
Una
volta dovevamo soccorrere le imbarcazioni in difficoltà, adesso,
ogni giorno, dobbiamo impedire la morte di centinaia, a volte
migliaia, di disperati uomini e donne e vecchi e bambini, che fuggono
da un futuro a loro negato.
Una
volta avvistata con i radar una di queste “zattere della
disperazione” la nave si dirige verso di essa. In quei momenti
siamo tutti tesi, e ognuno, nel rispetto dei suoi compiti, si
preoccupa in cuor suo per quello che troveremo. Quanti vivi, quanti
morti. Quanti riferiti dispersi. Quanti vecchi. Quanti da cercare lì
intorno.
Ogni
volta assistiamo a spettacoli che vanno ben al di là della nostra
fantasia e che lasciano una ruga in più sul viso.
Una
volta arrivati la “macchina del recupero efficiente”, come la
chiamo io, si mette in moto. Ognuno sa quel che deve fare e lo fa in
silenzio. Solo i loro richiami di aiuto, e il rumore di fondo del
mare, ci entrano nelle orecchie e si conficcano nel cuore. Ognuno ha un suo compito
ma ognuno è disponibile per tutti. E' un po', in quei momenti, come
se ognuno capisse davvero, come mai è stato nella sua vita, il senso
profondo della solidarietà.
Spesso
capiamo anche chi è, o chi sono gli scafisti. Anche con loro si fa
l'esercizio spirituale di reprimere il desiderio di torcergli il
collo (con le mie mani non avrei difficoltà...). Chissà, forse quei
soldi che hanno preso, potrebbero essergli serviti per dare da
mangiare ai loro cari..... eh sì, anche gli scafisti hanno dei cari,
chi l'avrebbe mai detto. Non mi sento proprio di giudicare nessuno.
Cerco di aiutare tutti.
E
finalmente arriva il momento in cui sono tutti a bordo. Spesso un
giorno non basta per arrivare a destinazione, spesso il mare ci
rallenta. Abbiamo la possibilità di accoglierne 80, in una camerata
con brandine e calore. Ma spesso, spessissimo, sono tanti di più. E
allora a bordo te li trovi dappertutto. Specie i bambini. Hanno una
capacità incredibile di trasformare tutto in un'avventura
meravigliosa e te li vedi sbucare da ogni buco, un po' sorridenti.
Anche in Africa giocano a nascondino, all'”ammucciatella”, come
diciamo noi calabresi.
E
il loro sorriso fa sorridere anche me.
Il
nostro cuoco, in fondo al cuore, è contento, ma non si permette di
farlo capire a nessuno, anche se io, che lo conosco bene, glielo
leggo negli occhi. Quando deve cucinare per tanti si esalta, e più
tanti sono più lui gode. Gode nel pensare cosa gli potrà dare da
mangiare, gode nel sapere che le sue capacità saranno duramente
messe alla prova. E' un poveraccio un po' folle, tutto sommato, ma si fa in
quattro.
Sa
che certi cibi non può usarli perché questa gente, ancorché
letteralmente “morta di fame”, segue i precetti della loro
religione. Lo scatolame di maiale non lo mangerebbe mai..... e allora
lui gli fa grandi minestre di verdura, calde, in cui mette il cus cus
e pezzi di pollo. Ha una pentola di 50 litri di volume. Si eccita, e
vede già, con gli occhi della speranza, il sorriso di coloro che
terranno in mano le sue ciotole.
Questa
è la mia vita, a cui non voglio e non posso rinunciare. Nel senso
che non ci riesco. Queste sono le mie famiglie e il mare è mio
Padre.
Questa
notte abbiamo avvistato uno scafo al largo di Malta, in acque
territoriali. Certo, non dovremmo andarci, ma sappiamo benissimo che
ci andremo comunque.
96
umani di cui almeno due terzi prossimi alla morte. Gambe e braccia
che possono soltanto ricordare i campi di sterminio. Occhi neri in un
buio pesto. Occhi di chi ha perso tutto, anche dopo averci visti. Che
ne sarà di loro, una volta scesi dalla motonave Dattilo? Non è mio
compito pensarci ma non riesco a farne a meno.
C'è
una ragazza che aspetta un bambino. E' molto bella, di pelle appena
scura. Avrà sedici anni. L'attesa di un figlio la rende ancora più
bella. Non capisco se abbia un compagno o se il compagno l'abbia
imbarcata a forza, per dare un filo di speranza a questo figlio.
La
portiamo su con tutta la delicatezza possibile. Il comandante le
offre la sua cabina. C'è un letto vero. E' spossata. La magrezza le
rende ancora più evidente quella pancia già enorme di suo. Le
mettiamo vicina una donna, cerchiamo di farle capire che se
succedesse qualcosa ci chiami.
Esco
da quella cabina pensando al futuro, non il mio, ormai irrilevante,
ma a quello di questo nascituro.
Mi
butto in branda alle sei. Notte difficile. Ma mi sono sentito utile.
Siamo stati tutti utili, siamo una bella squadra. Forse non siamo
davvero nati per niente, abbiamo seguito “virtute e conoscenza”.
E l'esercizio della virtù ci ha dato la conoscenza. Tutto, aveva
capito Dante.
Sento
gridare improvvisamente. Ho dormito quaranta minuti. Fin troppi....
Esco e capisco. La donna fuori dalla porta della cabina del
comandante grida, chiama aiuto. Entro e capisco che siamo arrivati.
Bene. Gli uomini son riusciti a medicalizzare il parto ma gli animali
ci hanno insegnato che la natura non ha bisogno di nessuno. Purtroppo
nessun uomo si è fatto avanti per veder nascere il proprio figlio.
Il comandante è un po' impressionato. Allora mi avvicino io a lei,
col volto solcato dalle lacrime per le contrazioni dolorose. A suo
tempo, tanto tempo fa, avevo dato anche l'esame di ostetricia e
ginecologia. Adesso è il momento di metterlo in pratica. Ostento
sicurezza davanti a tutti. Li faccio uscire. Siamo soli io e lei.
Lei griderebbe, se ne avesse la forza, ma emette solo un respiro
rumoroso. Se sapessi la sua lingua.... cerco di sorriderle e di darle
conforto. Le stringo la mano. Penso a Gesù, nato da solo in mezzo al
fieno. Eccola la testa! Nera e con capelli neri. Ok, dai, il gioco è
fatto. L'ultima spinta me lo mette in mano e lo tiro fuori.
Piangi,
cazzo, piangi!!!! Tira fuori questo cazzo di voce, porca puttana, non
vorrai morirmi fra le braccia. Non farmi questo torto. E finalmente
esce fuori questo grido, pianto acutissimo che avvisa tutti che ce
l'abbiamo fatta. Sorride adesso la mia Madonna. Glielo metto in
braccio e apro la porta. Mai nascita venne accolta con più grande
gioia e con un canto della loro terra che a me ricorda “Va
pensiero...”.
Piccole
felicità, grandi gioie, chissà.
Torno
in branda e il cuore va a quel bambino che non ho voluto.
domenica 25 settembre 2016
Ancora qualche passo
Ho appena finito di masturbarmi, con quel microsecondo di beatitudine che la cosa porta con sé. Del resto mi accontento. Non è vero che è come fare l'amore con la persona a cui si vuole più bene, non è più così. E se possibile è ancora più triste.
Mi preparo a uscire per il dovere quotidiano: cheppalle!
Guardo con attenzione la boccia con i pesci, il taccuino e la penna con cui prendere gli appunti. E' un po' di tempo che questo allevamento all'incontrario dei pesci mi appassiona.
Riempio la boccia di acqua pulita. Compero due pesci della stessa razza, un maschio e una femmina. Li metto nella boccia e li nutro con regolarità, come da manuale. L'esperimento consiste nel non cambiargli mai l'acqua. Per ogni razza quindi segnerò sul diario durata della vita del maschio, della femmina e il grado di opacità dell'acqua, misurando l'attenuazione del fascio di luce all'estremità opposta della boccia. Risultati: mediamente cinque giorni di vita residua, in genere gli ultimi due senza più alimentarsi. I maschi muoiono prima delle femmine, come noi umani. Soffrono di più. Il record però di nove giorni l'ha stabilito un maschio di pesce pagliaccio, annegato nella propria putredine con gli occhi fuori delle orbite più del solito. Li considero morti dopo che galleggiano per venticinque minuti. Per quando non ci sono mi supplisce la telecamera. Dimenticavo: la temperatura dell'acqua è venti gradi, termostatata.
Cammino, con le cuffiette, che mi aiutano a tenere vuoto il cervello. Se non avessi le cuffiette a ogni ringhiera mi verrebbe quel pensiero e non voglio. E poi la radio non è male, ha un elenco di due o trecento canzoni che ripete sistematicamente, per cui dopo alcuni anni la sequenza l'hai inconsciamente imparata a memoria. Cento e quindici passi al minuto. Perché mai, poi, per chi, soprattutto.
Lo vedo da abbastanza lontano, saranno almeno una cinquantina di metri. Nel silenzio del mattino faccio fatica a riconoscerlo, ma capisco che mi viene incontro per salutarmi. “Buongiorno dottore!”.
Mi devo fermare. “Buongiorno Rai, come andiamo?”. “Cosa vuole che le dica? Non mi lamento, ormai nella mia condizione sarebbe sciocco farlo.... Lei piuttosto? Vedo chiaramente che si trascina dietro un grosso peso e mi dispiace”. Ma come cazzo ha fatto a capirlo? Io cammino per la strada, sono sempre lo stesso, lo zainetto peserà due etti, tre con la giacchetta a vento, non lo vedo da parecchio e non può sapere da nessuno gli affari miei........ “Ha ragione, Rai, è un momento difficile, e non è un momento, sono mesi”. “Non so che dirle, Dottore, vedo come lei sta adesso ma non ho il potere di dirle che tutto si aggiusterà....”. “Ma mi dica, Rai, ma lei non è morto da qualche giorno? Cosa ci fa qui?”. “Ci è concesso ancora qualche giorno, appunto, per sistemare piccoli affari lasciati in sospeso.... ma non siamo percepibili da tutti”. “E perché io la posso vedere e posso parlarle?”. “Perché lei è proprio uno dei miei affari in sospeso”. “Ah, ah, ah, Rai, lei vuole davvero farmi ridere. Ma mi lasci perdere.... Mi lasci bollire nel mio brodo, come i miei pesci. Arrivederci Rai. Non è stato un piacere ma son del tutto sicuro che non ci vedremo mai più. Neanche all'inferno”.
E via, quasi di corsa.... ma che cazzo vuole sto cadavere ambulante.... poveraccio, in fin dei conti. Chissà se ha vissuto come ha voluto.... o come ha potuto..... o come altri hanno voluto che vivesse.
Sono già arrivato al mio punto di arrivo e mi sono voltato per la via del ritorno. Cammino tranquillo, non assorto ma abbastanza tranquillo.
Sto per attraversare la strada e sento dietro di me l'avvicinarsi della sirena di un'ambulanza. Sto per attraversare, sono sulle strisce, chi cammina del resto non si può fermare, se no perde l'abbrivio.
Bum!
“Ciao Rai.....”
giovedì 22 settembre 2016
Lizzy
Dopo
tante incertezze, mi sono convinta.
Già
da qualche tempo sono diventata padrona della casa "di famiglia"
e ho finalmente deciso di ricostruirla da cima a fondo, cosa che a un
tempo mi stuzzica e mi gratifica immensamente. Non che quella casa
fosse brutta, anzi, averci trascorso l'infanzia e la giovinezza è
motivo continuo di bei ricordi, però vi sono alcune cose, che per me
hanno un significato profondo, che potrò finalmente cambiare.
E
allora tanto vale cambiarne anche svariate altre....
E'
un vecchio palazzo, in un quartiere del centro, in una lunga strada
che si dirama da una piazza alberata, dirigendosi a sud, con due file
non interrotte di caseggiati fine ottocento, ai cui lati vi sono
ancora giardini meravigliosi e riparati, nascosti da sguardi
indiscreti, che sembrano inesplorati.
Come
tutte le case di un certo tono ha sempre avuto il servizio di
portineria, e quando ero piccola questo era tenuto da due sorelle,
che mi hanno sempre fatto venire in mente le sorelle Materassi. Erano
due vecchie sorelle, e non mi stupirei se avessero nascosto un grande
segreto. Magari erano ricchissime, e il sabato mattina, quando
andavano via, mi immaginavo che andassero a stare per due giorni in
una reggia sfavillante....
Da
bambina in quella via c'erano negozi che ormai non ci sono più e
anche i loro padroni sono morti. Il vecchio lattaio, il vecchio
macellaio, tutti negozi in cui il rapporto col cliente diventava una
piacevole consuetudine, e ci si dava il buongiorno come con una
persona in un certo senso di famiglia. Solo il tabacchino è rimasto
uguale, nel senso che si è tramandato di padre in figlio, e come è
facile immaginare si tramanderà di figlio in nipote. Sono cambiati
soltanto gli articoli che compravo, caramelle, chewing gum, piccoli
giocattoli.... adesso compro anche carte bollate.
Con
Edo abbiamo per tanti anni abitato in un'altra casa, ma adesso la
lasceremo, io senza alcun rimpianto. La "mia" casa sarà
un'altra cosa.
La
decisione ha tardato a venire, sia per l'impegno economico da
sostenere sia per quella malinconia che sempre accompagna i
cambiamenti, e che ci si vuole evitare finché non se ne possa più
fare a meno.
Gli
operai dell'impresa hanno incominciato un giorno di maggio. Ben
presto, dato che per costruire bisogna inevitabilmente distruggere,
la casa è stata invasa da un fine pulviscolo, fine ma denso, che
impediva di vedere le persone a più di un metro, oltre il metro le
si intuivano soltanto, senza riconoscerle.
La
sera, prima di cena, faccio un piccolo sopralluogo e il vedere quello
sconquasso mi dà l'impressione che non riuscirò mai più a farne
qualcosa di buono. E intanto nella testa mi frullano mille pensieri e
mille progetti, tutti fra loro diversi, e si affollano alla soglia
della coscienza con la stessa opacità con cui il pomeriggio
intravedo gli operai.
Ma
intanto, giorno dopo giorno, i lavori vanno avanti, anche se ci ho
impiegato più di un mese a capire dove, e come, volevo la cucina.
Questa
nuova occupazione però, anche se in certi momenti lo nego a me
stessa, mi porta anche soddisfazione, quella che ogni nuovo e bel
progetto porta con sé.
Gioia,
preoccupazione, rimorso di disfare qualcosa che la mia famiglia ha
costruito, incertezza continua sulla bontà delle mie scelte, mi
hanno accompagnato nelle mie giornate estive, e anche le tanto
sospirate vacanze ne hanno sofferto.
In
realtà tutto andava per il meglio e Edo, che molto poco spesso
faceva dei sopralluoghi, era comunque favorevolmente impressionato,
in quanto vedeva la casa cambiare di volta in volta, e mentre
all'inizio non era neanche in grado di riconoscere le stanze,
nell'ultima visita era riuscito a capirne la disposizione e ne era
rimasto molto contento.
Non
sapevamo quando la casa nuova sarebbe stata pronta, ma sapevamo che
ci saremmo stati bene.
Una
mattina però sono stata interrotta, mentre facevo lezione, dalla
telefonata di un ragazzo della squadra, che, con un tono di voce
molto preoccupato, diceva: "Signora, venga subito a casa,
abbiamo trovato qualcosa!...". Cosa fosse questo qualcosa
neanche lui riuscì a spiegarlo bene, e io, alquanto contrariata, mi
sono affrettata a raggiungerlo. Sembrava che in casa fosse stata
trovata una cosa che non poteva neanche essere nominata. In quel
quarto d'ora di tragitto mi domandavo senza posa che cosa potesse mai
essere.
Era
quasi l'ora del pranzo, e tutti gli operai si sono fermati al mio
arrivo. Il capo, un gigante dall'aria dolcissima, mi ha condotto
nella stanza che avrebbe dovuto diventare il salone, e mi ha mostrato
la causa di tutto quel trambusto.
Un
osso.
Appoggiato
in una fessura del muro, che nei progetti sarebbe dovuta diventare
una nicchia, faceva bella mostra di sé quest'osso bianchissimo,
calcinato, di forma irregolare, in un punto acchiocciolato su sé
stesso, grande come il pugno di un bambino appena nato.
"Resti
umani", dicevano gli occhi spalancati di tutti gli astanti, non
impauriti forse, ma timorosi di profanare qualcosa e di ricevere una
punizione sovrannaturale per quella loro empia azione.
Io
invece ho trattenuto a stento il primo moto di riso. "Ogni scusa
è buona per non lavorare", ho pensato, ma anche io avevo un
certo disagio persino a sfiorarlo.
"Chiamerò
Edo", disse ad alta voce, pensando a lui che in quel momento era
in studio con i suoi pazienti, "State tranquilli. Per oggi
potete andare a casa". Un'altra giornata di lavoro persa,
riflettevo mentre andavo a casa.
"Un
osso dentro un buco nel muro, e cosa sarà mai....", ma non
riuscivo a capirne il perché, il come ma soprattutto il quando.
Escludevo,
col buon senso della maestra, che potesse trattarsi di ossa umane.
Non solo Edo me lo avrebbe agevolmente confermato ma quella casa non
era certo un castello che contenesse celle segrete dove far morire
prigionieri condannati a una morte lenta e atroce. E poi non era
verisimile che tutte le altre 205 ossa si fossero consumate e quella
no. I miei genitori erano andati ad abitare lì nel 1953.
Lizzy
ne parlò a tavola con Edo e anche Giò, il loro ragazzo, studente
naturalista, dichiarò il proprio interesse per quel reperto.
Dopo
pranzo andarono tutti e tre a fare un'ispezione, con la dovuta calma.
Edo prese in mano il reperto con curiosità scientifica, ma non senza
delicatezza, e si mise a guardarlo attentamente sotto la luce della
finestra. Giò girava per la casa, eccitato e curioso. Lizzy si
sedette sull'unica sedia disponibile: stava proprio diventando bella,
la sua casa.
"Non
è un osso umano", sentenziò il signor dottore. "Non
conosco ossa umane con questa forma".
"E
allora cosa è?" gli ho chiesto io, tranquillizzata ma curiosa,
"Boh, non sono veterinario, come faccio a saperlo" le
rispose. "Non tutti i tuoi pazienti ne sarebbero certi"
pensò Lizzy, ridendo fra sè, ma non disse niente. Si godeva
l'ultimo sole di quella giornata di ottobre, anche lei appoggiata al
davanzale della finestra.
Improvvisamente
Giò gridò: "Venite un po' qua, a vedere cosa ho trovato".
Entrambi, distolti dai loro diversi pensieri, si alzarono di scatto e
andarono da lui, che stava frugando dentro la nicchia dove l'osso era
stato trovato.
Con
le dita e le unghie sporche di calce porse loro un rotolo di carta
avvolto da un nastro sbiadito, che una volta era stato celeste.
Lizzy
lo prese in mano e sciolse il fiocco, srotolando con la migliore
delicatezza la carta ingiallita.
Ne
lesse il contenuto ad alta voce.
"Caro
amico, scusami se ti ho fatto spaventare trovando quest'osso. Sono
una donna vecchia, prossima alla morte. La mia vita è stata bella e
allietata da una grande famiglia, ma ora sono rimasta sola. Mi
restava il mio cane, che con affetto e devozione mi ha reso meno
tristi queste giornate, in cui il sole sembra solo tramontare. Anche
se può sembrare paradossale è lui che ha reso più umano il mio
ultimo tratto di strada. La mattina mi svegliava, con gentilezza e
delicatezza, e il dovermi occupare di lui, il mio Gluck, mi impediva
di starmene tutto il giorno a letto, a rotolarmi nella malinconia. E
così, per anni, abbiamo vissuto insieme, cercando di darci
vicendevolmente un po' di joie de vivre. Preparandogli la zuppa
veniva voglia di mangiare anche a me, e così mi ha impedito di
lasciarmi morire di fame. Obbligandomi, ma solo con gli occhi, a
portarlo a sgambettare ha impedito che si rattrappissero
definitivamente le mie stanche giunture. E la sera, seduto vicino a
me sul divano, mi ha dato quel calore che credevo di avere perduto
per sempre.
Ma
ogni cosa bella ha una fine e anche Gluck è finito, prima di me. Le
mie preoccupazioni su cosa sarebbe stato di lui "dopo di me"
si sono rivelate inutili.
Sono
arrivata con lui in braccio dal veterinario che respirava a fatica, e
mi guardava con uno sguardo stupito e riconoscente. Il dottore,
vecchio amico, mi ha detto che non era nelle sue possibilità di fare
qualcosa, quel calcio aveva rotto il fegato. C'era solo la
possibilità di non farlo soffrire. E io, che l'ho amato così tanto,
non ho voluto che soffrisse.
Un
piccolo favore, ho chiesto al veterinario. Dammi qualcosa di lui, un
osso magari. Voglio che resti nella casa dove ha vissuto, e dato, ore
felici.
E
adesso sono qui, con quest'osso in mano, che nascondo perché voglio
che resti in questa casa, e vorrei che tu, caro amico, lo lasciassi
riposare ancora, fino alla fine dei tempi. Grazie".
Edo
si alzò di scatto e andò a prendere il secchio della calce.
Iscriviti a:
Post (Atom)










