martedì 31 marzo 2015

Serial killer depresso

Iersera, appena arrivato a casa, mi sono accasciato sul divano. Il sabato sera da un po' di tempo è così, certo non perché ho ammazzato uno sconosciuto: semmai questo dovrebbe rendermi euforico. Invece mi sento sulla spalle, sempre più pesante, la fatica di essere vissuto.
Lo specchio mi restituisce immagini di un uomo malconcio, imbrattato di sangue secco dalla testa ai piedi, e non solo nei vestiti.
Mi è scappata persino la voglia di farmi il caffettino del risveglio, dall'ultimo Natale.
Non saprei neanche più direi cosa sia successo ieri: ricordo solo quel bar, squallido oltre ogni dire, e quel giovane cretino che inveiva bestialmente contro una signora. La Mamma, avrebbe potuto essere. Ma la Mamma di chi?
E' uscito un po' barcollante e a me sono bastate solo le mani. “Discreta manus, dura pietate.....”: gli ho frantumato l'osso del collo e l'ho trascinato, flaccido burattino, nel vicolo retrostante. Gli ho fatto uscire gli occhi dalle orbite con uno schiocco, quasi a volergli levare l'anima, e ho incominciato a svuotarlo rapidamente e sistematicamente. Faccio sempre così, anche con i conigli che tengo in campagna. Cioè no, a loro gli occhi li lascio.
Ho abbandonato quella carcassa vicino al suo contenuto, bene in vista. Stamattina guadagnerò le prime pagine dei giornali on line.
Il vero problema è che tutto ciò non mi dà più alcuna emozione. Non ho paura di essere ricercato, non ho piacere a girare per le strade a testa alta. So di essere imprendibile ma questo non mi riempie di orgoglio.
Mi trascino verso la cucina: piatti di carta sporchi e pentole da lavare dappertutto. Perché non trovo questa beata caffettiera? Stanotte avrò dormito sì e no un'ora. Rinuncio al caffè e mi siedo in poltrona. Non ho nessuna voglia di uscire.

Quanto è che sono seduto? Tre ore almeno. Il sole, spostandosi, mi scalda il viso e incomincia ad abbagliarmi. Chiudo gli occhi, ma so bene di avere perso il sonno, anche se nulla potrà farmi alzare.
Non è vero: una torma di uomini vocianti incappucciati è entrata in casa improvvisamente, mi hanno portato via di peso.
Non fa niente.



venerdì 27 febbraio 2015

Villaggio vacanze

Una notte vomitevole, irrespirabile come quel luglio del 2003. Hanno un bel dire che questi cessi di tucùl siano freschi perché hanno la spiaggia vicina, maledetti loro. Caldo, caldo, caldissimi.
Occhi sbarrati. Immagini che passano davanti agli occhi come un vecchio film in bianco e nero, ricordi confusi ma avvolti di tristezza. Non mi posso neanche coricare per terra: scotta. Datemi un'amaca!
Lei, la stronza, sta russando. Mi domando come cazzo faccia: cosa vuol dire avere vent'anni!
Ho quasi voglia di riprendere quella specie di aereo a pedali che ci ha portato qui.

Continua a russare, col seno che si muove ritmicamente nella penombra. Un gran bel seno, non c'è che dire, e pagato profumatamente, del resto. Un seno che ben presto prenderà il volo, quando troverà un altro vecchio che gli paghi più conti di quelli che gioiosamente ho appena finito di saldare io.
Comunque sia questo seno è stato capace di far ricrescere tenerezza e passione, incontrandomi nei giorni della malinconica rassegnazione di averle definitivamente perdute.
Vediamo se sarà anche capace di sbattermi in mezzo a una strada...

Sono le sei e mi alzo. Mi guardo con difficoltà nello specchio madido di umidità e mi domando se ho più voglia di sputare o di abbracciarmi. Domande oziose, senza risposta.
Lei continua a dormire, infantilmente inconsapevole.

(dedicato al Professor Unrat)




Una giornata di Denise

1.
Quella sera Denise aveva un gran mal di testa: l'acquazzone che l'aveva sorpresa in strada aveva anche contribuito ma la causa era soprattutto la pancia, che le gridava di non andare a quell'ultima udienza. Dio solo sa quanto le sarebbe piaciuto potersi dare malata.
Decise di prendere la Novalgina diluendola col Campari. Fu così che in dieci minuti la generosa dose di bitter la aiutò a entrare nel sogno.
"Sto scendendo di buon passo per via della Maddalena, perché voglio andare da M. E' strano che non riesca a ricordarmi il suo nome completo. Sono serena e fiduciosa, perché so che lui mi darà quella carta nautica che mi serve, la stessa che immagino abbiano usato i marinai di Amalfi, aiutandosi per navigare soltanto con le stelle del cielo. Il fatto è che sento prepotente questo bisogno di partire, di tornare in mare aperto, e di vedermi intorno solo acqua.
"Stai tranquilla, Denise", risponde sorridendo alla mia richiesta, "Presto arriverà".
Esco felice, ma non esco del tutto, perché una qualche parte di me rimane ancora in libreria, ad aspettare. E infatti lui arriva: non so chi sia ma ha un'aria familiare. Baffi e capelli brizzolati, un maglione color del vino. La mia ombra resta a bocca aperta quando lo sente chiedere proprio la carta dei marinai di Amalfi, e non meno stupita quando M. gli risponde, con identico tono, "Stai tranquillo. Presto arriverà".
Io, fuori nel vicolo, appoggiata alla facciata di fronte all'ingresso della libreria, sono preoccupata del fatto che costui possa diventare un compagno di navigazione. Mi guardo intorno e non riconosco più via della Maddalena. Non riesco a muovermi però, la mia ombra è ancora dentro e non vuole uscire.
Entra adesso un giovane, e non accompagna la porta, che sbatte rumorosamente. L'ombra lo scruta, tranquilla di non essere vista. E' bello come Adone, e di questa sua bellezza è fieramente consapevole. E gli occhi poi.... dello stesso colore di quel mare che aspetto di attraversare.
Finalmente riesco a ricongiungermi con la mia metà, e incomincio a correre giù, verso la Darsena, infilandomi nei vicoletti che tagliano le lunghe parallele, stretti passaggi in cui le facciate delle vecchie case sembrano baciarsi. Voglio vedere il mare".
Denise si sveglia improvvisamente, alle 3.50, sentendosi addosso l'odore aspro del porto. La televisione è accesa e per qualche minuto prova a seguirla, senza riuscirci.
Se non altro non ha più mal di testa.

2.
Denise va a palazzo di giustizia tutte le mattine con la metropolitana. Sale al capolinea
e la carrozza è deserta, per cui può sedersi sempre allo stesso posto. Cerca di assumere un'espressione che scoraggi ogni approccio ai viaggiatori che saliranno.
Il processo l'ha preparato bene, e le carte sono tutte nella vecchia borsa appoggiata per terra, dietro le sue lunghe gambe.
Vorrebbe rilassarsi, perché ci vogliono tre quarti d'ora per arrivare, ma stamattina non ci riesce: il sogno della libreria le ha lasciato un po' di amaro in bocca e una curiosità profonda. Stringe gli occhi per sforzarsi di riviverlo, con quel desiderio di vagare per un mare senza orizzonte, lasciandosi dietro il passato, per diventare anche lei goccia di un'acqua primordiale.
Questo desiderio di un mare materno la rituffa nel ricordo di quell'altro viaggio, il viaggio di nozze. Posticipato perché Dario era stato male nei mesi del matrimonio, e allora avevano deciso di farla l'anno dopo, la crociera. Avevano viaggiato sul Meltemi, quel clipper inglese che partiva dal porticciolo delle Grazie e arrivava fino a Istanbul. La vacanza più lunga della sua vita, perché dopo non avrebbe mai più potuto prendersi un mese e mezzo intero di ferie.
Una crociera per più aspetti indimenticabile, specie per Dario, che aveva messo definitivamente nel cassetto il suo desiderio di avere un figlio.
Lei ne aveva troppa paura. Ne avrebbero potuto parlare anche per un anno di fila, non solo per sei settimane, ma lei non avrebbe comunque cambiato idea, perché si sentiva senza via d'uscita. E del resto non puoi fare dei ragionamenti contro la paura, specie se sei tu stessa a sentirtela addosso e a non renderti conto di dove venga. Non che lei, nelle intenzioni, non volesse avere un figlio, anzi, in un certo senso le sarebbe piaciuto. Ma ne aveva una paura paralizzante. Di morire, di odiarlo, di partorirlo, di un figlio imperfetto, di non essere capace a crescerlo.
Potremmo dire che aveva una paura simile a quella di un bambino che non vuole buttarsi in braccio alla mamma, perché teme che all'ultimo momento lei si ritiri, e lo faccia morire cadendo.
In quella cabina di legno con l'alcova i loro rapporti divennero sempre più svogliati, e al ritorno a casa cessarono del tutto.
Quando fu il momento Denise capì subito che Dario si era infilato in altrui lenzuola: glielo lesse negli occhi la sera che lui tornò a casa con dieci minuti di anticipo.
E così andò avanti per più di dieci anni, matrimonio di facciata, in cui l'unica cosa a resistere fu una malinconica tenerezza.

3.
Sono seduta al banco degli avvocati, già con la toga distrattamente posata sulle spalle. Sogni e ricordi son riusciti a farmi scendere l'umore sotto i tacchi. Quelli da 12, naturalmente, che per un vezzo uso in tribunale. Non solo le parole portano i giudici dove tu vuoi che vadano, anche due calze nere velate. E due ciglia ben truccate.
Eccolo, il mio cliente, è arrivato, in catene. Gli manca soltanto una corona di spine e l'aspetto è quello di una certa iconografia sacra di quando, da piccoline, ci trascinavano in chiesa, ficcandoci fra le mani colorati santini. Ricordo ancora i nove venerdì del sacro cuore, e i cinque sabati della madonna. Chissà quante indulgenze avrò lucrato, anche se nulla rispetto ai miei peccati. Ma vivendo me ne sono fatta anche una ragione.
Girando oziosamente fra questi pensieri ascolto l'interrogatorio del pm, e le successive richieste di chiarimenti da parte del presidente. Sento, ma non capisco nulla. Questo fior di birbone, recidivo fra l'altro, meriterebbe la flagellazione, se la giustizia esistesse. E invece risponde chiaramente, a tono, con linguaggio preciso e forbito. Deve anche avere studiato, questo pezzo di merda.
E' il mio momento. Mi alza e incomincio l'arringa, che ascolto come se la pronunciasse un'altra da me. Parlo lentamente. Elenco tutti i motivi per cui l'accusa contro il mio cliente è giuridicamente insostenibile. Alzo anche il tono della voce, quando è il momento di farlo. Anche le pause ho studiato. Per essere brava, del resto, sono molto brava.
Mezz'ora di camera di consiglio è stata più che sufficiente. Assoluzione. Ho vinto. Mi alzo per andarmene e gli faccio un cenno come dire "Ti aspetto. Portami i soldi".
Esco, fra i complimenti dei colleghi e con grande voglia di vomitare.

4.
Denise entra in libreria, con l'aria di chi sta cercando un qualche libro in uno scaffale ben preciso. Anselmo è seduto alla sua scrivania, che è un vecchio ceppo da macelleria riadattato all'uso. Alza appena la testa e ha l'impressione che la sua cliente sappia dove andare. Ritorna quindi al libro che ha fra le mani. Non sarà un gran libro, certo, ma gli serve per passare i pomeriggi.
"Scusami, hai per caso una vecchia carta dell'arcipelago delle Ponziane? Ne sto cercando una in particolare, dell'Istituto Idrografico della Regia Marina, del 1790".
Anselmo trasecola per l'insolita richiesta. Poggia il libro, si leva il pince-nez e si liscia il pizzetto con gesto che vorrebbe essere di riflessione. "Mi spiace, signora, ho qualche carta nautica ma non così vecchia: Le ha detto qualcuno che avrebbe potuto trovarla qua?". Intanto la guarda: è sicuramente un avvocato uscito dal palazzo di giustizia, ha un'elegante cartella portadocumenti di pelle nera, la cui sgualcitura rivela grande morbidezza. Che bella donna!
Denise è ancora sconvolta. "Posso sedermi un attimo? Una mattinata difficile....". "Prego, si sieda qui sulla panca, vicina a me. Posso offrirle un caffè? Sa, qui dentro c'è poco più della moka". "Vada per il caffè". "Ah, grazie, mi scusi". "Non si preoccupi".
Anselmo si alza con difficoltà e si ritira in uno sgabuzzino che, nei momenti di entusiasmo, chiama "cucina", ma è solo un buco. Torna dopo tre minuti con la vecchia moka da una tazza, e due tazzine ereditate forse da nonna Speranza.
"Allora? Cosa ha avuto questa mattinata di così terribile?". Denise sorseggia il caffè con troppo zucchero, ma le fa piacere. Sente che di questo sconosciuto, dall'età non immediatamente definibile, si può fidare.
"Ho appena vinto una causa". Lui tace, con gli occhi fissi sul fondo della tazzina. "Una causa che con tutto il cuore avrei voluto perdere. Ma l'ho vinta".
"Questa bravura non sono riuscita a trasferirla nella vita. Mio marito da tanti anni ha un'altra casa, un'altra donna e un figlio che io non ho voluto donargli. E adesso sono rimasta sola, perché alla fine lui ha scelto di vivere con loro. Riempirò le mie giornate di pianto e di insulsi clienti, utili solo per il loro portafogli". Denise si soffia il naso con un fazzoletto rosso, di una tonalità identica al suo rossetto.
Anselmo ascolta, e un velo bagnato gli circonda gli occhi. Gli fa tenerezza questo scricciolo che si mette a nudo davanti a uno sconosciuto, tanta è la pressione che deve sopportare. Aspetta qualche minuto. Vorrebbe abbracciarla, invece le parla senza guardarla. "Avvocato, sta navigando in un tratto di mare particolarmente tempestoso. Tenga stretto il timone e non lo lasci in balia del vento. La bufera finirà. Non rinunci a condurre la sua vita. Provi a pensare che fare l'avvocato può anche essere un modo per aiutare gli umani. Vedrà che giorno dopo giorno il colore del mattino cambierà".
Anselmo si alza e va verso il suo vecchio giradischi. Ha trovato un disco e lo mette su.

".......Vedrai, vedrai,
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un un bel giorno cambierà.
Vedrai, vedrai,
non sei finita sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà......".








giovedì 26 febbraio 2015

Il carillon

Posto questo brano, non mio ma di Annalisa, compagna di corso dell'Officina Letteraria, che trovo particolarmente bello e delicato.
Il compito era: "Parlate dell'amore".

Anch’io, come Adriano Celentano, non so parlar d’amore e allora vi racconto una storia che parla di un carillon e di un uomo.
A vederlo appoggiato fra mille altre cianfrusaglie su quel banchetto al mercatino delle pulci, il carillon, dopo tutti quegli anni passati di mano in mano, pareva una piccola scatola di legno impolverata che una volta doveva essere stata di un colore più o meno amaranto e con una casa, un albero, il mare e una barca dipinti sulla parte superiore, rami e fiori sugli altri lati. Aveva sul retro una chiave che serviva per accordarlo e davanti una chiusura rotta. Così appariva ai compratori questo piccolo carillon e questo bastò un giorno ad uomo per decidere che quella scatola gli piaceva, che l’avrebbe portata a casa e si sarebbe preso cura di lei. Ma le cose di valore stavano all’interno della scatola. L’uomo l’aveva presa in mano, studiata e aperta e sapeva che dentro era foderata di velluto rosa, che custodiva: 2 chiodi arrugginiti, un gomitolo di lana turchese, un foglio di carta su cui qualcuno aveva scritto qualcosa ma l’inchiostro era diventato illeggibile, 1 zloty, 1 sterlina, 1 spilla di rame smaltato a forma di farfalla e aveva visto la ballerina con tanto di vestitino di tulle bianche che, sollevata con le punte su di una molla, volteggiava sulle note di "Sul Bel Danubio Blu" quando si dava la carica al carillon. Lui le aveva viste queste cose e l’aveva voluta, l’aveva restaurata -ora era come nuova- e le aveva dato un posto d’onore sul tavolino accanto alla poltrona del salotto.
Il tempo passava e l’uomo si dimenticò di ciò che conteneva il carillon, non lo apriva più, lo spolverava e lo lucidava ogni settimana, ma lo lasciava chiuso.
L’uomo era contento della sua bella scatola e la scatola pensava di potersi ritenere fortunata di aver qualcuno che la trattava con il dovuto riguardo. Però, ad essere onesti, questa avvertiva che c’era qualcosa che non andava, in fondo lei era molto più che una semplice scatola, dentro di sé lei aveva un mucchio di cose interessanti da mostrargli, possibile che all’uomo non interessasse nulla?
Fu proprio allora che successe, sì, proprio quel giorno in cui c’era silenzio e c’era il sole, che lui la sollevò dal tavolino e la aprì.
Prese i chiodi e il foglio e li mise da parte, prese la spilla con la farfalla e la indossò, accarezzò il filo di lana, tenne in mano le monete, diede la carica al carillon e la ballerina iniziò a ballare. Quando le note del valzer iniziarono a trascinarsi stanche nell’aria e la ballerine si fermò, lui ripose tutto nella scatola tranne i chiodi e il foglio e la richiuse.

Quello fu il primo giorno in cui il piccolo carillon capì che cosa fosse l’amore.


mercoledì 28 gennaio 2015

"FINCHE' MORTE NON CI SEPARI"

Ho sposato Amalia, “la donna che non sapeva parlare”, che avevo soltanto vent'anni, e credevo di amarla, ad onta di quel suo piccolo difetto. Dopo il primo bacio mi disse, tutta trepidante “Tesoro, meno male che ho usato un dentifricio antitarme!”. Feci finta di niente, pensando di avere sentito male.
Al ritorno dal viaggio di nozze lei disse raggiante a mia madre “Siamo stati in un albergo di una lussuria sconvolgente!”, e la povera donna mi guardò con aria di rassegnata e impotente commiserazione.
E così ogni giorno della nostra breve vita coniugale veniva condito dalle frasi inverosimili di questa donna dal capello rosso e dal profumo pungente, con ben due occhi verdi ma un unico piccolo neurone, vagante in un contenitore per lui troppo ampio. Frasi talora comiche, sempre inopportune. Persino mio padre non venne risparmiato dal suo pericoloso brio, e in una serata fra amici la nuora se ne uscì fuori con un “mio suocero appartiene a una famiglia di alto linciaggio”, poco dopo avere chiesto al cameriere una porzione abbondante di "calci in bocca alla romana".
L'ho uccisa tutt'a un tratto, portandola a visitare il cantiere dove a quel tempo lavoravo, e facendole inopinatamente rovesciare sulla sua bella ma deserta testolina una betoniera piena di “calce a spruzzo”.
Sic transit gloria mundi.

Non molti anni dopo ho conosciuto Lara, graziosa trentenne, e mi sono innamorato del suo bel viso nello spazio di un minuto, sposandola nel volgere di una settimana. Un grazioso nasino appena accennato all'insù, un'ovale degno di Raffaello, un'incarnato che a me ricordava il rosato di certi tramonti d'autunno, silenziosi e raccolti. Non avevo ancora capito che lei fosse “la donna che non sapeva cucinare”.
Non mi stupì molto a quel tempo il fatto che ogni sera lei insistesse per andare al ristorante, anzi la trovavo una richiesta accettabile, tutt'al più leggermente dispendiosa, non un segno premonitore.
E quando finì il viaggio di nozze ricominciò quella vita quotidiana, dalla cui noia lei avrebbe dovuto liberarmi. Attività che le riuscì perfettamente.
Ricordo in ogni particolare la prima sera che tornai a casa dal lavoro, felice, affamato, curioso.
E' difficile mettere la pasta nel piatto con metà della sua acqua di cottura, eppure lei ci riuscì, perché aveva deliberatamente programmato di diluirvi la passata di pomodoro, versandola direttamente dalla latta. Forse avrei preferito una punta di zucchero, ma capii che lei aveva versato un intero cucchiaio di sale in quella che, con azzardata iperbole, chiamò "pummarola". La carne ai ferri per non esser da meno arrivò in tavola nerastra, cosparsa di verdi chiazze di un'erba aromatica resa irriconoscibile con volontà malefica.
Non passò più di un mese, durante il quale sopravvivere fu davvero impegnativo, che una domenica decisi di prepararle un pranzetto io, tre portate, una più entusiasmante dell'altra, di cui lei purtroppo poté apprezzare soltanto la prima, che emanava una tenue fragranza di mandorle amare.

Non sono più un ragazzo ma ho ancora un discreto aspetto. Nel mio vagabondare attraverso l'altra metà del cielo sono incappato in Graziella, di poco più giovane di me. Già da anni la conoscevo e debbo dire che mi è sempre piaciuta, ma incontrandola ogni giorno alla mensa aziendale la guardavo solamente con la coda dell'occhio, senza rendermi conto che lei era proprio “la donna che sapeva fare l'amore”.
Le mie due deludenti esperienze mi hanno dato una certa pericolosa presunzione, per cui una sera ho preso il coraggio a quattro mani e le ho telefonato.
Non mi ha insospettito il fatto che fosse così cordiale, e che mi dicesse di andare subito a bere qualcosa da lei, anzi quella sera ho pensato che la mia stella mi guardasse con benevolenza e mi sono messo in macchina con la camicia di seta color fucsia, non prima di di essere passato in gelateria. Una vaschetta di gelato per due, gusto limone.
Fosse stato per lei non avrebbe neanche chiuso la porta: l'ho fatto io, con un calcio. I bottoni della camicia sono saltati con lieve scoppiettio. Mi ha trascinato nella sua cuccia con la forza di una donna di Neanderthal e mi è saltata addosso, incollando la sua bocca alla mia. E' stato bellissimo quel bacio, anche se non respiravo troppo bene perché lei era a cavalcioni del mio torace. Peccato che proprio quel bacio sia stato il mio ultimo ricordo, perché con quella lingua è riuscita a soffocarmi, tardiva e inconsapevole vendicatrice.
Il gelato se lo è finito da sola.


domenica 9 novembre 2014

IL GIUBBOTTO DI PELLE

Fatico come un mulo. Scarico cassette di pesce puzzolente dalle 3 del mattino, al mercato di via Lombroso. Alle 11 ho finito, infatti sono finito. Devo dormire qualche ora, dopo una lunga doccia. Però alle 9 della sera sono pronto, radioso nel mio giubbotto di pelle, consumato al punto giusto e nei punti "giusti". Quando l'ho comperato l'ho cercato a lungo perché lo volevo assolutamente come quello di Marlon Brando, quando impersona Johnny Strabler ne "Il Selvaggio". Almeno una volta alla settimana devo vedere quel film, e il fatto che abbia più di 50 anni me lo rende ancora più immortale. Ogni parola che esce dalla bocca di Johnny è scolpita nel mio cuore. Anche la scuola d'inglese sto facendo, solo per poter ascoltare la sua vera voce.
Esco nell'inverno milanese, quest'anno particolarmente umido, e sono pronto per gli amici. Pochi sanno del coltello che ho nella tasca davanti al cuore: non è prudente uscire senza. Ma esco comunque tranquillamente, inforco la moto, che non può ancora essere una Triumph, e arrivo in piazzetta. Non porto il casco perché voglio sentire il vento fra i capelli. Trovo già i ragazzi, pronti a partire a un mio cenno. Non vogliamo correre, non ne abbiamo bisogno, anche perché un po' siamo desiderosi di questa piccola sfilata serale, certo, sempre uguale, che mettiamo in scena a Quarto Oggiaro. Uguale come la vita che tutti noi conduciamo. Vite opache, vite abbruttite da un lavoro talmente faticoso da farci perdere ogni dignità: io, Toni che lavora in discarica, tutti i ragazzi insomma, chi più chi meno.
La "processione" termina tutte le sere in quel bar, per mangiare un boccone, giocare a carte e per farci un po' di ridere.
E' forse un bar miserabile come noi, ma ci siamo affezionati perché sentiamo di essere in Famiglia. Il bancone è sempre lucido come uno specchio e a fianco ha la vetrina con i panini, i toast e le piccole cose che la padrona cucina principalmente per noi, avventori della sera. Il biliardo è a un angolo del salone, dalla parte opposta del bancone, coperto da un drappo nero, raramente scoperto. I tavoli con le sedie, per bere e giocare a carte, poveri tavoli di formica. La luce è bassa e sfiora la penombra, specie quando non è acceso il lampadario del biliardo.
Stasera arriviamo che il bar è ancora vuoto, purtroppo per Silvano che ci offre amichevolmente il primo giro. Ci sediamo e incominciamo a giocare. Mi esce un full in prima mano, e mi induce a riflettere su che senso abbia bruciarsi il guadagno della mattinata al tavolo del poker..... ma cosa mi resta? Cosa ci resta, in fin dei conti, di questa vita ogni giorno più avvilente, per poterci divertire anche noi? Forse che non ne abbiamo il diritto? Non possiamo andare a fare la caccia grossa in Africa come Hemingway né fare la crociera dei fiordi norvegesi. Neanche lo shopping a Montenapoleone, possiamo fare. Le rate della moto bisogna pagarle. Un minimo aiuto lo devo dare ai miei due vecchi: la loro pensione è troppo bassa. In fin dei conti il letto me lo hanno sempre dato e, anche se continuo a pensare che della vita entrambi abbiano capito ben poco, gli voglio un bene dell'anima. Alla fine della fiera qui ci divertiamo e qualche volta, poche volte, esco con più soldi di quando sono entrato.
Ma stasera è fiacca, e l'umore di tutto è a un basso livello, non so perché ma nessuno ha voglia di ridere. Certo, ridiamo per non piangere, ma ridiamo. E poi il riso è contagioso, ecco perché veniamo qui.
Saranno le undici: entrano due donne tenendosi per mano. Grosse, è il mio primo pensiero, grosse mani, grosse donne. C'è caldo qui dentro, certo, ma forse sono un po' troppo svestite. Due vestiti rosa con le bretelline, diversi fra loro ma simili nell'intenzione di far sgranare gli occhi a chi li vede. Due seni sporgenti e ammiccanti, anche loro troppo grossi per essere veri. Due donne dai lineamenti forti, stranamente fra loro simili. Entrando si guardano intorno un po' circospette, ma nessuno le considera più di tanto. Siamo in periferia qui, e due donne che entrano alle 11 della sera in un bar non fanno nessuna impressione, anche se l'orlo della gonna arriva a metà di certe cosce che forse sarebbe meglio non esporre. Ma quanti anni avranno queste due donne, che sembrano appena uscite dal retro di un teatro di quart'ordine? Non due ragazze, i quaranta non li aspettano più. Appena finito il toast che mi sostiene tutte le sere incomincio a giocare, svogliatamente perché le osservo con crescente attenzione, ma il gioco mi serve come copertura. Non sia mai che si accorgano che le osservo: mi sembrano tipi da dirti chiaramente, e ad alta voce, di farti i cazzi tuoi.
Gioco, intanto, ma il mio tris di donne non mi permette di vincere la mano. Cinquanta euro, ci avevo messo. Anche io tre donne ho avuto finora, più qualche storia morta prima di nascere, mah..... non sono certo Johnny Strabler ma le mie carte, non quelle del poker, sono stato capace di giocarmele bene. Sono le donne che sono sempre state sbagliate. Forse gli amici sono meglio, almeno da un certo punto di vista.
Non le vedo molto bene, da qui. Ma posso sentire che si parlano. Mentre una delle due ha una voce ancora "umana", l'altra ha un vocione che potrebbe tranquillamente fare la parte di Rigoletto, che è un baritono se ben ricordo, nel teatrino di cui sopra. E che cosa sarà mai...., c'è qualcosa di stonato in quella voce. Non realizzo ancora bene cosa sia, ma sento agevolmente la dissonanza. Sono intuitivo, io, e sento le cose nella pancia ben prima di capirle con la testa.
Si siedono a un tavolo poco distante da noi, ciascuna con in mano un boccale di birra. E bevono da assetate, leccandosi le labbra. Sono sedute una a fianco dell'altra e le loro bocche, vistosamente marcate da un rossetto acceso come il sole, si fondono. Bene, abbiamo appurato che sono due omosessuali, o meglio due lesbicone, termine che trovo sgradevolissimo e che non voglio usare. Infatti non vi è nulla di criticabile in queste due persone. Emanano invece grandi tenerezza e passione. Fanno finta di essere sole ma in realtà guardano tutti, e in un certo senso si aspettano, con paura, di essere prese a maleparole o di essere mandate via. Ma non possono fare a meno di scambiarsi baci che altrove forse non riescono a donarsi. Gioco sempre più distrattamente. Vorrei alzarmi, salutarle, offrire loro un'altra birra, parlarci. Vorrei fargli sentire la mia vicinanza, perché anche io mi rifugio in questo bar. Ma continuo a giocare, e a perdere, anche se sento di avere vinto qualcos'altro.
Fra mezzora devo andare a lavorare. Mi pesa, ma, come già detto, non ne posso fare a meno. E se non ci fosse il lavoro anche queste serate non avrebbero lo stesso sapore. Ciò non toglie che alzarmi e smettere mi pesi, specie quando sto vincendo.
Sono le due e mezzo. Entrano che saranno una decina. Ragazzi, schiamazzanti. Tatuaggi su braccia e volto. Urlano, ridono, pestano i pugni sul bancone. "Dacci da bere!!" urlano in coro. Si siedono sui tavoli e sbattono le sedie in terra. Hanno solo voglia di fare casino. Silvano ha un'aria perplessa e noi, che siamo più vecchi di questa banda, anche se non "vecchi", li guardiamo con un certo fastidio, ma proviamo a continuare a giocare tranquillamente.
La banda si accorge delle due donne. E' un attimo. Come animati da un'onda inarrestabile sono trascinati al loro tavolo, e incominciano a tormentarle, con crescente intensità. Perché prendersela con quelle due? Che cosa vi hanno fatto? Leggo negli occhi delle donne il terrore. Leggo negli occhi dei ragazzi tante altre cose: astio, scherno, prevaricazione, finto divertimento, orrore del diverso. Le sbeffeggiano con violenza indescrivibile.
Ecco, il primo di loro le ha toccate.
Vedi che ho fatto bene a portarmi il coltello. Mi alzo, colto da una scossa elettrica e scatto verso di loro. Il coltello a serramanico è apparso nella mia mano. "Adesso basta, ragazzi. Vi siete divertiti abbastanza. A nanna, che qualcuno non rischi di farsi male". Si fermano, finalmente. Anche io sono fermo, a fianco delle due donne, novello angelo custode, incredulo del proprio coraggio. Mi sfilano tutti davanti, chi con aria contrita, chi con aria spavalda. Mentre l'ultimo mi passa di fronte sento un dolore bruciante alla coscia destra, che mi lascia senza fiato.
Tutti sono usciti, e allora chino la testa. Il pantalone ha un lungo strappo, da cui esce un fiotto di sangue pulsante, che mi sorprende non poco. La gamba non mi regge più e mi siedo al posto di quella col vocione. Il sangue continua a uscire con forza e lei mi preme uno straccio sulla gamba, non più bianco.
Gli occhi mi si annebbiano. Non vorrei morire, anche se so che tutti dobbiamo morire. Ho cercato di vivere come se non avessi dovuto morire mai, ma ogni giorno ho pensato che prima o poi sarei morto. Forse non in maniera così sciocca. Ma la morte non è sciocca. Ho fatto un gesto del quale sono fiero e che rifarei sempre e comunque. So che anche mio padre sarà fiero di me. Quest'uomo col vocione che piange sommessamente vicino a me mi conferma che non mi sono sbagliato. Mi sto addormentando.

Meno male che il giubbotto non si è rovinato.


mercoledì 30 luglio 2014

SCAPPARE 8 - IL SOGNO DI GIUSEPPE

Il Calvados aveva fatto il suo effetto: Giuseppe giaceva sul divano, con la gambe allargate ad accogliere il gatto. Russava, a tratti, e l'Orco, impossibilitato a dormire, lo guardava sorridendo.

"Dove ho già visto questa donna? Mi sorride come se mi conoscesse bene e anche a me sembra di conoscerla, ma non saprei proprio dove metterla.
Mi prende la mano e mi fa cenno di seguirla. Non faccio fatica ad obbedirle: è bellissima. La sua stretta mi trasmette una piccola scossa. Mi conduce dolcemente per questo corridoio pieno di luce. Camminiamo insieme in silenzio. Odo, immagino alla fine del corridoio, un sommesso scrosciare d'acqua, sempre egualmente lontano nonostante il nostro procedere.
Le guardo il volto, sempre più sconosciuto e sempre più familiare. E' più alta di me, e la sua stretta è forte. I miei occhi sono all'altezza del suo seno, coperto solo da una camicia di garza azzurro mare, sotto la quale indovino due capezzoli duri e scuri.
La sua stretta mi trasmette con forza il desiderio di essere posseduta. Proseguiamo, ma lo scroscio d'acqua è sempre lontano, se pur ben riconoscibile, in questo corridoio infinito che mi dà un senso di serenità profonda.
A un tratto mi ferma e si siede, trascinandomi, con la schiena appoggiata alla parete. Forse siamo in un albergo? Non vedo porte.
Sento le sua labbra mordermi l'orecchio e mi volto. Ho la bocca davanti alla sua e vi introduco la mia lingua, subito risucchiata con violenza tale da farmi male. Non mi domando più chi sia questa donna, cerco di non pensare a nulla che non sia il piacere che stiamo scambiandoci. Voglio vederli, questi capezzoli, sommità di un seno perfetto. Lei ha gli occhi chiusi, e il respiro è superficiale, un poco affannato. Eccoli, tali e quali a come me li ero immaginati. Non voglio toccarli con le mani: solo baci, con la recondita intenzione di far stare tutto quel seno dentro la mia bocca. Lei inarca leggermente la schiena. La camicia azzurra non c'è più e la moquette blu su cui siamo sdraiati è morbida come gommapiuma. Non so perché ma non ho nessun timore che arrivi qualcuno. Anche gli slip volano, non levati dalle mani. Adesso è stesa davanti a me, che aspetta senza fretta.
La mia attenzione è colpita da un mobiletto al mio fianco, a cui prima (ma quanto prima??) non avevo fatto caso, con l'anta socchiusa. C'è dentro un vaso con un profumo meraviglioso di vaniglia. Come obbligato da un richiamo incomincio a spalmarla di questa crema profumata, fresca, come l'acqua della sorgente che continuo a udire. E ad ogni spalmata segue una meticolosa leccata. Buona questa crema! Sembra yoghurt. Inavvertitamente le sfioro il sesso, caldo e umido. Non perdo l'occasione per rinfrescarlo con lo yoghurt.
Adesso sono sopra di lei, a cavalcioni del suo torace. Le verso senza più ritrosia tutta la crema addosso, distribuendogliela sopra ogni piega, tenendone solo un poco, in cui intingerò il mio, di sesso, che è all'altezza del suo seno, che è immerso nel suo seno. Quanto tempo è che andiamo avanti così? Ogni poco lei piega la testa e cerca di acchiapparlo al volo con la bocca, in un gioco che non vuole finire. A un tratto lei si ferma e incomincia a sorridere, e poi a ridere in maniera sempre più sgangherata, incomprensibile ma contagiosa, e il desiderio di penetrarla diventa allora l'esclusivo pensiero, di schiacciarla con il mio corpo e di tenere fra le braccia quella testa di capelli scuri, affogandoci dentro il mio parossismo. Nel momento in cui la penetro lei stringe con forza le gambe, e il mio piacere decolla.
Adesso la moquette è diventata qualcosa di liquido, che accompagna dolcemente il nostro andirivieni, ritmato, del quale nulla possiamo capire, soprattutto quando sia cominciato né se possa mai finire. Non ho più la percezione di me stesso e non ho più la percezione di questa donna che è intorno a me, che non è più un altro da me ma fa parte ormai della mia unicità.
Impercettibilmente, sento che incomincia a guidare lei. I nostri corpi sono avvolti dal sudore e dallo yoghurt, sottile membrana aderente ma su cui scivoliamo con sicurezza. Grazie alle sue spinte sento il desiderio ricoprirmi ogni centimetro di pelle: non penso che durerò ancora molto, anche perché i suoi sospiri si stanno trasformando in grida lamentose, laceranti, che rimarcano il mio silenzio. Ma non è che io non godo: semplicemente non riesco a dare voce al mio godimento.
Finalmente, stringendoci con forza le mani, arriviamo entrambi a quel punto che era già nella nostra mente prima di partire, e un lunghissimo bacio ne è il traguardo.
Adesso anche lei tace.

Io vorrei dormire ma non posso, perché sto sognando".


giovedì 24 luglio 2014

SCAPPARE 7 - ANCHE GLI ORCHI HANNO UN CUORE

Al mio gatto è piaciuto subito.
Due anni fa era venuto qui un tale, di cui non ricordo neanche il nome, che aveva il potere, solo per il fatto di esserci, di far rizzare il pelo al micio, che incominciava a fremere di furore. Più di una volta l'ho tenuto stretto fra le mani, per impedirgli di consumarselo dai graffi. Uno che se ne stava per i fatti suoi tutto il giorno. Uomo oscuro, che come è venuto così se ne è andato via, senza una parola. Quando è andato me ne sono reso conto dall'espressione del gatto, impercettibilmente cambiata.
Questo è tutta un'altra pasta! E' scappato, da cosa poi, e per lui ogni scusa è buona per salire e per stare in compagnia. Non nego che mi faccia piacere. L'altro giorno, quando è incominciato a piovere, correva come un papero, mi ha fatto morire dal ridere. E che sarà mai? Non un papero, un coniglio impazzito dalla paura.
Poi ha questa mania della cucina, a sentire lui tutti i problemi dell'umanità sono dovuti a una cattiva cucina e potrebbero essere risolti sedendosi attorno a un tavolo, con una buona cena. Preparata da lui,naturalmente, che da questo punto di vista ha un ego smisurato. Però è in un certo senso vero, mangiare le cose che lui cucina mi mette di buon umore. Si è portato dietro un baule enorme pieno di cibi di ogni tipo, e li mette insieme con grande impegno. Fino a che lui non è arrivato i miei pranzi e le mie cene erano conditi dal disinteresse e dalla tristezza, e il pane che mi preparo la mattina era la sola cosa "buona" che mi andava di fare. Cene e pranzi utili solo per scandire la giornata. Infatti sono dimagrito, non poco.
Questo sciocco cuoco mi vuole fare reingrassare....
Mangiando con lui, cuoco e cameriere a un tempo, per qualche attimo riesco a distogliermi da quel volto, che è diventato il mio pensiero fisso, ancora particolarmente doloroso. Era bella la mia Laura.
Ancorché avesse un anno più di me ne dimostrava dieci di meno. Lo sguardo aperto, due occhi verdi che brillavano sotto un velo di capelli rossi in continuo movimento. So bene di non essere stato un compagno facile: troppe volte sono tornato a casa dopo giorni di assenza senza dire una parola; ho sempre avuto bisogno dei miei spazi, non per tradirla, solo per la necessità di stare solo con me stesso. Ma lei questo non lo ha mai capito, e non me lo ha mai perdonato. Anche se al ritorno la ricoprivo di regali, per scusarmi, non per giustificarmi. Solo una volta sono andato con un'altra donna, lo ricordo bene. Una mattina alle quattro mi ero svegliato fradicio di sudore per un sogno orribile. Ricordo anche quello. Avevo bisogno di un po' di tenerezza e anche di distogliere la mente da quelle immagini, che sembravano ancora realissime. Non si è fatta neanche svegliare, figuriamoci il resto.
Buenos Ayres è grande e non è stato difficile trovare il tipo di compagnia che cercavo. Graziella, si chiamava, emigrata da poco dall'Italia. Non molto alta. E' riuscita a farmi dimenticare quel sogno e, cosa ancora più apprezzabile, è riuscita a farmi fare due risate di cuore. L'ho lasciata con la convinzione di avere speso bene quei pochi soldi e le ho chiesto il numero di telefono, certo che non l'avrei mai richiamata.
Tornai a casa alle dieci del mattino che dormiva ancora.
Mi preparai il caffè, ma eravamo già stufi, entrambi. Lei ha avuto il coraggio di farsi la valigina, io no.
Chissà adesso dove è e cosa fa. Chissà se ha trovato un uomo che le possa dare quella cosa che lei chiama felicità. Io sono qui, sepolto vivo, e non saprei neanche dire se per autopunizione. Il 3 di ogni mese, da parecchi mesi, arriva il battello a portare ciò che mi serve, che è solo parte del compenso per il lavoro che faccio, più qualche libro che ho ordinato il mese precedente. L'ultimo mese mi hanno portato "L'Interpretazione dei Sogni": l'ho trovato un libro di letteratura, poco scientifico. Forse sarebbe stato meglio farmi portare un libro recente di Anatomia Patologica, che mi aggiornasse sullo stato delle mie malandate coronarie. Ricordo bene il giorno che mi sono laureato "Medico per sempre, mi hanno detto". Ed è vero, anche se l'unico paziente che mi interessa è quello che da tanto ho lasciato perdere. Ma poi su quest'isola si sta bene. Il desiderio di morire qui, magari rapito dalla furia degli elementi in una notte buia di tempesta, è sempre forte. Un'uscita in grande stile, insomma, risucchiato consapevolmente da un'onda gigantesca, lucidissimo fino al momento in cui diventerò tutt'uno col mare che tanto amo...
Non devo più bere tutto questo Calvados. Il cuoco è stato bravo. E' lì di fronte a me, accovacciato sul divano, e russa leggermente: anche a lui il Calvados ha fatto effetto. Se fosse sveglio gioirebbe senza dubbio nel sentirsi il gattone in grembo, lo ha tanto desiderato. Ma la Bestia è così, fa solo quello che vuole, non come gli umani, che fanno spesso quello che possono, e spesso non ci riescono neanche.
E' un bravo ragazzo questo. E' buono di cuore e merita di ritornare a vivere nel mondo vero, non in questa oasi di felicità fasulla. Magari mi verrà a a trovare ogni tanto. Devo fargli venire la voglia di ritornare.




domenica 20 luglio 2014

SCAPPARE 6

Stamane il mio ospite e duce piomba giù, mentre sto cucinando. Anzi,piombano in due, col felino mollemente adagiato sulla spalla destra. Sono attaccati col mastice, quei due. Si sono seduti sulla seggiola, con l'evidente atteggiamento di chi aspetta che sia pronto. E io mi sono sentito chef e maître allo stesso tempo, e, per la prima volta nei suoi confronti, medico. Mi guarda con gli occhi socchiusi mentre mi affaccendo e, come sempre, parlo a me stesso, ritmando il mio lavoro: "Via!", "Fatto!", più tutte le imprecazioni che non voglio mettere sulla carta, quando mi scotto o quando mi affetto un dito, cosa disdicevole perché poi sanguino per ore, e cucinare incerottato è una delle cose più brutte della vita. Non dice niente, lui, ed entrambi sono attentissimi e non si perdono nessun passaggio.
Questo primo, e chissà che non sia l'ultimo, desinare insieme all'Orco, merita lo Champagne. Ed è proprio quello che esce dal frigorifero, assieme a uno straccetto di carne che il certosino più che mangiare aspira. Con l'occasione gli somministro quella carezza di cui da più giorni mi porto la voglia dietro. Dopo cena apriamo la bottiglia del Calvados, con l'illusione che sturi davvero le arterie. Adesso, seduto di fronte a lui, tranquillo, posso permettermi di guardarlo con un po' più di attenzione. Prima domanda: è più vecchio di me? Forse. Condividiamo l'uso sporadico del rasoio ma la sua barba, 7-10 giorni, è bianca. Il viso e le mani sono coperti da una cute raggrinzita, non più elastica, con quelle macchie tipiche del danno da sole. Realizzo che è inutile spiegargli che è una situazione preneoplastica. I suoi abiti sono semplici, in tinta unita, e danno l'impressione di pulizia. E' pettinato e ha i capelli ben tagliati (gli chiederò quando viene il barbiere), con la scriminatura a destra. Fuma più di me, perché ha i baffi ingialliti, assieme all'indice delle mani. Esprime pace, in questo aiutato dalla bestia, adesso placidamente appoggiata sul suo collo, con le zampe ai due lati, che lui tiene con le mani. Il Moscoforo, senza dubbio, anche se il gattone non è ancora un vitello. E come il Moscoforo sono un tutt'uno. "Come lo chiami?", gli chiedo incoraggiato dal Calvados. Per lui immagino qualche nome glorioso, tipo Achillèus. "Non ho bisogno di chiamarlo, basta un'occhiata. Ma anche l'occhiata poi non serve, mi è attaccato come una piattola...." e sghignazza improvvisamente, gioioso del bene che il gatto gli dimostra. "Mi piacerebbe prenderlo in braccio", penso ad alta voce. "Non ci riuscirai. Lui è parte di me". Ok, pratica chiusa.
"Come sei finito qua?" gli chiedo, più che con curiosità con lo stupore di avere avuto il coraggio di chiederglielo. "Non sono capace a vivere come gli altri. So rendermi veramente intollerabile. E la pazienza di quella donna a un certo punto è finita. Si è fatta una valigina e se ne è semplicemente andata via. Dopo una settimana ero sul gommone, quello che ha portato te. Certo, mi manca parecchio. Credo di averla amata tanto ma forse non è stato abbastanza. O forse mi sono ostinato nel credere che lei fosse la donna giusta. Si vede che così non era. Non ho avuto il coraggio di provare a ricominciare. Sono scappato".
Pronuncia queste parole con tono un po' ironico. Capisco bene che la ferita è ancora aperta, ancorché non recente. Chissà cosa avranno sbagliato....
Siamo scappati entrambi, quindi, ma entrambi non possiamo scappare da noi stessi.





SCAPPARE 5 -CONFIDENZE E RICORDI

"Passata è la tempesta. Odo augelli far festa". Veramente qui non si ode nulla, e stamattina anche l'onda che muore sulla riva corre silenziosamente. E' un'ondetta. Il ricordo di ieri sta sfumando e l'essere svegliato dalla luce del sole mi riempie di dolcezza. Una luce ancora gentile, come ti sei sempre sognato che dovrebbe essere la carezza del tuo amore che ti sveglia al mattino. Indugio ad alzarmi, e mi sgranchisco sistematicamente tutte le articolazioni intorpidite. Non ricordo neanche bene quanta paura ho provato, e quindi mi alzo sereno.
Dopo colazione mi metto a lavorare: voglio fare subito il piatto da portare su, ghemistà, i pomodori alla greca, ripieni di riso e verdure. Non ci vuole molto, per chi è pratico. Sono proprio belli. Dato che l'Orco non è ancora passato decido di salire su io, magari riesco a fare una carezza al gattone. A differenza di lui io busso, e con vigore. "Entra!" mi viene gridato dal di dentro. Varco l'uscio e vengo avvolto dalla nuvola del pane appena sfornato. "Oggi pomodori ripieni di riso!", esclamo con orgoglio. Mi guardo anche intorno per cercare la bestia, ma non la vedo.
"Come è andata ieri? Ti ho visto tornare di corsa". Nulla sfugge all'Orco. "Non ho mai avuto tanta paura come iersera", ascolto un poco stupito la mia risposta: quest'uomo suscita confidenza. "Ogni tanto qui capita. Vedrai, la seconda volta sarà meno paurosa."
Quest'uomo è saggio. Ha detto questa frase con un tono di sollecitudine paterna che ha mosso dentro di me qualcosa di profondo. "E comunque c'è di peggio", continua con lo stesso tono di voce, "Per esempio avere avere un infarto qui sul faro. E sedersi in poltrona ad aspettare". Stupefacente, forse mi sta prendendo in giro... "Qualche mese fa, quest'inverno, mentre stavo cenando, mi si è improvvisamente chiuso lo stomaco e ho avuto un capogiro. Mi sono seduto e nel giro di pochi minuti ho sentito un dolore lancinante alla mano sinistra". "E allora cosa hai fatto?", chiedo. "Nulla. Cosa vuoi che facessi? Qui non c'è proprio niente da fare, che non sia la manutenzione e la custodia del faro. Mi sono seduto e ho aspettato. Forse sarei morto, forse no". "Ma non avevi il satellitare?" "Certo. Ma non ho voluto usarlo". L'Orco ha voluto sfidare la morte, aspettandola tranquillamente con il suo certosino in braccio. Un coraggio da leone? L'incoscienza di un pazzo? Non sono io la persona più adatta a giudicarlo. "E adesso come stai?". "Non ho più il dolore alla mano". Sei un grande, Orco, davvero. Non sono capace a raccontare l'ironia con cui mi hai detto queste parole ma sei riuscito a farmi sorridere. Io, quando ho avuto l'infarto, ho fatto tutto quello "che si doveva fare", ma adesso capisco che avrei anche potuto fare qualcosa di diverso...
Mi prendo il mio pane fumante e me ne vado, col desiderio di abbracciarlo.
Adesso io e Lui condividiamo qualcosa. Ci penso mentre scendo la mezza scala col pane tiepido in braccio. Non ricordo poi così volentieri il mio, di infarto, anche se non posso farne a meno, visto il mezz'etto di pillole che devo sorbirmi ogni giorno. La mia paura, quella sera, non era tanto quella di morire, cose del resto semplice come l'addormentarsi, ma quella di perdere il controllo della situazione. Il mio fato benigno ha deciso di permettermi di essere sempre presente in ogni momento di quelle tre lunghe ore, tanto che alla fine mi è persino tornato un certo buonumore.

Per scacciare il ricordo mi farcisco il pane con con fagiolini, tonno e acciughe. Un uovo bollito. Due falde di peperone. Un filo d'olio. Il sale purtroppo no. E le sempre adorate erbe di Provenza. Tante, ne ho portate.


giovedì 10 luglio 2014

SCAPPARE 4: LA TEMPESTA

Così, molto semplicemente e senza esserci messi d'accordo, day by day, l'Orco mi porta il pane e io gli porto il "plat du jour". Siamo entrambi contenti, certo, ma io, non foss'altro per curiosità, vorrei che qualche volta mangiassimo insieme.
"Dare da mangiare" è il mio imperativo categorico, e in un certo senso la mia nemesi. Non solo per nutrire, ma per ricevere lode e apprezzamento, necessari come l'ossigeno che respiro. E' per questo che il cucinare solo per me stesso mi avvilisce, al punto di arrivare, talvolta, a mangiare senza cucinare. Cucinare per qualcuno invece mi riempie di gioia, e più sono le persone più mi diverto. Il mio necrologio vorrei fosse: "Nella sua amata cucina, circondato dai suoi fornelli, preparando l'ultima cena per un vasto numero di commensali, ci ha lasciato col sorriso sulle labbra..... ", ah ah ah. Chissà se qualcuno avrà il coraggio!

Oggi il mare è mosso e c'è vento. C'è caldo, è vero, ma non me la sono sentita di fare il bagno, neanche con la corda "di sicurezza". Non vorrei che la corrente decidesse, mio malgrado, di riportarmi a Buenos Ayres. Perché qui sto bene.
E' strana l'aria, pregna di umidità appiccicosa. Anche il silenzio che mi avvolge non è lo stesso degli altri giorni. Il sole lo vedo poco, avvolto da grigi nuvoloni. Meno male che il plat du jour l'ho già preparato, perché non ho nessuna voglia di cucinare. Brutto segno. L'umore è a terra. Oggi, dopo dieci giorni che sono qua, non ho voglia di fare niente, e sto accoccolato con le ginocchia fra le braccia di fronte al moletto dove ha attraccato il gommone la prima sera, su un fazzoletto sabbioso che neanche in un impeto di ottimismo chiamerei spiaggia.
Cerco di non pensare ma non ci riesco, persone, situazioni, amori, mi affollano la mente, mescolandosi fra loro e confondendomi, "Quella volta nella toilette del treno, ma con chi ero??". Ho bisogno di svuotarmelo, il cervello, non di riempirlo di fantasmi. Non riesco neanche a dormire perché mi sento dentro un'agitazione che mi scuote. Non capisco cosa ho, so solo che non vorrei star male proprio qui, per mille motivi. Mi è scappata anche la voglia di fumare. L'ultima sigaretta che ho in bocca viene spenta, con divina millimetrica precisione, da un gocciolone di acqua.
Alzando la testa mi accorgo che il cielo è quasi nero. Altre gocce, fredde e pesanti, mi cadono sulle ginocchia. Devo tornare su, rapidamente. Chissà perché mi ero fatto l'idea che in questo posto non dovesse piovere. Non potesse piovere. Invece... non ostante faccia i cento passi quasi di corsa arrivo in casa marcio, e ansimante, come se qualcuno mi avesse inseguito per ammazzarmi. Mi spoglio e mi asciugo.
Il rumore del mare incomincia ad aumentare, le onde sono alte e si rompono sugli scogli con scoppi sordi. Da dove sono, nell'open space, dovrei essere più che sicuro, ragionandoci a mente fredda: viceversa mi prende una paura incontrollabile e inarrestabile, e mi figuro quando arriverà l'onda "buona", che si porterà via faro, Orco e cuoco. Non riesco a calmarmi. Ma chi me l'ha fatta fare di venire a seppellirmi qui, a Napoli si stava tanto bene... Mi sento impotente e non riesco a tranquillizzarmi. Il rumore della pioggia battente aumenta, si fa assordante, e gli scoppi delle onde esplodono sugli scogli sempre più forti. Mi stendo sul letto, rimbecillito dalla paura. Ho paura persino ad accendere la luce. Mi rannicchio nel buio. Gli elementi si sono scatenati tutti insieme contro il faro, e dentro ci sono io.
La cosa incredibile è che non arriva quel momento in cui la tempesta accenni a diminuire, in cui puoi, anche solo un attimo, pensare "il peggio è passato". No, cresce continuamente di intensità. Ma chi mai si sarebbe potuto immaginare un simile casino? E' tutta esperienza, anche se ne avrei fatto volentieri a meno.
Non voglio andare dall'Orco, e non voglio che pensi che ho avuto paura (chissà mai perché).
Immagino, senza esserne certo, che tutto ciò debba finire. Ho persino dimenticato il mio cattivo umore: no, non l'ho dimenticato. E' finito con l'inizio della tempesta, che non accenna a diminuire.
In un barlume di lucidità comunque realizzo che se finora non si è portata via il faro è verisimile che non lo faccia più, anche se il fragore cresce continuamente. Questo pensiero mi tranquillizza un poco. Mi tiro le coperte addosso (fa freddo davvero, adesso) e finalmente chiudo gli occhi, rannicchiato in posizione fetale. Mi manca il dito in bocca, ma arriveremo anche a questo.

Quanto avrò dormito? Fuori il cielo nero continua a vomitare incredibili quantità di acqua. Dalla finestra non vedo più niente, buio totale. Ascolto gli scrosci, ritmati, delle onde sugli scogli. Tiro fuori l'orologio che quando decisi di vivere con i ritmi del sole era finito nel cassetto delle posate. Sono le nove della sera. Ho parecchia paura ancora a toccare l'interruttore della luce, per cui mi accendo una stearica, che avevo adocchiato subito al mio arrivo. La sua luce tremula e fioca cambia la fisionomia di tutto quello che mi circonda, microfaro dentro un macrofaro. Mi viene in mente il campo di tennis nella pallina di tennis, ricordo delle lezioni universitarie. Cosa mi aveva dato all'esame quel professore? Ventitre, mi sembra. Era un allievo di colui che con stolida protervia era riuscito a far perdere all'Italia quel grande ciclista. Vedi ben che sopravvivere è solo questione di fortuna. Ed essere felici è un'utopia.
Cucinare al lume di candela.
Non allestire una romantica cenetta per due ma cucinare per sedare il panico, farsi qualcosa da mangiare che abbia l'effetto di rincuorare. Una frittata mi sembra una buona idea, la frittata necessita di fantasia e attenzione. Uova, sale, ricotta, erbe di Provenza. Cipolle e patate a fette, precedentemente saltate. Ho il pane dell'Orco. Due pere belle. Se voglio dormirci sopra il Cabernet me lo devo finire tutto, non c'è santo, anche perché la frittata sarà un poco indigesta.
E' poco verisimile scriverlo, lo ammetto, ma forse mentre sto cucinando il rumore fuori diminuisce. Le gocce che cadono sui vetri si fanno via via più fini.

Domani è un altro giorno.


mercoledì 9 luglio 2014

SCAPPARE 3 - L'ORCO

Il finestrone non ha né persiane né tapparelle, e più o meno alle sei la luce irrompe nel mio nido, svegliandomi. Ho dormito un sonno profondo e ristoratore. Il primo pensiero è che dovrò organizzare la mia giornata col sorgere e col tramontare del sole. Mi aklzo quindi con gesto che vuole essere elastico e subito un coltello mi trafigge il ginocchio. Che razza di relitto sono diventato!
Metto su l'acqua del caffè, la napoletana, intesa nel senso di caffettiera, mi ha sempre seguito. Mentre mi spalmo di marmellata un triste biscotto la porta si spalanca improvvisamente e il cuore sobbalza nel petto. Eccolo, maladetto Caronte, tu mi vuoi morto! Mi volte e Caronte, complice la luce del giorno, mi appare come il nonno di Heidi. Ha in mano un meraviglioso cesto, con un pane scuro, profumato, che emette ancora un filo di fumo. Uno spettacolo, almeno per chi si occupa di cucina, commovente. Posa il pane sul tavolo e senza una parola se ne va, sbattendo la porta (se vi fosse il bisogno di ricordarlo). Immagino, con buon grado di approssimazione,che sotto i baffi stesse ridendo. Presto imparerò che l'Orco, d'ora in poi così lo voglio chiamare, non bussa mai e sbatte sempre la porta.
Sarebbe sciocco non approfittare della situazione, per cui abbandono il triste biscotto e attacco il pane, con lo stesso desiderio con cui bacerei una donna formosa. Come si fa a giudicare la bontà del pane? Nulla di più semplice. Se il pane è davvero buono non ti viene il desiderio di mangiarci qualcosa assieme. E questo pane caldo, di grano duro, l'ho riconosciuto, ha una mollica profumata e gustosa. L'alveolatura è perfetta e il retrogusto lievemente acido rivela l'uso della pasta madre, che l'Orco conserverà gelosamente in qualche madia. Lo inzuppo nel caffè e assaporo anche la crosta, ammorbidita.
Uno dei belli dell'isola col faro, i cui sei praticamente solo, è il poter prescindere dall'abbigliamento. Quello che hai addosso va bene per qualsiasi attività tu faccia, e per qualsiasi essere animato che ti capita di incontrare (l'Orco).
Per cui, sazio di pane, esco dal faro con l'idea di fare un giro dell'isola, per rendermi conto bene di dove sono finito.
Forse sarebbe stato più semplice che io salissi in cima al faro, e sporgendomi un poco avrei potuto in un attimo rendermi conto su che razza di scoglio sperduto sono finito. Ma non sarebbe stato divertente, ovvio. Esco dall'uscio del faro, quello senza battaglio, e giro dietro, incominciando a camminare. Il sentiero è in salita, a malapena visibile, bordato da lunghi steli di finocchio selvatico (le sarde!! come farò a trovarle?). Ben presto la salita diventa scoscesa. Non ci sono alberi e il sole picchia. Meno male che mi sono portato la paglia. Arrivo, dopo una mezzora di cammino (ma forse esagero) in una specie di terrazzo, da cui finalmente posso vedere cosa c'è dietro il faro, di cui vedo soltanto la sommità. Terra, massi, sassi. Un diffuso colore grigiastro e marrone chiaro, che digrada più dolcemente rispetto all'erta che ho dovuto fare per arrivare fin qua. Non insediamenti umani (meno male!), foss'anche uno stupido ovile. Mi sorge spontanea la domanda: "Ma da quanto tempo è qui, l'Orco?". Non saprei rispondermi, a questo punto. Del resto quello che volevo io era proprio la solitudine (ma Lei pensa che io non sia da solo!) ma guardando da qui il mare "per poco il cor non si spaura". Magari una piccola nave, anche all'orizzonte. Nulla.
Ritorno sui miei passi con un po' di malinconia. So bene che esiste un mondo ma in questo momento lo sento troppo lontano. Anche l'Orco mi dà l'impressione di non appartenervi più.

La passeggiata mi ha messo addosso il sentimento della fame, e, contestuale, il desiderio di cucinare. Ritorno quindi ai miei amati fornelli: c'è qualcosa in essi che non mi deluderà mai. Le provviste che mi sono portato mi permettono menu molto variati e quindi ho solo l'imbarazzo della scelta. Però vorrei cucinare qualcosa di carino, anche perché voglio ricambiare il pane di stamattina. Lui non può sapere che io sono cuoco. O no? Può darsi che l'Orco sappia tutto.
Nel giro di un'ora la pasta al forno che ho immaginato in cuor mio è pronta. Il forno ha lavorato bene. Che ora potrebbe essere? E a che ora mangerà l'Orco?
Con queste domande riempio una scodella di pasta e la avvolgo con un torchon, annodandolo ai quattro angoli. Apro la porta e incomincio a salire le restanti mezze scale.
Busso, timidamente, e non ottengo risposta. E allora, senza starci troppo a pensare, do un pugno alla porta, forse troppo forte, non so. Fatto sta che l'uscio si socchiude. Lo intravedo, seduto su una poltrona, mi dà le spalle. "Ti ho portato u po' di pasta per il pranzo", esordisco entrando, e tralascio volutamente convenevoli e saluti. Il silenzio è la mia risposta. Per un attimo mi guardo intorno. La luce che inonda il locale è assordante. Lui è immobile. Fosse morto? Voglio vederci chiaro. Avanzo quel tanto che basta e capisco tutto in un batter d'occhi.
Sulle sue gambe è accoccolato un meraviglioso gatto certosino, che si prende con immenso godimento le grattatine che lui gli fa con l'indice della destra sotto il mento. Nulla in lui si muove, a parte l'indice.
Simbiosi è la parola che mi viene in mente. Guardandoli non capisco chi dà e chi riceve, e questo mi intriga da morire. La sua sigaretta brucia lentamente sul posacenere e il filo di fumo sale verticale con piccole volute. La parola chiave è "estasi" e "pace", e partecipa di entrambe pur non essendo né l'una né l'altra. Poso l'involto con delicatezza sul tavolo perché non voglio disturbare ed esco, un poco invidioso.

TO BE CONTINUED






SCAPPARE 2 - IL FARO

Non si sta male in Argentina.
Qui dove lavoro ti puoi accumulare le ferie e io l'ho fatto. Parto oggi. Un gommone mi aspetta in porto e mi condurrà al faro di Sao Paulo, 60 miglia al largo di Buenos Ayres.
Parto da solo perché voglio stare da solo, novello Robinson: la spesa l'ho fatta con la più assoluta meticolosità, non solo perché sono cuoco ma perché un soggiorno lungo richiede un'alimentazione precisa. Arrivo quindi in porto col mio carrello. Lo scafista è già lì che mi aspetta, ed esprime una certa impazienza. Dopo aver caricato il cibo mi comunica che il viaggio durerà circa tre ore, se il mare non sarà mosso. Mi accovaccio e gli faccio un cenno di consenso alla partenza.
Intanto che usciamo dal porto rifletto su questa nuova avventura. Lei non ha capito, del resto me lo aspettavo, e quando le ho detto che sarei andato su un faro abbastanza sperduto nell'Oceano Atlantico si è incazzata di brutto. Mi ha detto che se lo avessi fatto mi avrebbe lasciato. Quanti anni sono che condividiamola stessa casa? Cinque, forse, non ricordo bene, e non sono certo che al ritorno la ritroverò. Forse siamo già arrivati al capolinea, o forse vuole solo scendere a una fermata intermedia per poi risalire a una delle successive, per proseguire il viaggio sempre sulla stessa linea.
Siamo partiti verso le cinque del pomeriggio: l'ultimo giorno è il peggiore, ed è quello in cui ti assale il panico di non riuscire a fare tutte le cose che sai di dover fare.
Alle sette è già scuro. Il mio nocchiero è sicuro al timone, e fuma anche lui, certe sigarette puzzolenti.... ma io assaporo lo stesso questa corsa in mare. Nulla intorno a noi, che non sia questa nera distesa di acqua bituminosa, che mi allontana dalla routine.
Arrivo con dieci minuti di anticipo. Siamo già d'accordo che tornerà a prendermi solo dopo espressa chiamata, ed è per questo che mi sono portato il satellitare.
E' buio, e il profilo del faro si staglia nella notte, con il suo segnale ritmato, che mi incanta. Quante vite avrà salvato? Cento passi saranno dall'attracco al faro, e farli col mio carrello non è stato poi così agevole.
Il portone, come nei bassi di Napoli, non ha sonaglio né campanello, per cui devo riempirlo di pugni. Un quarto d'ora mi fa aspettare il mio ospite, durante il quale penso che, al limite, potrei anche costruirmi una capanna. Alla fine scende, gridando con voce rauca e vecchia "Arrivo, arrivo". Apre la porta ma non mi porge la mano. "Un vecchio bianco per antico pelo" mi viene subito in mente, è più forte di me. L'età non è definibile. E' nato qui e qui morirà, in un tutt'uno col suo faro. Non c'è neanche bisogno che gli dica chi sono, chi mai avrebbe l'insano desiderio di seppellirsi in mezzo al mare? Mi accompagna al mio appartamento, che è a metà dell'altezza del faro. Se penso che dovrò portarmi su il carrello, poco per volta, certo, mi tremano le gambe.
Ma il viaggio è valso la pena! Ho un open space con un finestrone enorme che occupa almeno un terzo della circonferenza del faro, dal quale vedo un mare nero di cui indovino il continuo movimento, solcato, dopo pause precise, dalla spada del fascio di luce. Uno spettacolo che mi lascia ammutolito. Del resto lui tace...
Il letto, il tavolo, la seggiola. Il frigorifero potrebbe essere meglio. La cucina a gas non è male, ha il forno come mi ero caldamente raccomandato.
Qui non ho bisogno di null'altro, in un contesto ancor più essenziale di quello di Le Corbusier. Per sentirmi davvero a casa tiro fuori i miei coltelli e li sistemo a un angolo del tavolo.
Il burbero malefico si raccomanda in malo modo di non essere chiamato se non in caso di malore, tanto io non lo chiamerei neanche morto. Son venuto qui per stare da solo, figuriamoci. Esce, sbattendo la porta. Ha vinto il "campionato simpatia 2011", ne sono certo.
Eccomi, finalmente solo come volevo, lontano dal mondo. Posso fare ciò che desidero, posso dormire tre giorni filati, posso mangiare mezzo kilo di pasta in una volta sola. Invece bisogna che osservi un preciso ruolino di marcia, perché voglio che le mie giornate siano dense di tutte le belle cose che ho l'intenzione di fare. Due uova al bacon celebrano questi miei propositi. Sorseggiando il Cabernet cileno che mi sono portato mi avvicino, con rispetto, alla finestra. Quello che vedo mi lascia davvero senza parole. Siedo e guardo in silenzio. Non so quanto sono rimasto a contemplare questo mare, volutamente non ho guardato l'orologio.
Con i baffi impregnati di fumo me ne vado a letto, che ha ruvide lenzuola di lino che mi ricordano i miei primi dieci anni.
Dal letto vedo il bagliore del faro, che mi accompagna nel sonno, dopo una giornata così piena di novità.
TO BE CONTINUED