martedì 15 aprile 2014

La osservo mentre si sta rivestendo, e mi domando, forse un po' oziosamente, cosa avrei pensato se avessi vissuto questa scena quarant'anni fa giusti. Magrissima era a quel tempo, uno scricciolo, con due occhi scuri e un nasino affilato.... certo l'appendicite, ci mancherebbe, ma di fondo deve esserci stato un rifiuto del cibo. Ha fatto impazzire i suoi, a furia di girare l'Italia per pediatri, e comunque non era riuscita a mettere su più di qualche kilo.
Poi, finita la scuola, non l'avevo più vista, cioè, avevo fatto finta di non vederla più, cancellata con un tratto di spugna, come faccio sempre, senza motivo o preavviso.
E tutti e due abbiamo scelto la stessa professione: lei, brillante studente, ha fatto il pediatra, quasi a voler esorcizzare la propria adolescenza.
Non ho mai capito, a sedici anni non ne hai gli strumenti, se fosse, almeno un poco, innamorata. Ma ricordo strabene come ero io, completamente rimbambito dietro quei due occhi, che forse, ieri, nascondevano il nulla. Ma comunque un bel viso, non c'è che dire.

La rivedo per uno dei soliti, strambi, scherzi del destino, a una riunione sindacale, alla quale difficilmente avrei immaginato di trovarla, anche perché non ci sarei andato.
Non so se la guardo ancora con gli occhi dell'amore o solo con quelli del disincanto e della mia vita complicata: mi sembra sempre uguale. Un filo di carne in più , messo nei posti giusti. La stessa aria intristita che mi aveva stregato.
E' lei che fa il primo passo, e ci parliamo, con distacco, solo come due compagni di scuola ritrovati. Sediamo vicini: un flash si apre improvvisamente, quella volta che siamo andati a teatro e ci siamo tenuti la mano stretta, la sua sinistra nella mia destra. Avrei dovuto immaginarlo, non poteva essere un buon segno.
Alla pausa delle 10.30 si scioglie un po', e io dietro a lei. Non abbiamo avuto matrimoni granché ben riusciti, e siamo entrambi consapevoli che è un privilegio, forse più che una conquista.
Si stabilisce, impercettibilmente, una nuova complicità, fatta di sguardi silenziosi, conditi da parole inascoltate.
Che ora sarà stata quando siamo usciti? Mi ha dato il braccio, come quella volta.
L'ho portata in un albergo, meno di cento passi, e lei mi ha stretto il braccio. Entrambi abbiamo mostrato la patente (allora l'hai presa!!), silenziosi. Entrambi con i propri pensieri, ben riposti.
Il primo bacio dopo quaranta anni: un esempio raro di pazienza. Adesso direi che bacia bene. Tutto è molto bello e dolce, anche se accompagnato da un silenzio rarefatto. Non sappiamo bene cosa dirci e siamo così furbi da capire che anche una sola parola rovinerebbe tutto. Silenziosi amanti, di un pomeriggio d'estate, afoso, certi di avere pagato qualcosa al destino così come certi di un'estraneità non più modificabile.
Ma è stato bello, e adesso che la osservo, non visto, mentre si sta rivestendo, mi rendo conto che non so più che ora sia.

23 febbraio 2014







domenica 23 marzo 2014

Bar 2

E' da mezzogiorno che ho dato il cambio a mio marito in questo bar-gelateria che ogni giorno è sempre più tetro. Oggi, poi, questa pioggia contribuisce gagliardamente a peggiorare le cose, e, anche se siamo in primavera sembra di essere tornati a novembre. E il mio umore, così come il mio mal di testa, peggiorano a vista d'occhio. Son quattro ore che son qui e ho fatto tre miserabili caffè, neanche uno all'ora. Gelati, poi..... solo una vecchia è venuta a prendere la panna da portare ai nipoti. Millant'anni, avrà avuto, simpatica, non c'è che dire, ma sembrava mia nonna, e io i sessanta non li aspetto più..... come più niente mi aspetto più dalla vita, e grazie al cielo che abbiamo un lavoro, i ragazzi sono sistemati e io e lui aspettiamo, talvolta ansiosamente, il momento della fine, che almeno ci riposeremo un po'. Non è che avere un bar sia faticoso, o almeno, molto faticoso, però bisogna passare la giornata a pulire, anche in un bar modesto e con la luce al neon come il nostro.
E poi questi giorni ti fanno fare solo brutti pensieri...., e non posso telefonare ai ragazzi tre volte al giorno, incomincerebbero a pensare che sono rimbecillita. Che la loro mamma abbia bisogno di sentirli è una considerazione che non sono in grado di capire.
Passa fuori dal bar un uomo, e getta un'occhiata distratta dentro. Non so perché ma lo noto, cioè lo so: non ho niente da fare e mi abbruttisco con questi giochi puerili. Sotto la pioggia con la sua giacchetta ha un'aria un po' sparuta.
Lo rivedo dopo cinque minuti: è entrato da me, insieme a una donna.
Mi ordinano due caffè, uno macchiato caldo. Sembrano un po' a disagio, lui più di lei. Bofonchiano qualcosa che non riesco a sentire, anche con il massimo dell'impegno. Mal di testa è la parola che riconosco, e che ben conosco. Parlottano, si guardano. Quanti anni avranno? Intorno alla cinquantina entrambi, lei un po' di meno, lui un po' di più. Condividono la bustina dello zucchero. Non mi scappano degli sguardi che intuisco d'intesa, ma sono molto attenti. Purtroppo per loro anch'io sono attenta e certe situazioni mi fanno tornare in mente analoghe mie storie passate, che hanno lasciato solchi profondi come certi aratri ottocenteschi.
Lui le sfiora con finta noncuranza il gomito e lei non si ritrae. Cercano di far durare questi caffè il più possibile, ma è difficile. Così come è difficilissimo parlare di argomenti futili quando si vorrebbe dire altre cose, ed è facile capire che quelle parole non sono l'oggetto del loro amore. Si sono interrotti, in silenzio, un silenzio che so carico di desiderio, l'ho provato anche io... A un tratto lui si muove, si sposta verso la saletta, e con gli occhi la implora "Vieni, dammi almeno un bacio...", ma lei non vuole capire, o non si sente, o chissà cos'altro le gira per la testa.
Chissà che storia c'è dietro a questi due umani, che in pochi minuti sono riusciti ad annodare inestricabilmente gioia, passione, rimpianto: amore, in una parola. Chissà perché non possono baciarsi tranquillamente ma possono rubare solo un caffè ai loro pomeriggi piovosi, invece che stringersi.... mi sto accorgendo che la fantasia è ormai partita, e la donna dai capelli bruni e dagli occhi color nocciola, che mi chiede cortesemente di pagare, mi sveglia da questo sogno a occhi aperti, riportandomi a una realtà che spesso ho odiato.
Escono e lei apre il suo ombrello. Lui, dopo un attimo, si appoggia al suo braccio. So che lo stringe.





domenica 9 febbraio 2014

L'ACROSTICO BIZZARRO: ARDENTE

Attenzione
Rubacuori
Disperato
Entra
Nel
Tuo
Entourauge

Sono finalmente sola, liberata da ogni gravame. Posso fare tutto ciò che una volta mi era proibito, o anche solo sconsigliato, tutto quello che ogni mattina la mia sconsiderata fantasia mi suggerisce, in quel momento sospeso fra la vita e la morte che è il risveglio. Fra l'altro dormo anche meglio...
Stamattina vado da Pepino in piazza Carignano e mi concedo uno splendido breakfast, con i frutti erotici più belli e più carnosi. Devo pur festeggiare.
Sarà un quarto d'ora che sono seduta, mangio tranquilla, mi lecco dignitosamente le dita su cui è rimasta un po' di marmellata di arance. Se non fosse davvero troppo le intingerei nella cioccolata che mi è di fronte, che ci sta bene.
E' appena entrato un aitante maschio che mi lascia il boccone di torta a mezz'aria. Ed è proprio la sua aria che mi ha colpito, ben più del suo look, che ricorda, questo, e molto da vicino, uno dei due bronzi di Riace, il guerriero.
L'atteggiamento è invece smarrito, quasi spaventato. Da che cosa fuggi, bel bronzo, elegante nel tuo cappotto di cammello e con un luccichio d'oro al polso?
Sento la mia voce offrirgli amichevolmente di sedersi al mio tavolo, e lui non se lo fa ripetere due volte, si siede con un sorriso riconoscente. Si serve liberamente, con lo stesso garbo che userebbe in casa propria. Così mi piaci! Mentre mangia gli guardo i riccioli neri, che, con finta noncuranza, fa cadere davanti agli occhi. Osservarlo mentre si ingozza mi suscita tenerezza.
Ecco, non sono già più libera... è il mio karma.




giovedì 6 febbraio 2014

TRACCE, BREVI, SOLCHI NELLA VITA

I
Eppure non sono sposato da molto. Oddio, dipende da che cosa si intenda per "molto", molto può essere anche tre anni, tre mesi addirittura. Indipendentemente dal "molto" mi trovo nella condizione di chi cerca disperatamente qualcuno "al di fuori", con tutti i casini che questa ricerca comporta, ammesso che giunga a compimento. Debbo dire che è una cosa più forte di me, e non è una scusa, solo una constatazione.

1
Non voglio neanche pensarci, a quest'uomo, che è una settimana che mi telefona tutti i giorni. E' gentile, interessante ed interessato, ah ah ah. Più di una volta mi sono sorpresa a dargli corda, senza sapere come, e la sua conversazione, vivace la definirei, mi avvolge e inevitabilmente mi affascina. Smetto di lavorare e mi metto comoda ad ascoltare la storia della sua vita, vera o falsa che sia. Non lo so ancora.

II
Ho adocchiato una bionda che fa al caso mio. L'ho incontrata al mercato, più di una volta, a un banco dei miei affezionati, il mitico S., fornitore di spezie ed erbe aromatiche, profumi, fra i più affidabili e cari. Anche lei odora ogni mazzetto come a controllarne la fragranza. Non saprei dire se mi piacciono più gli occhi o il nasino odoratore, è comunque adorabile.

2
Me lo sono trovato sul portone di casa, stamattina mentre uscivo. Il bello è che non ho neanche avuto bisogno che si presentasse, ho immediatamente realizzato che era lui. Gli occhi, sì, gli occhi azzurri (ricordi? Occhi azzurri color del mare/di quegli occhi non ti fidare...) mi hanno rapito. Con il massimo della naturalezza mi ha indicato, con gesto magnanimo, l'ingresso del bar, dicendomi: "Prego, cara la mia Teresa".

III
E' caduta nella rete, come un'aragostina curiosa finita nella nassa. A fregarla, è stato un mazzetto di odori, il bouquet garnì, come lo chiamano i cuochi: le ho spiegato, con aria molto professionale, complessivamente ridicola, che per impedire che le erbette vaghino nella sua pentola basta avvolgerle in una garza che in farmacia vendono per pochi centesimi, e legarla con un bianco filo da cucito, che lei sicuramente avrà in casa.

3
Sono qui seduta al bar con lui, e già mi domando sfacciatamente come sarà nell'intimità. Mi parla e annuisco, ma la testa è altrove. Delle sue parole mi giunge solo la musica, dolce come solo Chopin sa essere. E' per questo che sorrido, graziosamente. Penso a lui, a come me lo ricordo che era e a come è adesso. Eppure non sono passati molti anni da quando siamo sposati. Allontanamento progressivo. Inevitabile?

IV
C'era bisogno di dirlo che mi ha invitato in casa? Il mio gatto ha artigli meno pericolosi dei miei. Con la garza in mano ho fatto la scena di insistere per salire a cercare il filo, ben sapendo che non ve ne era alcun bisogno. Ci siamo baciati nell'anticamera, come se fosse l'unica stanza della casa. Non saprei per quanto. Le ho slacciato il reggiseno, unica difficoltà della giornata, e l'ho posseduta su un vecchio tappeto.

4
Oggi non sono andata a lavorare, ma non lo sa nessuno, solo al lavoro... Mi vuole portare fuori porta. Lo seguo docilmente e dolcemente. Questi occhi mi stanno stregando. Siamo a un porticciolo, non dico dove, e saliamo su una pilotina, romanticissima, per chi adora il pesce. In mare aperto si ferma e butta l'ancora. Mi prende in braccio sulla sedia girevole e incomincia a baciarmi l'orecchio. Lui tace. Il mare anche.

V
Stasera la voglio portare al ristorante. Per entrambi il cibo è rilevante, sostanziale forse. Ho parecchi amici ristoratori e la stupirò. Lo so che non è elegante ma il migliore che mi viene in mente è quello in cui sono andato con lei, a picco sul mare, doppia emozione. Chissà se avrò voglia di dirle che la amo, non lo so ancora. Ma poi, come si chiama? (fra me e me la chiamo "la giraffa", perché ha due gambe....)

5
Stasera mi ha invitato al ristorante. A lui ho detto che c'è una cena con l'ufficio e non ha fatto una piega. Spero che non ci sia quando sceglierò il vestito perché capirebbe tutto. Sfavillante sarò, per il mio bel capitano, baffuto quanto basta per non pungere, con un'aria sempre trasognata. Chissà lui come si presenterà? Mi viene in mente Capitan Findus, e rido scioccamente. Di gioia.

VI
Siamo seduti al nostro tavolo, nel silenzio della sera, con in mano le migliori bollicine rosè dell'anno 2011. Avrei voglia di stringerla, meglio, di strizzarla, nel suo abitino estivo frusciante, con una meravigliosa camicia azzurrina. Le accarezzo le dita mollemente, studiatamente, come se stessi suonando il mio vecchio piano. Alzo un attimo la testa e il sangue si ferma: è entrata mia moglie con un ufficiale di marina.

6
Ecco cosa fa Capitan Findus! Ci avevo quasi azzeccato, è il primo ufficiale di un cargo olandese il mio bel marinaio, e stasera ha un'uniforme sfavillante. Ci siamo visti in centro e mi ha fatto trovare in macchina un mazzo di rose rosse, ventinove, come i miei anni. Fascino dei numeri primi. Un bacio al calor bianco e poi via, alla volta di quel ristorante a picco sul mare. Mentre entriamo lo scorgo a un tavolo poco più avanti.

VII
La prossima volta le donne me le porto al bar sotto casa. Più sicuro. Per quanto tempo i nostri occhi si saranno incrociati? Molto meno di un secondo, certo. Si è seduta a tre tavolini di distanza ma la terrazza è piccolissima, avrei potuto sentire quello che si dicevano, avrei voluto. Non l'ho mai vista così bella. L'aragostina stasera, distratta dall'incanto del posto, mi ha detto che ero distratto. Mai successo.

7
Non sarò mica più fortunata di quello che penso di essere? Lo stronzo mi guardava di sottecchi, come me del resto, ma io ero più brava a non farmene accorgere. E stasera ha avuto quel che si meritava. Eleonora Duse non avrebbe potuto recitare meglio la parte dell'amante appassionata (ma col Vate, poi, recitava?). Baci, carezze, lo stesso Capitan Findus era leggermente imbarazzato ma enormemente divertito.

VIII e 8
La notte, a ore diverse, i due tornano a casa, dopo aver salutato i rispettivi compagni di un tratto di strada. Lui la trova già a letto, voltata, fintamente addormentata. Esita molto meno di un secondo ed entra nel letto. Si danno la schiena. Respirano entrambi con fatica. Voglia di piangere? Voglia di fare l'amore? Voglia di parlare, forse l'ultima volta? Intanto le mani si cercano.







domenica 19 gennaio 2014

AMORE PROIBITO

Blog amici: iniziativa di scambio. Due racconti su un unico tema. Oggi è "Hollande". Questo è il racconto di Palilli, che pubblica il mio sul suo blog.


La luce è soffusa nella stanza da bagno, in cui aleggia un delicato profumo. Le mani scorrono veloci sulla pelle resa ancora più vellutata dalla setosità della crema alla vaniglia e cannella, che la donna massaggia delicatamente sulle proprie gambe, lunghe e ben tornite. Avvolta in un morbido accappatoio, con i capelli ancora bagnati raccolti in un asciugamano lilla, compie questi gesti con calma e consapevolezza, quasi si trattasse di un rito propiziatorio, in attesa del suo amore. 'Sono trascorsi solo pochi giorni dal nostro ultimo incontro ma sembra che siano settimane che non mi stringe forte fra le sue braccia. La mancanza della sua presenza diventa ogni giorno più pungente, ormai ne sento sempre più il bisogno... non potrei più vivere senza di lui. Sarà puntuale stasera? Mi ha promesso di trascorrere con me ogni notte del lunedì e del giovedì, ma solo poche volte è davvero riuscito a mantenere l'impegno in entrambe le serate. Troppo lavoro, riunioni, visite di protocollo, emergenze. Per non parlare della sua famiglia: in fondo c'è anche quella. Chissà se lei si sarà resa conto che nella sua vita esiste un'altra donna... forse non gliene importa neanche nulla. Probabilmente le basta riuscire a mantenere i suoi privilegi che, per la posizione di 'first lady', non sono davvero pochi. Ville da sogno, mondanità, lusso, autista, viaggi in tutta Europa... in effetti niente male davvero, ma io non ho bisogno di queste cose, sono felice così: una o due notti insieme alla settimana, soli lui ed io, nell'intimità di questo hotel, dove ormai mi sento a casa. La nostra casa'.

La vespa blu scorre veloce nel traffico della grande città. Sul sellino beige due uomini, entrambi con i lineamenti nascosti dal casco integrale. George guida sicuro verso l'hotel di lusso, volutamente scelto fra quelli un po' fuori mano. 'Come ho fatto a cacciarmi in questa situazione?! Più ci penso e meno capisco come sia potuto accadere. Ero disposto a tutto, pur di fare la guardia dl corpo, ma mai e poi mai avrei potuto immaginare che tutti i miei sforzi ed il mio impegno mi avrebbero fatto raggiungere la vetta, ambita dai più, per poi ritrovarmi a fare il pony express in incognito. E che 'pacco' sto trasportando... davvero merce preziosa: uno degli uomini più potenti d'Europa, che si comporta come qualsiasi uomo, mediocre e banale, con le sue debolezze. E dire che ci sarebbero testate giornalistiche od avversari politici che sarebbero disposti a rendermi un uomo ricchissimo, se solo decidessi di vendere il mio segreto al miglior offerente. Ma io sono diverso... non sono così meschino'.

'Finalmente è lunedì! Una giornata odiata dalla maggior parte dell'umanità, per me è il preludio della pelle morbida e setosa di Giulia. Questa settimana voglio assolutamente (anzi DEVO) trascorrere con lei anche la notte di giovedì. Non trascuro certo i miei doveri di uomo politico, ma appena posso vorrei dedicare a lei ogni minuto della mia vita. Ormai vivo solo per lei: un sms, una breve telefonata, anche solo un suo sorriso, sono per me fonte di gioia e di fiducia nel futuro. Mi dà la carica e mi fa nuovamente sentire un 30enne innamorato, anche se ormai i 30 anni me li sono lasciati alle spalle da un pezzo. Per fortuna c'è George con me, che mi protegge da occhi indiscreti. E' davvero una guardia del corpo speciale, anzi... un amico su cui posso contare ogni giorno. Dovrò pensare a qualcosa di veramente importante per fargli capire quanto gli sia grato per continuare ad essere il mio angelo custode, anche in questo frangente, che contempla più l'uomo del politico, d'altra parte la amo e non posso più fare a meno di lei'.

La spazzola scorre lenta sui lunghi e morbidi capelli, ancora tiepidi per il calore del phon da poco a riposo, dopo aver compiuto egregiamente il suo dovere. L'orologio scandisce il tempo, quasi fosse una inclemente marcetta: arriva - non arriva - arriva - non arriva - arriva -non arriva.
'Sono le 22,40 ormai dovrebbe essere qui, perché diavolo non si apre quella maledetta porta? Mi faccio pena da sola: una suite meravigliosa, in cui mi fa compagnia solo la luce tremula delle candele, quasi completamente consumate, tanto è il tempo inutilmente trascorso. La gioia ed il desiderio di un'ora fa sono scomparsi, lasciandomi solo tristezza e fastidio. Non so quanto riuscirò ancora a sopportare... sempre tutto centellinato e di nascosto. Soffro troppo. Ho paura a lasciarlo, così come mi fa paura continuare ad amarlo... qui è un alternarsi di inferno e paradiso, paradiso ed inferno. Sempre!'

'George sta guidando veloce e sicuro. Il cuore mi batte in gola: ci separano solo un rettilineo, due curve e poi sei piani di ascensore! Giulia, tesoro, tra pochi minuti finalmente sarò con te'.

<<Studia, figliolo, che da grande farai strada! >> Questo mi ripeteva mio padre, che ha compiuto ogni sforzo per darmi l'opportunità di fare una vita migliore della sua. Se mi vedesse ora gli darei una tremenda delusione. Se poi avesse sentito con le sue orecchie il presidente, mentre mi diceva<<Vai più veloce. Non ti fermare: è tardi! STARA' IN PENSIERO>> solo perché mi sono fermato ad un semaforo rosso... sarebbe stato come pugnalarlo alla schiena, povero papà! Se ci dovesse mai fermare un vigile cosa gli potrei dire? <<Scusi ma il presidente ha una certa fretta! Affari di stato urgentissimi e top secret>> ...per questo sto dribblando il traffico in incognito e senza scorta. Cazzo! Devo proprio essere impazzito: questa faccenda mi porterà alla rovina. Certamente mi sta consumando dentro. Finalmente siamo vicini all'hotel. Lo lascio sul retro e, se Dio vuole, anche questa giornata di merda è finita.

Cosa diavolo sta succedendo?? Perché così tanta gente a quest'ora per strada? Flash, luci, giornalisti...
<<PRESIDENTE!! PRESIDENTE...>>
<<UNA DICHIARAZIONE PER IL NOSTRO GIORNALE! COSA DIRA' A SUA MOGLIE ED ALLA NAZIONE?>>


domenica 29 dicembre 2013

Sfere

E' tornato a casa, finalmente. E' andato via un martedì pomeriggio, lo ricordo bene. Avevo appena suonato le tre. Un pomeriggio qualsiasi. Se ne è andato come al solito, in silenzio.
Poi per quasi una settimana non l'ho più visto. Percepivo negli altri abitanti della casa, in quei giorni, un'agitazione che si propagava nell'aria, e uno svolgere le quotidiane attività con uno spirito diverso, un sentimento di preoccupazione che non avevo mai notato. Loro continuavano ad andare e venire ma lui in quei giorni non c'era. In compenso il telefono squillava continuamente.
Non è molto che sono in questa casa. Sono stata per anni chiusa nella casa di campagna, ferma, una casa buia e fredda, perché priva di umani. Una casa che un tempo d'estate si animava delle voci di amici prima e di bambini poi, voci accompagnate gioiosamente dall'abbaiare dei cani. Il tempo che io segno era anche scandito dai ritmi della vita quotidiana, i pasti, la raccolta della verdura, di certe albicocche di cui ho sentito per lungo tempo le lodi. Poi il tempo è riuscito, con lo stesso procedere della goccia che scava la roccia, a cancellare tutto: solo i ricordi restano incisi nelle mie sfere, anche se a nessuno sono visibili.
Un giorno mi sono venuti a prendere e, con sorpresa e gioia, ho ripreso il mio servizio in un'altra casa, ma con persone a me familiari, e sono stata messa vicino alla camera da letto. Continuo a ricordare le ore che passano, specie di notte, a chi non riesce per tanti motivi a dormire. Nel silenzio, rotto soltanto da piccoli latrati di un cane sognante, batto tre rintocchi a distanza di mezzora l'uno dall'altro, e annuncio che è l'una e mezza. Lui mi carica con regolarità, e cerca di non farmi mai restare ferma, con l'accanimento di colui che ha la superstizione di credere che la sua vita sia legata, appesa forse, al proseguire delle oscillazioni di un pendolo. Ma a me fa piacere ritornare a essere coccolata, e cerco col mio suono di trasmettere non solo un po' di gioia ma anche i ricordi che, come tutti i ricordi, più sono sbiaditi e più diventano dolcissimi.
Non va più a lavorare, il mio padrone.
Non ho ben capito il perché, non riesco a capire le parole che gli umani si dicono. Capisco, interpreto, o forse invento, piccoli segni, atteggiamenti solo accennati, tonalità della voce. Sono soltanto una pendola della seconda metà del secolo scorso, ricordiamocelo, non un computer di ultima generazione. Però sono una pendola intuitiva, e i miei rintocchi, sempre uguali e sempre diversi, segnano un tempo che ha lasciato solchi profondi.
Non va più a lavorare, in questi giorni. Racconta però, e molto volentieri, a chiunque gli si pari contro, di questa nuova avventura che ha avuto, che, lo capisco da come gesticola, ha avuto per lui lo stesso impatto di un assalto a una nave di James Brooke sul praho di Sandokan, attorno a Mompracem. E si infervora, racconta dei suoi compagni di viaggio, fa vedere certi segni che gli sono rimasti sul corpo. Ma a guardarlo negli occhi si capisce che proprio un'avventura non deve essere stata, almeno dal punto di vista della piacevolezza che accompagna ogni avventura. Non lo vedo poi così divertito.
E racconta anche di questi compagni di viaggio, quello che sembrava morto e che una terribile scossa ha fatto rivivere, l'uomo dalla barba bianca, novello Yanez, e quello che aveva mangiato troppo dopo la battaglia, per la contentezza, e che stava morendo nella più stupida delle maniere. Tutti uomini dai capelli bianchi, e anche al mio padrone i capelli, nel giro di una settimana, sono un po' più imbiancati.
Non riesco però a capire se sia felice o disperato. Certo, raccontare una così grande avventura, e averla passata con poche ferite, lo dovrebbe rendere felice, ma la voce è spezzata nell'attesa impotente di un'altra prova, che lui teme, perché non sa se ce la farà.
E così alterna voce e sguardi di contentezza a momenti, magari quando suono quei tre rintocchi a distanza ciascuno di mezzora, in cui annega nella paura. E' persino anche ironico, a momenti, ma si vede bene che lo è solo per scacciare il panico. Non so davvero se questa avventura sia stata davvero divertente, ma c'è stata. Dovrà pur farsene una ragione.
Non va ancora a lavorare, il mio padrone.
Le bestie che sono in casa girano anch'esse con una certa inquietudine. Lui se le prende in braccio e le riempie di baci, ricordando forse quando in braccio teneva un pargoletto bisognoso di tutto, che adesso guida la macchina. Ma le bestie non sono bambini, sono molto più autonome, specie i gatti, per cui dopo due o tre strofinate si divincolano con agilità e scappano.
Non ha voglia di lavorare, il mio padrone.
L'unica cosa che fa volentieri, e lo capisco bene perché glielo leggo negli occhi, è mettersi ai fornelli e giocare ai pentolini. Dopo la sua avventura (adesso ce lo possiamo dire, una "piccola" avventura, condivisa con tanti umani, che forse a lui è andata anche meglio che a tanti altri) è svogliato e gira per casa come un'anima in pena. Non riesce a fare tutte quelle cose che prima dell'avventura gli riuscivano spontanee e facili, e ogni attività gli pesa. Ma non giocare con i pentolini. Ormai lui è capace a dire "ti voglio bene" soltanto cucinando qualcosa per chi gli è vicino, con il massimo dell'impegno. E il massimo dell'impegno significa uscir di casa la mattina per andare al mercato, e cercare con cura gli ingredienti giusti per quella ricetta, con un foglietto in mano fitto di una lista scritta con minuta grafia, non ancora tremolante per fortuna. E tenerlo in mano durante la spesa con la stessa attenzione con cui il navigante guarda la bussola nella notte senza stelle. E' buffo, il mio padrone. Ormai al mercato qualcuno, non tutti, lo riconosce e lo saluta cordialmente, "Come sta, dottore?" "Oddio, passiamo alla prossima domanda". Ma non riesce a trattenersi, e racconta, per la n-esima volta, la sua piccola avventura di fragile umano, ancorché grassottello, e così si guadagna qualche parolina di conforto, che gli fa bene.
Presto dovrà tornare a lavorare, il mio padrone. E io gli segnerò il tempo dell'uscita e del ritorno a casa, e vorrei che i miei rintocchi siano per lui il segno dell'augurio di quella spensieratezza che si è persa lungo la strada degli anni.
Forse io sono più fortunata di lui, vecchia pendola.




lunedì 26 agosto 2013

NOTTE

Siamo in tre, Tonio, io e il figlio di Salvatore.
E' qualche giorno che aspettiamo, perché il pescatore, amico di Salvatore, per tre sere di fila ci ha negato la partenza, anche se a noi il mare sembrava soltanto un po' mosso. Stasera abbiamo finalmente ricevuto un cenno di assenso.
Dire che ho sempre sognato questa notte passata in barca a pescare è un po' esagerato, soprattutto perché a diciott'anni non si ha un "sempre" dietro le spalle. Però questa notte in cui non dormirò nel mio comodo letto la immagino come un'avventura salgariana, e non mi dispiacerebbe che fossimo attaccati da un praho affollato da pirati vocianti.
Ci ha detto di presentarci alle dieci, ma non ci ha detto come. Il primo errore è stato quello di andarci a mangiare la pizza. Il secondo è stato quello di pensare che in una notte di agosto non ci potesse essere freddo.

Il buio della notte di luna nuova è spezzato soltanto dalla luce della lampara, assai fioca. Comunque siamo partiti, finalmente.
Non saprei dire il perché ma una volta che la prua solca le onde diventiamo silenziosi. Il nostro duca fuma, senza posa. Non ci guarda e non ci parla. La statua di un marinaio, si direbbe. Dirige il timone verso un punto che lui conosce ma a noi è sconosciuto.
Non è passato un quarto d'ora che al più magro di noi la pizza incomincia, lentamente ma con grande risolutezza, a fare il percorso a ritroso. Lui, come noi, cerca di fissare la sua attenzione all'onda separata e illuminata, unico oggetto degno di essere visto. La sua faccia per fortuna no, è così gialla che ci farebbe paura.
Un mugolio ci avverte comunque che la pizza vuole imperiosamente uscire. Per delicatezza (disinteresse?) gli voltiamo le spalle. Ma anche le nostre, di pizze, si dimenano furiosamente.
Il capitano prende qualcosa da un sacco, e glielo porge in silenzio. Scrocchia, sotto i suoi denti. Domattina scopriremo che è un pan secco strofinato con l'acciuga salata. Sta meglio, il giovane, e si accoccola sul fondo della barca, stringendosi le gambe con le braccia.
Non voglio guardare l'orologio e non saprei dire che ora sia. Non mi interessa. Al di là del fatto che ho i visceri in subbuglio e batto i denti per il freddo, mi sento bene.
Tante volte nella vita mi capiterà che una bella cosa sia sempre leggermente rovinata da un fastidioso neo. Un po' come fare l'amore col mal di schiena. Non esiste il piacere assoluto, ma, per fortuna, non lo posso ancora sapere.
La barca prosegue silenziosa. Aspettando i saraceni, o i tigrotti di Mompracem, mi guardo intorno, ma le stelle da sole non mi possono aiutare. Non vedo altre barche, e questo potrei capirlo, però non vedo né terra né orizzonte: un'onda, un'onda sola e improvvisa potrebbe ucciderci in un attimo, e sarebbe una morte infinitamente più bella che sopravvivere, per un caso maligno, nel mare freddo, con la consapevolezza di avere soltanto l'attesa della morte. Non posso ancora aver capito che aspettare la morte è il destino della nostra vita.
In questi pensieri, più di paura che di filosofia, mi accorgo che il motore si è fermato. Il nostro capo ha deciso di essere arrivato. Chissà quanto lontani siamo dalla terraferma.
Si alza e bofonchia qualcosa ai miei due compari, marinai mezzi addormentati di una notte, e incominciano a buttare le reti. Fuma sempre, quell'uomo.
Adesso tutto tace, di un silenzio così greve che mi impedisce di dormire. Anche lo stomaco si è zittito.
E' proprio in questo momento che incomincia quella parte di avventura che aspettavo con tanto desiderio, il momento in cui tutto ciò che hai attorno ti è d'aiuto a guardarti dentro. Solo me e la lampara che illumina qualche sfavillante metro d'acqua.
Il fatto è che "indietro" e "dentro" c'è davvero ben poco da vedere, e di quel poco emergono solo cose tristi, se non proprio dolorose, come certi sabati pomeriggio chiuso in casa...
Del resto io sono fatto così: il Navigatore, se volesse parlarmi con la sua beffarda saggezza, mi direbbe "Se nasci quadrato non puoi diventare rotondo". E se essere quadrato porterà sofferenza, a me e a chi mi sarà intorno, di questa bisognerà in qualche modo farsene carico.
L'amico silenzioso fuma, e darei volentieri le cinquecento lire che ho in tasca per sapere cosa pensa, se mai desideri pensare.
Mi sono persino abituato al freddo. Cerco di capire qualcosa nel disegno delle stelle ma riesco soltanto a realizzare che qualcuna è, chissà poi perché, più luminosa delle altre.
Non ho più nessuna paura. Cerco, e per qualche attimo ci riesco, a sentirmi una sola cosa con questa natura umida che mi è dintorno, voglio essere una stupida tessera di un mosaico del quale non potrò mai conoscere il disegno. Solo un soldatino, una sentinella, forse. Ma sento di avere un mio perché.
Non saprei dire quanto tempo sia passato, e continuo a non voler vedere l'orologio, che anzi desidero slacciare e dare in pasto ai pesci. Non lo faccio solo perché è un regalo della Comunione. Forse un po' mi assopisco.
Quando riapro gli occhi la barca non è più ferma: sta tornando a casa con la stessa serena placidità dell'andata. Ma ora la notte sta morendo, anche essa con grazia e delicatezza. Non vedo più le stelle ma, in compenso, riconosco un orizzonte che, di minuto in minuto, cambia colore. E improvvisamente il cuore mi si riempie di gioia, così come quando, più avanti negli anni, rivedrò dopo lungo tempo una persona cara. In fin dei conti non tutto è morte, c'è anche la nascita. E ogni nascita porta con sé la gioia di una vita ancora aperta a tutto ciò che di più bello si possa desiderare. Purtroppo non lo posso capire completamente, ho solo diciott'anni.
Ma non ce n'è bisogno, vorrei alzarmi in piedi, gridare alla luce, anche un po' anche piangere vorrei..... Il duce, che mi legge dentro anche se analfabeta, mi sta dicendo con gli occhi che ci sarà una nuova notte: "Stai tranquillo, "guagliò".
Arriviamo in spiaggia che il sole non è ancora sorto da dietro le montagne. I pescatori commentano sottovoce il risultato della notte, e capisco dalle loro espressioni che non sono contenti, se mai lo possano essere.
Solo il nostro vecchio comandante ridacchia sotto i baffi, con tre pesciolini addormentati in barca.


"All'ombra dell'ultimo sole
s'era assopito un pescatore
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso".

Faber, 1970.


mercoledì 31 luglio 2013

CAMBIAMENTI

Mio padre vuole a tutti i costi che vada ad aiutarlo in ristorante, e io non ne ho nessuna voglia. Non ho voglia di andare a scuola, non ho voglia di lavorare. Ho solo voglia di divertirmi, di uscire tutte le sere con i miei amici e di baciare tutte le ragazze che me lo lasciano fare.
Ma mio padre è pesante! Continua a dirmi che non combinerò mai niente di buono. Forse. Ma è certo che non voglio fare la sua fine, chiuso tutto il giorno a sudare fra il caldo di quattro fornelli, sempre arrabbiato.
Iersera è arrivato a casa più nero del solito. Ho sentito dalla mia stanza che parlava a mamma: "In tutto il giorno solo un cliente....", soliti discorsi, che non ce la fa a pagare la cameriera e tutti gli altri conti. Figuriamoci se io voglio fare quella vita! Ho ben altri progetti in testa, io.
Poco fa è venuto da me e, con un tono che non ammetteva repliche, mi ha intimato di andare al ristorante per tutta la prossima settimana, cosicché metterà a riposo forzato la ragazza, e non la paga. Se è per questo non paga nemmeno me. Ma, visti l'espressione e il tono, non ho avuto il coraggio di rispondergli qualcosa di diverso da "Sì".

E adesso sono qui, con la divisa da cameriere dai bottoni dorati, che mi fa ridere solo a vederla appesa alla gruccia, addosso sarà ancora peggio. La devo indossare solo durante il servizio, così non me la sporco.
Entriamo alle otto di questo lunedì mattina autunnale triste e grigio come il mio umore. Si incomincia a lavorare. Devo sbucciare dieci kili di pomodori: so come si fa, ma sono piccoli e sono tanti. Mi ci metto di impegno, se faccio una cosa la voglio fare bene, anche perché non sopporterei che lui mi trovasse qualcosa da ridire. E dopo i pomodori le patate, gli zucchini. Poi pulire i calamari, attività che odio perché ogni tanto ci trovo dentro un pesciolino, residuo dell'ultimo pasto della vita e mi impressiono da morire. Sono freschi però i calamari, papà è andato al mercato del pesce stanotte alle quattro. Questi pesci, cefalopodi dovrei scrivere, hanno un qualcosa di bello e di armonioso che va oltre la loro breve vita.
Papà ha già cominciato a cucinare, con un occhio su di me. E anche io lo osservo di nascosto, sospendendo per qualche attimo la mia attività, e mi rendo conto che non avrebbe mai potuto fare un mestiere diverso. Parla con sé stesso e con il cibo. Lo coccola mentre lo cuoce. Lo vede trasformarsi e ne gioisce. Anche una "semplice" salsa di pomodoro diventa per lui l'occasione per dimostrare il suo impegno e la sua bravura. Nella sua salsa di pomodoro tutto deve essere perfetto, anche il numero delle foglie di basilico. E la assaggia chiudendo gli occhi, cercando di capire, soltanto con gli occhi del cuore, se tutto sia davvero perfetto. In questi momenti sono orgoglioso di lui e del suo ristorante. Meno quando bestemmia a mezza voce e mi tratta come l'ultimo degli imbecilli. Se vuole lo chef sa esprimere un'ironia parecchio sferzante, e riesce con estrema facilità a farmi imbestialire. La cucina avanti a tutto, e immagino anche avanti a me.
Cerco di non pensarci, a questo padre-padrone, e affetto le zucchine cercando di non lasciarci l'unghia e il dito, come l'ultima volta.
Lavorando il tempo passa veloce. E' già arrivata l'ora di mettere i pantaloni neri, le scarpe nere e la giacca con i bottoni dorati. Preparo i tavoli. L'ultima volta che non ho messo il bicchiere del vino al suo giusto posto, cioè davanti alla punta del coltello e spostato un po' a sinistra, mi ha detto di tutto. Inevitabilmente ho imparato, a mie spese. Ma non è cattivo, intendiamoci: ogni tanto mi sento una carezza sul collo e, voltandomi, vedo che ha gli occhi lucidi. Chissà cosa gli frulla, per quel cazzo di testa brizzolata....
Tutto è pronto. La sala è a posto. In cucina la linea è OK. Mancano solo i clienti. Aspetterò quaranta minuti prima che arrivino, i miei primi clienti di questa settimana di passione.
Sono in due, un uomo e una donna. Lui è corpulento, con un'espressione sorridente, lei, più alta di lui, ha un cespuglio di capelli biondi che le incorniciano il viso, da cui spiccano due occhi profondamente neri. Si siedono a un tavolo rotondo, dietro una colonna, vicini al pass. Almeno cento anni in due. Vecchi, semplicemente. Ma sono clienti, e io devo sfoderare con loro il migliore dei miei sorrisi. Per fortuna non è difficile, perché mi trattano con gentilezza e sono simpatici. Gli porto la carta e vado a prendere il vino. Mentre torno con la bottiglia dello champagne in mano, ghiacciato si è raccomandato lui, li trovo abbracciati e, con le bocche saldate, si baciano come se non si vedessero da anni. Pensavo fossero due amici ma non direi proprio. Mi ricordano certi baci che davo a Giovanna l'estate scorsa. Per nulla intimiditi dalla mia presenza continuano a baciarsi con gli occhi chiusi. Che fare? Provo a raschiarmi la voce e allora lui apre un occhio, e si stacca dolcemente. Ma la mano gliela stringe sempre con tale forza che le dita di lei sono sbiancate. Gli faccio assaggiare il Cliquot: "Va bene", mi dice. Meno male, papà dice che spesso il Cliquot sa di tappo. Ma ho come l'impressione che anche se gli avessi servito Champagne marca "cesso" sarebbe andato bene lo stesso.
Prendo la comanda e appena mi volto sono di nuovo abbracciati stretti, si sono avvicinati persino le seggiole. Mi volto per pigliare il macinino del pepe, che non mi serve, e vedo le mani di lui che le accarezzano delicatamente i capelli. Per tutto il pasto sarà più il tempo che dedicheranno ai baci che quello destinato al mangiare.
C'è qualcosa che non riesco a capire. Ma non si vergognano? Fossero due ragazzi come me li capirei, ma sono due vecchi, queste cose non le dovrebbero fare. Certo, il cliente può fare tutto quello che vuole, ovvio. Ma io mi sento in grande imbarazzo.
Loro due invece, con il massimo della naturalezza, continuano a scambiarsi saliva imperterriti.
"Peccato di non avere nel ristorante un divano letto con tre paraventi", mi sorprendo a pensare, trattenendomi dal ridere ma senza riuscirci, intanto che rientro in cucina con i piatti vuoti. Papà, che mi ha letto nel cuore, avvicina l'indice della mano destra alle labbra. Silenzio vuole. Ma sorride anche lui.
Gli porto infine il dessert. E lui le sta baciando la punta del naso. Lei ha un'espressione di felicità assoluta, mi fa pensare che si prenda tutti quei baci e se li conservi nel cuore. Sono felici, e a un tratto non li vedo più come due vecchi ma solo come due persone senza età, che vogliono solo scambiarsi il loro bene nel mio ristorante.
Oddio, sono bastati due sconosciuti e ho detto "il MIO ristorante", anche se è grazie a papà che questo ristorante ha qualcosa di magico.
Non posso lasciar perdere questa magia. Ho cambiato idea. Voglio lavorare qui.
Quando escono, in fretta e furia perché per loro deve essere tardi, la aiuto a infilarsi il cappotto e le mormoro titubante "Vi aspetto presto nel nostro ristorante". E il suo "certamente" è una promessa.




lunedì 29 luglio 2013

OCCHI

Eloise ha trentatré anni. Jacques ne ha tre. Il papà di Jacques non c'è, è solo il ricordo di una notte d'amore.
Non lo conosceva da molto, Enrico, se poi si chiamava davvero così. Giorni. Si erano incontrati una notte in un bar di Marsiglia, subito dietro il porto, quando lei, stravolta dal caldo, era uscita dal turno di notte della reception dell'hotel, e si era concessa una birra prima di tornare a casa.
Aveva sentito la presenza di quell'uomo ancor prima di vederlo, dietro di lei, ed era così stanca che aveva fatto fatica persino a voltarsi. Ma quegli occhi l'avevano stregata.
Non bello, non alto, non elegante, ma con due occhi che ti leggevano l'anima. Italiano, le aveva detto di essere, e lei aveva pensato subito a quei siciliani che gestivano il traffico delle bionde, bionde come i suoi baffi.
Anche se lei non aveva mai avuto difficoltà a trovarsi un uomo, riusciva a vedere in lui qualcosa di diverso, qualcosa che lei stessa non riusciva a capire interamente, qualcosa che l'aveva indotta a volerlo a tutti i costi. Eloise non era certo una donna "facile", né facile era mai stato conquistarla. Eppure, nel volgere del tempo che ci vuole per bere una birra, si era stabilito fra di loro un flusso molto tangibile, anche se poco descrivibile. Desiderio, amore, altro. Lo lasciò quasi subito e tornò a casa col cuore in tumulto.
Il mattino dopo telefonò al suo capo chiedendo di essere messa tutti i giorni a quel turno che finiva a mezzanotte, da nessuno ambìto, e lo ottenne con facilità. Era una donna sola, libera, poteva gestirsi il lavoro e la giornata come meglio credeva. Non gli aveva dato un rendez-vous per quella notte ma sperava che l'avrebbe rivisto. Dentro di sé ne era certa.
Si fece trovare seduta a un tavolino di quel bistrot, che per alcune notti li avrebbe accolti con dolcezza, con un'espressione di attesa che si sentiva addosso ma che non avrebbe voluto mostrare.
Enrico, quella notte, arrivò a mezzanotte e un quarto. Lei era alla seconda birra, e non riuscì a dissimulare il suo desiderio.
Lui cominciò a parlare a bassa voce ma sommessamente, in un francese carico di inflessioni siciliane, e lei, pur ascoltandolo con attenzione e capendo ogni parola, riusciva lo stesso a dissociarsi e a pensare simultaneamente al fremito che avrebbe provato a farsi accarezzare il seno da quelle dita nodose. Ma cosa aveva quest'uomo di così speciale? Eloise non lo capì mai. Lui parlava e lei ascoltava beata, anche se era indubbiamente un uomo logorroico.
Gli prese la mano e gliela strinse. Lui non si mostrò stupito neanche un po' e ricambio la stretta, con forza. Anche quella sera si lasciarono senza darsi un appuntamento.
L'ultima sera che si videro lei non gli lasciò più la mano, e senza dir niente se lo portò a casa. Il desiderio di essere accarezzata da lui era diventato un'idea fissa e, in quel momento, l'unico scopo della sua vita. Non si sbagliava, comunque. Quelle mani grosse, da contadino, ci sapevano fare. E fare l'amore fu come realizzare il sogno della vita.
Alle sette e quaranta del mattino lui la salutò con un bacio silenzioso.

Non pensava che quella notte, in cui era affogata nei suoi occhi, le potesse costare così tanto. Il posto di lavoro, tanto per cominciare. Le donne incinte non possono stare al banco della reception. E l'albergo non era certo disposto a pagarle un lungo periodo senza farla lavorare. La casa, la sua casa, arredata negli anni con tanto affetto, la dovette lasciare, perché l'affitto era in quella situazione insostenibile.
La cosa che le costò di più fu il doversi riavvicinare ai suoi genitori, che aveva bruscamente tagliato tanti anni prima, per crearsi la sua indipendenza.
Per lei fu incredibile essere riaccolta con grande dolcezza, lei e la sua gravidanza. Quando la videro la riabbracciarono in silenzio, e la strinsero entrambi con grande forza. Eloise gli aveva telefonato il giorno prima, spiegando, non senza imbarazzo, la situazione. Le venne anche in mente, lei che era stata educata dalle suore, la parabola del figliuol prodigo. Le chiesero se preferiva stare lì con loro o che le trovassero, e le pagassero, un alloggio, per lei e per il bambino. Eloise si sentì subito così tanto avvolta dal loro amore che, per la prima volta, dalla notizia di essere rimasta incinta, pianse a lungo, sfogando il terrore e l'incertezza di quel cambiamento di vita così radicale. Restò d'accordo con papà e mamma che avrebbero cercato insieme qualcosa, e che sarebbe rimasta con loro fino a quando non l'avrebbero trovato.

Le sembrava che la pancia le crescesse un po' di più ogni giorno, trovandovi sempre qualche cosa di diverso. Volle andare in sala parto da sola, e volle che i genitori restassero a casa. Arrivati a casa, quella mattina di luglio, lesse nei loro occhi una grande felicità. E anche lei, felice e orgogliosa di questa famiglia così delicata, che un tempo ormai lontano non era riuscita a comprendere, pianse di nuovo, per la seconda e ultima volta in quei nove mesi.

Jacques era un nome che le era sempre piaciuto, il nome di Casanova. Aveva trovato, grazie alla mamma, un piccolo lavoro che poteva fare a casa, scrivere sul computer testi autografi di scrittori, o sedicenti scrittori, forse. Così poteva stare vicina a lui.
Non voleva riconoscerlo e distoglieva il pensiero ogni volta che le veniva ma Jacques aveva gli stessi occhi di Enrico, e le stesse mani, in piccolo ma le stesse. Quando lo teneva in braccio, la notte, per farlo riaddormentare, sentiva lo stesso profumo della pelle del padre, e il suo pensiero riandava a quella notte: un sogno a occhi aperti, proprio come le era sembrato in quel momento.
Ma non aveva rancore, non si domandava perché fosse scomparso. In un certo senso pensava che quello fosse il destino che a lei era stato riservato, e contro il destino non si può combattere. Semplicemente lo accettava.

Una sera, Jacques avrà avuto tre anni, Eloise tornò a casa con un puzzle. Da un po' l'aveva adocchiato nel negozio sotto casa, ma c'erano volute tre settimane di risparmi per poterselo comperare. Vi era raffigurato un corsaro, con la benda nera su un occhio, buffamente vestito e con un'aria da gran bonaccione, barba e baffi biondi, occhi azzurri, sullo sfondo di una notte illuminata soltanto dal chiarore della luna piena, circondata da minuscole stelline. Poco credibile come corsaro ma troppo simpatico. Cinquemila pezzi.
Arrivata a casa spiegò a Jacques di cosa si trattava, ma lui continuava a rimirare il disegno sul coperchio della scatola, e diceva "bello, bello".
Gli spiegò che sarebbe venuta una fatina e che avrebbe messo qualche tessera ogni notte, e così nel giro di poco Jacques avrebbe avuto il suo bel corsaro nero appeso al muro della cameretta.
Tre mesi ci impiegò. L'80% delle tessere era nero come certe notti in campagna sanno essere, notti buie d'inverno, silenziose e solitarie. E così furono le sue notti, buie, perché non si poteva tenere la luce accesa ma solo una piccola abat-jour, silenziose e solitarie. Dopo avere finito di scrivere i suoi scartafacci di scrittori illusi da un successo che non verrà, si applicava a cercare le tessere del puzzle, e trovarne una era un piccolo successo. Gli occhi ci lasciò su quel puzzle.

E quando Jacques la mattina trovava qualche tessera in più, e la veniva a chiamare dicendole "Mamma, hai visto che è venuta la fatina del puzzle?" lei era pervasa da una felicità ancora più grande di quella che, in quella notte, le aveva portato Jacques.  


domenica 21 luglio 2013

Finalmente c'era riuscito (2, la vendetta)

Quella balorda ha avuto il coraggio di telefonarmi. Al terzo tentativo ho tirato su, più che altro per non sentire il trillo fastidioso del telefono. Ho cercato di essere molto formale ma non sono certo di esserci riuscito. Mi ha spiegato di una certa scuola, non ho ben capito, sembrava sincera. Per un attimo ho avuto l'idea di dirle che avevo invitato la mia vicina spagnola, ma poi ho lasciato perdere: si sarebbe accorta che era una cattiva bugia, o una bugia cattiva.
Comunque è riuscita a stupirmi: mi ha invitato a cena sabato sera.

Quel cretino faceva il prezioso...., so benissimo che schiatta dalla voglia di rivedermi e invece mi ha detto che aveva un impegno, che provava a disdirlo, che mi avrebbe fatto sapere. Non so neanche io se faccio bene a invitarlo. Uomo interessante, senza dubbio, forse curioso più che interessante. Assolutamente convinto di essere il miglior cuoco della terra: non ci vorrà molto a smontarlo.
Guida come un animale: è incredibile che abbia ancora la patente. Coltiva un look assurdo, fra il poeta maledetto e il gold standard del barbone. Torvo, a volte, dolcissimo se ne ha voglia. Chissà quanti anni potrà avere, sicuramente ne vuole dimostrare di più.
Certo che quando incomincia a raccontare.... ricordo bene quando l'ho conosciuto: era in quella piazzetta di Genova, nel centro storico, quella impregnata dal fumo degli spinelli. Era un giovedì pomeriggio ed ero uscita con Sara per lo shopping. Abbiamo comperato cose carini e inutili fino alle sette e mezza e, se avessimo potuto, saremmo andate avanti fino alle nove. Stremate ci siamo accasciate su scomode seggiole e abbiamo ordinato due Margarita, col lime, naturalmente.
Siamo state subito colpite da quel nostro vicino di tavolino così poco convenzionale, che raccontava al suo amico, con tono stentoreo, i trucchi per preparare l'anatra all'arancia. Siamo persino rimaste silenziose ad ascoltare. Raccontava e godeva, lo si capiva benissimo. E ogni ingrediente veniva analizzato, e ogni dose spiegata. Il suo amico, probabilmente aduso a tali sproloqui, aveva un'aria vagamente rassegnata ma io e Sara eravamo rapite. E l'uomo dalla barba fatta la settimana prima se n'è accorto. E' bastato incrociare gli occhi.
Ci ha chiesto se fossimo interessate anche noi alla cucina, anzi alla Cucina con la maiuscola, come ha detto. E noi a fare di sì con la testa. Allora si è alzato, ha preso due seggiole e ci ha invitato al loro tavolino. Così, è andato il nostro primo incontro. Son tornata a casa alle nove, navigando con una zattera su quel fiume di parole in piena.
Non potrei dire che non mi abbia colpito. Anche Sara se ne è accorta.

Vuole invitarmi a cena, la pazza. Non sa cosa rischia, ah ah. Finirà che ogni piatto che mi farà (ma quanti ne farà??) passerà sotto l'esame del mio occhio più che critico. Non gliene farò passare una, anche dell'olio le chiederò conto.
Non riesco ancora a rendermene ben conto ma credo di essere felice.

Stasera viene, e sono già pentita. Come puoi dare da mangiare a uno che si racconta esperto di cucina? Devo rapidamente inventarmi qualcosa ma la testa è orribilmente svuotata. Due spaghettini al burro col tubetto di concentrato? Perché no, del resto ho come l'idea che non venga per mangiare, ih ih. Ma voglio stupirlo.
Poco a poco si fanno strada nella mente alcune idee..... le tengo lì. Intanto pulisco un po' la casa. Dovrà essere perfetta. Poi la doccia, con quel bagno schiuma un po' oleoso che mi lascia sulla pelle un profumo molto sexy....
Sono le undici, devo andare al mercato a fare la spesa. La doccia mi ha chiarito il menù, non le idee circa il significato di questa cena. Ma per fare la spesa avere chiaro in testa il menù basta e avanza.
E' questo:
- risotto con verdurine fresche, petto di pollo e curry
- arrosto di filetto di maiale farcito all'ananas, con salsa alla senape profumata di pompelmo rosa
- un dolce al cucchiaio che ho già in mente, con le mitiche macine del mulino bianco inzuppate di caffè, e sopra una crema di panna e yoghurt.
Resterà a bocca aperta.

La donna dai capelli a cespuglio, come amo chiamarla nei miei pensieri, starà lavorando per me.... e io sono qui, stravaccato sul divano a cercare di dormire. Ho una voglia di lasciar perdere tutto. Non riesco ad alzarmi. Ho tre ore ancora. Il barbiere può essere una buona idea. La doccia prima o dopo? Dopo, dài. Tanto lo shampoo lo faccio lì. Magari me lo fa quella giovinotta.... adoro farmi fare lo shampoo: chiudo gli occhi e mi lancio in sogni osceni. Vado, vado......

Sono al mercato e ho voglia di scappare. Sarebbe il secondo bidone, lo so, ma mi è scappata ogni voglia. Ho la lista in mano ma giro a vuoto, non sono concentrata. Devo ricordarmi anche il pane e il vino, e per il vino non so dove sbattere la testa. Finirà che andrò in enoteca col menù in mano, a farmi spellare.

Eccomi a casa. Barba e capelli, e anche le mani, per sovrammercato. Mi tuffo nella doccia. E inevitabilmente incomincio a immaginare questa cena. Come sarà questa casa? Avrà un divano comodo? E come apparecchierà la tavola? Classico o informale?
In realtà sono tutti pensieri che ne mascherano uno solo: perché sono mesi che penso a questa donna? Che cosa mi piace in lei? Quelle poche volte che ci siamo visti, in campo neutro, ho cercato di mostrare sempre il mio lato migliore e forse anche lei ha fatto così. Adoro quella sua voglia di parlare, di raccontarsi, di condividere ogni cosa della sua vita. Una compagna ideale per uno che adora fare viaggi in macchina scambiando tre parole col vicino. Uno che in treno cerca gli scompartimenti vuoti. Oddio, se poi uno ha bisogno di me faccio in quattro ma il primo passo mai. Troppo pericoloso. Quelle tre volte che ci siamo visti mi ha fatto sentire accettato. Il problema è che non credo di avere grandi risorse. Certo come compagno di un happy hour penso di essere perfetto, magari anche di una cena, ma poi.....
Cercherò di fare una buona figura, le racconterò del libro che sto leggendo, "L'uomo che amava le donne". Magari riuscirò a farla divertire.


E' tutto pronto. Mi sono fatta un culo spropositato, sono in un bagno di sudore ma è tutto pronto. Il dolce è in frigo. L'arrosto è a intiepidire in forno.
Ho anche già fatto soffriggere la cipolla del risotto, per guadagnare tempo. Gewurtz Traminer, ho scelto, con l'aiuto del negoziante. Non so se mi ha indirizzato su quel vino per il prezzo. Non voglio domandarmelo. La tavola è pronta. Con le tovagliette, quelle con tanti tipi di pasta, mi fanno allegria. Due bicchieri ciascuno. Ma solo la forchetta e il tovagliolo, piegato come mi ha insegnato mia madre. Mancano venti minuti all'ora X. Friggo, come non mi era mai successo. Cosa avrà mai quest'uomo?

E' stato molto bello. Lei, era molto bella. Il bacino che le ho dato entrando mi ha rivelato una pelle morbida e profumata. Mi ha fatto un Negroni, perfettamente, e mi ha offerto certe pizzette con le mele e il gorgonzola. Ci siamo seduti a tavola piacevolmente brilli.
Le ho fatto i complimenti per la tavola. Una cena che anche io non esito a definire perfetta. Il risotto con le verdurine tutte separatamente cotte, un arrostino con un profumo di pompelmo da schiattare e un dolce che mi ha ricordato le colazioni da bambino. Mettiamola così: se cucina tutti i giorni così me la dovrei s. Ma non lo voglio neanche immaginare.
Il dopo cena, con i Queen sullo stereo, è stato rilassante. Ha parlato lei, e le ho fatto capire che a me piace ascoltarla. Entrambi non ci saremmo fermati più di assecondare i nostri piaceri. Tutto lì. Sono uscito felice, dimenticandomi che mi sarebbe piaciuto che si fosse abbandonata nelle mie braccia, che era un po' l'idea con cui sono entrato in quella casa.

E' uscito. Non volevo chiudergli la porta.
Stasera l'aspetto era certo meglio del solito. Aveva fatto anche la barba. Dargli un bacino quando è entrato in casa mi ha scatenato un brivido che ho sentito fino al quinto dito del piede. Tutto è andato molto bene. Dopo cena mi ha ascoltato con desiderio, guardandomi sempre fissa negli occhi, con quei suoi due occhi ingranditi dagli occhiali da presbite. Veramente qualche volta l'ho beccato con gli occhi sul decolletè, generosamente esposto. Ma li ha tirati subito su. Mi piace parlare, ho tante cose da dire. Mi piace avere un uomo davanti che mostra di ascoltarmi con grande tenerezza. Mi piace quest'uomo. Emette qualcosa di nuovo e di dolce. Perché non gli ho detto di fermarsi a dormire?


Mi ha appena mandato un messaggino ringraziandomi. Mi invita sabato prossimo.......... SONO FELICE.






domenica 14 luglio 2013

Foche

Sei solo in casa in una giornata estiva che sta ricominciando a farsi rovente dopo la pioggia liberatoria della notte e del mattino, che ti hanno comunque permesso di svegliarti (tardi, oggi è festa) non immerso nel solito bagno di sudore. Ecco perché ti alzi momentaneamente separato dal tuo solito schifoso umore.
Hai voglia di qualcosa di nuovo ma non sai ancora bene cosa. Un po' ti senti solo, son tutti in vacanza, la famiglia, gli amici. Un po' stai bene: il telefonino non squilla ancora.
Decidi che incominciare bene la giornata significa farsi il caffè alla turca, del resto è tanto che non lo fai. E' anche il segno che nella tua vita puoi prenderti una pausa, per fare qualcosa a cui tieni. Ti vai a cercare anche quel bollitore che hai comperato ad hoc ma non riesci a trovarlo. Reprimi la prima maledizione della giornata e ti imponi di farne a meno, ma non sarà perfetto.
E' vero, cerchi la perfezione in tutto e in quasi tutto quello che fai riesci a trovare un piccolo neo: ma in genere sei l'unico che se ne accorge. Ti salta anche in testa l'idea di invitare a bere il tuo caffè la vicina del piano di sotto, Encarnation, ti ha detto che si chiama, una spagnola. Ti ha suonato l'altra sera per presentarsi e ti ha lasciato piuttosto impressionato: un cespuglio di capelli scuri tenuto fermo da una pinza, e un sorriso parecchio intrigante, sexy, diciamolo pure. Ha un'irrefrenabile voglia di parlare, l'hai capito subito, e a te, quei cinque minuti, è piaciuto molto ascoltarla. Ti ha detto che canta e avresti voglia di sentirla. Magari la accompagni al pianoforte.
Ma lasci perdere tutto: hai un aspetto che ti fa paura: ti tieni l'opzione per un altro momento.

Anche perché nella mia vita c'è una novità! E mi ritorna in mente improvvisamente....Sì, un nuovo amore all'orizzonte, ma non è così o forse in un certo senso è anche così. Nella mia vita c'è una foca. Una fochina cicciottella, coi suo baffetti ed il bel musino che spunta dall'acqua. Non sono impazzito; è una foca che nuota all'acquario di Genova, in una delle tante vasche che i visitatori possono ammirare durante la visita. E io l'ho adottata! Si, ho deciso di adottare una 'fochina' dell'acquario di Genova... situazione originale, certo, ma ogni tanto è bello uscire dagli schemi che la vita ci impone.
A comperarsi un cane, un gatto od un pesce rosso sono tutti capaci, ma chi potrebbe dire di avere una foca? Io si! Ogni tanto mi collego col sito dell'acquario e posso vedere le sue foto, ora in una posa, ora nell'altra, e fa le capriole felice nella sua vasca, con il suo musino delizioso e buffo.
A volte quando sento pungente il bisogno di vederla, vado all'acquario a trovarla: e lei nuota felice, quasi fosse in grado di riconoscermi fra le tante persone che la osservano ammirate. Si potrebbe anche azzardare che ci capiamo al volo!
E così adesso, mentre sono solo nella mia casa, non mi sento affatto solo, perché penso a lei che nuota felice di avermi incontrato.

Così è la vita!





sabato 22 giugno 2013

La première fois

Siamo in treno, finalmente. Sono le due meno un quarto e il treno, con una lentezza esasperante, inizia la sua marcia. E' un sabato di novembre splendido, e non solo per il sole, che ha la dolcezza dell'autunno. Saliamo su una carrozza un po' vecchiotta, la littorina con i sedili in legno e la fila di porte per uscire. Io, lei e i nostri due amici. E soprattutto i nostri 19 anni.
Andremo a casa loro per questo week-end, in campagna, in val d'Elsa, dove uno dei due ha la casa dei nonni. Non ricordo neanche chi dei due nostri amici sia il padrone di questa casa. Ci hanno detto che è un posto proprio carino ma, ovviamente, potrebbe essere anche l'inferno in terra che non me ne curerei granché.
Non posso proprio dire di essere stanco. Al contrario del mio amico Franco, che fa il lavapiatti al ristorante, io studio, con i modi e ritmi che mi sono più consoni. Sarà per questo che l'anno scorso non sono riuscito a dare tutti gli esami. Lui il sabato dorme tutto il giorno, è l'unico giorno di riposo concessogli dal patron. Ma non si lamenta. Cerca solo di recuperare le forze. La nostra distanza sociale non ci impedisce di essere grandi amici, anche se non ci vediamo molto. Io poi ho questa ragazza che mi porta via il 99% del mio tempo libero. E debbo dire che ne sono estremamente felice.
E' la mia prima ragazza e vorrei proprio che fosse l'unica. La guardo senza farmene accorgere mentre sonnecchia tranquilla, ninnata dal rumore delle rotaie che la spinge ritmicamente contro la mia spalla, su cui appoggia la testa. Sarà felice anche lei, immagino, di questa prima vacanza insieme. E' proprio carina, con i capelli castani raccolti indietro e tenuti da un elastico, che le incorniciano quel visino da bambina un po' cresciuta. La sua amica mi piace di gran lunga meno, ma deve piacere a quell'omaccione del suo ragazzo, non a me.
Non è stato facile convincere i nostri. Ognuno di noi due ci ha messo del bello e del buono, ma alla fine ci siamo riusciti.

Ci aspettano tre ore di treno. Non ho voglia di chiaccherare. Mi accendo la pipa e fumo in silenzio, con gli occhi chiusi. Ripenso a questi due anni.
Ho avuto parecchia difficoltà a trovarmi una donna, principalmente perché ero, e sono, dell'idea che in me non ci sia niente di gradevole e di interessante. E di fisicamente piacevole, anche se non sono basso nè grasso. Chissà fra quarant'anni. Questa ragazza però forse ha saputo leggermi dentro e mi ha accolto con grande gioia. E per questo la mia riconoscenza è infinita. Non so cosa ci riserverà il futuro, anche se credo di esserne profondamente innamorato. Infatti non riesco a trovarle alcun difetto.
E' stata lei che mi ha proposto questo weekend, cogliendo al volo l'occasione offertale dalla sua collega. E mi ha anche promesso che faremo qualcosa in due, qualcosa non ancora fatta insieme. Ho una sciocca paura, se pur piccola, paura delle cose che non si conoscono bene. Ma so che vicino a lei tutto si risolverà.
Il treno continua a cantare la sua monotona canzone, ancora più lentamente, dopo che siamo scesi a Spezia e siamo saliti sul locale per A.
Finalmente arriviamo a M., minuscolo paese. Mi ricorda Rio Bo, che è una delle poesie che ho capito meglio, il paese del cuore. C'è vicino alla casetta un'aia, con un tacchino gigantesco che ha un'aria profondamente aggressiva. Questi animali mi hanno sempre fatto paura, sono meglio nel piatto. Nella casetta ci sono due camere da letto, che sono il motivo per cui siamo venuti, e un soggiorno con angolo cucina. Non ho gran voglia di cucinare, ho la testa altrove, ma è evidente. Mi fa piacere notare che la tv non c'è.
Usciamo con le prime ombre della sera e il loden ci fa proprio piacere. Propongo un aperitivo a un bar. Al bar, perché è l'unico del paese, e l'unico aperitivo che riusciamo a ottenere è un analcoolico in bottiglietta, di marca non ben precisata, così come il gusto. Gli stuzzichini sono un oggetto sconosciuto e il sacchetto di patatine che è appeso a una rastrelliera è ricoperto di polvere. Non cerco la data di scadenza. Però tutti e quattro ridiamo come degli scemi. La felicità è tanta, ci contentiamo di essere vicini e soli, e ogni intoppo diventa un'occasione di divertimento.
Decidiamo di andare dal macellaio, che è un parente loro: qualcosa bisognerà pur mettere sotto i denti. La cosa più semplice da cucinare, non mi piace ancora cucinare, sono le bistecchine di maiale con l'osso, che potranno essere cotte sulla griglia. Non ho ben chiaro in testa il fumo che faranno e penso che siano una buona idea. Cipolla e pomodori per la salsa degli spaghetti, una lattuga. Mele. Vino però un gran fiasco: mi dicono che il vino qui è buono. Ecco preparato il pranzetto degli innamorati.
Nella nebbia delle bistecche Edoardo ci racconta del servizio militare che sta facendo, con toni e accenti veramente comici. Mi faccio l'idea che, non ostante la corporatura, non sia proprio l'alpino perfetto, e rido fra me e me.
Dopo cena le ragazze sparecchiano e lavano i piatti. Che il fiasco resti lì! E, finito il rigoverno, spunta un mazzo di carte, un vecchio mazzo di carte, un po' unto. Cerco di impegnarmi. Noi giochiamo sempre uomini contro donne. Capirò col tempo che è il paradigma della guerra dei sessi. Per ora è solo un piccolo gioco per prendersi un po' in giro, con dolcezza, e chi perde è perché è "fortunato in amore". Si tratta solo di far arrivare una cert'ora.
E quell'ora arriva, e l'ansia che la accompagna nei minuti immediatamente precedenti è tanta. Non riesco a capire cosa lei abbia nella testa e questo mi preoccupa parecchio. Ma magari lei fa questo stesso pensiero. Il buio ci aiuterà.
Sotto le coperte, complice il silenzio della val d'Elsa, si compie questo piccolo rito con grande partecipazione e un po' di sorpresa, certo, e con l'idea di essere cambiati, in meglio.

Il tempo ne lascerà un ricordo un po' fumoso, come attraverso la boccata di una pipa.  



domenica 2 giugno 2013

Nota: nel mio soggiorno polacco ho conosciuto alcune studentesse di Civiltà mediterranea (Studi di cultura), e anche loro hanno scritto qualcosa da leggere al reading finale. Quello di Justyna Kantorowicz mi ha colpito molto e le ho chiesto di inviarmelo per poterlo pubblicare sul blog. 
E' talmente pieno di poesia che troverei offensivo apportare anche solo qualche piccola correzione. Per cui lo posto così come me lo ha mandato.


Era il 26 giugno. Il sole splendeva quella mattina e faceva in giorno molto caldo. Joanna ha deciso di andare il pomeriggio dopo il suo lavoro al parco di Łazienki. Tanti anni fa ci passava tantissimo tempo. Il suo posto preferito era il teatro sull’acqua – il posto delle sue immagini preferite, che le davano la speranza e unica gioia, che le accadeva nella vita.
Stava sempre in mezzo alla platea e stava osservando la scena vuota. Sulla scena vuota poteva accadere sempre tutto, era un posto pieno delle sue immagini, perché nessuno non la disturbava nel vedere e sentire buonissimo spettacolo e di vedere sulla scena le persone scelte da lei, e la protagonista poteva essere anche lei stessa. Sulla faccia sempre triste si vedeva in questi momenti un po’ di sorriso, come se accadesse qualcosa molto importante. In realtà era sempre così, che nel teatro sia vivo, sia morto e vuoto, come esso, accadeva sempre di più, che nella vita reale, anche se la sua era piena di avvenimenti. Semplicemente lo spettacolo aveva sempre la fine, e la vita non finiva mai, era solo un brano più lungo, o più corto, di tutto lo spettacolo. 
Joanna è venuta anche questa volta a sedersi, la sua faccia era molto più matura, di quella che aveva l’ultima volta quando ci è stata. Aveva 40 anni, anche se sembrava essere molto più giovane. Sedette in mezzo alla platea, accavallò le gambe, accarezzò una scalina con le dita della mano. Il suo corpo era molto leggero come una piuma, e l’anima pesante piena di pensieri. Perché sto proprio qui in mezzo alla platea? – si domandò. - Dovrei stare di là sulla scena. 
Stava guardando la piccola siepe che chiudeva la entrata. Questa palizzata che mai non le lasciava entrare le dava un sentimento di debolezza e di rabbia.
Perché sono nata proprio qui? – Pensava. Perché in Polonia? Perché a Varsavia? Polonia – il paese di tanti talenti che si sprecano. Varsavia – la città dove vincono quelli, che hanno l’armatura innata che circonda il loro cuore. Dove è il mio libero arbitrio? Dove è?
Se fossi nata in un altro paese, se la mia vita fosse stata più felice, molto probabilmente canterei nel teatro dell’opera. Se fossi stata più forte … Nel mio carattere da bambina si mescolava la voglia di cantare davanti alla gente e la vergogna e paura di loro. La natura artistica che mi costringeva a tutte le creatività artistiche e la natura filosofica e pessimistica, che mi faceva andare indietro e mi chiudeva in me stessa. Tutto non è stato come dovrebbe essere – il mio marito e la sua morte, la rinuncia del canto dopo aver finita l’Accademia di Musica, poi questo lavoro nel piccolo negozio per poter sopravvivere. Dai suoi occhi cominciarono a uscire le lacrime. Si alzò e cominciò ad avvicinarsi lentamente alla siepe, che si poteva saltare facilmente per entrare sulla scena. Si fermò davanti ai palini di legno e guardava se non c’era vicino nessuna guardia, che la potrebbe fermare. Non c’era nessuno. Tagliò le sue scarpe con i tacconi, che aveva messo proprio per andare in questo incontro con il teatro. Saltò con la velocità sopra la siepe dove era scritto “non entrare” e attraversò il ponte di legno. Entrò scalza sulla scena. Andava intorno al palcoscenico di pietra. Il suo volto era ancora pieno di lacrime, ma grazie al pianto sentiva già meno dolore e meno amarezza, dopo qualche passo si fermò, chiuse gli occhi. Stava fortemente sul palcoscenico. Sentiva come se i suoi piedi si rimarginassero con la terra, e come se la terra respirasse grazie a lei. Il suono di musica dell’opera le girava in testa. Il suo palato era già alzato, la laringe abbassata, la mandibola sciolta. Dopo che aveva preso il respiro ancora più profondo, cominciò a cantare. Era una delle bellissime arie di opera “Halka” di Moniuszko. Anche se lei non fu lasciata apposto da un uomo vivo a causa di un’altra donna, fu lasciata sola a causa della morte di Michele. Così capiva bene la tristezza nella quale non era più né speranza né voglia di vivere.
Adesso però si sentì come se lo potesse vedere, come se lui potesse arrivare da lei, abbracciarla e dirle, come sempre faceva: “Abbi forza. Non avere paura!”, e perciò canto l’aria che era ancora piena di speranza, l’aria nella quale Halka ancora credeva che Jaśko sarebbe venuto. La voce di Joanna era bellissima, delicata, ben condotta. Si sentiva, che aveva finito l’Accademia di Musica. Cantava “tornerà Jaśko, tornerà”, immaginando il suo Michele morto. E lo vede - la sua immagine nella prima fila di platea. Era piena di sorriso, a la guardava con orgoglio, era felice dei successi di Joanna. 
E lei, adesso, le cui lacrime sono state già asciugate dal sole, cantava con il suo piccolo sorriso. Quando finì le sembro che Michele fosse venuto sulla scena per abbracciarla, che le desse una forza nuova. 
Andrò negli Stati Uniti per cantare – pensò e lì troverò dei buoni insegnanti e tornerò al canto.
Mentre faceva queste immagini, sentì la voce che parlava, e si sentì come se qualcuno la destasse dal sogno. Era un uomo alla guardia del parco.
Esca subito dal palcoscenico – disse.
Lei stava stupita e lo guardava con curiosità, non si mosse. Lui ripeté la commenda e disse: Purtroppo lei deve pagare la multa. Ha cantato bene, brava! Però non c’e giustificazione. Non si entra là. 
Ma non ho soldi, veramente non c’e l’ho. Mi lasci andare! – Rispose.
L’uomo le guardava un po’ senza dire niente e alla fine la lasciò andare. Lei pensava allora all’assurdità dei suoi pensieri precedenti del viaggio negli Stati Uniti., ma dall’altra parte le rimase un po’ di forza dopo l’appuntamento con il suo marito morto. 
Farò quello che posso fare – pensò – anche se la mia ambizione di fare qualsiasi cosa fosse determinata. Voglio cantare. Adesso è importante che voglio. Perché non tutti e non sempre hanno questo dono di avere voglia. Sono determinata e artefice della mia sorte.