domenica 20 luglio 2014

SCAPPARE 6

Stamane il mio ospite e duce piomba giù, mentre sto cucinando. Anzi,piombano in due, col felino mollemente adagiato sulla spalla destra. Sono attaccati col mastice, quei due. Si sono seduti sulla seggiola, con l'evidente atteggiamento di chi aspetta che sia pronto. E io mi sono sentito chef e maître allo stesso tempo, e, per la prima volta nei suoi confronti, medico. Mi guarda con gli occhi socchiusi mentre mi affaccendo e, come sempre, parlo a me stesso, ritmando il mio lavoro: "Via!", "Fatto!", più tutte le imprecazioni che non voglio mettere sulla carta, quando mi scotto o quando mi affetto un dito, cosa disdicevole perché poi sanguino per ore, e cucinare incerottato è una delle cose più brutte della vita. Non dice niente, lui, ed entrambi sono attentissimi e non si perdono nessun passaggio.
Questo primo, e chissà che non sia l'ultimo, desinare insieme all'Orco, merita lo Champagne. Ed è proprio quello che esce dal frigorifero, assieme a uno straccetto di carne che il certosino più che mangiare aspira. Con l'occasione gli somministro quella carezza di cui da più giorni mi porto la voglia dietro. Dopo cena apriamo la bottiglia del Calvados, con l'illusione che sturi davvero le arterie. Adesso, seduto di fronte a lui, tranquillo, posso permettermi di guardarlo con un po' più di attenzione. Prima domanda: è più vecchio di me? Forse. Condividiamo l'uso sporadico del rasoio ma la sua barba, 7-10 giorni, è bianca. Il viso e le mani sono coperti da una cute raggrinzita, non più elastica, con quelle macchie tipiche del danno da sole. Realizzo che è inutile spiegargli che è una situazione preneoplastica. I suoi abiti sono semplici, in tinta unita, e danno l'impressione di pulizia. E' pettinato e ha i capelli ben tagliati (gli chiederò quando viene il barbiere), con la scriminatura a destra. Fuma più di me, perché ha i baffi ingialliti, assieme all'indice delle mani. Esprime pace, in questo aiutato dalla bestia, adesso placidamente appoggiata sul suo collo, con le zampe ai due lati, che lui tiene con le mani. Il Moscoforo, senza dubbio, anche se il gattone non è ancora un vitello. E come il Moscoforo sono un tutt'uno. "Come lo chiami?", gli chiedo incoraggiato dal Calvados. Per lui immagino qualche nome glorioso, tipo Achillèus. "Non ho bisogno di chiamarlo, basta un'occhiata. Ma anche l'occhiata poi non serve, mi è attaccato come una piattola...." e sghignazza improvvisamente, gioioso del bene che il gatto gli dimostra. "Mi piacerebbe prenderlo in braccio", penso ad alta voce. "Non ci riuscirai. Lui è parte di me". Ok, pratica chiusa.
"Come sei finito qua?" gli chiedo, più che con curiosità con lo stupore di avere avuto il coraggio di chiederglielo. "Non sono capace a vivere come gli altri. So rendermi veramente intollerabile. E la pazienza di quella donna a un certo punto è finita. Si è fatta una valigina e se ne è semplicemente andata via. Dopo una settimana ero sul gommone, quello che ha portato te. Certo, mi manca parecchio. Credo di averla amata tanto ma forse non è stato abbastanza. O forse mi sono ostinato nel credere che lei fosse la donna giusta. Si vede che così non era. Non ho avuto il coraggio di provare a ricominciare. Sono scappato".
Pronuncia queste parole con tono un po' ironico. Capisco bene che la ferita è ancora aperta, ancorché non recente. Chissà cosa avranno sbagliato....
Siamo scappati entrambi, quindi, ma entrambi non possiamo scappare da noi stessi.





SCAPPARE 5 -CONFIDENZE E RICORDI

"Passata è la tempesta. Odo augelli far festa". Veramente qui non si ode nulla, e stamattina anche l'onda che muore sulla riva corre silenziosamente. E' un'ondetta. Il ricordo di ieri sta sfumando e l'essere svegliato dalla luce del sole mi riempie di dolcezza. Una luce ancora gentile, come ti sei sempre sognato che dovrebbe essere la carezza del tuo amore che ti sveglia al mattino. Indugio ad alzarmi, e mi sgranchisco sistematicamente tutte le articolazioni intorpidite. Non ricordo neanche bene quanta paura ho provato, e quindi mi alzo sereno.
Dopo colazione mi metto a lavorare: voglio fare subito il piatto da portare su, ghemistà, i pomodori alla greca, ripieni di riso e verdure. Non ci vuole molto, per chi è pratico. Sono proprio belli. Dato che l'Orco non è ancora passato decido di salire su io, magari riesco a fare una carezza al gattone. A differenza di lui io busso, e con vigore. "Entra!" mi viene gridato dal di dentro. Varco l'uscio e vengo avvolto dalla nuvola del pane appena sfornato. "Oggi pomodori ripieni di riso!", esclamo con orgoglio. Mi guardo anche intorno per cercare la bestia, ma non la vedo.
"Come è andata ieri? Ti ho visto tornare di corsa". Nulla sfugge all'Orco. "Non ho mai avuto tanta paura come iersera", ascolto un poco stupito la mia risposta: quest'uomo suscita confidenza. "Ogni tanto qui capita. Vedrai, la seconda volta sarà meno paurosa."
Quest'uomo è saggio. Ha detto questa frase con un tono di sollecitudine paterna che ha mosso dentro di me qualcosa di profondo. "E comunque c'è di peggio", continua con lo stesso tono di voce, "Per esempio avere avere un infarto qui sul faro. E sedersi in poltrona ad aspettare". Stupefacente, forse mi sta prendendo in giro... "Qualche mese fa, quest'inverno, mentre stavo cenando, mi si è improvvisamente chiuso lo stomaco e ho avuto un capogiro. Mi sono seduto e nel giro di pochi minuti ho sentito un dolore lancinante alla mano sinistra". "E allora cosa hai fatto?", chiedo. "Nulla. Cosa vuoi che facessi? Qui non c'è proprio niente da fare, che non sia la manutenzione e la custodia del faro. Mi sono seduto e ho aspettato. Forse sarei morto, forse no". "Ma non avevi il satellitare?" "Certo. Ma non ho voluto usarlo". L'Orco ha voluto sfidare la morte, aspettandola tranquillamente con il suo certosino in braccio. Un coraggio da leone? L'incoscienza di un pazzo? Non sono io la persona più adatta a giudicarlo. "E adesso come stai?". "Non ho più il dolore alla mano". Sei un grande, Orco, davvero. Non sono capace a raccontare l'ironia con cui mi hai detto queste parole ma sei riuscito a farmi sorridere. Io, quando ho avuto l'infarto, ho fatto tutto quello "che si doveva fare", ma adesso capisco che avrei anche potuto fare qualcosa di diverso...
Mi prendo il mio pane fumante e me ne vado, col desiderio di abbracciarlo.
Adesso io e Lui condividiamo qualcosa. Ci penso mentre scendo la mezza scala col pane tiepido in braccio. Non ricordo poi così volentieri il mio, di infarto, anche se non posso farne a meno, visto il mezz'etto di pillole che devo sorbirmi ogni giorno. La mia paura, quella sera, non era tanto quella di morire, cose del resto semplice come l'addormentarsi, ma quella di perdere il controllo della situazione. Il mio fato benigno ha deciso di permettermi di essere sempre presente in ogni momento di quelle tre lunghe ore, tanto che alla fine mi è persino tornato un certo buonumore.

Per scacciare il ricordo mi farcisco il pane con con fagiolini, tonno e acciughe. Un uovo bollito. Due falde di peperone. Un filo d'olio. Il sale purtroppo no. E le sempre adorate erbe di Provenza. Tante, ne ho portate.


giovedì 10 luglio 2014

SCAPPARE 4: LA TEMPESTA

Così, molto semplicemente e senza esserci messi d'accordo, day by day, l'Orco mi porta il pane e io gli porto il "plat du jour". Siamo entrambi contenti, certo, ma io, non foss'altro per curiosità, vorrei che qualche volta mangiassimo insieme.
"Dare da mangiare" è il mio imperativo categorico, e in un certo senso la mia nemesi. Non solo per nutrire, ma per ricevere lode e apprezzamento, necessari come l'ossigeno che respiro. E' per questo che il cucinare solo per me stesso mi avvilisce, al punto di arrivare, talvolta, a mangiare senza cucinare. Cucinare per qualcuno invece mi riempie di gioia, e più sono le persone più mi diverto. Il mio necrologio vorrei fosse: "Nella sua amata cucina, circondato dai suoi fornelli, preparando l'ultima cena per un vasto numero di commensali, ci ha lasciato col sorriso sulle labbra..... ", ah ah ah. Chissà se qualcuno avrà il coraggio!

Oggi il mare è mosso e c'è vento. C'è caldo, è vero, ma non me la sono sentita di fare il bagno, neanche con la corda "di sicurezza". Non vorrei che la corrente decidesse, mio malgrado, di riportarmi a Buenos Ayres. Perché qui sto bene.
E' strana l'aria, pregna di umidità appiccicosa. Anche il silenzio che mi avvolge non è lo stesso degli altri giorni. Il sole lo vedo poco, avvolto da grigi nuvoloni. Meno male che il plat du jour l'ho già preparato, perché non ho nessuna voglia di cucinare. Brutto segno. L'umore è a terra. Oggi, dopo dieci giorni che sono qua, non ho voglia di fare niente, e sto accoccolato con le ginocchia fra le braccia di fronte al moletto dove ha attraccato il gommone la prima sera, su un fazzoletto sabbioso che neanche in un impeto di ottimismo chiamerei spiaggia.
Cerco di non pensare ma non ci riesco, persone, situazioni, amori, mi affollano la mente, mescolandosi fra loro e confondendomi, "Quella volta nella toilette del treno, ma con chi ero??". Ho bisogno di svuotarmelo, il cervello, non di riempirlo di fantasmi. Non riesco neanche a dormire perché mi sento dentro un'agitazione che mi scuote. Non capisco cosa ho, so solo che non vorrei star male proprio qui, per mille motivi. Mi è scappata anche la voglia di fumare. L'ultima sigaretta che ho in bocca viene spenta, con divina millimetrica precisione, da un gocciolone di acqua.
Alzando la testa mi accorgo che il cielo è quasi nero. Altre gocce, fredde e pesanti, mi cadono sulle ginocchia. Devo tornare su, rapidamente. Chissà perché mi ero fatto l'idea che in questo posto non dovesse piovere. Non potesse piovere. Invece... non ostante faccia i cento passi quasi di corsa arrivo in casa marcio, e ansimante, come se qualcuno mi avesse inseguito per ammazzarmi. Mi spoglio e mi asciugo.
Il rumore del mare incomincia ad aumentare, le onde sono alte e si rompono sugli scogli con scoppi sordi. Da dove sono, nell'open space, dovrei essere più che sicuro, ragionandoci a mente fredda: viceversa mi prende una paura incontrollabile e inarrestabile, e mi figuro quando arriverà l'onda "buona", che si porterà via faro, Orco e cuoco. Non riesco a calmarmi. Ma chi me l'ha fatta fare di venire a seppellirmi qui, a Napoli si stava tanto bene... Mi sento impotente e non riesco a tranquillizzarmi. Il rumore della pioggia battente aumenta, si fa assordante, e gli scoppi delle onde esplodono sugli scogli sempre più forti. Mi stendo sul letto, rimbecillito dalla paura. Ho paura persino ad accendere la luce. Mi rannicchio nel buio. Gli elementi si sono scatenati tutti insieme contro il faro, e dentro ci sono io.
La cosa incredibile è che non arriva quel momento in cui la tempesta accenni a diminuire, in cui puoi, anche solo un attimo, pensare "il peggio è passato". No, cresce continuamente di intensità. Ma chi mai si sarebbe potuto immaginare un simile casino? E' tutta esperienza, anche se ne avrei fatto volentieri a meno.
Non voglio andare dall'Orco, e non voglio che pensi che ho avuto paura (chissà mai perché).
Immagino, senza esserne certo, che tutto ciò debba finire. Ho persino dimenticato il mio cattivo umore: no, non l'ho dimenticato. E' finito con l'inizio della tempesta, che non accenna a diminuire.
In un barlume di lucidità comunque realizzo che se finora non si è portata via il faro è verisimile che non lo faccia più, anche se il fragore cresce continuamente. Questo pensiero mi tranquillizza un poco. Mi tiro le coperte addosso (fa freddo davvero, adesso) e finalmente chiudo gli occhi, rannicchiato in posizione fetale. Mi manca il dito in bocca, ma arriveremo anche a questo.

Quanto avrò dormito? Fuori il cielo nero continua a vomitare incredibili quantità di acqua. Dalla finestra non vedo più niente, buio totale. Ascolto gli scrosci, ritmati, delle onde sugli scogli. Tiro fuori l'orologio che quando decisi di vivere con i ritmi del sole era finito nel cassetto delle posate. Sono le nove della sera. Ho parecchia paura ancora a toccare l'interruttore della luce, per cui mi accendo una stearica, che avevo adocchiato subito al mio arrivo. La sua luce tremula e fioca cambia la fisionomia di tutto quello che mi circonda, microfaro dentro un macrofaro. Mi viene in mente il campo di tennis nella pallina di tennis, ricordo delle lezioni universitarie. Cosa mi aveva dato all'esame quel professore? Ventitre, mi sembra. Era un allievo di colui che con stolida protervia era riuscito a far perdere all'Italia quel grande ciclista. Vedi ben che sopravvivere è solo questione di fortuna. Ed essere felici è un'utopia.
Cucinare al lume di candela.
Non allestire una romantica cenetta per due ma cucinare per sedare il panico, farsi qualcosa da mangiare che abbia l'effetto di rincuorare. Una frittata mi sembra una buona idea, la frittata necessita di fantasia e attenzione. Uova, sale, ricotta, erbe di Provenza. Cipolle e patate a fette, precedentemente saltate. Ho il pane dell'Orco. Due pere belle. Se voglio dormirci sopra il Cabernet me lo devo finire tutto, non c'è santo, anche perché la frittata sarà un poco indigesta.
E' poco verisimile scriverlo, lo ammetto, ma forse mentre sto cucinando il rumore fuori diminuisce. Le gocce che cadono sui vetri si fanno via via più fini.

Domani è un altro giorno.


mercoledì 9 luglio 2014

SCAPPARE 3 - L'ORCO

Il finestrone non ha né persiane né tapparelle, e più o meno alle sei la luce irrompe nel mio nido, svegliandomi. Ho dormito un sonno profondo e ristoratore. Il primo pensiero è che dovrò organizzare la mia giornata col sorgere e col tramontare del sole. Mi aklzo quindi con gesto che vuole essere elastico e subito un coltello mi trafigge il ginocchio. Che razza di relitto sono diventato!
Metto su l'acqua del caffè, la napoletana, intesa nel senso di caffettiera, mi ha sempre seguito. Mentre mi spalmo di marmellata un triste biscotto la porta si spalanca improvvisamente e il cuore sobbalza nel petto. Eccolo, maladetto Caronte, tu mi vuoi morto! Mi volte e Caronte, complice la luce del giorno, mi appare come il nonno di Heidi. Ha in mano un meraviglioso cesto, con un pane scuro, profumato, che emette ancora un filo di fumo. Uno spettacolo, almeno per chi si occupa di cucina, commovente. Posa il pane sul tavolo e senza una parola se ne va, sbattendo la porta (se vi fosse il bisogno di ricordarlo). Immagino, con buon grado di approssimazione,che sotto i baffi stesse ridendo. Presto imparerò che l'Orco, d'ora in poi così lo voglio chiamare, non bussa mai e sbatte sempre la porta.
Sarebbe sciocco non approfittare della situazione, per cui abbandono il triste biscotto e attacco il pane, con lo stesso desiderio con cui bacerei una donna formosa. Come si fa a giudicare la bontà del pane? Nulla di più semplice. Se il pane è davvero buono non ti viene il desiderio di mangiarci qualcosa assieme. E questo pane caldo, di grano duro, l'ho riconosciuto, ha una mollica profumata e gustosa. L'alveolatura è perfetta e il retrogusto lievemente acido rivela l'uso della pasta madre, che l'Orco conserverà gelosamente in qualche madia. Lo inzuppo nel caffè e assaporo anche la crosta, ammorbidita.
Uno dei belli dell'isola col faro, i cui sei praticamente solo, è il poter prescindere dall'abbigliamento. Quello che hai addosso va bene per qualsiasi attività tu faccia, e per qualsiasi essere animato che ti capita di incontrare (l'Orco).
Per cui, sazio di pane, esco dal faro con l'idea di fare un giro dell'isola, per rendermi conto bene di dove sono finito.
Forse sarebbe stato più semplice che io salissi in cima al faro, e sporgendomi un poco avrei potuto in un attimo rendermi conto su che razza di scoglio sperduto sono finito. Ma non sarebbe stato divertente, ovvio. Esco dall'uscio del faro, quello senza battaglio, e giro dietro, incominciando a camminare. Il sentiero è in salita, a malapena visibile, bordato da lunghi steli di finocchio selvatico (le sarde!! come farò a trovarle?). Ben presto la salita diventa scoscesa. Non ci sono alberi e il sole picchia. Meno male che mi sono portato la paglia. Arrivo, dopo una mezzora di cammino (ma forse esagero) in una specie di terrazzo, da cui finalmente posso vedere cosa c'è dietro il faro, di cui vedo soltanto la sommità. Terra, massi, sassi. Un diffuso colore grigiastro e marrone chiaro, che digrada più dolcemente rispetto all'erta che ho dovuto fare per arrivare fin qua. Non insediamenti umani (meno male!), foss'anche uno stupido ovile. Mi sorge spontanea la domanda: "Ma da quanto tempo è qui, l'Orco?". Non saprei rispondermi, a questo punto. Del resto quello che volevo io era proprio la solitudine (ma Lei pensa che io non sia da solo!) ma guardando da qui il mare "per poco il cor non si spaura". Magari una piccola nave, anche all'orizzonte. Nulla.
Ritorno sui miei passi con un po' di malinconia. So bene che esiste un mondo ma in questo momento lo sento troppo lontano. Anche l'Orco mi dà l'impressione di non appartenervi più.

La passeggiata mi ha messo addosso il sentimento della fame, e, contestuale, il desiderio di cucinare. Ritorno quindi ai miei amati fornelli: c'è qualcosa in essi che non mi deluderà mai. Le provviste che mi sono portato mi permettono menu molto variati e quindi ho solo l'imbarazzo della scelta. Però vorrei cucinare qualcosa di carino, anche perché voglio ricambiare il pane di stamattina. Lui non può sapere che io sono cuoco. O no? Può darsi che l'Orco sappia tutto.
Nel giro di un'ora la pasta al forno che ho immaginato in cuor mio è pronta. Il forno ha lavorato bene. Che ora potrebbe essere? E a che ora mangerà l'Orco?
Con queste domande riempio una scodella di pasta e la avvolgo con un torchon, annodandolo ai quattro angoli. Apro la porta e incomincio a salire le restanti mezze scale.
Busso, timidamente, e non ottengo risposta. E allora, senza starci troppo a pensare, do un pugno alla porta, forse troppo forte, non so. Fatto sta che l'uscio si socchiude. Lo intravedo, seduto su una poltrona, mi dà le spalle. "Ti ho portato u po' di pasta per il pranzo", esordisco entrando, e tralascio volutamente convenevoli e saluti. Il silenzio è la mia risposta. Per un attimo mi guardo intorno. La luce che inonda il locale è assordante. Lui è immobile. Fosse morto? Voglio vederci chiaro. Avanzo quel tanto che basta e capisco tutto in un batter d'occhi.
Sulle sue gambe è accoccolato un meraviglioso gatto certosino, che si prende con immenso godimento le grattatine che lui gli fa con l'indice della destra sotto il mento. Nulla in lui si muove, a parte l'indice.
Simbiosi è la parola che mi viene in mente. Guardandoli non capisco chi dà e chi riceve, e questo mi intriga da morire. La sua sigaretta brucia lentamente sul posacenere e il filo di fumo sale verticale con piccole volute. La parola chiave è "estasi" e "pace", e partecipa di entrambe pur non essendo né l'una né l'altra. Poso l'involto con delicatezza sul tavolo perché non voglio disturbare ed esco, un poco invidioso.

TO BE CONTINUED






SCAPPARE 2 - IL FARO

Non si sta male in Argentina.
Qui dove lavoro ti puoi accumulare le ferie e io l'ho fatto. Parto oggi. Un gommone mi aspetta in porto e mi condurrà al faro di Sao Paulo, 60 miglia al largo di Buenos Ayres.
Parto da solo perché voglio stare da solo, novello Robinson: la spesa l'ho fatta con la più assoluta meticolosità, non solo perché sono cuoco ma perché un soggiorno lungo richiede un'alimentazione precisa. Arrivo quindi in porto col mio carrello. Lo scafista è già lì che mi aspetta, ed esprime una certa impazienza. Dopo aver caricato il cibo mi comunica che il viaggio durerà circa tre ore, se il mare non sarà mosso. Mi accovaccio e gli faccio un cenno di consenso alla partenza.
Intanto che usciamo dal porto rifletto su questa nuova avventura. Lei non ha capito, del resto me lo aspettavo, e quando le ho detto che sarei andato su un faro abbastanza sperduto nell'Oceano Atlantico si è incazzata di brutto. Mi ha detto che se lo avessi fatto mi avrebbe lasciato. Quanti anni sono che condividiamola stessa casa? Cinque, forse, non ricordo bene, e non sono certo che al ritorno la ritroverò. Forse siamo già arrivati al capolinea, o forse vuole solo scendere a una fermata intermedia per poi risalire a una delle successive, per proseguire il viaggio sempre sulla stessa linea.
Siamo partiti verso le cinque del pomeriggio: l'ultimo giorno è il peggiore, ed è quello in cui ti assale il panico di non riuscire a fare tutte le cose che sai di dover fare.
Alle sette è già scuro. Il mio nocchiero è sicuro al timone, e fuma anche lui, certe sigarette puzzolenti.... ma io assaporo lo stesso questa corsa in mare. Nulla intorno a noi, che non sia questa nera distesa di acqua bituminosa, che mi allontana dalla routine.
Arrivo con dieci minuti di anticipo. Siamo già d'accordo che tornerà a prendermi solo dopo espressa chiamata, ed è per questo che mi sono portato il satellitare.
E' buio, e il profilo del faro si staglia nella notte, con il suo segnale ritmato, che mi incanta. Quante vite avrà salvato? Cento passi saranno dall'attracco al faro, e farli col mio carrello non è stato poi così agevole.
Il portone, come nei bassi di Napoli, non ha sonaglio né campanello, per cui devo riempirlo di pugni. Un quarto d'ora mi fa aspettare il mio ospite, durante il quale penso che, al limite, potrei anche costruirmi una capanna. Alla fine scende, gridando con voce rauca e vecchia "Arrivo, arrivo". Apre la porta ma non mi porge la mano. "Un vecchio bianco per antico pelo" mi viene subito in mente, è più forte di me. L'età non è definibile. E' nato qui e qui morirà, in un tutt'uno col suo faro. Non c'è neanche bisogno che gli dica chi sono, chi mai avrebbe l'insano desiderio di seppellirsi in mezzo al mare? Mi accompagna al mio appartamento, che è a metà dell'altezza del faro. Se penso che dovrò portarmi su il carrello, poco per volta, certo, mi tremano le gambe.
Ma il viaggio è valso la pena! Ho un open space con un finestrone enorme che occupa almeno un terzo della circonferenza del faro, dal quale vedo un mare nero di cui indovino il continuo movimento, solcato, dopo pause precise, dalla spada del fascio di luce. Uno spettacolo che mi lascia ammutolito. Del resto lui tace...
Il letto, il tavolo, la seggiola. Il frigorifero potrebbe essere meglio. La cucina a gas non è male, ha il forno come mi ero caldamente raccomandato.
Qui non ho bisogno di null'altro, in un contesto ancor più essenziale di quello di Le Corbusier. Per sentirmi davvero a casa tiro fuori i miei coltelli e li sistemo a un angolo del tavolo.
Il burbero malefico si raccomanda in malo modo di non essere chiamato se non in caso di malore, tanto io non lo chiamerei neanche morto. Son venuto qui per stare da solo, figuriamoci. Esce, sbattendo la porta. Ha vinto il "campionato simpatia 2011", ne sono certo.
Eccomi, finalmente solo come volevo, lontano dal mondo. Posso fare ciò che desidero, posso dormire tre giorni filati, posso mangiare mezzo kilo di pasta in una volta sola. Invece bisogna che osservi un preciso ruolino di marcia, perché voglio che le mie giornate siano dense di tutte le belle cose che ho l'intenzione di fare. Due uova al bacon celebrano questi miei propositi. Sorseggiando il Cabernet cileno che mi sono portato mi avvicino, con rispetto, alla finestra. Quello che vedo mi lascia davvero senza parole. Siedo e guardo in silenzio. Non so quanto sono rimasto a contemplare questo mare, volutamente non ho guardato l'orologio.
Con i baffi impregnati di fumo me ne vado a letto, che ha ruvide lenzuola di lino che mi ricordano i miei primi dieci anni.
Dal letto vedo il bagliore del faro, che mi accompagna nel sonno, dopo una giornata così piena di novità.
TO BE CONTINUED



martedì 8 luglio 2014

SCAPPARE - 1


Mezzora fa ho salito la scaletta. Per non vedere Napoli per l'ultima volta sono andato di corsa in cabina, e scrivo dando le spalle all'oblò. Sto ancora tremando e mi sento una tenaglia nel petto. Faccio qualcosa di cui non posso fare a meno ma che nello stesso tempo mi induce un dolore terribile. Non lascio cose materiali rilevanti, il contenuto della mia scrivania sarà la cosa di maggiore valore. Lascio affetti, che poi sono persone, ancora ignare, per poco, di questa fuga da ladro. Come potranno capire se io stesso faccio fatica a capire? A un tratto ho deciso di seguire il vento, o forse il vento mi ha chiamato, e non c'è stato più verso. Giorno e notte questo vento mi ha fischiato nelle orecchie, ricordandomi che non avevo scelta. Quanto gli ho resistito? Non molto, solo qualche mese. I miei figli capiranno. Lei non lo so, ma me ne preoccupo meno. E i parenti non sono poi così importanti. Qualche amico ci resterà di sasso, qualche altro, in buona fede, penserà: "Ne ero sicuro, è proprio il tipo da fare queste cose".
Non so cosa mi aspetta a Buenos Ayres ma so che non sarà facile ricominciare, anche se mi han detto che in Argentina c'è lo spazio per chi vuole lavorare con impegno. Ho un vecchio mestiere che faccio da tanti anni. Ho un nuovo mestiere, che è una passione coltivata da tanti anni: quale dei due mi darà da mangiare?
Pensieri di attesa e di speranza mi affollano il cuore, oltre a pensieri di distruzione e di morte, la mia, naturalmente, che ben presto mi verrà da tanti augurata con tuttoil cuore.
Non mi sono neanche accorto che la nave è partita, e dall'oblò Napoli sta sfumando, negli occhi e nel ricordo.
Che cosa abbiamo sbagliato? Nei momenti più bui della vita, adesso che sono passati, aver vicino lei li ha resi più sopportabili. Eppure qualcosa non ha funzionato. Tre figli sono la famiglia che abbiamo costruito, ed è stato bello. Ma qualcosa non deve avere funzionato. Giorno dopo giorno si è allargato fra di noi uno spazio che a un certo momento non è stato più colmabile. Forse anche fare tre figli è stato uno sbaglio, a questo punto non sono più sicuro di niente.
Quante sono le persone che, in analoga difficoltà, non si siano regolate così drasticamente? Me ne vengono in mente almeno cinque. Non persone insensibili, né particolarmente cattive, uomini normali che a un certo punto se ne sono andati "semplicemente" di casa, si sono staccati, e hanno provato a ricostruirsi una vita, talora con risultati peggiori di quelli da cui erano partiti. Gente che non per questo si è sentita così disprezzabile da sentire il bisogno impellente di scappare il più lontano possibile, per lasciarsi dietro il rancore e la tristezza. Beh, la tristezza me la porterò dietro fino all'ultimo respiro, ovvio. L'incertezza no.
Ricominciare. E' da questa parole che potrebbe nascere tutto.
Da piccolo, sei o sette anni, avevo scoperto la macchina da scrivere. oggetto meraviglioso, con la capacità di scrivere "in bella scrittura", capacità enormemente ambita da chi riusciva a rovinarsi ogni fine settimana perché il sabato a pranzo portava a casa quaderni con lunghe note di demerito, per "cattiva scrittura". Un giorno decisi quindi di ricopiare una poesia, forse per farla vedere a Lui e ricavarne una lode. La ricordo molto bene: "Ovunque il guardo io giro, ecc. ecc". Metastasio.
Ma a sette anni non avevo fatto i conti con l'oste: l'oggetto aveva sue regole e impararlenon era proprio semplice, richiedeva per lo meno un po' di addestramento, per cui incominciavo a scrivere ma, inevitabilmente, scappava qualche errore, o di parola storpiata o di mancata spaziatura. E ciò non era tollerabile, se tutto avrebbe dovuto essere perfetto.
Motivo per cui, con ginnico gesto, il foglio volava fuori dalla macchina e volava il cima alla libreria. E così uno dopo l'altro. Non ricordo per quanto tempo ma diciamo che dopo mezz'ora rinunciai a ricopiare Metastasio. Che poi non è questo gran poeta.
Quando le palline di carta saltarono fuori, con scritta una o mezza riga con qualche piccolo errore nessuno comprese e nessuno spiegò.
Un'altra delle mie fissazioni è quella di ricominciare l'Università. Ma proprio dall'inizio, e, naturalmente, fruendo dell'esperienza accumulata in questi anni di professione. Sarei uno studente perfetto, capirei ogni spiegazione alla prima e avrei u curriculum studiorum più che lodevole. Invece mi porto il cruccio di non avere imparato tutto quello che potevo e dovevo, di essere inadeguato.
Comunque ho ricominciato ad andare a scuola, un'altra, e non ostante la precedente risalga a quasi quaranta anni fa, inseguo la maturità, in ogni senso.

Ormai dall'oblò si vede soltanto mare, e il sole sta velocemente avvicinandosi alla linea dell'orizzonte. Se a Dante veniva la malinconia figuriamoci a me.... quandosmetto di piangere è buio. Il rumore delle macchine è sordo e continuo.
E se affondassimo? L'esperienza del naufragio mi manca, e potrebbe modificare in meglio il mio carattere e il mio atteggiamento verso la vita. Magari salverei qualcuno, o qualcuno salverebbe me, ignaro del gran torto che starebbe facendo all'umanità. Magari salverei una donna bellissima, che mi sarà riconoscente per il resto della vita. Una meravigliosa bambola, con due gambe da urlo e con un cespuglio bruno in testa, semprein disordine. O magari, cosa anche più probabile, rinuncerei a salire su una scialuppa per fare posto a un bambino, ancorché brutto e antipatico, solo per rivivere una scena di Capitani Coraggiosi con Spencer Tracy. Ho sempre adorato i beau gestes, e sarei capace di rinunciare persino alla vita. Solo per una bambino, ovvio.
Esco, per lasciare in cabina questi pensieri un poco oziosi. I ristoranti della nave sono ormai vuoti ei camerieri preparano, con mosse precise, la sala per il breakfast di domattina. Chiedo di entrare in cucina e mi presento come un "collega". Lo chef di turno è simpatico, e mi fa preparare due sandwich di pollo. Ci volevano....
L'essere colleghi stabilisce immediatamente un punto d'incontro che non voglio perdere. Ci sediamo in un angolo della sala. L'avere davanti un estraneo mi invoglia a raccontargli quello che ho combinato. Gli scappa da ridere e fa sorridere anche me. Ma ride senza cattiveria.
"Vuoi lavorare in una cucina a Buenos Ayres?" mi domanda, improvvisamente serio. "Certo!". Non so neanche come si chiami, ed è per questo che mi affido a lui. Mi fido di uno sconosciuto. Fiuto o follia? Non lo so proprio.
E così parto solo come un cane e viaggiando trovo un amico. Enzo, si chiama. E' un po' più giovane di me, anche più normale di me. Dopo i pasti ci sediamo tranquilli in sala, al solito tavolo, lui con la sua bella divisa e io con i calzoncini da turista, e ci raccontiamo le nostre vite, accompagnandole con tante sigarette. Lui se le arrotola, io le compero già fatte. So che non dovrei fumare ma questo è un momento difficile. Non tutti sono in grado di capire che aiutano. Ogni tanto i nostri discorsi vengono interrotti dai capipartita, che chiedono istruzioni. Enzo risponde a tutti con cordialità e precisione. E' un bravo capo, vuole che i suoi crescano. Non come il mio...
Questi sette giorni volgono al termine. A Buenos Ayres, grazie ai buoni uffici di Enzo, mi aspettano già. Inizierò come chef tournant e sarà l'occasione per dimostrare cosa so fare. Certo, dovrò anche trovarmi un posto per dormire, ma il lavoro prima di tutto. Sono contento, moderatamente.
Chissà, forse troverò una donna, forse ricomincerò, forse farò gli stessi errori, anzi sicuramente.
Mi addormento con queste paure e queste speranze.. Domattina alle otto entreremo mel porto di Buenos Ayres. Tanti auguri.


TO BE CONTINUED

Happy hour


Devo dire che adoro i bar. Fra le tante cose che adoro i bar occupano un posto privilegiato.
Forse, se non fossi nato in città, è probabile che avrei consumato i miei giorni in un'osteria di paese, travolto da quei crudeli giochi di carte in cui chi perde beve e chi beve inevitabilmente continua a perdere, circondato dalle risa di scherno di finti amici e dalla complicità cattiva dell'oste. Il disgraziato di turno, terminata la tortura, esce malfermo nel buio e non trova più la sua casa, per forza vuota, e si stende per terra con la testa su uno scalino, non capendo di essere a tre metri dall'uscio, anzi credendo di essersi perso. Infine un pietoso sonno lo accoglie, vuoto, non dopo qualche lacrima da ubriaco.
Ma io adoro i bar lo stesso, quei bei bar cittadini, lucidati a specchio da barman impeccabili e con un sorriso aperto, forse ancor più cattivi dell'oste di paese ma infinitamente più eleganti, dove l'aperitivo diventa l'apericena, splendida, specie per chi sa già che a casa non troverà nessuno. Anche se il più delle volte l'apericena è veramente modesta, se non cattiva. Un'apericena di avanzi del mezzogiorno. Del resto l'uomo è capace di accontentarsi molto di più delle bestie, e l'illusione di incontrare il compagno della vita, al bar poi, può ben far mandare giù certi bocconi amari, o certi tramezzini stantii e indigeribili.

Appunto iersera mi trovavo a celebrare l'happy hour, solo, certo, ma estremamente ben disposto verso il mio prossimo. L'ultima mia scoperta è un baretto del centro, con un interno invero modesto ma con otto tavolini fuori: tavolini old style, rotondi e con tre gambe, di alluminio. Tavolini che a malapena accolgono il vassoio di plastica con la réclame della Peroni. Non un'apericena sontuosa a più portate, troppo simili a un ristorante, anche nei ritardi.
Patatine fritte invece, appena discellophanate, olive calabresi, buone e piccanti e un tumblerone di Campari ben ghiacciato. Quanto può bastare per la felicità di un attimo.
La posizione dei tavolini è sicuramente strategica per un'attività che appaga profondamente il mio io: guardare, e soprattutto ascoltare il mondo, senza che il mondo se ne accorga. Spiare senza essere riconosciuto come spione. E' divertente, ed è anche lo spunto per scrivere pensieri che diventano le mie storie.
Ogni donna che mi passa davanti diventa oggetto di esame rapido ma fotografico, finalizzato al confronto con un canone di bellezza che non è neanche mio ma solo imposto da chi pilota l'immaginazione collettiva, che ci racconta, a partire dalla Venere di Milo, come deve essere la donna "bella". Mi sforzo di andare al di là di questa "bellezza" e mi crogiolo in riflessioni ulteriori, cercando di immaginare caratteri e storie della vita, e in questa attività trasferisco in altri umani porzioni belle e brutte di me stesso, dandogli diritto di asilo alla coscienza, sia pur per attimi. Talvolta non sono fantasmi piacevoli, bastevoli soltanto ad evocare un dolore nuovo. Devo essere masochista, credo.

Si sono fermati di fronte al bar due vecchi: vecchio è una parole un po' grossa, del resto vecchio è chi muore. 130 anni in due mi sembra un'ottima approssimazione. Non li sento ma capisco tutto: saranno a due metri da me. Anche lui vuole celebrare l'happy hour e lei dice sì, certo, ma da come aggrotta le sopracciglia si capisce che non ne ha poi tanta voglia. La spunta lui, questa volta, e si siedono rispetto a me perfettamente visibili, e udibili quel tanto che basta.
Lui, soddisfatto, le porge la sedia dal di dietro e lei si accomoda con una certa affettazione, carina però, e del tutto coerente con il personaggio. Si siede anche lui: sono entrambi equidistanti da me. Bene. Se fossi un cane drizzerei le orecchie ma se fossi un cane mi divertirei certo meno.
La ragazza del bar, svogliata, si presenta nel giro di cinque minuti, nei quali entrambi sono stati in silenzio. Lui deve essere stato un tipo da Negroni, ne ha l'habitus, anche se oggi si limita a ordinare un più modesto Spritz. Lei ordina bollicine. Entrambi aspettano con grande interesse gli appetizers e i loro volti, quando arrivano, non celano una piccola delusione. Ma le olive sono squisite. Sorseggiano. Si guardano negli occhi e si guardano intorno. Chissà la loro storia. L'aria che hanno è serena e il loro sguardo è sincero. Da quanto tempo saranno insieme? Sposati? Amanti? Fra loro ci saranno state terribili burrasche? Più li guardo e più cerco di penetrare il loro cuore, per portargli via quella cosa che loro hanno e io continuo a cercare......
Si rubano le olive a vicenda, e lui le conta i noccioli che lei ha davanti nel piattino, trovandole da ridire con finta asprezza. Lei sogghigna, certa ancora adesso, dopo tanti anni, di potersi permettere di fargli questi piccoli torti, e nega l'evidenza con spudorata naturalezza, e gli dice che non è vero che gli ha mangiato tutte le olive, e che se ne faccia portare ancora un po', e che cosa sarà mai, infine ci sono anche le patatine.....
Lui è ancora innamorato di questa donna, lo capisco persino io. Lo capisco da come la guarda, da come le teneva la mano quando sono arrivati e da come la rimprovera sorridendo. C'è una colla, che io non conosco, che tiene legati questi due personaggi, colla più forte di qualsiasi cosa.
Sto incominciando a sentirmi come un cane rabbioso, e vorrei ordinarmi un Negroni da bere tutto d'un fiato, per annegare l'invidia profonda che mi suscitano questi due, del resto poco più grandi di me. Ma non dico e non faccio niente: mi hanno ipnotizzato.
Quanto sarà che sono seduti? Poco, non più di un quarto d'ora, han quasi finito le loro bevande.
Anche loro hanno il mio stesso vizio, osservano con identico interesse la gente che passa. Condividono poi commenti e riflessioni, e in questo loro condividere c'è forse l'essenza dell'ammore.
Come vi posso chiamare per non dimenticarvi? Vi chiamerò Blondie e Dagoberto, perché come nel fumetto, siete sempre giovani, e perché, come nel fumetto forse non esistete.


lunedì 21 aprile 2014

La gatta

Siamo riusciti, dopo lunghe fatiche da parte mia, a terminare la ristrutturazione questa benedetta casa, e siamo materialmente "entrati" mercoldì scorso. Per festeggiare ho anche fatto una teglia di lasagne con i carciofi, come piacciono a lui...
Debbo dire che non mi ha aiutato granché in questi lunghi mesi, ma del resto già lo sapevo: da un “artista” non puoi pretender che si occupi, in maniera costruttiva, di piastrelle e di lavandini. Ciononostante quest'attico che ho scelto è comunque finito; ho anche voluto far fare una specie di giardino d'inverno, con un tetto completamente di vetro che ci permetta di vedere il cielo stellato. Anche il suo impianto stereo, ci ho messo, che mi ricordo bene di aver pagato un occhio della testa, mia. Ho ben imparato che a lui tutto è dovuto, perché chi è pervaso dal “sacro fuoco dell'arte” non ha né tempo né interesse per niente e per nessuno, figuriamoci per i ringraziamenti. Per quei quattro scalzacani dei suoi amici il tempo però lo trova sempre.
Del resto se rifletto, con calma e con attenzione, su che cosa mi leghi a quest'uomo, ho difficoltà a capirlo, anche se con me stessa sono sempre sincera. Quanto tempo è che stiamo insieme? A fatica realizzo che sono tre anni, e lui si comporta con me come se fossero trenta, gli anni. Mi tollera appena. Eppure io sento di amarlo con tutto me stessa. Ho bisogno della sua presenza accanto a me.
Ieri, in un momento di confidenza, mi ha fatto sentire la sua nuova canzone, un motivetto basato su un banale giro di do. Me la son fatta suonare un paio di volte e ci ho anche trovato un riferimento, molto poco carino, alla mia (ma che con tutto il cuore vorrei che fosse nostra) nuova casa. E' un'insolenza bella e buona ma da lui non mi aspetto niente di diverso.
Vado a cucinare, e che vada a quel paese lui e la sua musica da strapazzo.


Oggi ho finito questa nuova canzone, che mi covavo nella pancia da mesi. Non sono molti gli anni che sono passati ma se adesso mi guardo indietro i cambiamenti sono stati rapidi e sostanziali, e ciò che di bello vi è nella mia nuova situazione non è comunque riuscito a riempire quello spazio dell'anima che adesso è ancora, e chissà per quanto, occupato dai ricordi.
E questa donna che adesso mi ha in casa sua, donna sfortunata lo ammetto, non riesce a capire, forse non vuole, questo mondo che mi è rimasto dentro.
Samiya, si chiamava. Quanto mi è stata in casa? Due mesi, non di più. Una bellezza indiana assoluta, che il cielo mi aveva fatto cadere fra le braccia, E' bastato aiutarla a scendere dal treno e prenderle la valigia (ma perché ero in stazione?) e offrirle la prima colazione, seduti al vecchio bar Cavo, di lì a pochi metri.
Nulla mi ha raccontato del perché fosse lì e nulla le ho chiesto. Mi ha seguito docilmente a casa (no, non era proprio una casa, era un abbaino con monolocale retrostante...) e ha vissuto quei due mesi come una presenza silenziosa, costante, ancorché in certi giorni sparisse fino a tarda sera.
Giorni fortunati, quelli, in cui, dopo una cena indegna di questo nome, mi mettevo sul divano, in cui poi avremmo dormito, e imbracciavo la chitarra. Lei, alle prime note pizzicate, si accoccolava ai miei piedi e, ricordando forse la musica del suo paese, mi ascoltava silenziosa, con una tenerezza che le prorompeva dagli occhi umidi, e che mi spronava a cercare, con la voce e con la musica, le melodie che a lei piacessero di più.
Posso dirlo? Due mesi di paradiso in terra, in cui scrivere musica era diventato insopprimibile ma facile, e le note uscivano di getto dalla penna sul pentagramma, quasi senza bisogno di correzioni.
Gli amici erano curiosi, certo, e vollero capire il motivo di questa mia sparizione, ma ne furono edotti solo quando lei scomparve per sempre.

Non posso dimenticarti, piccola Samiya, e ti dedico, ovunque tu sia, questa semplice canzone, che resterà, per sempre, la nostra canzone.


martedì 15 aprile 2014

La osservo mentre si sta rivestendo, e mi domando, forse un po' oziosamente, cosa avrei pensato se avessi vissuto questa scena quarant'anni fa giusti. Magrissima era a quel tempo, uno scricciolo, con due occhi scuri e un nasino affilato.... certo l'appendicite, ci mancherebbe, ma di fondo deve esserci stato un rifiuto del cibo. Ha fatto impazzire i suoi, a furia di girare l'Italia per pediatri, e comunque non era riuscita a mettere su più di qualche kilo.
Poi, finita la scuola, non l'avevo più vista, cioè, avevo fatto finta di non vederla più, cancellata con un tratto di spugna, come faccio sempre, senza motivo o preavviso.
E tutti e due abbiamo scelto la stessa professione: lei, brillante studente, ha fatto il pediatra, quasi a voler esorcizzare la propria adolescenza.
Non ho mai capito, a sedici anni non ne hai gli strumenti, se fosse, almeno un poco, innamorata. Ma ricordo strabene come ero io, completamente rimbambito dietro quei due occhi, che forse, ieri, nascondevano il nulla. Ma comunque un bel viso, non c'è che dire.

La rivedo per uno dei soliti, strambi, scherzi del destino, a una riunione sindacale, alla quale difficilmente avrei immaginato di trovarla, anche perché non ci sarei andato.
Non so se la guardo ancora con gli occhi dell'amore o solo con quelli del disincanto e della mia vita complicata: mi sembra sempre uguale. Un filo di carne in più , messo nei posti giusti. La stessa aria intristita che mi aveva stregato.
E' lei che fa il primo passo, e ci parliamo, con distacco, solo come due compagni di scuola ritrovati. Sediamo vicini: un flash si apre improvvisamente, quella volta che siamo andati a teatro e ci siamo tenuti la mano stretta, la sua sinistra nella mia destra. Avrei dovuto immaginarlo, non poteva essere un buon segno.
Alla pausa delle 10.30 si scioglie un po', e io dietro a lei. Non abbiamo avuto matrimoni granché ben riusciti, e siamo entrambi consapevoli che è un privilegio, forse più che una conquista.
Si stabilisce, impercettibilmente, una nuova complicità, fatta di sguardi silenziosi, conditi da parole inascoltate.
Che ora sarà stata quando siamo usciti? Mi ha dato il braccio, come quella volta.
L'ho portata in un albergo, meno di cento passi, e lei mi ha stretto il braccio. Entrambi abbiamo mostrato la patente (allora l'hai presa!!), silenziosi. Entrambi con i propri pensieri, ben riposti.
Il primo bacio dopo quaranta anni: un esempio raro di pazienza. Adesso direi che bacia bene. Tutto è molto bello e dolce, anche se accompagnato da un silenzio rarefatto. Non sappiamo bene cosa dirci e siamo così furbi da capire che anche una sola parola rovinerebbe tutto. Silenziosi amanti, di un pomeriggio d'estate, afoso, certi di avere pagato qualcosa al destino così come certi di un'estraneità non più modificabile.
Ma è stato bello, e adesso che la osservo, non visto, mentre si sta rivestendo, mi rendo conto che non so più che ora sia.

23 febbraio 2014







domenica 23 marzo 2014

Bar 2

E' da mezzogiorno che ho dato il cambio a mio marito in questo bar-gelateria che ogni giorno è sempre più tetro. Oggi, poi, questa pioggia contribuisce gagliardamente a peggiorare le cose, e, anche se siamo in primavera sembra di essere tornati a novembre. E il mio umore, così come il mio mal di testa, peggiorano a vista d'occhio. Son quattro ore che son qui e ho fatto tre miserabili caffè, neanche uno all'ora. Gelati, poi..... solo una vecchia è venuta a prendere la panna da portare ai nipoti. Millant'anni, avrà avuto, simpatica, non c'è che dire, ma sembrava mia nonna, e io i sessanta non li aspetto più..... come più niente mi aspetto più dalla vita, e grazie al cielo che abbiamo un lavoro, i ragazzi sono sistemati e io e lui aspettiamo, talvolta ansiosamente, il momento della fine, che almeno ci riposeremo un po'. Non è che avere un bar sia faticoso, o almeno, molto faticoso, però bisogna passare la giornata a pulire, anche in un bar modesto e con la luce al neon come il nostro.
E poi questi giorni ti fanno fare solo brutti pensieri...., e non posso telefonare ai ragazzi tre volte al giorno, incomincerebbero a pensare che sono rimbecillita. Che la loro mamma abbia bisogno di sentirli è una considerazione che non sono in grado di capire.
Passa fuori dal bar un uomo, e getta un'occhiata distratta dentro. Non so perché ma lo noto, cioè lo so: non ho niente da fare e mi abbruttisco con questi giochi puerili. Sotto la pioggia con la sua giacchetta ha un'aria un po' sparuta.
Lo rivedo dopo cinque minuti: è entrato da me, insieme a una donna.
Mi ordinano due caffè, uno macchiato caldo. Sembrano un po' a disagio, lui più di lei. Bofonchiano qualcosa che non riesco a sentire, anche con il massimo dell'impegno. Mal di testa è la parola che riconosco, e che ben conosco. Parlottano, si guardano. Quanti anni avranno? Intorno alla cinquantina entrambi, lei un po' di meno, lui un po' di più. Condividono la bustina dello zucchero. Non mi scappano degli sguardi che intuisco d'intesa, ma sono molto attenti. Purtroppo per loro anch'io sono attenta e certe situazioni mi fanno tornare in mente analoghe mie storie passate, che hanno lasciato solchi profondi come certi aratri ottocenteschi.
Lui le sfiora con finta noncuranza il gomito e lei non si ritrae. Cercano di far durare questi caffè il più possibile, ma è difficile. Così come è difficilissimo parlare di argomenti futili quando si vorrebbe dire altre cose, ed è facile capire che quelle parole non sono l'oggetto del loro amore. Si sono interrotti, in silenzio, un silenzio che so carico di desiderio, l'ho provato anche io... A un tratto lui si muove, si sposta verso la saletta, e con gli occhi la implora "Vieni, dammi almeno un bacio...", ma lei non vuole capire, o non si sente, o chissà cos'altro le gira per la testa.
Chissà che storia c'è dietro a questi due umani, che in pochi minuti sono riusciti ad annodare inestricabilmente gioia, passione, rimpianto: amore, in una parola. Chissà perché non possono baciarsi tranquillamente ma possono rubare solo un caffè ai loro pomeriggi piovosi, invece che stringersi.... mi sto accorgendo che la fantasia è ormai partita, e la donna dai capelli bruni e dagli occhi color nocciola, che mi chiede cortesemente di pagare, mi sveglia da questo sogno a occhi aperti, riportandomi a una realtà che spesso ho odiato.
Escono e lei apre il suo ombrello. Lui, dopo un attimo, si appoggia al suo braccio. So che lo stringe.





domenica 9 febbraio 2014

L'ACROSTICO BIZZARRO: ARDENTE

Attenzione
Rubacuori
Disperato
Entra
Nel
Tuo
Entourauge

Sono finalmente sola, liberata da ogni gravame. Posso fare tutto ciò che una volta mi era proibito, o anche solo sconsigliato, tutto quello che ogni mattina la mia sconsiderata fantasia mi suggerisce, in quel momento sospeso fra la vita e la morte che è il risveglio. Fra l'altro dormo anche meglio...
Stamattina vado da Pepino in piazza Carignano e mi concedo uno splendido breakfast, con i frutti erotici più belli e più carnosi. Devo pur festeggiare.
Sarà un quarto d'ora che sono seduta, mangio tranquilla, mi lecco dignitosamente le dita su cui è rimasta un po' di marmellata di arance. Se non fosse davvero troppo le intingerei nella cioccolata che mi è di fronte, che ci sta bene.
E' appena entrato un aitante maschio che mi lascia il boccone di torta a mezz'aria. Ed è proprio la sua aria che mi ha colpito, ben più del suo look, che ricorda, questo, e molto da vicino, uno dei due bronzi di Riace, il guerriero.
L'atteggiamento è invece smarrito, quasi spaventato. Da che cosa fuggi, bel bronzo, elegante nel tuo cappotto di cammello e con un luccichio d'oro al polso?
Sento la mia voce offrirgli amichevolmente di sedersi al mio tavolo, e lui non se lo fa ripetere due volte, si siede con un sorriso riconoscente. Si serve liberamente, con lo stesso garbo che userebbe in casa propria. Così mi piaci! Mentre mangia gli guardo i riccioli neri, che, con finta noncuranza, fa cadere davanti agli occhi. Osservarlo mentre si ingozza mi suscita tenerezza.
Ecco, non sono già più libera... è il mio karma.




giovedì 6 febbraio 2014

TRACCE, BREVI, SOLCHI NELLA VITA

I
Eppure non sono sposato da molto. Oddio, dipende da che cosa si intenda per "molto", molto può essere anche tre anni, tre mesi addirittura. Indipendentemente dal "molto" mi trovo nella condizione di chi cerca disperatamente qualcuno "al di fuori", con tutti i casini che questa ricerca comporta, ammesso che giunga a compimento. Debbo dire che è una cosa più forte di me, e non è una scusa, solo una constatazione.

1
Non voglio neanche pensarci, a quest'uomo, che è una settimana che mi telefona tutti i giorni. E' gentile, interessante ed interessato, ah ah ah. Più di una volta mi sono sorpresa a dargli corda, senza sapere come, e la sua conversazione, vivace la definirei, mi avvolge e inevitabilmente mi affascina. Smetto di lavorare e mi metto comoda ad ascoltare la storia della sua vita, vera o falsa che sia. Non lo so ancora.

II
Ho adocchiato una bionda che fa al caso mio. L'ho incontrata al mercato, più di una volta, a un banco dei miei affezionati, il mitico S., fornitore di spezie ed erbe aromatiche, profumi, fra i più affidabili e cari. Anche lei odora ogni mazzetto come a controllarne la fragranza. Non saprei dire se mi piacciono più gli occhi o il nasino odoratore, è comunque adorabile.

2
Me lo sono trovato sul portone di casa, stamattina mentre uscivo. Il bello è che non ho neanche avuto bisogno che si presentasse, ho immediatamente realizzato che era lui. Gli occhi, sì, gli occhi azzurri (ricordi? Occhi azzurri color del mare/di quegli occhi non ti fidare...) mi hanno rapito. Con il massimo della naturalezza mi ha indicato, con gesto magnanimo, l'ingresso del bar, dicendomi: "Prego, cara la mia Teresa".

III
E' caduta nella rete, come un'aragostina curiosa finita nella nassa. A fregarla, è stato un mazzetto di odori, il bouquet garnì, come lo chiamano i cuochi: le ho spiegato, con aria molto professionale, complessivamente ridicola, che per impedire che le erbette vaghino nella sua pentola basta avvolgerle in una garza che in farmacia vendono per pochi centesimi, e legarla con un bianco filo da cucito, che lei sicuramente avrà in casa.

3
Sono qui seduta al bar con lui, e già mi domando sfacciatamente come sarà nell'intimità. Mi parla e annuisco, ma la testa è altrove. Delle sue parole mi giunge solo la musica, dolce come solo Chopin sa essere. E' per questo che sorrido, graziosamente. Penso a lui, a come me lo ricordo che era e a come è adesso. Eppure non sono passati molti anni da quando siamo sposati. Allontanamento progressivo. Inevitabile?

IV
C'era bisogno di dirlo che mi ha invitato in casa? Il mio gatto ha artigli meno pericolosi dei miei. Con la garza in mano ho fatto la scena di insistere per salire a cercare il filo, ben sapendo che non ve ne era alcun bisogno. Ci siamo baciati nell'anticamera, come se fosse l'unica stanza della casa. Non saprei per quanto. Le ho slacciato il reggiseno, unica difficoltà della giornata, e l'ho posseduta su un vecchio tappeto.

4
Oggi non sono andata a lavorare, ma non lo sa nessuno, solo al lavoro... Mi vuole portare fuori porta. Lo seguo docilmente e dolcemente. Questi occhi mi stanno stregando. Siamo a un porticciolo, non dico dove, e saliamo su una pilotina, romanticissima, per chi adora il pesce. In mare aperto si ferma e butta l'ancora. Mi prende in braccio sulla sedia girevole e incomincia a baciarmi l'orecchio. Lui tace. Il mare anche.

V
Stasera la voglio portare al ristorante. Per entrambi il cibo è rilevante, sostanziale forse. Ho parecchi amici ristoratori e la stupirò. Lo so che non è elegante ma il migliore che mi viene in mente è quello in cui sono andato con lei, a picco sul mare, doppia emozione. Chissà se avrò voglia di dirle che la amo, non lo so ancora. Ma poi, come si chiama? (fra me e me la chiamo "la giraffa", perché ha due gambe....)

5
Stasera mi ha invitato al ristorante. A lui ho detto che c'è una cena con l'ufficio e non ha fatto una piega. Spero che non ci sia quando sceglierò il vestito perché capirebbe tutto. Sfavillante sarò, per il mio bel capitano, baffuto quanto basta per non pungere, con un'aria sempre trasognata. Chissà lui come si presenterà? Mi viene in mente Capitan Findus, e rido scioccamente. Di gioia.

VI
Siamo seduti al nostro tavolo, nel silenzio della sera, con in mano le migliori bollicine rosè dell'anno 2011. Avrei voglia di stringerla, meglio, di strizzarla, nel suo abitino estivo frusciante, con una meravigliosa camicia azzurrina. Le accarezzo le dita mollemente, studiatamente, come se stessi suonando il mio vecchio piano. Alzo un attimo la testa e il sangue si ferma: è entrata mia moglie con un ufficiale di marina.

6
Ecco cosa fa Capitan Findus! Ci avevo quasi azzeccato, è il primo ufficiale di un cargo olandese il mio bel marinaio, e stasera ha un'uniforme sfavillante. Ci siamo visti in centro e mi ha fatto trovare in macchina un mazzo di rose rosse, ventinove, come i miei anni. Fascino dei numeri primi. Un bacio al calor bianco e poi via, alla volta di quel ristorante a picco sul mare. Mentre entriamo lo scorgo a un tavolo poco più avanti.

VII
La prossima volta le donne me le porto al bar sotto casa. Più sicuro. Per quanto tempo i nostri occhi si saranno incrociati? Molto meno di un secondo, certo. Si è seduta a tre tavolini di distanza ma la terrazza è piccolissima, avrei potuto sentire quello che si dicevano, avrei voluto. Non l'ho mai vista così bella. L'aragostina stasera, distratta dall'incanto del posto, mi ha detto che ero distratto. Mai successo.

7
Non sarò mica più fortunata di quello che penso di essere? Lo stronzo mi guardava di sottecchi, come me del resto, ma io ero più brava a non farmene accorgere. E stasera ha avuto quel che si meritava. Eleonora Duse non avrebbe potuto recitare meglio la parte dell'amante appassionata (ma col Vate, poi, recitava?). Baci, carezze, lo stesso Capitan Findus era leggermente imbarazzato ma enormemente divertito.

VIII e 8
La notte, a ore diverse, i due tornano a casa, dopo aver salutato i rispettivi compagni di un tratto di strada. Lui la trova già a letto, voltata, fintamente addormentata. Esita molto meno di un secondo ed entra nel letto. Si danno la schiena. Respirano entrambi con fatica. Voglia di piangere? Voglia di fare l'amore? Voglia di parlare, forse l'ultima volta? Intanto le mani si cercano.







domenica 19 gennaio 2014

AMORE PROIBITO

Blog amici: iniziativa di scambio. Due racconti su un unico tema. Oggi è "Hollande". Questo è il racconto di Palilli, che pubblica il mio sul suo blog.


La luce è soffusa nella stanza da bagno, in cui aleggia un delicato profumo. Le mani scorrono veloci sulla pelle resa ancora più vellutata dalla setosità della crema alla vaniglia e cannella, che la donna massaggia delicatamente sulle proprie gambe, lunghe e ben tornite. Avvolta in un morbido accappatoio, con i capelli ancora bagnati raccolti in un asciugamano lilla, compie questi gesti con calma e consapevolezza, quasi si trattasse di un rito propiziatorio, in attesa del suo amore. 'Sono trascorsi solo pochi giorni dal nostro ultimo incontro ma sembra che siano settimane che non mi stringe forte fra le sue braccia. La mancanza della sua presenza diventa ogni giorno più pungente, ormai ne sento sempre più il bisogno... non potrei più vivere senza di lui. Sarà puntuale stasera? Mi ha promesso di trascorrere con me ogni notte del lunedì e del giovedì, ma solo poche volte è davvero riuscito a mantenere l'impegno in entrambe le serate. Troppo lavoro, riunioni, visite di protocollo, emergenze. Per non parlare della sua famiglia: in fondo c'è anche quella. Chissà se lei si sarà resa conto che nella sua vita esiste un'altra donna... forse non gliene importa neanche nulla. Probabilmente le basta riuscire a mantenere i suoi privilegi che, per la posizione di 'first lady', non sono davvero pochi. Ville da sogno, mondanità, lusso, autista, viaggi in tutta Europa... in effetti niente male davvero, ma io non ho bisogno di queste cose, sono felice così: una o due notti insieme alla settimana, soli lui ed io, nell'intimità di questo hotel, dove ormai mi sento a casa. La nostra casa'.

La vespa blu scorre veloce nel traffico della grande città. Sul sellino beige due uomini, entrambi con i lineamenti nascosti dal casco integrale. George guida sicuro verso l'hotel di lusso, volutamente scelto fra quelli un po' fuori mano. 'Come ho fatto a cacciarmi in questa situazione?! Più ci penso e meno capisco come sia potuto accadere. Ero disposto a tutto, pur di fare la guardia dl corpo, ma mai e poi mai avrei potuto immaginare che tutti i miei sforzi ed il mio impegno mi avrebbero fatto raggiungere la vetta, ambita dai più, per poi ritrovarmi a fare il pony express in incognito. E che 'pacco' sto trasportando... davvero merce preziosa: uno degli uomini più potenti d'Europa, che si comporta come qualsiasi uomo, mediocre e banale, con le sue debolezze. E dire che ci sarebbero testate giornalistiche od avversari politici che sarebbero disposti a rendermi un uomo ricchissimo, se solo decidessi di vendere il mio segreto al miglior offerente. Ma io sono diverso... non sono così meschino'.

'Finalmente è lunedì! Una giornata odiata dalla maggior parte dell'umanità, per me è il preludio della pelle morbida e setosa di Giulia. Questa settimana voglio assolutamente (anzi DEVO) trascorrere con lei anche la notte di giovedì. Non trascuro certo i miei doveri di uomo politico, ma appena posso vorrei dedicare a lei ogni minuto della mia vita. Ormai vivo solo per lei: un sms, una breve telefonata, anche solo un suo sorriso, sono per me fonte di gioia e di fiducia nel futuro. Mi dà la carica e mi fa nuovamente sentire un 30enne innamorato, anche se ormai i 30 anni me li sono lasciati alle spalle da un pezzo. Per fortuna c'è George con me, che mi protegge da occhi indiscreti. E' davvero una guardia del corpo speciale, anzi... un amico su cui posso contare ogni giorno. Dovrò pensare a qualcosa di veramente importante per fargli capire quanto gli sia grato per continuare ad essere il mio angelo custode, anche in questo frangente, che contempla più l'uomo del politico, d'altra parte la amo e non posso più fare a meno di lei'.

La spazzola scorre lenta sui lunghi e morbidi capelli, ancora tiepidi per il calore del phon da poco a riposo, dopo aver compiuto egregiamente il suo dovere. L'orologio scandisce il tempo, quasi fosse una inclemente marcetta: arriva - non arriva - arriva - non arriva - arriva -non arriva.
'Sono le 22,40 ormai dovrebbe essere qui, perché diavolo non si apre quella maledetta porta? Mi faccio pena da sola: una suite meravigliosa, in cui mi fa compagnia solo la luce tremula delle candele, quasi completamente consumate, tanto è il tempo inutilmente trascorso. La gioia ed il desiderio di un'ora fa sono scomparsi, lasciandomi solo tristezza e fastidio. Non so quanto riuscirò ancora a sopportare... sempre tutto centellinato e di nascosto. Soffro troppo. Ho paura a lasciarlo, così come mi fa paura continuare ad amarlo... qui è un alternarsi di inferno e paradiso, paradiso ed inferno. Sempre!'

'George sta guidando veloce e sicuro. Il cuore mi batte in gola: ci separano solo un rettilineo, due curve e poi sei piani di ascensore! Giulia, tesoro, tra pochi minuti finalmente sarò con te'.

<<Studia, figliolo, che da grande farai strada! >> Questo mi ripeteva mio padre, che ha compiuto ogni sforzo per darmi l'opportunità di fare una vita migliore della sua. Se mi vedesse ora gli darei una tremenda delusione. Se poi avesse sentito con le sue orecchie il presidente, mentre mi diceva<<Vai più veloce. Non ti fermare: è tardi! STARA' IN PENSIERO>> solo perché mi sono fermato ad un semaforo rosso... sarebbe stato come pugnalarlo alla schiena, povero papà! Se ci dovesse mai fermare un vigile cosa gli potrei dire? <<Scusi ma il presidente ha una certa fretta! Affari di stato urgentissimi e top secret>> ...per questo sto dribblando il traffico in incognito e senza scorta. Cazzo! Devo proprio essere impazzito: questa faccenda mi porterà alla rovina. Certamente mi sta consumando dentro. Finalmente siamo vicini all'hotel. Lo lascio sul retro e, se Dio vuole, anche questa giornata di merda è finita.

Cosa diavolo sta succedendo?? Perché così tanta gente a quest'ora per strada? Flash, luci, giornalisti...
<<PRESIDENTE!! PRESIDENTE...>>
<<UNA DICHIARAZIONE PER IL NOSTRO GIORNALE! COSA DIRA' A SUA MOGLIE ED ALLA NAZIONE?>>


domenica 29 dicembre 2013

Sfere

E' tornato a casa, finalmente. E' andato via un martedì pomeriggio, lo ricordo bene. Avevo appena suonato le tre. Un pomeriggio qualsiasi. Se ne è andato come al solito, in silenzio.
Poi per quasi una settimana non l'ho più visto. Percepivo negli altri abitanti della casa, in quei giorni, un'agitazione che si propagava nell'aria, e uno svolgere le quotidiane attività con uno spirito diverso, un sentimento di preoccupazione che non avevo mai notato. Loro continuavano ad andare e venire ma lui in quei giorni non c'era. In compenso il telefono squillava continuamente.
Non è molto che sono in questa casa. Sono stata per anni chiusa nella casa di campagna, ferma, una casa buia e fredda, perché priva di umani. Una casa che un tempo d'estate si animava delle voci di amici prima e di bambini poi, voci accompagnate gioiosamente dall'abbaiare dei cani. Il tempo che io segno era anche scandito dai ritmi della vita quotidiana, i pasti, la raccolta della verdura, di certe albicocche di cui ho sentito per lungo tempo le lodi. Poi il tempo è riuscito, con lo stesso procedere della goccia che scava la roccia, a cancellare tutto: solo i ricordi restano incisi nelle mie sfere, anche se a nessuno sono visibili.
Un giorno mi sono venuti a prendere e, con sorpresa e gioia, ho ripreso il mio servizio in un'altra casa, ma con persone a me familiari, e sono stata messa vicino alla camera da letto. Continuo a ricordare le ore che passano, specie di notte, a chi non riesce per tanti motivi a dormire. Nel silenzio, rotto soltanto da piccoli latrati di un cane sognante, batto tre rintocchi a distanza di mezzora l'uno dall'altro, e annuncio che è l'una e mezza. Lui mi carica con regolarità, e cerca di non farmi mai restare ferma, con l'accanimento di colui che ha la superstizione di credere che la sua vita sia legata, appesa forse, al proseguire delle oscillazioni di un pendolo. Ma a me fa piacere ritornare a essere coccolata, e cerco col mio suono di trasmettere non solo un po' di gioia ma anche i ricordi che, come tutti i ricordi, più sono sbiaditi e più diventano dolcissimi.
Non va più a lavorare, il mio padrone.
Non ho ben capito il perché, non riesco a capire le parole che gli umani si dicono. Capisco, interpreto, o forse invento, piccoli segni, atteggiamenti solo accennati, tonalità della voce. Sono soltanto una pendola della seconda metà del secolo scorso, ricordiamocelo, non un computer di ultima generazione. Però sono una pendola intuitiva, e i miei rintocchi, sempre uguali e sempre diversi, segnano un tempo che ha lasciato solchi profondi.
Non va più a lavorare, in questi giorni. Racconta però, e molto volentieri, a chiunque gli si pari contro, di questa nuova avventura che ha avuto, che, lo capisco da come gesticola, ha avuto per lui lo stesso impatto di un assalto a una nave di James Brooke sul praho di Sandokan, attorno a Mompracem. E si infervora, racconta dei suoi compagni di viaggio, fa vedere certi segni che gli sono rimasti sul corpo. Ma a guardarlo negli occhi si capisce che proprio un'avventura non deve essere stata, almeno dal punto di vista della piacevolezza che accompagna ogni avventura. Non lo vedo poi così divertito.
E racconta anche di questi compagni di viaggio, quello che sembrava morto e che una terribile scossa ha fatto rivivere, l'uomo dalla barba bianca, novello Yanez, e quello che aveva mangiato troppo dopo la battaglia, per la contentezza, e che stava morendo nella più stupida delle maniere. Tutti uomini dai capelli bianchi, e anche al mio padrone i capelli, nel giro di una settimana, sono un po' più imbiancati.
Non riesco però a capire se sia felice o disperato. Certo, raccontare una così grande avventura, e averla passata con poche ferite, lo dovrebbe rendere felice, ma la voce è spezzata nell'attesa impotente di un'altra prova, che lui teme, perché non sa se ce la farà.
E così alterna voce e sguardi di contentezza a momenti, magari quando suono quei tre rintocchi a distanza ciascuno di mezzora, in cui annega nella paura. E' persino anche ironico, a momenti, ma si vede bene che lo è solo per scacciare il panico. Non so davvero se questa avventura sia stata davvero divertente, ma c'è stata. Dovrà pur farsene una ragione.
Non va ancora a lavorare, il mio padrone.
Le bestie che sono in casa girano anch'esse con una certa inquietudine. Lui se le prende in braccio e le riempie di baci, ricordando forse quando in braccio teneva un pargoletto bisognoso di tutto, che adesso guida la macchina. Ma le bestie non sono bambini, sono molto più autonome, specie i gatti, per cui dopo due o tre strofinate si divincolano con agilità e scappano.
Non ha voglia di lavorare, il mio padrone.
L'unica cosa che fa volentieri, e lo capisco bene perché glielo leggo negli occhi, è mettersi ai fornelli e giocare ai pentolini. Dopo la sua avventura (adesso ce lo possiamo dire, una "piccola" avventura, condivisa con tanti umani, che forse a lui è andata anche meglio che a tanti altri) è svogliato e gira per casa come un'anima in pena. Non riesce a fare tutte quelle cose che prima dell'avventura gli riuscivano spontanee e facili, e ogni attività gli pesa. Ma non giocare con i pentolini. Ormai lui è capace a dire "ti voglio bene" soltanto cucinando qualcosa per chi gli è vicino, con il massimo dell'impegno. E il massimo dell'impegno significa uscir di casa la mattina per andare al mercato, e cercare con cura gli ingredienti giusti per quella ricetta, con un foglietto in mano fitto di una lista scritta con minuta grafia, non ancora tremolante per fortuna. E tenerlo in mano durante la spesa con la stessa attenzione con cui il navigante guarda la bussola nella notte senza stelle. E' buffo, il mio padrone. Ormai al mercato qualcuno, non tutti, lo riconosce e lo saluta cordialmente, "Come sta, dottore?" "Oddio, passiamo alla prossima domanda". Ma non riesce a trattenersi, e racconta, per la n-esima volta, la sua piccola avventura di fragile umano, ancorché grassottello, e così si guadagna qualche parolina di conforto, che gli fa bene.
Presto dovrà tornare a lavorare, il mio padrone. E io gli segnerò il tempo dell'uscita e del ritorno a casa, e vorrei che i miei rintocchi siano per lui il segno dell'augurio di quella spensieratezza che si è persa lungo la strada degli anni.
Forse io sono più fortunata di lui, vecchia pendola.