domenica 16 aprile 2017

Lapsus



Dopo tanti mesi finalmente è arrivata la telefonata. Nel frattempo ho fatto l'aiuto panettiere (come facevo in Iran), che non è male, tanto non dormo quasi niente: dopo due ore che sono andato a letto sono già in piedi, vispo come un grillo. E' anche un lavoro interessante: ogni giorno ha un diverso impasto per il pane così come ogni giorno ha portato con sé una diversa ansia nell'attesa di essere chiamato.
E il giorno è finalmente arrivato. So che sarà domani ma non so nulla di più. Le istruzioni le riceverò stasera dopo la preghiera del tramonto. Mia moglie mi ha detto che è felice ma io non mi domando se lo sono: so soltanto che faccio il mio dovere. Sono stato in attesa silenziosa e adesso è il momento. Li lascerò in buone mani e spero di fare bene, e che i miei superiori siano soddisfatti di me.
Mi sono addormentato davanti alla televisione, con in braccio il più piccolo dei miei quattro figli. Mia moglie ha risposto al telefono e mi ha chiamato. Ho sentito una voce aspra, seccata. Non mi ha neanche dato il tempo di scusarmi: mi ha soltanto detto, e a denti stretti, "Istituto Bertoncini, corso Firenze. Ore 9.30”. Il sibilo ininterrotto della cornetta ha sigillato l'indirizzo del Paradiso.
È mezzanotte e domattina non potrò andare a lavorare. Non conosco questo posto ed è un bene: nessuno potrà risalire a me. Intanto me lo cerco su Google Maps: è in centro, saranno almeno otto kilometri da dove abito con la mia famiglia. Per essere lì alle 9 e mezza dovrò uscire di casa non più tardi delle sette. Qui gli autobus non sono molto efficienti e comunque devo mescolarmi alla folla dell'ora di punta. Il bus lo prenderò al capolinea, così mi siedo e potrò tenere lo zaino saldamente appoggiato sulle cosce.
Ho trovato corso Firenze su Maps. È una zona centrale della città e, a giudicare dal verde che si vede, credo che non sia una zona proprio popolare... ecco, questo è l'istituto Bertoncini. Ma... cazzo! E' un asilo d'infanzia!!!
Per un attimo mi si annebbia la vista e l'attimo dopo mi si allagano gli occhi. So che devo obbedire per ottenere la felicità eterna ma una parte di me, quella sotto il collo, si rifiuta di capire. Si rifiuta, semplicemente. Mi pulsano le orecchie. Quanti bambini ci saranno lì dentro domani mattina? Certo, figli di infedeli, padri e madri infedeli che hanno rovinato il mondo e hanno sradicato dalla società il beneficio del sentimento religioso, dandogli come controparte solo la televisione. Non meritano null'altro che la morte. Ma i bambini che male possono avere fatto? Nonostante sia un buon mussulmano e studi il Corano tutti i giorni questa cosa mi riesce difficile da capire.
Non so per quanto tempo mi sarò assopito, in un sonno agitato, popolato da vergini che ad avvicinarle si trasformavano in bambini dilaniati dai visi dolenti, e il ribrezzo che mi suscitavano guardandoli mi faceva scappare gridando.
Mi sveglio alle sei, affannato e sudato e mi accendo una sigaretta di quelle che mi hanno spedito, raccomandandomi di fumarne tante. Aspirando questo fumo dolciastro mi sento pervadere da una serenità finta, serenità che è soltanto incapacità indotta di provare un qualsiasi sentimento.
Il letto dove dormivamo tutti insieme è vuoto e sfatto: capisco che lei non abbia voluto vivere questo momento. Sa benissimo che dobbiamo obbedire, ma non ha voluto essere sopraffatta dal dolore della separazione. È stata una buona moglie mussulmana e Dio gliene renderà merito.
Esco di casa senza voltarmi, fumando, anche perché non riuscirei a trattenere in corpo alcunché. Tutto procede come da copione. Arrivo alla stazione Brignole con il cuore tranquillo: il tumulto ce l'ho nella pancia, ad onta di queste schifose sigarette. Ho bene impresso nella mente dove dovrò andare: istituto Firenze, corso Bertoncini. Tanto è l'anticipo che decido di andarci a piedi: mi mescolerò alla folla e sarò soltanto un orientale di più che popola i marciapiedi di Genova.
Manca mezz'ora. Mi sta salendo l'ansia perché non sono ancora riuscito a trovare questo maledetto corso Bertoncini. Non ho portato il cellulare per ovvi motivi e per trovare questo posto devo affidarmi a passanti e negozianti, ma nessuno dice di conoscerlo. Anzi, mi guardano con aria sospetta.
Sono le dieci meno un quarto e non so più bene cosa fare. Lo zaino è diventato pesantissimo. Sono disperato per non essere riuscito nel compito che mi era stato affidato. Non posso più tornare a casa. 
Mi dirigo verso il mare, che vedo da lontano, camminando come un automa comandato a distanza. Non so cosa fare ma so una cosa: non voglio avere sulla coscienza un asilo pieno di bambini.
Entro in acqua vestito, stamattina sulla spiaggia libera non c'è nessuno. Quando l'acqua mi arriva al collo tiro la cordicella.

lunedì 2 gennaio 2017

Tornare

Sto tornando a casa.
Guido distratto, canto assieme alla radio. A momenti mi commuovo: certa musica mi fa questo effetto. L'andirivieni del tergicristallo mi annoia e mi istupidisce. Ho fame e c'è buio.
Dopo tanto tempo ho davvero voglia di ritornare: certo, restano i mille problemi da risolvere, ma mi è tornata la voglia di riprovarci. In questo senso la lontananza mi è servita: questi mesi di sofferenza non sono stati pochi ma anche essi hanno avuto un senso.
In questa strada c'è buio davvero.
Improvvisamente la macchina ha un sobbalzo, come se avessi urtato un marciapiede, ma qui marciapiede non ce n'è, sono ancora fuori città. Per un lungo secondo ho il desiderio di proseguire ma rallento e mi fermo. Faccio un po' di retromarcia, la luce bianca del fanale illumina la strada. Dopo una ventina di metri lo vedo. Un mucchio di stracci da cui sporgono due piedi nudi. Non ci credo. Sono stanco morto. Non ci voleva... fra l'altro non ho neanche un ombrello in macchina. Una voce che non riconosco mi ordina di scendere. Tentenno ancora un attimo. Tanto sarà un cadavere, non ha più bisogno di aiuto. E se gli fossero restati addosso i segni delle mie ruote? Menate a non finire....
Accosto e scendo. La pioggia fitta e fredda di gennaio mi penetra gelida nel cuore. Provo con delicatezza a scoprire quel fagotto. E allora incomincio a tremare. E' viva, avrà diciassette anni. Il viso è gonfio e bluastro: non so che razza di bestia possa averla ridotta così. Ha solo bisogno di aiuto. La prendo in braccio: uno scricciolo di una trentina di chili. La devo portare di corsa in ospedale, anche se mi interrogheranno e mi romperanno i coglioni a non finire. Pazienza. Questa bambina ha bisogno urgente di cure, avanti a qualsiasi altra considerazione che io possa farmi.
La sollevo sotto la pioggia battente, che le dilava il sangue rappreso dal viso, ormai irriconoscibile. La infilo in macchina, di dietro. Guido con la più grande delicatezza e non penso a niente, meno male che so dove è l'ospedale. La radio della macchina l'ho spenta. Mi domando se ce la faremo.
Non so pregare e penso che sarebbe inutile, adesso però mi piacerebbe farlo. Dài piccola, resisti.
Arriviamo finalmente al Pronto Soccorso, e me la portano via dalla macchina e dalla vista. Mi siedo su una seggiola sgangherata della astanteria. Dopo poco, troppo poco, mi viene cercare un poliziotto, per fare il verbale: gli racconto quello che è successo. Mi sembra incredulo, ma non credo di doverlo convincere. In realtà mi interessa sapere solo come sta. E' per questo che dopo avere firmato il verbale ritorno a sedermi. Aspetto delle ore, forse mi sono addormentato. Mi sveglia di soprassalto lo scalpiccìo dei passi di due persone. Entrambi hanno un camice bianco. Mi avvicino e chiedo loro come stia la ragazza. "Quale ragazza?" mi chiedono. "Quella che ho portato verso le nove". "Ah, è morta dopo dieci minuti. Un'emorragia interna da traumi multipli".
Mi sento svenire. Ascolto la mia voce dire "Grazie. Che dispiacere".
Adesso posso uscire. Cammino nel buio e nel silenzio, e dopo avere oltrepassato di pochi metri il muro di cinta dell'Ospedale incomincio a gridare e a piangere senza limiti: non posso e non voglio crederci. La pioggia ormai non mi dà più alcun fastidio. Tutto quello che ho fatto, credendoci con tutto me stesso, non è servito a niente. E' immotivato il dolore per una sconosciuta, il mio cervello me lo dice. Ma il cuore non ragiona. E cammino nel silenzio rotto soltanto dai miei latrati, incurante di allontanarmi dalla macchina che mi deve riportare a casa.
Sento improvvisamente un dolore alla schiena, un dolore che non avevo mai provato. Non capisco come mai sono caduto. Sento anche il gusto dei sassolini della strada mescolato al sapore del mio sangue, che ben conosco. La schiena mi fa malissimo. Mi gira la testa e mi viene da vomitare. Sento delle voci estranee ma non capisco quello che dicono, sono uomini. Sento ancora, con difficoltà, il rumore di macchine che si allontanano.
Mi sto addormentando e mi passa la vita davanti,come in un film in pochi secondi. Me l'avevano detto. Non so che vita sia stata la mia. Ma so che non sarei stato capace di viverla diversamente.
Mi sono addormentato.

giovedì 27 ottobre 2016

Neri

Nelle mie passeggiate cerco sempre di trovare qualche motivo di interesse che mi faccia dimenticare che cammino, spesso, senza sapere neanche il perché….
C’è un piccolo campo di calcio, vicino a cui passo con piè veloce nelle seconde ore del pomeriggio, anche quando il sole non si è visto per tutta la giornata e nello zainetto da tre euro c’è la giacchetta a vento col cappuccio. Ma quando piove ormai non la metto più, mi piace la pioggia addosso, mi fa immaginare che potrebbe pulirmi “dentro”.
Beh, in questo campetto iersera giocavano i soliti pargoli, con grande impegno, forse dettato, più che dal desiderio di giocare “bene”, dalla paura dei rimbrotti dei familiari in macchina al momento del ritorno. I familiari... bisognerebbe impedirgli di guardare le partite di calcio dei loro pargoli. Gli fanno solo male.
I familiari, appunto, uomini, iersera le donne erano rimaste a casa, erano assiepati dietro una porta del campetto. Di fronte a loro, dietro l’altra porta, una fila di musi neri (ricordate Nicolò Carosio? Io sì...). Mori, Negri. Neri. Uomini “di colore” (nero, più che altro). Qualcuno in piedi, qualcuno seduto. Dieci, potrebbero essere stati. Silenziosi. Attenti. Come se stessero vedendo una partita di un qualche campionato panafricano. Non solo vestiti in maniera dimessa ma vestiti “poco”.
Non gli sono andato vicino, ho voluto avere la delicatezza di non disturbarli. Non ho potuto leggere qualcosa nei loro occhi, scuri come la pelle. Fissi su quel pallone. Ho potuto solo immaginare….
Uomini in fuga, dalla miseria, prima di tutto, anche se l’Africa è un continente ricchissimo….. Da una vita senza futuro, da una donna dalla quale credevano di essere amati e che invece ha dimostrato di amare solo sé stessa…. Chissà se invece, dietro a qualcuno di loro c’è una famiglia che li aspetta, e che a loro pensa ogni giorno e ogni notte. E che dio non voglia che finiscano come il protagonista della poesia “… portava due bambole in dono….”.
Ma più di tutto sprizzava da tutti quegli occhi, scuri come la tristezza che si portavano dentro, sprizzava quel desiderio impossibile di entrare in campo e di giocare, non per misurarsi con i pargoli, e neanche per esibirsi in palleggi e rovesciate, ma solo per dimenticare per qualche attimo la tristezza di una vita in cui i bianchi sono da un lato e loro dall’altro. Qualsiasi possa essere il motivo. In fondo non è cambiato niente.




domenica 9 ottobre 2016

DATTILO

Sono Francuzzo, il secondo direttore di macchina della CP 940, classe Dattilo, una motonave della guardia costiera.
Dattilo, il dito. Questo nome mi ha sempre fatto pensare al dito di Dio che sfiora Adamo nel Giudizio Universale, e gli trasmette qualcosa che neanche Michelangelo riesce a descrivere, o forse lo accoglie fra coloro che sono a sua immagine e somiglianza...
Dopo il servizio prestato in Marina, ai miei tempi era obbligatorio, ho deciso per la ferma permanente, anche se sempre non lo sarà certamente..... mi piace il mare. Adoro stare tutto il giorno per mare. Anche se il mio lavoro è "dentro" la nave sento il mare là fuori che mi circonda, e mi dà grande pace e serenità. E poi quando ho finito il mio turno vado su e lo guardo. Mi son trovato un posticino solitario, al di fuori degli occhi di chi vuol sempre fare “quattro chiacchiere” e me ne sto seduto lì. Con le mie Gitanes. E la mia tosse.
Voglio bene ai miei ragazzi, otto, e loro vogliono bene a me. Anche loro stanno bene qui, e mi trasmettono l'entusiasmo dei pochi anni che hanno, pochi rispetto ai miei. In più di me hanno la passione per questi motori, che sono il cuore di ogni nave, e li trattano, anche se enormi, con la stessa delicatezza che avrebbe un orologiaio nel maneggiare un orologio prezioso. Prezioso non per il prezzo, prezioso per i ricordi che porta con sé. Io la passione per i motori, forse perché ormai li conosco come le divise che ho nell'armadio, non ce l'ho più tanto.
C'è anche un bravo cuoco sulla nave Dattilo, uno che per mesi ha sofferto il mal di mare. Lui, insieme a quello che ci dà il mare, non ci fanno certo rimpiangere quel che mangiavamo a terra.
In questi ultimi anni siamo sempre per mare. Si parte la mattina e non si sa se la sera si dormirà a casa.
Una volta dovevamo soccorrere le imbarcazioni in difficoltà, adesso, ogni giorno, dobbiamo impedire la morte di centinaia, a volte migliaia, di disperati uomini e donne e vecchi e bambini, che fuggono da un futuro a loro negato.
Una volta avvistata con i radar una di queste “zattere della disperazione” la nave si dirige verso di essa. In quei momenti siamo tutti tesi, e ognuno, nel rispetto dei suoi compiti, si preoccupa in cuor suo per quello che troveremo. Quanti vivi, quanti morti. Quanti riferiti dispersi. Quanti vecchi. Quanti da cercare lì intorno.
Ogni volta assistiamo a spettacoli che vanno ben al di là della nostra fantasia e che lasciano una ruga in più sul viso.
Una volta arrivati la “macchina del recupero efficiente”, come la chiamo io, si mette in moto. Ognuno sa quel che deve fare e lo fa in silenzio. Solo i loro richiami di aiuto, e il rumore di fondo del mare, ci entrano nelle orecchie e si conficcano nel cuore. Ognuno ha un suo compito ma ognuno è disponibile per tutti. E' un po', in quei momenti, come se ognuno capisse davvero, come mai è stato nella sua vita, il senso profondo della solidarietà.
Spesso capiamo anche chi è, o chi sono gli scafisti. Anche con loro si fa l'esercizio spirituale di reprimere il desiderio di torcergli il collo (con le mie mani non avrei difficoltà...). Chissà, forse quei soldi che hanno preso, potrebbero essergli serviti per dare da mangiare ai loro cari..... eh sì, anche gli scafisti hanno dei cari, chi l'avrebbe mai detto. Non mi sento proprio di giudicare nessuno. Cerco di aiutare tutti.
E finalmente arriva il momento in cui sono tutti a bordo. Spesso un giorno non basta per arrivare a destinazione, spesso il mare ci rallenta. Abbiamo la possibilità di accoglierne 80, in una camerata con brandine e calore. Ma spesso, spessissimo, sono tanti di più. E allora a bordo te li trovi dappertutto. Specie i bambini. Hanno una capacità incredibile di trasformare tutto in un'avventura meravigliosa e te li vedi sbucare da ogni buco, un po' sorridenti. Anche in Africa giocano a nascondino, all'”ammucciatella”, come diciamo noi calabresi.
E il loro sorriso fa sorridere anche me.
Il nostro cuoco, in fondo al cuore, è contento, ma non si permette di farlo capire a nessuno, anche se io, che lo conosco bene, glielo leggo negli occhi. Quando deve cucinare per tanti si esalta, e più tanti sono più lui gode. Gode nel pensare cosa gli potrà dare da mangiare, gode nel sapere che le sue capacità saranno duramente messe alla prova. E' un poveraccio un po' folle, tutto sommato, ma si fa in quattro.
Sa che certi cibi non può usarli perché questa gente, ancorché letteralmente “morta di fame”, segue i precetti della loro religione. Lo scatolame di maiale non lo mangerebbe mai..... e allora lui gli fa grandi minestre di verdura, calde, in cui mette il cus cus e pezzi di pollo. Ha una pentola di 50 litri di volume. Si eccita, e vede già, con gli occhi della speranza, il sorriso di coloro che terranno in mano le sue ciotole.
Questa è la mia vita, a cui non voglio e non posso rinunciare. Nel senso che non ci riesco. Queste sono le mie famiglie e il mare è mio Padre.
Questa notte abbiamo avvistato uno scafo al largo di Malta, in acque territoriali. Certo, non dovremmo andarci, ma sappiamo benissimo che ci andremo comunque.
96 umani di cui almeno due terzi prossimi alla morte. Gambe e braccia che possono soltanto ricordare i campi di sterminio. Occhi neri in un buio pesto. Occhi di chi ha perso tutto, anche dopo averci visti. Che ne sarà di loro, una volta scesi dalla motonave Dattilo? Non è mio compito pensarci ma non riesco a farne a meno.
C'è una ragazza che aspetta un bambino. E' molto bella, di pelle appena scura. Avrà sedici anni. L'attesa di un figlio la rende ancora più bella. Non capisco se abbia un compagno o se il compagno l'abbia imbarcata a forza, per dare un filo di speranza a questo figlio.
La portiamo su con tutta la delicatezza possibile. Il comandante le offre la sua cabina. C'è un letto vero. E' spossata. La magrezza le rende ancora più evidente quella pancia già enorme di suo. Le mettiamo vicina una donna, cerchiamo di farle capire che se succedesse qualcosa ci chiami.
Esco da quella cabina pensando al futuro, non il mio, ormai irrilevante, ma a quello di questo nascituro.
Mi butto in branda alle sei. Notte difficile. Ma mi sono sentito utile. Siamo stati tutti utili, siamo una bella squadra. Forse non siamo davvero nati per niente, abbiamo seguito “virtute e conoscenza”. E l'esercizio della virtù ci ha dato la conoscenza. Tutto, aveva capito Dante.
Sento gridare improvvisamente. Ho dormito quaranta minuti. Fin troppi.... Esco e capisco. La donna fuori dalla porta della cabina del comandante grida, chiama aiuto. Entro e capisco che siamo arrivati. Bene. Gli uomini son riusciti a medicalizzare il parto ma gli animali ci hanno insegnato che la natura non ha bisogno di nessuno. Purtroppo nessun uomo si è fatto avanti per veder nascere il proprio figlio. Il comandante è un po' impressionato. Allora mi avvicino io a lei, col volto solcato dalle lacrime per le contrazioni dolorose. A suo tempo, tanto tempo fa, avevo dato anche l'esame di ostetricia e ginecologia. Adesso è il momento di metterlo in pratica. Ostento sicurezza davanti a tutti. Li faccio uscire. Siamo soli io e lei. Lei griderebbe, se ne avesse la forza, ma emette solo un respiro rumoroso. Se sapessi la sua lingua.... cerco di sorriderle e di darle conforto. Le stringo la mano. Penso a Gesù, nato da solo in mezzo al fieno. Eccola la testa! Nera e con capelli neri. Ok, dai, il gioco è fatto. L'ultima spinta me lo mette in mano e lo tiro fuori. 
Piangi, cazzo, piangi!!!! Tira fuori questo cazzo di voce, porca puttana, non vorrai morirmi fra le braccia. Non farmi questo torto. E finalmente esce fuori questo grido, pianto acutissimo che avvisa tutti che ce l'abbiamo fatta. Sorride adesso la mia Madonna. Glielo metto in braccio e apro la porta. Mai nascita venne accolta con più grande gioia e con un canto della loro terra che a me ricorda “Va pensiero...”.
Piccole felicità, grandi gioie, chissà.
Torno in branda e il cuore va a quel bambino che non ho voluto.








domenica 25 settembre 2016

Ancora qualche passo

Ho appena finito di masturbarmi, con quel microsecondo di beatitudine che la cosa porta con sé. Del resto mi accontento. Non è vero che è come fare l'amore con la persona a cui si vuole più bene, non è più così. E se possibile è ancora più triste.
Mi preparo a uscire per il dovere quotidiano: cheppalle!
Guardo con attenzione la boccia con i pesci, il taccuino e la penna con cui prendere gli appunti. E' un po' di tempo che questo allevamento all'incontrario dei pesci mi appassiona.
Riempio la boccia di acqua pulita. Compero due pesci della stessa razza, un maschio e una femmina. Li metto nella boccia e li nutro con regolarità, come da manuale. L'esperimento consiste nel non cambiargli mai l'acqua. Per ogni razza quindi segnerò sul diario durata della vita del maschio, della femmina e il grado di opacità dell'acqua, misurando l'attenuazione del fascio di luce all'estremità opposta della boccia. Risultati: mediamente cinque giorni di vita residua, in genere gli ultimi due senza più alimentarsi. I maschi muoiono prima delle femmine, come noi umani. Soffrono di più. Il record però di nove giorni l'ha stabilito un maschio di pesce pagliaccio, annegato nella propria putredine con gli occhi fuori delle orbite più del solito. Li considero morti dopo che galleggiano per venticinque minuti. Per quando non ci sono mi supplisce la telecamera. Dimenticavo: la temperatura dell'acqua è venti gradi, termostatata.
Cammino, con le cuffiette, che mi aiutano a tenere vuoto il cervello. Se non avessi le cuffiette a ogni ringhiera mi verrebbe quel pensiero e non voglio. E poi la radio non è male, ha un elenco di due o trecento canzoni che ripete sistematicamente, per cui dopo alcuni anni la sequenza l'hai inconsciamente imparata a memoria. Cento e quindici passi al minuto. Perché mai, poi, per chi, soprattutto.
Lo vedo da abbastanza lontano, saranno almeno una cinquantina di metri. Nel silenzio del mattino faccio fatica a riconoscerlo, ma capisco che mi viene incontro per salutarmi. “Buongiorno dottore!”.
Mi devo fermare. “Buongiorno Rai, come andiamo?”. “Cosa vuole che le dica? Non mi lamento, ormai nella mia condizione sarebbe sciocco farlo.... Lei piuttosto? Vedo chiaramente che si trascina dietro un grosso peso e mi dispiace”. Ma come cazzo ha fatto a capirlo? Io cammino per la strada, sono sempre lo stesso, lo zainetto peserà due etti, tre con la giacchetta a vento, non lo vedo da parecchio e non può sapere da nessuno gli affari miei........ “Ha ragione, Rai, è un momento difficile, e non è un momento, sono mesi”. “Non so che dirle, Dottore, vedo come lei sta adesso ma non ho il potere di dirle che tutto si aggiusterà....”. “Ma mi dica, Rai, ma lei non è morto da qualche giorno? Cosa ci fa qui?”. “Ci è concesso ancora qualche giorno, appunto, per sistemare piccoli affari lasciati in sospeso.... ma non siamo percepibili da tutti”. “E perché io la posso vedere e posso parlarle?”. “Perché lei è proprio uno dei miei affari in sospeso”. “Ah, ah, ah, Rai, lei vuole davvero farmi ridere. Ma mi lasci perdere.... Mi lasci bollire nel mio brodo, come i miei pesci. Arrivederci Rai. Non è stato un piacere ma son del tutto sicuro che non ci vedremo mai più. Neanche all'inferno”.
E via, quasi di corsa.... ma che cazzo vuole sto cadavere ambulante.... poveraccio, in fin dei conti. Chissà se ha vissuto come ha voluto.... o come ha potuto..... o come altri hanno voluto che vivesse.
Sono già arrivato al mio punto di arrivo e mi sono voltato per la via del ritorno. Cammino tranquillo, non assorto ma abbastanza tranquillo.
Sto per attraversare la strada e sento dietro di me l'avvicinarsi della sirena di un'ambulanza. Sto per attraversare, sono sulle strisce, chi cammina del resto non si può fermare, se no perde l'abbrivio.
Bum!

“Ciao Rai.....”


giovedì 22 settembre 2016

Lizzy

Dopo tante incertezze, mi sono convinta.
Già da qualche tempo sono diventata padrona della casa "di famiglia" e ho finalmente deciso di ricostruirla da cima a fondo, cosa che a un tempo mi stuzzica e mi gratifica immensamente. Non che quella casa fosse brutta, anzi, averci trascorso l'infanzia e la giovinezza è motivo continuo di bei ricordi, però vi sono alcune cose, che per me hanno un significato profondo, che potrò finalmente cambiare.
E allora tanto vale cambiarne anche svariate altre....

E' un vecchio palazzo, in un quartiere del centro, in una lunga strada che si dirama da una piazza alberata, dirigendosi a sud, con due file non interrotte di caseggiati fine ottocento, ai cui lati vi sono ancora giardini meravigliosi e riparati, nascosti da sguardi indiscreti, che sembrano inesplorati.
Come tutte le case di un certo tono ha sempre avuto il servizio di portineria, e quando ero piccola questo era tenuto da due sorelle, che mi hanno sempre fatto venire in mente le sorelle Materassi. Erano due vecchie sorelle, e non mi stupirei se avessero nascosto un grande segreto. Magari erano ricchissime, e il sabato mattina, quando andavano via, mi immaginavo che andassero a stare per due giorni in una reggia sfavillante....
Da bambina in quella via c'erano negozi che ormai non ci sono più e anche i loro padroni sono morti. Il vecchio lattaio, il vecchio macellaio, tutti negozi in cui il rapporto col cliente diventava una piacevole consuetudine, e ci si dava il buongiorno come con una persona in un certo senso di famiglia. Solo il tabacchino è rimasto uguale, nel senso che si è tramandato di padre in figlio, e come è facile immaginare si tramanderà di figlio in nipote. Sono cambiati soltanto gli articoli che compravo, caramelle, chewing gum, piccoli giocattoli.... adesso compro anche carte bollate.
Con Edo abbiamo per tanti anni abitato in un'altra casa, ma adesso la lasceremo, io senza alcun rimpianto. La "mia" casa sarà un'altra cosa.
La decisione ha tardato a venire, sia per l'impegno economico da sostenere sia per quella malinconia che sempre accompagna i cambiamenti, e che ci si vuole evitare finché non se ne possa più fare a meno.

Gli operai dell'impresa hanno incominciato un giorno di maggio. Ben presto, dato che per costruire bisogna inevitabilmente distruggere, la casa è stata invasa da un fine pulviscolo, fine ma denso, che impediva di vedere le persone a più di un metro, oltre il metro le si intuivano soltanto, senza riconoscerle.
La sera, prima di cena, faccio un piccolo sopralluogo e il vedere quello sconquasso mi dà l'impressione che non riuscirò mai più a farne qualcosa di buono. E intanto nella testa mi frullano mille pensieri e mille progetti, tutti fra loro diversi, e si affollano alla soglia della coscienza con la stessa opacità con cui il pomeriggio intravedo gli operai.
Ma intanto, giorno dopo giorno, i lavori vanno avanti, anche se ci ho impiegato più di un mese a capire dove, e come, volevo la cucina.
Questa nuova occupazione però, anche se in certi momenti lo nego a me stessa, mi porta anche soddisfazione, quella che ogni nuovo e bel progetto porta con sé.
Gioia, preoccupazione, rimorso di disfare qualcosa che la mia famiglia ha costruito, incertezza continua sulla bontà delle mie scelte, mi hanno accompagnato nelle mie giornate estive, e anche le tanto sospirate vacanze ne hanno sofferto.
In realtà tutto andava per il meglio e Edo, che molto poco spesso faceva dei sopralluoghi, era comunque favorevolmente impressionato, in quanto vedeva la casa cambiare di volta in volta, e mentre all'inizio non era neanche in grado di riconoscere le stanze, nell'ultima visita era riuscito a capirne la disposizione e ne era rimasto molto contento.
Non sapevamo quando la casa nuova sarebbe stata pronta, ma sapevamo che ci saremmo stati bene.
Una mattina però sono stata interrotta, mentre facevo lezione, dalla telefonata di un ragazzo della squadra, che, con un tono di voce molto preoccupato, diceva: "Signora, venga subito a casa, abbiamo trovato qualcosa!...". Cosa fosse questo qualcosa neanche lui riuscì a spiegarlo bene, e io, alquanto contrariata, mi sono affrettata a raggiungerlo. Sembrava che in casa fosse stata trovata una cosa che non poteva neanche essere nominata. In quel quarto d'ora di tragitto mi domandavo senza posa che cosa potesse mai essere.
Era quasi l'ora del pranzo, e tutti gli operai si sono fermati al mio arrivo. Il capo, un gigante dall'aria dolcissima, mi ha condotto nella stanza che avrebbe dovuto diventare il salone, e mi ha mostrato la causa di tutto quel trambusto.
Un osso.
Appoggiato in una fessura del muro, che nei progetti sarebbe dovuta diventare una nicchia, faceva bella mostra di sé quest'osso bianchissimo, calcinato, di forma irregolare, in un punto acchiocciolato su sé stesso, grande come il pugno di un bambino appena nato.
"Resti umani", dicevano gli occhi spalancati di tutti gli astanti, non impauriti forse, ma timorosi di profanare qualcosa e di ricevere una punizione sovrannaturale per quella loro empia azione.
Io invece ho trattenuto a stento il primo moto di riso. "Ogni scusa è buona per non lavorare", ho pensato, ma anche io avevo un certo disagio persino a sfiorarlo.
"Chiamerò Edo", disse ad alta voce, pensando a lui che in quel momento era in studio con i suoi pazienti, "State tranquilli. Per oggi potete andare a casa". Un'altra giornata di lavoro persa, riflettevo mentre andavo a casa.
"Un osso dentro un buco nel muro, e cosa sarà mai....", ma non riuscivo a capirne il perché, il come ma soprattutto il quando.
Escludevo, col buon senso della maestra, che potesse trattarsi di ossa umane. Non solo Edo me lo avrebbe agevolmente confermato ma quella casa non era certo un castello che contenesse celle segrete dove far morire prigionieri condannati a una morte lenta e atroce. E poi non era verisimile che tutte le altre 205 ossa si fossero consumate e quella no. I miei genitori erano andati ad abitare lì nel 1953.
Lizzy ne parlò a tavola con Edo e anche Giò, il loro ragazzo, studente naturalista, dichiarò il proprio interesse per quel reperto.
Dopo pranzo andarono tutti e tre a fare un'ispezione, con la dovuta calma. Edo prese in mano il reperto con curiosità scientifica, ma non senza delicatezza, e si mise a guardarlo attentamente sotto la luce della finestra. Giò girava per la casa, eccitato e curioso. Lizzy si sedette sull'unica sedia disponibile: stava proprio diventando bella, la sua casa.
"Non è un osso umano", sentenziò il signor dottore. "Non conosco ossa umane con questa forma".
"E allora cosa è?" gli ho chiesto io, tranquillizzata ma curiosa, "Boh, non sono veterinario, come faccio a saperlo" le rispose. "Non tutti i tuoi pazienti ne sarebbero certi" pensò Lizzy, ridendo fra sè, ma non disse niente. Si godeva l'ultimo sole di quella giornata di ottobre, anche lei appoggiata al davanzale della finestra.
Improvvisamente Giò gridò: "Venite un po' qua, a vedere cosa ho trovato". Entrambi, distolti dai loro diversi pensieri, si alzarono di scatto e andarono da lui, che stava frugando dentro la nicchia dove l'osso era stato trovato.
Con le dita e le unghie sporche di calce porse loro un rotolo di carta avvolto da un nastro sbiadito, che una volta era stato celeste.
Lizzy lo prese in mano e sciolse il fiocco, srotolando con la migliore delicatezza la carta ingiallita.
Ne lesse il contenuto ad alta voce.
"Caro amico, scusami se ti ho fatto spaventare trovando quest'osso. Sono una donna vecchia, prossima alla morte. La mia vita è stata bella e allietata da una grande famiglia, ma ora sono rimasta sola. Mi restava il mio cane, che con affetto e devozione mi ha reso meno tristi queste giornate, in cui il sole sembra solo tramontare. Anche se può sembrare paradossale è lui che ha reso più umano il mio ultimo tratto di strada. La mattina mi svegliava, con gentilezza e delicatezza, e il dovermi occupare di lui, il mio Gluck, mi impediva di starmene tutto il giorno a letto, a rotolarmi nella malinconia. E così, per anni, abbiamo vissuto insieme, cercando di darci vicendevolmente un po' di joie de vivre. Preparandogli la zuppa veniva voglia di mangiare anche a me, e così mi ha impedito di lasciarmi morire di fame. Obbligandomi, ma solo con gli occhi, a portarlo a sgambettare ha impedito che si rattrappissero definitivamente le mie stanche giunture. E la sera, seduto vicino a me sul divano, mi ha dato quel calore che credevo di avere perduto per sempre.
Ma ogni cosa bella ha una fine e anche Gluck è finito, prima di me. Le mie preoccupazioni su cosa sarebbe stato di lui "dopo di me" si sono rivelate inutili.
Sono arrivata con lui in braccio dal veterinario che respirava a fatica, e mi guardava con uno sguardo stupito e riconoscente. Il dottore, vecchio amico, mi ha detto che non era nelle sue possibilità di fare qualcosa, quel calcio aveva rotto il fegato. C'era solo la possibilità di non farlo soffrire. E io, che l'ho amato così tanto, non ho voluto che soffrisse.
Un piccolo favore, ho chiesto al veterinario. Dammi qualcosa di lui, un osso magari. Voglio che resti nella casa dove ha vissuto, e dato, ore felici.
E adesso sono qui, con quest'osso in mano, che nascondo perché voglio che resti in questa casa, e vorrei che tu, caro amico, lo lasciassi riposare ancora, fino alla fine dei tempi. Grazie".
Edo si alzò di scatto e andò a prendere il secchio della calce.




mercoledì 21 settembre 2016

Verso il termine

1 - Il dottore è stato chiaro. Non ha minimamente tenuto in considerazione il fatto che che io mi senta davvero bene. Mentre leggeva l'esame istologico che gli ho portato, del quale io ho capito ben poco, cambiava espressione. "Non molto tempo", mi ha detto, evitando, per un garbo di cui non lo credevo capace, di pronunciare la parola "mesi". Mi fa sorridere l'idea che possa invece trattarsi di "giorni".
Appena arrivato a casa ho avuto un attimo di smarrimento perché il silenzio mi ha sempre dato addosso, anche se posso dire che la solitudine me la sono guadagnata alla grande.
Radio, benedetta radio. Vorrei ubriacarmi, come sicuramente farebbe il mio amato Marlowe: non lo faccio perché so che poi starei troppo male. Un bicchiere di bitter Campari colmo, con più Campari che  ghiaccio, potrà bastare.
E così, con il bicchiere posato davanti all'angolo destro del sottomano, quasi fosse diventato un piatto segnaposto, incomincio a scriverle, depresso in una casa deprimente.
Via via che riempivo le pagine sentivo la tensione diminuire, anche se cresceva il timore che lei, appena visto il mittente, le cestinasse senza neanche leggerle.
Non è stato un testamento, soprattutto perché non ho niente da lasciare oltre ai ricordi, pochi belli, la maggior parte dolorosi. Le cose di cui ho amato circondarmi non hanno alcun valore venale.
Ho cercato soltanto di spiegarle, guidando in questa ultima curva, quali e quante siano state le paure che hanno governato la mia esistenza.
Oggi, anche se viviamo nell'epoce della posta elettronica, le manderò una semplice lettera con un piccolo francobollo, per non negarmi il sottile piacere di pensare che una lettera possa perdersi nelle tasche della borsa di un un postino distratto, e magari arrivare dopo che io avrò voltato la curva.

2 - Non sono molti gli anni passati da quando sono rimasta sola. Certo, mio figlio viene spesso, ma d'altronde ha la sua vita.
Ho dovuto metterlo alla porta, quell'uomo che non voglio neanche più nominare, dopo l'ultima che mi ha fatto. E dire che tante gliene avevo perdonate, ma non c'è stato verso. Una volta di più non è stato capace di trattenersi.
L'ho messo alla porta non solo perché l'ho ritenuto insuscettibile di miglioramento ma perché ho finalmente compreso l'enorme distanza che ci separa. A nulla sono valsi gli anni di vita insieme e le cose, tante, che abbiamo condiviso. Vive, viveva, perché adesso non so che fine abbia fatto, in un mondo tutto suo, a me inaccessibile.
E stamattina, al ritorno da quel poco di spesa che mi obbligo a fare per non stare chiusa in casa tutto il giorno, trovo questa busta nella casella della posta, gonfia di fogli. Quanti anni saranno che non ricevo una lettera? Comunque è sua.
E' posata sul tavolo in cucina, ancora chiusa. Devo decidere se aprirla.  Non ho la più pallida idea di cosa possa esserci scritto ma non credo che chieda di tornare a casa. In questo senso mi incuriosisce.  D'altro canto ho già deciso che non voglio condividere più niente con quell'individuo.

Sono passati tre giorni e la busta è ancora lì, posata sul tavolo. Non ho nemmeno il coraggio di toccarla, sarò stupida.... come se mi potesse trasmettere ancora altro male oltre a quello che ho già ricevuto. Squilla il telefono. 
E' mio figlio, è facile esserne certa, perché non mi telefona nessuno. Chissà cosa vorrà dirmi.

sabato 17 settembre 2016


Capitano periodi in cui devi fare un qualche bilancio della tua vita disordinata e scombinata. “Anche se questa vita/un senso non ce l'ha....” direbbe Blasco.
E' come se in quei momenti sentissi un improvviso bisogno di guardarti meglio dentro, anche perché certi fatti non sono andati come avevi immaginato e sperato, e lo scombussolamento che ne è derivato ti ha indotto a desiderare di fare un po' di ordine e di chiarezza.
Non è detto che tu ci riuscirai ma almeno ci puoi provare, nell'unica maniera in cui sei capace a farlo, scrivendo. Scrivendole una lettera che non le darai mai e che leggeranno alcuni estranei, che di te si faranno una ben precisa idea: che sei una bestia.
Quindi incominci a piangere, tanto da mesi ogni giorno è così, e pensi un po' a lei. A Lei.
Fra qualche giorno saranno nove mesi che non la vai a trovare, non dico trovare, ma neanche a vedere per qualche attimo. Ovviamente non puoi scrivere che non ti ricordi neanche che faccia abbia, perché non è possibile, te la ricordi benissimo. Ti assomiglia come una goccia d'acqua, soprattutto nell'orribile carattere. Se io e lei avessimo lo stesso cognome potremmo chiamarci “Non ti parlo più”.
Ti sei scientificamente costruito una vita in cui ogni giornata ha talmente tante cose da fare che non c'è più spazio per lei, neanche le canoniche domeniche in cui la nonna veniva a pranzo. Succedeva anche in casa tua.
La domenica la nonna, se pur per anni è venuta, non viene più a pranzo. E' lì, inutilmente e scioccamente seduta su quella sedia dove il sollevatore la deposita, prelevandola dal letto, due volte al giorno. Ha una badante affezionata e a te basta. Credi che spiccichi qualche parola. Sei sicuro, del resto, che se ti dovessi per un qualche miracolo presentare ti chiederebbe “Chi sei?”, o almeno proverebbe a pronunciarlo. E ti lascerebbe comunque il sospetto che lo faccia apposta....
Due ictus è riuscita a farsi. E naturalmente uno a destra e uno a sinistra.
Tu ovviamente ti occupi di tutte le cose materiali (altri non fanno neanche quello) ma ben capisci come l'essere presente potrebbe essere un bel regalo. Forse. Tu che regali cose a tutti non riesci a regalare un po' di tempo a lei.
E allora ti domandi da dove possa venire tutto questo rifiuto.
E' troppo semplice dire che continua a farti incazzare, ed è riduttivo. Certo che, quando è stato il momento, se la pressione alta se la fosse curata adesso non saremmo a questi punti. Il fatto di avere un figlio laureato in medicina e chirurgia (non medico...) non l'aveva convinta. Fare di testa sua le sarà sembrato più furbo. Mal gliene incolse.
Ma non c'è mai stato un buon rapporto, troppa era la distanza fra i modi di vedere e di pensare le cose del mondo e della vita, e nulla c'è mai stato di veramente “complice”. Le parole volersi bene si dovrebbero sostanziare, in quel rapporto, di una amorevole confidenza che non c'è mai stata. Quando lui è morto hai pensato: “Ma perché non è morta lei?”.
Adesso è la, circondata da tutti confort che possa sognare un tetraplegico e ti figuri che abbia “negli occhi aperti un grido”: “Sei una bestia”.
Lo so. All'inferno mi porterò anche questo punteggio, nella Caina, mi par di ricordare, i traditori della famiglia.
Spesso mi sovviene che, da bambino mi diceva “Ricordati che quando sarò morta piangerai”. Non lo so mica, però piango adesso, non per lei ma per me.
Mi sono anche negato il piacere di assistere la Mamma.

Ricorderai di avermi atteso tanto
e avrai negli occhi un rapido sospiro.
(G. Ungaretti, La madre)


giovedì 25 agosto 2016

CURRICULUM


Bettina quella mattina si era alzata presto, alle cinque e un quarto. L'appuntamento era alle dieci e mezzo ma lei voleva avere tutto il tempo necessario per ricontrollare il curriculum. Era troppo importante e doveva essere perfetto.
La sveglia, regolata sulle sei, non aveva neanche avuto il bisogno di suonare perché un clic "dentro", in quel sonno più volte interrotto, l'aveva richiamata alla scarsa luce dell'alba invernale.
La prima imprecazione era maleducatamente uscita dal pensiero cercando le ciabatte. Mai che fossero al loro posto.
Arrivò in cucina con gli occhi ancora assonnati, senza a riuscire a trovare l'occorrente per colazionarsi. "Fatti almeno il caffè", si disse, "il resto lo cercherai dopo".
Anche il caffè quella mattina stentava a salire, non ostante lei fosse sicura di non averlo schiacciato nel filtro, segno di una giornata storta. Ma ancora lei non poteva immaginare quanto.

Dopo la frutta riprese in mano il curriculum. Non aveva voluto usare il cosiddetto formato europeo, tanto non era un professore universitario, e a lei piaceva che fosse più discorsivo. Aveva inserito tutti i suoi studi, a partire da quella scuola elementare che tanti tristi ricordi le aveva marchiato, per finire a quella laurea tanto desiderata, anche se in cuor suo, se le fosse stato permesso, lei avrebbe voluto fare il medico. Il Medico. In particolare l'internista, specialità per la quale si sentiva particolarmente portata. Ma, oggi lo possiamo dire con cognizione di causa, ciò per cui lei era disperatamente portata era il poter aiutare il suo prossimo.
In questo la sua laurea e la sua professione la aiutavano solo parzialmente.
Poi c'erano le esperienze lavorative, in un certo senso il punto dolente del curriculum, almeno dal suo punto di vista. Tutte attività in cui aveva dato letteralmente l'anima e da cui, invariabilmente, aveva ottenuto poco denaro e minima soddisfazione. Certo, aveva fatto della pratica ma tutto quello che faticosamente aveva studiato e imparato le era servito davvero poco.
Non aveva dimenticato gli hobby, primi fra tutti i suoi adorati fiori, di cui giustamente andava orgogliosa, e le sue aspirazioni, a nostro parere davvero modeste. Ma Bettina si dava molto meno valore di quello che davvero aveva.
Comunque il suo curriculum, dieci fogli in tutto più un floppy, era anch'esso perfetto.

Si vestì con cura e attenzione. Indossò un collant grigio velato e una gonna anche essa grigia. Una camicetta di lino color perla tirata fuori dal cassetto per l'occasione, ancora profumata di lavanda. Un filo di trucco, per evidenziare ancora meglio quelle due lanterne che aveva sotto la fronte, un rossetto di un rosso solo minimamente sfacciato. A lei piaceva così ed era sicura che al direttore del personale non sarebbe dispiaciuto.
Uscì di casa alle otto e mezza, due ore in anticipo sull'appuntamento. Non voleva arrivare per nessun motivo sudata.

Sull'autobus notò un uomo che la guardava con insistenza, ma lei era stata educata, dalla nascita potremmo dire, a far finta di niente. Anche se cercò a sua volta di guardarlo, cercando di non farsene accorgere. Quell'uomo aveva un aria studiatamente trasandata. Una volta era stato biondo ma adesso i corti capelli sulla carta d'identità erano stati definiti brizzolati. La barba di alcuni giorni. Due baffoni che facevano venire in mente una foca o un leone marino, in questo aiutati da un fisico non proprio asciutto. Teneva in grembo una borsa floscia, in cui a più riprese rovistava senza dare l'impressione di avere trovato quello che cercava. O forse era un gesto per darsi una qualche importanza. Bettina ne era rimasta come ipnotizzata e non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, anche se doveva farlo. Le avevano insegnato che non era buona educazione.
Finalmente lui scese dall'autobus, e Bettina lo cancellò dai suoi ricordi. Era sceso alla fermata prima di quella a cui sarebbe dovuta scendere lei.

Arrivò all'azienda con mezzora buona di anticipo. Non volendo fare la figura dell'ansiosa, anche se a quel posto ci teneva davvero assai, decise di farsi un giro alla Rinascente. Chissà che non le venisse qualche buona idea per arredare la sua nuova casa. Di tante cose ancora aveva bisogno quella casa. Di un uomo, anche.

Come dio volle l'ora passò, fra servizi all'americana e stoviglie decorate a fiori verdi.
Bettina uscì e entrò nell'azienda. Con tutta la sua gentilezza chiese del direttore del personale. Fu indirizzata dagli uscieri al secondo piano. A lei piacevano le scale, le riteneva un buon esercizio, e non aveva alcun torto, vista la snellezza delle sue gambe. Comunque l'ascensore la terrorizzava. Se avesse dovuto salire al dodicesimo piano non avrebbe potuto fare a meno di arrivare un po' sudata.
Una segretaria che non avrebbe sfigurato in un calendario per camionisti, con un seno assolutamente inverosimile, le disse di accomodarsi in una saletta poco più avanti, chiusa da una porta di vetro smerigliato. Sarebbe stata chiamata.
Si avviò con il suo bel curriculum sotto il braccio ed entrò. C'era solo un'altra persona.

Lo riconobbe immediatamente. L'uomo dell'autobus, la foca.
Sulla camicia, bianca, spiccava una macchia marroncina, goccia di caffè colata dai baffi, pensò lei con un moto di simpatia. E lui portava anche la macchia con grande noncuranza. E fumava. Nella saletta d'aspetto i portacenere del resto non mancavano e l'aria era pesante del fumo di più giorni. Bettina pensò che presto si sarebbe alzata ad aprire la finestra.
Anche lui l'aveva riconosciuta, non immediatamente ma l'aveva ben riconosciuta. Bettina non capiva se le guardava più le gambe o più gli occhi ma la guardava con profondità.
Dopo avere realizzato che mai e poi mai lei gli avrebbe rivolto la parola lui esordì con un "Anche lei per il curriculum?". Una bella voce, forse leggermente nasale.
"Sì, certo", rispose. E si accorse di balbettare. "Speriamo che serva a qualcosa..." continuò lui, con incertezza.
Voleva farla parlare. E allora prese il coraggio a quattro mani. Si alzò dicendo "Io sono Franco B. Forse ambiamo tutti e due allo stesso posto ma nulla vieta che ci stringiamo lealmente la mano. E che vinca il migliore". Franco si stupì della naturalezza con cui gli era uscita questa frase.
Ma non era solo naturalezza. Era anche desiderio. Di conoscerla.
Anche lei si stupì che le avesse rivolto la parola. Tutti le avevano sempre fatto capire che lei era una insignificante nullità ed era stupefacente che qualcuno in circa dieci parole li smentisse così categoricamente. Le si strozzò la parola in gola e per forse due secondi, o due minuti, non fu in grado di emettere suono o di muovere il braccio. E lui, lì, fermo, con il braccio esteso e la mano, che grande mano, aperta verso di lei.
Ci si tuffò dentro, quella mano, Bettina, intuendone la schiettezza.
"Piacere Franco. Io sono Bettina F. Che vinca il migliore, certamente".
Franco le si sedette a fianco. Incominciò a parlarle e lei ne restò affascinata. Non capiva le parole ma soltanto la nuvola sonora che esse costituivano, nuvola su cui lei galleggiava. Una nuvola che poteva essere di bla bla bla come poteva essere la declamazione del quinto canto dell'Inferno - Quali colombe dal disìo chiamate.... - una nuvola fatta di alito di sigaretta, di caffè, di voglia di raccontarsi... Franco che voleva andare via.... Franco che voleva una vita diversa, ma che doveva anche lui consegnare il curriculum anche se questo avrebbe inevitabilmente voluto dire che era in competizione con lei. Noi sappiamo bene che Franco in competizione non lo avrebbe mai voluto essere con nessuno....

Improvvisamente i loro sogni cedettero il passo a due colpi secchi, sul momento non riconoscibili, a cui seguirono grida disperate, troppo vicine a loro. Franco la prese per il braccio e la strappò via dalla seggiola su cui lei era rimasta incollata.
"Vieni via, piccola". Dopo aver sbirciato oltre la porta di vetro smerigliato uscì trascinandola, cercando da andare nella direzione opposta a quella da cui aveva sentito gli spari. Lei lo seguiva passivamente, non capendo bene quello che stava succedendo.
In qualche maniera arrivarono in strada. Franco ansimava. Camminarono forse cinque minuti, mano nella mano, fino a quando entrarono in un piccolo bar. Con un'aria pulita. Si sentivano, lontane, le sirene della polizia.
Nel giornale di domani avrebbero letto che il direttore del personale era stato freddato con due colpi di 357 Magnum da una donna disoccupata. Disperata. Doveva essere uscita da quella sala d'aspetto un attimo prima che c'entrassero loro.
In quel bar, davanti all'ennesimo caffè, Franco le disse "Che culo che abbiamo avuto, cara la mia Bettina...." e lei annuì, pensando al curriculum rimasto nella stanza fumosa.
Ma chissenefrega del curriculum.....


martedì 2 agosto 2016

Botanica

Coltivare un giardino è un piacere dello spirito un po' asettico: prescinde infatti da qualsiasi influenza e trae massima soddisfazione soltanto dalla perfezione formale.

Coltivare delle rose è invece un bisogno del cuore: la cura per esse richiede tutto ciò che di bello e di buono alberga nel più profondo di noi, anche se il nostro meglio è inestricabilmente legato al nostro peggio.
Ecco perché ogni rosa in un bicchiere porta con sè una piccola lacrima.



martedì 23 febbraio 2016

BIGLIETTI

Clara si era seduta forse per la quarta volta: prima il telefono, poi il portiere, infine la sua amica del cuore che era passata a salutarla. Si erano tutti coalizzati nell'impedirle di fare l'unica cosa che quella mattina avrebbe voluto fare, anzi, che sentiva di dover fare.
Si promise che non avrebbe dato risposta più a nessuno e si sedette, finalmente tranquilla anche se col cuore in tumulto. Tirò fuori dal cassetto il blocco della carta intestata e incominciò a scrivere. Dopo tre righe strappò il foglio e incominciò a ridurlo in piccolissimi frammenti, tali da non poter mai essere ricostruiti.
Si fermò un attimo a riflettere, con la testa appoggiata sulle mani. Cosa sapeva in fin dei conti di quell'uomo? Poco davvero, molto meno di quello che, da quando si erano conosciuti, si sarebbe ragionevolmente aspettata di sapere.
E adesso aveva deciso di scrivergli. Un biglietto, due righe, una lettera d'amore, comunque qualcosa di scritto, di duraturo quindi, che era niente di più di una dichiarazione di resa incondizionata a quel qualcuno che le aveva cambiato la vita.
Ancor'oggi, dopo tre mesi, non sarebbe stata capace di dire che cosa era stata a farla impazzire dal desiderio, non l'aspetto, ovviamente, e neanche quel suo atteggiamento, un misto fra non curante e arrogante, ma ben miscelato. Quando lui parlava qualunque cosa dicesse, fosse anche la lettura ad alta voce dell'elenco del telefono, a lei si inceppava il flusso dei pensieri. E Giorgio non ci impiegò più di due appuntamenti per capirlo, approfittandosene nella maniera più naturale. Parlava poco, il bel Giorgio, ma una sua carezza valeva quanto un discorso. Clara gli si diede con passione irrefrenabile.
E adesso si trovava seduta alla sua scrivania, libera e tranquilla, cercando di raccogliere i pensieri e di scriverglieli.
Panico del foglio bianco.
"Caro amore...", e il foglio fece la medesima fine del suo predecessore. Amore era una parola che in quel mese non era mai stata pronunciata da entrambi, sarebbe suonata come i tasti di un pianoforte non suonato da tanti anni, perlomeno stantia.
Provò a versarsi da bere, a mezzogiorno l'aperitivo ci può stare. Tre dita di Bourbon whiskey, senza ghiaccio e tutto di un fiato. Glielo tolse il fiato, appunto. Nel risedersi alla scrivania per un attimo vide due fogli bianchi. ma ricominciò fiduciosa.
"Giorgio", virgola e accapo. La parola restò sola sul foglio per alcuni minuti. "Ma poi, perché voglio scrivergli? Cosa ci sarà mai da dirgli che non posso dirgli a voce?" Così pensando si tormentava la pellicina dell'unghia dell'indice, e non fu soddisfatta finché un bruciore intenso le segnalò l'uscita del sangue.
Quell'uomo non parlava, e lei avrebbe voluto rovistargli nel cuore. Mai le era successo di desiderare di portarselo via, e di passare il resto della vita accoccolata fra le sue braccia. Ovviamente lontano da tutto e da tutti. Non è che si sentisse innamorata, almeno non come lo era stata nel passato (o forse semplicemente non ricordava bene), lo voleva e basta. Ma non si può volere un'altra persona solo per sé senza che questa sia d'accordo, o perlomeno che sia a conoscenza di questa nuova intenzione della tua vita.
"Giorgio,
c'è voluto meno di un mese per aprirmi gli occhi. Averti conosciuto ha cambiato tutte le prospettive della mia esistenza. Non credo di poter più fare a meno di te, non voglio. Se anche per te è così, così come io sento che sia (e qui Clara capì di essersi scoperta troppo) vediamoci domattina per colazione, al nostro bar. Lasciamoci dietro tutto. Corriamo incontro alla felicità".
Firmò "Clara" facendo un ghirigoro con lo svolazzo, che non aveva mai usato, e che strideva con la sua grafia regolare, minuta, ordinata, usata per il resto della lettera. Giorgio avrebbe dovuto capire che l'aveva fatta impazzire.
Posò la stilografica e rilesse, intanto che l'inchiostro asciugava. Piegò il biglietto in due e lo imbustò. Leccò la parte gommata della busta ela chiuse. Le scappò di baciarla, del resto era sola.
Aveva procurato di restare in casa sola, quella mattina, per cui quando squillò il campanello dovette alzarsi per andare ad aprire, bestemmiando fra i denti. Era il postino, con un pacco di libri contrassegno che aveva ordinato suo marito: dovette andare a prendere il denaro in cassaforte, non poco. Si fece posare il pacco sul pavimento e intanto se lo rimirava. Bel ragazzo, non c'è che dire. Fare l'amore con uno sconosciuto, ancorché piuttosto pericoloso, e perché non il postino, era una delle sue fantasie più ardite. Gli mise in mano, con fare indifferente, una banconota da venti, solo per vedere i suoi occhi illuminarsi. Cosa che puntualmente avvenne, col giovinotto che usciva camminando all'indietro e profondendosi in inchini.
Tornò alla scrivania, dove aveva lasciato il cuore.
Possiamo facilmente immaginare il suo disappunto nel non vedere la busta sulla scrivania, dove l'aveva posata tre minuti prima. Il cuore incominciò ad accelerare fino a farsi sentire , subito sopra lo sterno, con colpi sordi e vigorosi. Con il braccio spazzò via tutte le cose che erano sulla scrivania, e il portapenne di cristallo cadendo per terra si ruppe.
Càlmati Clara, sei sola in casa, salterà fuori.
Clara non aveva mai sopportato il fatto di non essere in grado di capire quello che stava succedendo, come adesso. A suo tempo aveva letto, e meditato, i libri del dott. Freud, e sapeva di avere riposto il biglietto da qualche parte senza rendersene conto. Ma dove? Suo marito sarebbe tornato in serata, quindi aveva, teoricamente, tutto il tempo per trovarlo.
Incominciò sistematicamente a svuotare tutti i cassetti della scrivania, cosa che non faceva da tempo. Quanta roba avrebbe dovuto buttare via! Cose che un tempo dovevano essere state un ricordo a rivederle adesso non le dicevano niente, e la tristezza di questa costatazione la indusse a cestinare tutto, con astio.
Comunque niente.
Ispezionò tutti i ripiani della libreria per vedere se avesse posato la busta davanti a qualche libro. Anche lì niente.
Incominciò a pensare a suo marito con quel biglietto in mano. Non era neanche un biglietto ambiguo, non avrebbe potuto giustificarsi arrampicandosi sugli specchi con frasi tipo "E' soltanto un gioco". Sarebbe stato soltanto un insulto all'intelligenza di lui. Il fatto che avrebbe potuto essere letto dai suoi figli per fortuna non le venne neanche in mente, le avrebbe scatenato un attacco di panico, mentre il quel momento aveva bisogno di tutta la lucidità possibile.
Pensò di chiamare la domestica per farsi aiutare nella ricerca ma scartò subito l'idea. Quella strega, non oca, avrebbe capito immediatamente l'importanza del biglietto e non avrebbe esitato a metterselo in tasca. Per poi sputtanarla, o peggio ricattarla. No, meglio fare da sola.
Le era venuto il mal di testa, lo stress, per cui si prese un'aspirina.
Si sedette sulla poltrona e incominciò a riflettere: del resto era una donna intelligente, avrebbe potuta farcela, ragionandoci sopra a mente fredda. Ripercorse tutti i movimenti che aveva fatto dalla squillo del campanello, maledetto lui e il postino. Niente.
Cercò di guardarsi intorno con occhi "nuovi".
Niente.
Iniziò a piangere con rumorosi singhiozzi, tanto era sola....
Si sentiva spacciata.
Non sappiamo per quanto tempo pianse, anche se il cielo si era oscurato e la pendola nell'ingresso aveva suonato più volte. Alzandosi per accendere la luce, e continuare la ricerca, diede inavvertitamente un calcio al cestino delle cartacce, che rovesciò il suo contenuto per terra.
Tornò a sedersi, non piangeva più. Le cadde l'occhio sulle cartacce, sparse per terra, quasi in fila. E lo vide. Un frammento di quella busta giallina, e vicino gli altri tre. Verificò che dentro ciascuno avesse il suo brandello di biglietto.
Diede fuoco a tutto nel portacenere e in quel filo di fumo puzzolente si sciolsero i suoi sogni. 



 

lunedì 22 febbraio 2016

Mattino

Giuseppe era uscito dal bungalow quasi di soppiatto, saranno state le sei. Nel campeggio c'era silenzio, come era ovvio aspettarsi, ma era un silenzio irritante. La sera prima aveva deciso che si sarebbe svegliato presto per vedere l'alba ma, come sempre negli ultimi anni, l'orologio dentro la testa aveva squillato di gran lunga prima di quello sul comodino.
Era stato ben attento a non svegliarla: avrebbe dovuto dirle perché usciva così presto e non aveva nessuna voglia di parlare. Neanche con sé stesso. Quei pochi movimenti che aveva fatto prima di uscire, infilarsi una maglietta, bere un sorso d'acqua, erano stati fatti senza la partecipazione della coscienza.
L'aria del mattino gli trasmise un piccolo brivido piacevole e lui, ancor una volta senza rendersene conto, fece un sorriso. Ci voleva più di un'ora per aspettare il sole, e la spiaggia distava non più di cinque minuti.
Arrivato sul lungomare incominciò a camminare senza meta, o forse con il desiderio non espresso di un caffè, di vedere un volto, di sentire una voce. Ma era davvero troppo presto. A poco a poco gli ritornarono alla mente i discorsi della sera prima, di tutte le sere di quell'ultima settimana di vacanza, maledetta lei e il momento che aveva deciso di farla, la vacanza. Più di una volta aveva avuto la nettissima sensazione che mantenere quella situazione sarebbe stato insopportabile.
Ma era solo il sentimento di un attimo, intensissimo, certo, ma, a motivo delle sua istantaneità, presto metabolizzato e ricacciato in fondo, assieme a tutto il resto.
Si rosicchiava nervosamente le unghie, procurandosi solo dolore.
Rare biciclette percorrevano la pista a fianco del lungomare, guidate lentamente da persone altrettanto assorte. Il silenzio e l'oscurità, appena sbiadita verso l'orizzonte, avvolgevano tutto, e anche l'aria che respirava gli sembrava pesante.
Accese una sigaretta, l'ultima del pacchetto, spiegazzato dalla permanenza notturna nella tasca posteriore. Anche il fumo non gli dava granché soddisfazione.
Girata una curva si trovò di fronte un locale con le luci accese, e gli scappò il secondo sorriso di quella mattina che sembrava senza fine. Era un tipico locale da spiaggia, un bar trattoria con terrazza appoggiato su pali piantati dove finiva la spiaggia, una palafitta, quei posti che dopo pranzo fanno ombra ai giochi vocianti dei bambini.
A prima vista Giuseppe non capì se quel bar fosse appena aperto o se invece non avesse ancora chiuso dalle cene della notte. Sulla terrazza, rivolti verso il mare, stavano un uomo e una donna, seduti su due seggiole accostate, il braccio destro di lui attorno al collo di lei, a volerla proteggere. Giuseppe, sorseggiando un caffè con l'unica qualità dell'alta temperatura, si incantò a spiarli, rapito da quel quadretto, che nella sua fantasia avrebbe dovuto essere eterno. Avrebbero persino potuto essere morti, lasciando solo la testimonianza di quel gesto perfetto di intimità e di affetto.
Non sappiamo quanto tempo ancora Giuseppe restò fermo dietro di loro, immobile e muto: ma ben sappiamo che, di fronte a una situazione che ci piace, desideriamo che il tempo si fermi. Per cui Giuseppe ci sarebbe invecchiato, a guardarli.
La luce dell'aurora lo svegliò da quella piccola estasi, ricordandogli il motivo principale, la scusa forse, per cui era scappato dal bungalow così presto.
Scese in spiaggia e si sedette sul bagnasciuga, stringendo le ginocchia fra le braccia, e intanto che stringeva gli occhi per non perdere l'attimo del primo raggio l'ondetta del primo mattino, lieve, gli accarezzava i piedi. Non si curò nemmeno di gettare il mozzicone, che gli restò appeso alle labbra. Chissà se i due ragazzi dormivano ancora.
Stava bene, e non sentiva neanche più il freddo del mattino.
Guardava fissamente quel punto nell'orizzonte dove il colore del cielo suggeriva che sarebbe spuntato il primo arco di fuoco, e lo aspettava con ansia, come se quel raggio avesse potuto magicamente dare una svolta radicale alla sua vita.
E finalmente, senza bisogno di nessuna colonna sonora, il sole rinacque, e Giuseppe sorrise, consapevole e contento. Quel fuoco gli entrava nel cuore e, mano a mano che ingrandiva, tutte le storture della sua vita gli sembrarono davvero suscettibili di miglioramento, con pazienza e volontà.
Con il sole ormai completamente in cielo Giuseppe si voltò. L'osteria aveva spento ogni luce e i due innamorati scomparsi. Non riuscì a trattenere due lacrime, cercandoli inutilmente. Si sentiva tradito anche se sapeva che loro non gli avevano promesso nulla, gli avevano soltanto dato l'immagine dei suoi ricordi.
Certo che sei triste, piccolo Giuseppe, torni con la coda tra le gambe nel lettuccio del tuo bungalow, desiderando soltanto di issare l'ancora e volgere la prua ad est.




giovedì 30 luglio 2015

La scrivania

Avevano appena finito di celebrare al dio ventre e lui, forse più degli altri, si trovava in quello stato di intorpidita inebetitudine che precede l'oblio del sonno. Anche quel giorno, a dispetto del tempo e della stagione, aveva trovato tutto quello che gli sarebbe servito per cucinare, e il rito era stato al solito preparato con grande cura. Ogni ingrediente era stato cercato meticolosamente, a incominciare da quel rosmarino imbastardito dal profumo della buccia del limone che tanto gli piaceva. I suoi commensali, verbalmente avari, gli avevano dimostrato quanto grati gli fossero e quanta stima avessero di lui pulendo fiamminghe e pentole quasi da non aver più bisogno di lavarle. E questo gli fece sprizzare la gioia dagli occhi, anche se l'odore di limone nel rosmarino non erano stati capaci di riconoscerlo. Lo abbracciarono forte, accomiatandosi.
La celebrazione del rito in pompa magna era stata come sempre solo l'occasione, un abilissimo ma faticoso diversivo, per distoglierlo dal pensiero fisso di lei. Infatti, in quelle sei ore, come un maestro di yoga, lui riusciva a fare un vuoto nella sua mente, un piccolo vuoto che gli dava sollievo e una goccia di serenità.
Si sedette finalmente al suo tavolino, dando le spalle alla finestra, e senza voltarsi sentì su di sé la stanca luce del pomeriggio, sempre più indebolita dal subentrare della sera. D'inverno già alle tre il sole scendeva dietro alla casa di fronte, inondandola per pochi minuti di un alone rossastro.
Meno male che tutti erano usciti. Solo la tigre era sdraiata per terra, in una posa innaturale perché esageratamente rilassata: sonnecchiava a occhi aperti, certo pronta a un improbabile scatto.
Accese la radio, bassa, e cercò un po' di musica classica, perché ne sentiva la necessità.

Cucinando invece si ascolta il rock, che impedisce di star fermo anche solo un attimo. Cucinando non senti la fatica, godi solo del divertimento. Ti mancherebbe soltanto un po' di quella polverina bianca che si tira su col naso..... ti consoli con il vino bianco. La fatica, e una sensazione poco chiara di disagio, la senti dopo, quando tutto è finito. Il disagio viene forse dal fatto che ti rendi conto che hai dato il meglio, ogni santa volta, e chissà se la prossima sarai all'altezza....

Tirò fuori dal cassetto il quaderno per scrivere. La tigre russava dolcemente, così piano che a tratti non si sentiva. In radio trionfava Bach. Tutto era pronto per incominciare, e al posto giusto. La penombra aveva conquistato la stanza, spezzata soltanto dal paralume che ingialliva dolcemente il foglio del quaderno aperto. Ma non riusciva ancora a "partire": lui sapeva bene che non era il "blocco" dello scrittore - lui non si reputava in tutta onestà uno scrittore, tutt'al più un artigiano della parola -, era solo l'affollamento nel cuore di tutte le cose che avrebbero voluto trasferirsi sulla pagina, ottenendo con quei segni blu una specie di vita propria, segni che comunque a una buona parte dell'umanità sarebbero risultati incomprensibili, anche se, per un caso più che fortuito, un qualche malinconico scrittore russo fosse venuto a sapere della loro esistenza.
Incominciò,talvolta lo faceva, disegnando con quattro righe un reticolo di nove caselle, ciascuna riempibile con un pallino o con una crocetta. Un elementare gioco, da scuola elementare, infatti. Era ben consapevole della stupidità di fare da solo un gioco che deve essere fatto in due, un gioco che, nella sua assoluta semplicità, ben potrebbe essere considerato il prototipo dei giochi "a due". Il passo successivo avrebbe potuto essere una partita a scacchi da solo. Ma non è possibile. Non è possibile, cioè, alternativamente assumere due diverse personalità, entrambe con l'equipotente desiderio di prevalere sull'altra.

Certo, non è possibile, ma sarebbe bello non avere bisogno di nessuno per la propria vita, essere in tutto autonomo. A principiare dal gioco. Del resto cosa è l'amore, se non un gioco?

Comunque lui si era formalmente impegnato, e gli schemi, tutti finiti in pareggio, fiorivano sulla bella carta Fabriano, che un pittore avrebbe usato per disegnare, magari uno studio di un nudo di donna, una damina con seni vagamente conici, non più grossi di una coppa da cocktail Martini.
Dobbiamo pensare che nella sua mente si fosse fatta strada la convinzione che, a furia di dài e dài, un (involontario?) attimo di distrazione avrebbe fatto breccia in uno dei due contendenti e l'altro, gongolante, avrebbe finalmente prevalso, segnando l'agognato tris, orizzontale, verticale o diagonale, i più difficili da percepire con il colpo d'occhio. E per riuscirci si trattava soltanto di fare tutto di corsa.
Al secondo foglio si fermò: lei si era di nuovo impadronita della sua testa. L'avrebbe dovuta rivedere lunedì, a cena. Si domandò quanto voglia avesse davvero di rivederla, e si sorprese a non sapersi rispondere con chiarezza.
Cincischiando con la penna gli venne in mente l'ultima volta che erano andati al mare insieme, l'unica, quando lei indossava quel due pezzi verde ancor più che striminzito, provocante, e sorrise pensando agli sguardi di desiderio che quella ragazza suscitava, e al suo orgoglio nell'abbracciarla platealmente davanti a tutti, in quel baretto sulla spiaggia. In quel momento la sua felicità era stata semplice e completa: chissà se così era stato per lei? Nulla di quella donna era facilmente comprensibile.
Adesso nello studio entrava solo il buio, e lui, aiutato dalla fioca luce del paralume, mescolava abilmente ricordi e fantasie, ancora senza scrivere niente. Se lì vi fosse stato un altro uomo, a lui non visibile, lo avrebbe per certo scambiato con un ospite di quei manicomi per persone agiate, che pietose ancorché ricche suore si industriano a chiamare "Casa di cura San Qualcosa": ma manicomi restano, con il cruccio, per i congiunti, di avere esperito in prima persona e tramite una sonora facciata, che non si può ottenere né comperare tutto, ad onta di sostanze monetarie più o meno cospicue sottratte (loro dicono guadagnate) al bene comune.
Chiuse gli occhi con dolcezza e se la rivide ancora davanti agli occhi, nell'abito da sera che la fasciava quando erano andati a vedere Don Giovanni alla Scala.

Ti rivedo sfavillante e raggiante, in quell'abito lungo di seta nera con le paiettes, davvero scollato perché tu te lo potevi ben permettere. Eri felice, e sorridevi a quel tripudio di luci e di voci, e avresti voluto sorridere a ogni singola persona, e infatti tutti ti sorridevano, gli uomini con una punta di desiderio, le donne con una punta d'invidia. I capelli li avevi raccolti dietro e tenuti fermi con quel grosso ago dorato che avevamo comperato insieme, da quell'orefice veneziano che tanto aveva insistito per mettertelo lui sui capelli la prima volta, e tu ti schermivi arrossendo.
Io invece, irrigidito un poco nello smoking a noleggio, perché stretto, ero oggetto di curiose occhiate e di qualche risolino, tesi a domandarsi come fosse mai possibile che un uomo così vilmente ordinario potesse cingere, non senza difficoltà, un tale cigno. Come sono stati belli quegli attimi.....a me bastava questo per essere felice. Tu lo eri?

Il vecchio si era appisolato, e al risveglio non avrebbe saputo dire per quanto. Del resto non aveva mai voluto mettere un orologio nel suo studiolo, il tempo che passa non doveva essere un freno ai suoi sogni, e ai suoi rimpianti.
La tigre, annoiata, era andata altrove a cercarsi un po' di vita.