martedì 14 maggio 2013

VECCHI


Era parecchio che non ci andava. Ettore si era tenuto quel piccolo desiderio per troppo tempo.
Un giro al Luna Park. Solo un semplice giro al Luna Park. A Pescara non era come a Roma, dove il Luna Park dell'EUR è permanente. A Pescara viene una volta all'anno, da inizio dicembre a più o meno metà gennaio.
Ogni anno si riprometteva di tornarci e ogni anno, quasi sempre per ottimi motivi, certo, si ritrovava al 10 gennaio sapendo che il Luna Park non avrebbe finito la settimana. E gli restava un discreto amaro in bocca. Sapore dell'infanzia, ma mica solo dell'infanzia.
Ricordava bene le numerose volte che c'era andato con papà. Solo un po' più grandicello si era accorto che anche a papà piaceva salire sulle attrazioni o parteciparvi, e che lo faceva non soltanto per accompagnarlo.
E mentre da piccolino quella presenza a fianco era lo sprone ad impegnarsi allo spasimo, ad esempio nel tiro all'orso con il fucile – orso che più che altro muggiva – pochi anni dopo l'averlo vicino lo riempiva di orgoglio.
Non ci sarebbero voluti tanti anni che quella presenza sarebbe diventata fastidiosa, sostituita, ma solo per l'adolescenza, dagli amici. Ricordava Ettore, molto distintamente, anche quel biglietto da 10, abilmente sfilato dal portafogli di papà, per pagarsi il Luna Park, andandoci quando e con chi avrebbe voluto lui. Aveva quindici stupidi anni.
Intanto la ruota girava del tutto inesorabilmente ed Ettore si era ritrovato in un batter d'occhi con i suoi, di figli, a recitare la stessa parte, per la quale si sentiva del tutto inadeguato. Motivo per cui, anche se non poteva sapere cosa avrebbero pensato i bambini, si adattò a farla, nello stesso modo in cui immaginava l'avesse recitata papà.
E il tiro all'orso mugghiante continuava a essere lì, gettonato specialmente da Robertino, che voleva continuamente gareggiare con lui. Lo metteva in piedi sul bancone e lo aiutava a sostenere il fucile, più lungo di lui. La bambina preferiva tirare le palline nella vaschetta dei pesciolini rossi, e non riuscendo a centrare il piccolo buco, si finiva inevitabilmente, per non farla lacrimare, col pesciolino rosso in mano, acquistato, non vinto, che mai era durato fino a Carnevale, anche quando la Pasqua era bassa.
Queste cose pensava Ettore dentro di sé.
E poi gli anni erano passati, i bambini cresciuti.
A lui era rimasta questa specie di voglia, di divertirsi in maniera spensierata al Luna Park, o almeno di far finta di divertirsi, ma se non altro farlo bene.
Il problema è che non puoi essere spensierato se i pensieri ce l'hai, specie se sono svariati. E fra l'altro non puoi farti un giro al Luna Park e andare sull'autoscontro da solo, non puoi scontrare i ragazzi. Nella migliore delle ipotesi ti prendono per un vecchio rimbecillito, nella peggiore per un maniaco. E non hai nessun bisogno di fare quattro chiacchiere in questura.

Nello stradone che porta al Luna Park, dopo una cert'ora, c'è la possibilità di avere compagnia a pagamento. Il sabato sera, anche dopo quell'ora, le attrazioni continuano a funzionare.
Irina, si chiama la ragazza. Con la minigonna anche la settimana prima di Natale. Mi fa malinconia e basta. Non suscita ancora altre reazioni. Concordiamo un compenso orario, ora in cui lei farà tutto quello che voglio io. Tre ore possono essere un buon inizio, per non stare solo. Dopo avere ricevuto il permesso del cosiddetto fidanzato torna da me e me la prendo sottobraccio. Avremo dieci minuti di cammino, dieci minuti per conoscerci.
E' rumena. Cerco di farla un po' raccontare, mi piace ascoltare i racconti. Ma ha una certa difficoltà con la lingua, no, non in quel senso lì. Con la lingua italiana.
Con l'intenzione maligna di farla spaventare la prima giostra che le propongo è l'otto volante, giro che lei sostiene con grande naturalezza, anzi, ne vorrebbe un secondo. E' per me che sarebbe troppo.
Entriamo allora in quella attrazione dove c'è un percorso da fare al buio, a piedi, con improvvise luci e rumori, e fili pendenti dal soffitto, e scheletri che compaiono all'improvviso, e spifferi gelidi. Dammi la mano Irina, e gliela prendo. Tutto devi fare, tutto quello che voglio. Si diverte la ragazza, forse non ha neanche vent'anni. E più lei si diverte e più io mi immusonisco, perché non riesco a divertirmi come vorrei.
Provo a trascinarla dal sempiterno tiro all'orso, forse è davvero lo stesso padrone di quando ero bambino. E sfoggio la mia abilità. 20 su 20, e poi 40 su 40. Grande Ettore. Batte le mani e ride divertita, mi dà persino un bacino sulla punta del naso. Sbaglio, e so il perché, ma le chiedo di provare anche lei. E la aiuto a sostenere il fucile, come facevo con Robertino, cosicché la posso abbracciare. Ma non ne azzecca uno. Ci viene regalato il mitico peluche, visti i denari spesi.
Irina, lo vorresti un krapfen? Quei bei krapfen il cui olio di frittura viene gelosamente tramandato da un anno all'altro? Perché no? Tre morsi, dicansi tre. La ragazza ha appetito, del resto le cosce non sono propriamente magre.
La imbarco infine in quella giostra costituita da piccole carrozze che girano in tondo, Avalanche express mi pare che si chiami, e durante il giro a un certo punto le vetture vengono ricoperte da un tendone che porta il buio. Tipica giostra da innamorati, è per questo che ci sono voluto salire.
Si diverte come una pazza, e la forza centrifuga me la spinge addosso. Approfitto del buio e le do un bacio, su una bocca in cui il sapore del krapfen e il profumo del rossetto di bassa qualità si mescolano. Tutto posso fare, ricordatelo. Mi restituisce il bacio con grande impegno. E' tenera Irina.
E' passata un'ora, la voglia di Luna Park me la sono levata. La riporto dal fidanzato.
Ho voglia di abbracciarla e lo faccio, stringendola con tutte le mie forze.
Domani è il mio ultimo giorno di lavoro.




lunedì 13 maggio 2013

Bottiglioni


La psichiatria, dopo un periodo in cui era "di moda" andare dallo "strizza", è approdata in televisione, e lì affascinanti attori/psichiatri ricevono altrettanto affascinanti attori/pazienti, in sedute altamente inverosimili.
Glamour è la parola d'ordine: tutto deve essere glamour, compresa l'umana sofferenza che di suo non lo è granché.
Che si provino, i grandi cineasti, a filmare una visita in un ambulatorio del servizio di igiene mentale dove vado tre mattine alla settimana. Di glamour non c'è traccia; forse, a guardare con occhio smaliziato e corrosivo, l'unico spettacolo che viene in mente è il circo, non solo per la varietà che si presenta all'osservatore ma soprattutto per la malinconia che traspare, come un alone di fondo, in ogni "numero" presentato.
E lo psichiatra a cui passa davanti agli occhi questo film di miseria e di tristezza deve innanzitutto fare i conti con il senso di assoluta frustrazione che quegli incontri gli procurano.
E non c'è stipendio, o onorario professionale, che possano ripagare il sentirsi sgradevolmente impotente. L'errore che fa il mondo è pensare che lo psichiatra lavori per il denaro. Probabilmente lavora soltanto per punirsi.

L'altra sera ero di turno per l'ospedale. Una serata estiva, con l'aria ancora densa del caldo della giornata; serata in cui fai l'andirivieni fra il soggiorno e il bagno per rinfrescarti, perché sei in un bagno di sudore ineliminabile, e non respiri neanche bene, a volerla dire tutta. Davanti alla televisione le immagini si sfuocano e si mescolano con quelle che hai dentro. Ti mancano i tuoi bambini. Avresti voglia di sentire le loro grida, anche se le zittisci sempre. Volti di uomini, del passato e del presente. Ti accendi la tua sigaretta per tenerti sveglia: non sia mai che chiamino dall'ospedale e tu stai dormendo: non lo sopporteresti il casino che ne verrebbe fuori.
Due boccate e inizi a russare, perché hai il naso chiuso da morire. La sigaretta ti cade in grembo e ti bruci una coscia. Altro giro in bagno, bestemmiando per l'ustione. Questa volta sotto il rubinetto ci metti tutta la testa, col tuo cespuglio di capelli che ti ostini a considerare radi, anche se sai che a lui piacciono. L'acqua fredda ti dà un barlume di lucidità e riconosci quel volto allo specchio, quelle belle labbra, e in un flash ricordi gli uomini che le hanno baciate, volti che ricordi con grande precisione, nei lineamenti e nel carattere, e ti sovviene anche l'ultimo, che non vuoi ancora baciare.
Il naso continua ad essere completamente tappato: è la maccaia.
Quasi quasi ti piacerebbe che il telefono squillasse: anche se sei una donna ti stai davvero rompendo i coglioni, in questa serata irrespirabile di luglio.
L'angelo custode dei giovani psichiatri, maligno come sanno esserlo soltanto certi tumori, esaudisce nel giro di tre minuti la richiesta del tuo inconscio.
"Ciao Paolina, sono Salvatore. Abbiamo bisogno di te. C'è il solito barbone strafatto che fa casino. Vieni e dammi una mano perché ho solo due alternative: o la dose di serenase buona per una giraffa o lo butto dalla finestra direttamente, anche se siamo solo al pianterreno". Salvatore scherza sempre, è un ottimo diagnosta ma con i pazienti è negato. L'anatomopatologo dovrebbe fare. Cadaveri e vetrini. Vetrini e cadaveri. "Dammi il tempo di vestirmi. Cinque minuti".
Mentre mi infilo i pantaloni mi ricordo che ultimamente lo scooter fa i capricci: ci mancherebbe anche questa. Eventualmente chiamerò un taxi.
Salvatore mi abbraccia quando arrivo. E' proprio un bravo ragazzo e ha avuto sempre, come ancora adesso leggo nei suoi occhi, un desiderio di me molto evidente, evidente non solo per uno psichiatra con un po' di esperienza ma anche per tutti quelli che gravitano intorno al pronto soccorso. Le nostre strade però non si sono mai incrociate. "Vai nel box 3, il toro scatenato è tutto per te". "Dammi un camice". "Eccolo". Mi avvio senza paura, aspettandomi un energumeno. Non voglio pensare a Sara, che qualche anno fa in una situazione come questa si è buscata un coltellata.
Apro la porta scorrevole e cerco di capire rapidamente cosa succede e chi ho di fronte. La magrezza mi colpisce subito, più di tutto il resto. L'espressione è torva, mi sembra incazzato come una vipera. "Buonasera, sono la Dottoressa Zoppi". Come se non avesse parlato nessuno. Va avanti e indietro come una fiera in gabbia. E borbotta fra sé e sé. Mi arriva uno sbuffo alcoolico nauseante: deve avere fatto un bel pieno. Continua a fare come se non ci fossi. Sergio, si chiama. Ha 45 anni ma li porta da schifo. Sulla camicia, piena di macchie, ha un giubbotto jeans logoro. I pantaloni li sta perdendo: è già arrivato all'ultimo buco della cintura.
Devo assolutamente catturare la sua attenzione, altrimenti non se ne esce.
"Sieda un attimo, ci fumiamo una sigaretta" gli dico offrendogli il pacchetto delle Marlboro. Buona mossa, si siede al mio fianco, con un po' di difficoltà perché l'equilibrio è quello che è. Più che fumare succhia avidamente, e la sigaretta se ne va in una boccata. Gli metto il pacchetto davanti. Il contatto c'è stato.
"Sente delle voci?". "Sì, la sua".
Mi hanno insegnato che la domanda è stupida ma fino a un certo punto: la risposta ti permette di avere un'idea della lucidità del tuo interlocutore.
Mi chiede, con un gesto cortese, di potersi servire liberamente delle Marlboro. "Fai pure" è il senso del mio gesto di risposta.
Per un attimo i nostri occhi si incrociano: nei suoi leggo miseria, solitudine, tristezza infinita. Chissà lui cosa legge nei miei.
La mia diagnosi è che Sergio avrebbe soltanto bisogno di essere abbracciato da qualcuno. Qualcuno che non c'è. L'unico abbraccio che può permettersi, a buon mercato, è quello col bottiglione di vino. E più bevi e più dimentichi il bisogno di essere abbracciato.
"Le metto su una flebo di vitamina: vedrà che si sentirà meglio in pochi minuti". Spenge la sigaretta, mogio, e si allunga sul lettino senza rimostranze: si vede che si sente veramente male. A essere sincera nella flebo ci metto anche qualcos'altro, solo per farlo sentire un po' meglio.
"Stia tranquillo, fra cinque minuti di orologio son qui da lei". Non mi risponde ma ha capito. Gli appoggio la mia mano sulla sua e gliela stringo leggermente.

Utilizzo quei cinque minuti per telefonare alla signora che ha chiamato il 118, impaurita dalle escandescenze, più violente del solito, del vicino di casa.
Mille volte ho sentito questa storia, declinata nelle sue più varie accezioni ma sempre tragica, e mai mi ci sono abituata. Mamma e figlio da soli, chiusi in un cerchio magico cui contribuisce anche la misera pensione di lei, con i bisogni ridotti all'essenziale, in una relazione che esclude ogni altra persona. E quando la mamma muore il cerchio si spezza, il vuoto non è colmabile e il vino e le sigarette riempiono, come possono, giornate tutte uguali, e diventano i tuoi principali interlocutori. Ti bastano solo la poltrona e la televisione.
Cosa cazzo può fare un semplice psichiatra? Niente, solo fargli passare una notte più tranquilla del solito. Oltre ovviamente a restare con l'ennesimo amaro in bocca, per non essere stato in grado di fare qualcosa per Sergio. E' per questo che adesso mi sento uno schifo, non per i vestiti appiccicati addosso.
Ogni giorno che passa sono certa di avere sbagliato mestiere, anche se non saprei immaginarmi di farne un altro.
Vado da Sergio. La flebo lo ha tranquillizzato. Il respiro è superficiale. Deve essere stato anche un bel giovanotto. Trattengo a fatica il desiderio, forte, di dargli un bacio, anche se è sporco e puzza.
Vado a scrivere il referto della visita psichiatrica di pronto soccorso, mi levo il camice e me ne vado, più triste e più dubbiosa di ieri.



martedì 30 aprile 2013

Medici


“Per favore vai a darle un'occhiata, è caduta per strada”.

Non è perché io faccia il medico da un quarto di secolo che abbia il dovere di andare a vedere le ginocchia sbucciate, aspirerei a qualcosa di più professionale.
Poi non ne ho nessuna voglia, è una persona che non mi piace.
Non saprei dire perché non mi piace, forse è solo l'aspetto esteriore, è bassa, troppo grassa, e non parla neanche bene la mia lingua. Si chiama Myriam.
Vado, con calma, certo, ma vado, anche per non farmi trovare da dire, che poi mi sale la pressione.

Suono il citofono e quando sento dire "Chi è?" mi verrebbe da dire “sono il Signor Dottore”.
Lascio perdere le paranoie autocelebrative e dico semplicemente “sono io”, nell'illusione che la mia voce sia inconfondibile.
Comunque apre.
“Mi hanno detto che è caduta” è il mio esordio. Vengo quindi avvolto da questo turbine di parole, miste fra espanol e italiano, di cui capisco il senso ma non il dettaglio, che poi non mi interessa granché.

In questi ventotto anni di medicina ho imparato che tutti i pazienti vogliono dal medico, prima di ogni altra, una cosa sola: essere toccati. E solo dal dottore si fanno toccare (oltre che da quello/a con cui dormono, ovviamente). E nel momento che prendi la loro mano dolorante nelle tue mani, e la palpi con delicatezza il dolore già diminuisce un po'. E vabbè, facciamolo. Non hai neanche un po' di ematoma, Myriam, e la muovi da dio, quella mano un po' salsicciottata.
Secondo round: il ginocchio.
“Metta la gamba sulla sedia e la scopra”. E allora ripalpi, fai flettere l'arto, lo confronti con l'altro. “Myriam! Ma perché sei così seccante, hai solo una piccola sbucciatura!” Avrei una voglia maligna di prescriverle una scatola di iniezioni, di quelle che bruciano. Ma perché poi essere così dispettosi? Invece cerco di farmi spiegare che medicina vorrebbe per il dolore, una medicina che ovviamente deve avere già preso. Non voglio mica fare dei danni. Motivo per cui mi faccio scrivere il nome su un francobollo. Telefonerò al farmacista che glielo faccia avere.

Bene, ho finito, mi rivesto.
Mah sì, che cosa mi costa poi, lo faccio. Le do una carezza sul viso paffuto, dicendole “Stia tranquilla, non ha niente di rotto”: come per incanto Myriam si trasforma nella persona più dolce che abbia mai incontrato e mi restituisce un sorriso di gratitudine che è il compenso più gradito.
Grazie, Myriam, mi hai confermato che tanti anni fa ho scelto bene.




lunedì 29 aprile 2013

Lettere d'amore, verbi più che altro....

presente: io sto benissimo vicino a te

imperfetto: io stavo benissimo vicino a te

p.remoto: io stetti benissimo vicino a te

p.prossimo: io sono stato benissimo vicino a te

futuro: io starò benissimo vicino a te

cong. presente: che io stia benissimo vicino a te (è cosa del tutto certa)

condizionale: io starei benissimo vicino a te (se lo potessi fare continuamente...)

imperativo: ehi! Stai benissimo vicino a lei

infinito (che poi è quello che interessa di più): STARE BENISSIMO VICINO A TE, SEMPRE...




sabato 13 aprile 2013

COSE


In genere quando butti via qualcosa hai il timore che presto finirai per averne impellente bisogno.
Ma non è questo il punto.
Nella vita attraversi periodi che, relativamente alle cose, puoi ben definire "di accumulo" ovvero "di liberazione". Ci hanno insegnato che le cose non hanno valore, che è meglio "essere" piuttosto che "avere", senza dirci che se "avere" è un verbo così importante da fungere da ausiliare ci dovrà ben essere un motivo.
Le fasi di accumulo e di liberazione seguono un andamento ciclico, come la ben nota curva sinusoidale, che mi ha sempre ricordato il simbolo della femminilità, la rotondità perfetta. E così come la curva, che all'apice del suo percorso ridiscende inesorabilmente, anche per te arriva il momento in cui senti con estrema urgenza la necessità di disfarti delle cose che hai accumulato, e, non rendendoti conto della vera motivazione, la chiami "mattinata in cui dovrò fare un po' di ordine". Perché ti illudi che fare ordine nei cassetti, cosa relativamente semplice, corrisponda, per facilità e possibilità, a fare ordine anche nella tua piccola esistenza, minuscola goccia nel mare della vita, per te comunque così rilevante.
E allora incominci, non di buona lena, ma comunque cominci, e una parte della tua voglia è certamente animata dalla curiosità.
Apri il primo cassetto e ci butti un'occhiata ancora svogliata: ogni cosa che tocchi, anche le pile vecchie, non può fare a meno di ricordarti qualcosa o qualcuno, solo per poche ricordi anche l'occasione in cui è finita nel cassetto.
I tappi dello champagne con la data scritta sopra. Almeno otto. Nel momento in cui hai scritto la data avevi la certezza che sarebbe bastato leggerla per ricordare quel giorno, e adesso quei numeri ti guardano e ti interrogano, e tu ti sforzi, ma non c'è verso.
Tappi dello champagne: via!
Oggi mi comprerò sei bottiglie di quello buono: la mia unica fortuna è l'amico in banca che mi permette lo scoperto a un livello "troppo giusto".
C'è anche il cassetto "della posta": moduli, carta da lettera, una marea di buste: e dire che non ho mai scritto volentieri le lettere. Mio padre, per non sfigurare con la mamma, vecchia maestra, me le dettava. Poi c'è stato il periodo delle lettere d'amore, certo. Adesso tutto lo scritto viene immediatamente trasformato in pacchetti di bit, e devi scrivere in fretta, e soprattutto non ti puoi correggere. Devi pensare velocemente.
Moduli postali e buste da lettera: via!
Fumo. Basta la parola e pensi a tutti gli anni che ti sei letteralmente fumato, e a quello che significa per te avere una sigaretta in mano, e se pensi a te stesso riesci a pensarti solo con la sigaretta in mano. E' molto più forte di te. Sai che ci potranno essere periodi, anche lunghi, in cui ne farai a meno, ma finirà che ritornerai sempre da lei, che ti chiede solo la salute, ma poca per volta.
C'è stato un periodo in cui mi ero illuso che usare la pipa potesse essere un buon surrogato. Mi sono capitati in mano nettapipe arrugginiti, scovolini polverosi e qualche pipa, più brutta delle altre, che non aveva il diritto di essere esposta in bella vista assieme alle altre, tutte adesso ricoperte da un velo, ex non usu.
Attrezzi per la pipa: via!
Nascosta bene, in fondo a un cassetto, c'è una cosa, legata a una superstizione terribile, che non può essere toccata ma solo controllata di tanto in tanto.
Quando sono stato malato le statistiche mi davano una overall survival del 50% a 5 anni. Che, detto in soldoni, vuol dire (scusatemi il bisticcio) tirare la moneta. Testa resti, croce parti.
Adesso lo racconto con una certa levità ma esserci "dentro" era diverso. Ti devi attaccare a qualcosa, a qualsiasi cosa. E la cosa è il flacone di profumo che hai nascosto nel cassetto. Come noto il profumo evapora, come stava facendo la vita in quel momento, e allora tu lo chiudi più bene che puoi, lo sigilli, gli metti un doppio tappo, e gli dai la capacità di dirti che quando sarà svuotato anche la tua vita sarà finita. Gente più o meno famosa ha avuto la stessa malattia, qualcuno ce l'ha fatta e qualcuno no. Ma è ovvio che dipende solo dall'anno in cui si sono ammalati. Don Lorenzo Milani si è ammalato troppo presto.
Il flacone poi mi permette di pensare di essere così completamente padrone della vita da poter decidere di interromperla nella maniera più semplice, buttandolo giù dalla finestra.
Come l'ultimo pacchetto di sigarette, semi pieno. Fino alla prossima.


sabato 2 marzo 2013

Incontri


Lui
Domattina parto presto. Posso parcheggiare la macchina nel piazzale della funivia alle otto e mezza. Due giorni interi di vacanza me li meritavo. Salgo su al rifugio Torino e mi godo una giornata di ozio produttivo e di sole, sempre che ce ne sia. La domenica prima di Natale non sarà poi così affollato. Mi porto il computer, ho sempre un'enormità di cosa da mettere in ordine: non a caso i francesi, che la sanno lunga, chiamano il computer "l'ordinateur".
Passo un attimo a casa e accendo il riscaldamento, è tanto che è chiusa. Oddio, casa è una parola un po' troppo ottimistica: è una stanza serviziata, con un lettone che viene giù da una parete e un angolo cottura molto ben fornito, come la dispensa. E' il mio scannatoio. Stamattina ha solo bisogno di essere messo un po' in ordine. Se stasera non tornassi da solo non voglio fare la solita figura da barbone.

Lei
Sta finendo la settimana bianca. Sono venuta col gruppo sci della banca. Settimana più che organizzata, vorrei dire regolamentata fin nei più minimi particolari. Sciamo sul Bianco e dormiamo a Courmayeur, in un quattro stelle molto ben camuffato da due stelle, con un vitto orribile, che ha vieppiù scombinato il mio già martoriato colon. Ho bisogno di una minestra vera. E poi non c'è il bidet.

Lui
Salendo al rifugio il cuore mi batte sempre. Riconosco il personale e ho la presunzione di venirne riconosciuto. Ho un tavolo, il "mio" tavolo, a un angolo della sala, e mi permette di vedere tutti quelli che entrano. Le mie cose più belle le ho scritte qui, ispirato dalle facce degli avventori-sciatori, aitanti giovani brufolosi, mamme sfiorite da plastiche mal riuscite, ometti rampanti che in ogni momento della vita devono dimostrare qualcosa: la loro insipienza.
Io me ne sto qui tranquillo, col quaderno davanti, la mia Pelikan e la vita che mi scorre davanti agli occhi. Ho buttato via tante cose fra quelle che ho scritto ma nessuna di quelle che ho scritto qui, in questo angolo di paradiso.
Qui la cucina del mio ristorante diventa un nebbioso ricordo.

Lei
Stamattina ho lasciato andare via tutti, ho dormito un'ora di più. Con studiata tranquillità mi riempio il vassoio del breakfast, scegliendo con cura da quel poco che è rimasto dopo il passaggio della mandria delle sette e mezza. Restano un paio di yoghurt, che nell'etichetta si vendono come prodotti con latte delle mucche valdostane. Penso che se le mucche fossero uzbeke non sarei in grado di accorgermene. Mi aiuteranno lo stesso a svuotarmi.
Alle undici arrivo al rifugio Torino. Il sole mi accarezza, appena raffreddato da un refolo di vento fresco. Penso che me ne starò tutto il giorno qui, a riflettere sull'influenza che i massimi sistemi hanno avuto sulla mia vita. Se ne avrò voglia mi allucertolerò sotto il sole.
Per intanto entro, chè si sta bene anche dentro. C'è un bel caminetto, ti ci siedi vicino e sorseggi una cioccolata calda con uno spruzzo di Chartreuse Vert.

Lui
E' appena entrata una non-sciatrice, come me, e subito me la devo studiare per bene. Potrei addirittura compilare il modulo notizie che mi ha data la mia amica sceneggiatrice: età, capelli, occhi, scolarità, interessi, misura del reggiseno (no, quella non c'è nel modulo, è nella mia testa). E invece mi sorprendo a guardarle gli occhi che, a tre metri, sono ben ispezionabili. Verdi, verdi come il mare dentro a certe grotte, di un verde luccicante che sfuma nel blu. Occhi che non nascondono bene una vita rigogliosa. Il reggiseno comunque è quello di una quarta.
Si è accorta che la fisso: devo distogliere lo sguardo con nonchalance. Ci provo ma non sono sicuro di  riuscirci.

Lei
Mentre sento colare lungo l'esofago il cioccolato alcoolizzato mi rendo conto di essere osservata: è come se mi arrivasse sul collo un soffio caldo di desiderio.
Purtroppo proviene da un homunculus che da tempo ha rinunciato a pesarsi. Capisco che una volta era biondo, perché ha baffi biondi. I capelli non più. E' seduto a un angolo della sala (si vede che ha l'ansia di controllare tutto) e ha davanti a sé un grosso quaderno. Una penna in mano. Mentre mi fissa spinge su e giù il pulsante della penna, ma non nervosamente.
E' un momento che nel rifugio siamo solo noi due, oltre a un barista dedito alla Settimana Enigmistica. Chissà se ci prova. Potrei anche far due parole.

Lui
E' sempre preoccupante rivolgere la parola a una sconosciuta. Pericoloso. Rischi di essere insultato ("levati di torno, ciccione"), di essere gelato da una frase sprezzante, di essere considerato trasparente (anche se i miei kili rendono poco verisimile questa ipotesi).
Però qualche volta il desiderio di attaccare una spina è più forte della paura. "Anche lei preferisce il dentro al fuori?" è stata la frase che è uscita dopo un'istantanea e inconscia ricerca nella directory "frasi di circostanza". Mi ha stupito la sua risposta che, al di là delle parole, dimostrava il mio stesso interesse a chiudere quel circuito.

Lei
E' un cuoco, ecco perché è così grasso. E' comunque un grande affabulatore, oltre che un evidente abbuffone. E' rimasto estasiato quando gli ho detto cosa ho messo nella cioccolata calda. Abbiamo parlato fino all'ora di pranzo, con quella confidenza che si riserva agli sconosciuti.
Mi ha invitato a pranzo, e per me è stato naturale accettare. Si è persino permesso di andare in cucina, presentarsi e spiegare a un esterrefatto chef come avrebbe dovuto cucinare i medaglioni di cervo col coulis di mirtilli e la panna acida. E mentre li mangiavamo me li raccontava così bene che metà della squisitezza del piatto è venuto dal suo racconto.

Lui
Non è stato per niente difficile coinvolgerla nel mio mondo. Non ha la fissa del cibo come me, fissazione che talvolta diventa malinconia del cibo, e quindi non è grassa, ma ha nei punti giusti quelle rotondità che invitano a stringerle. Quando è stato il momento, dopo due flutes di Krug (lo so, mi tratto molto bene) l'ho invitata a mangiare insieme quassù.
Nelle rarissime pause in cui prendevo il respiro ha provato a raccontarmi della banca: il fatto è che quando parlo di cibo mi infervoro. Siamo stati bene. "Stasera vorrei cucinare per te". Il divertente è che non le ho neanche chiesto come si chiama, come lei del resto.

Lei
Stiamo scendendo con la funivia, silenziosi. Questo sconosciuto tricheco, a cui non ho nemmeno chiesto il nome, mi ha invitato a cena a casa sua e io, ascoltando un'altra me stessa, ho accettato con gioia.
E' l'ultima sera della settimana bianca: se proprio devo fare una cosa imprevista con lui mi piacerebbe. Non ho mai avuto trichechi sopra di me. Ciò non toglie che questi minuti in funivia, assieme ad altri 98 umani, ci rendono silenziosi, e oscenamente schiacciati.

Lui
Ho fatto bene a riordinare la casa prima di salire al Torino. E' rimasta colpita dall'assenza del letto, me ne sono accorto perché lo cercava con un'insistenza sospetta. Ah ah, è proprio ben nascosto.
Non so che musica le piaccia: le faccio scegliere fra Billie Holiday e Edith Piaf, due mondi musicali fra loro lontanissimi, vicinissimi nelle vicende della vita. Ha scelto la Holiday, non ne avevo dubbi.
Intanto le preparo lo Spritz, con lo champenois.

Lei
Questa monolocale è un po' la copia del rifugio, è carinissimo. Immagino che dorma sul divano, è così grasso che avrà difficoltà a respirare, il leone marino. Ha messo su un vinile di una cantante che non conosco ma appena ho iniziato a sentirla un dolore antico si è travasato dalla sua voce nel mio cuore. Anche col disco mi vuol dire qualcosa.
Mi ha messo in mano un bicchierone con un liquido arancione buonissimo, con dentro tante striscioline di buccia di limone, luccicanti. Incominciamo bene.
Quando il disco finisce mi propone di andare a fare la spesa: sono curiosa di vederlo all'opera e accetto volentieri.

Lui
Adoro questo negozio, magazzino colmo di golosità nascoste. Qui mi riconoscono, e quando esco mi stringono la mano. Sarà perché sono il miglior cliente, quello che non discute sul prezzo e paga col bancomat. Ma esige il massimo della qualità. Il mio saluto è sempre "che cosa mi proponete oggi?".
Abbiamo gironzolato un po', dovevo capire quali cibi preferisce. A un certo punto voleva comperare delle tagliatelle all'uovo. Le ho sorriso, con un po' di ironia, dicendole "Le tagliatelle te le faccio io!".
Abbiamo costruito insieme il menu, molto leggero, entrambi con la testa al dopo cena.

Lei
Sta facendo la pasta all'uovo. Si è fatto la fontana, ci ha rotto dentro le uova e sta impastando con grande generosità: è proprio vero che cucina per amore. Chissà se toccherà il mio corpo con la stessa soddisfazione.
Prima di mettersi il grembiule mi ha preparato qualcos'altro da bere: lo Skywasser. Nulla di più delizioso. Mi ha anche detto con dolcezza "siediti e rilassati", ma ho capito che non vuole aiuto. E non sa che favore mi fa. Certe sere la mia cena consiste nello spostare dei contenitori dal freezer al microonde, e poi ragionare se il gusto corrisponda a ciò che è scritto sull'etichetta. Il più delle volte non c'è concordanza.

Lui
Ho finito di cucinare, stremato ma contento. Tutto è riuscito perfettamente. Anche la tavola, che ho apparecchiato come il più chic dei ristoranti. Le accosto la sedia dal di dietro e le porto il vassoio con il primo piatto, tagliolini alle erbe con dadini di mocetta valdostana e ananas flambè. L'ho inventata sul momento.
L'espressione dimostra che non crede alle sensazioni che provengono dalla bocca. Un'esperienza erotica, senza dubbio. Una bella emozione.

Lei
Quest'uomo cucina da dio. Mi sorprendo a pensare che se scopa come cucina domani in pullman avrò molto sonno. Mi ha messo in bocca gusti che non ho mai assaporato. Il Chicken Korma è stato celestiale. Anche il vino che ha scelto, Ciliegiolo, è stato all'altezza del cibo.
E adesso siamo qui, ancora a tavola, a sbocconcellare una stupida crostata con la crema pasticciera al cacao, e beviamo il Marsala superiore che ha aperto per me.
Mi alzo e mi accovaccio sul divano, col bicchiere in mano.

Lui
Adesso la musica la scelgo io. Ho messo su Ray Charles, che ha sempre il suo fascino. La mia cucina è stata all'altezza della fama del mio ristorante.
Son curioso di sapere che odore ha la sua pelle, e glielo dico. Si scopre un po' la spalla e io non perdo l'occasione per un bacino baffuto. Fa un sorriso, come solleticata, e poi mi cinge la testa col braccio. Da quel momento gli orologi si sono fermati. Abbiamo incominciato a librarci su di una nuvoletta e Ray Charles ha cantato infinite volte "Georgia on my mind".
Ci ha svegliato la luce del giorno.

Lui e Lei
Siamo in macchina che torniamo alla casa base, e al nostro lavoro di tutti i giorni. Ci stringiamo le mani, io la destra e lei la sinistra. Non vogliamo parlare. E' stato così bello che entrambi siamo sicuri di avere solo sognato. Una goccia di Marsala sulla sua camicetta le ricorderà che è tutto vero.
Dobbiamo ricordarci di dirci almeno come ci chiamiamo.



venerdì 1 marzo 2013

VITA NEI CAMPI (con buona pace di Giovanni Verga)

Ante scriptum: ultimamente la cronaca nera mi attira e mi piace riraccontarne le vicende.
Il protagonista di questo post è un piccolo dio del male, a suo modo affascinante, anche se spregevole.



Michele è, o si crede, il dominus della sua famiglia, è il primo dei quattro figli di Rosalia. E' nato nel 1955. All'interno della famiglia fa e disfa a suo piacimento i destini degli sventurati che hanno a che fare con lui. Una famiglia racchiusa da un guscio impenetrabile, una delle tante famiglie del Belice.
Il benessere degli anni '60 lo sfiora soltanto attraverso l'immagine distorta che di esso ne dà la televisione, comunque finestra su un mondo a lui negato e sconosciuto. E lui ritiene che partecipare di quel benessere, vero o presunto che sia, sia un suo diritto. Deve prendersi tutto quello che desidera.
E' sempre stato un figlio difficile Michele, anche ad ammazzarlo di botte, cosa che suo padre, prima di morire, ha fatto fin da piccolo, senza riuscire a piegarlo. Dopo la sua morte Michele è diventato lui, il capofamiglia, anche se aveva solo diciott'anni.
Un giorno mise gli occhi sulla figlia di sua sorella, una bambina di nove anni, e lui ne aveva venti. Da quel momento non ha più avuto un momento di pace: una fiera in gabbia. E sempre ubriaco. Tutti se ne erano accorti, meno la bambina. Nessuno ha tentato di proteggerla. Perché avrebbe dovuto rinunciarci? Del resto lui si era preso sempre tutto quello che voleva.
Si trattava di aspettare soltanto il momento giusto, che arrivò un assolato mattino di giugno del 1982, col silenzio rotto soltanto dalle cicale. Lui non doveva chiamarla con qualche scusa. La chiamò e basta.
La piccola, stupita inizialmente da quelle attenzioni, perse a nove anni l'unica cosa che per lei avrebbe potuto rappresentare una qualche ricchezza. Acquistò invece un ricordo che con il passare degli anni sarebbe divenuto sempre più atroce.
Lui non fu certo impietosito dal pianto muto della bambina. La spogliò con calma ma senza alcuna delicatezza. In quegli attimi il suo tempo interno scorreva con una lentezza che centuplicava l'eccitazione.
Dopo la minacciò, anche, ma la nipote era così sorpresa e avvilita che non ce ne sarebbe stato alcun bisogno.
Michele cadde per qualche ora in un torpore che gli impedì di pensare: un attimo prima di addormentarsi gli balenò nel cervello l'idea che poi non era stato così piacevole come se l'era immaginato in quei mesi di attesa. Pazienza. Del resto il padrone era lui, e poteva benissimo permettersi di fare qualsiasi cosa, comprese le cose che, col senno di poi, non gli sarebbero piaciute tanto.

Passano otto anni.

Quella buttana di mia sorella Caterina ha lasciato il marito ed è andata a fare la pastora con Paolo, il marito dell'altra nostra sorella. Che siano maledetti. Per colpa loro non posso più andare alla cantina a giocare alle carte. Tutti mi guardano senza dire niente e si guardano fra loro con certe occhiate che mi fanno impazzire. Voglio entrare all'osteria a testa alta, io. Tutti mi devono portare il rispetto che mi è dovuto.
Devo punirli. Oltretutto quella troia vuole portare la figlia dal ginecologo e potrebbe saltare fuori anche quella storia vecchia. Anche mio fratello Giuseppe è incazzato: quell'uomo di merda non doveva lasciare nostra sorella Francesca, ha disonorato tutta la nostra famiglia. Quei soldi che Giuseppe ha dato a Caterina se li godrà anche lui.
Domani io e Giuseppe metteremo fine a questa vergogna. Tutti dovranno capire che la mia famiglia va rispettata.
Stamattina c'è silenzio qui intorno all'ovile. Fra un po' il sole sorge, loro staranno radunando le pecore per farle uscire dall'ovile. La mia testa è completamente vuota. So solo che domani tutti si leveranno il cappello al mio passaggio.
Eccoli! Sono entrambi un po' assonnati, non ci hanno visto.
E non ci vedranno più. Alla schiena li abbiamo presi, e sono caduti senza neanche avere il tempo di guardarsi. Che siano di esempio per tutti quelli che vogliono violare la legge della famiglia. E che se li mangino i cani.
Torniamo in paese sulla Panda senza dire una parola. Stiamo già cercando di dimenticare.

Ma che minchia vuole questo signor giudice? Come si permette di entrare in cose che non lo riguardano e che non capisce? Son passati vent'anni, era stato archiviato tutto. Sarà stata quella buttana di Enza, del resto trenta anni fa gli era piaciuto anche a lei, ne ero sicuro. Anche lei avremmo dovuto ammazzarla. Tanto non c'erano testimoni e se anche ci fossero stati nessuno avrebbe avuto il coraggio di dire una parola una. Questa è la mia famiglia e qui io sono bene e male. Nessuno può permettersi di giudicare quello che decido per la mia famiglia. Figuriamoci il signor giudice. Mi ha persino chiamato per interrogarmi, quel cornuto.

E stamattina alle quattro sono venuti a prendermi e mi hanno portato in cella di sicurezza. Che dio li maledica. Dovrò anche spendere i soldi dell'avvocato. Ma non possono farmi niente, non a me.



martedì 26 febbraio 2013

Chat


La possibilità che il mondo moderno offre, quella di parlarsi, e di conoscersi, attraverso la rete, era stata da entrambi ampiamente sfruttata.
Lui era un anonimo impiegato della banca principale del Paese, e il suo unico compito consisteva nel contare i soldi, per otto ore al giorno. Tornava a casa esausto, perché sapeva che se i soldi fossero mancati ce li avrebbe dovuti rimettere di tasca propria. Certo, lui era parecchio preciso ma un errore può ben capitare a tutti.
Aveva un amico, sarebbe meglio dire un conoscente, col quale passava alcune serate al mese, non molto eccitanti: giocavano a carte, si giocavano un centesimo a punto, e lui contava i punti con la stessa pignoleria che usava al mattino per il denaro.
Il suo cane era il trait d'union con il mondo: lo obbligava a uscire due volte al giorno, a vedere qualche essere umano, a scambiare due parole.
Nel complesso si sentiva abbastanza demoralizzato.
Non si lasciò scappare quindi l'occasione, offerta dalla Banca, di fare un corso di informatica, perché l'argomento lo interessava e soprattutto perché il corso lo avrebbe liberato dalla schiavitù della conta per una lunga settimana. Decise che avrebbe fatto il corso con l'abito blu, quello delle cerimonie.
Il corso non era male: avere a disposizione quella macchina diabolica era affascinante. Giorno dopo giorno, aiutata dalla direttrice del corso - una brunetta dai lunghi capelli ricci, e con due occhi scuri e profondi molto sexy - imparò a usare Office, a navigare in internet, a usare la posta elettronica.
Imparò anche a chattare.
Parlare con qualcuno standosene comodamente seduto in poltrona, magari in mutande e pantofole, lo intrigava da morire. E infatti il mercoldì si comperò il computer. La linea telefonica tradizionale non era molto veloce, ma per la chat sufficiente.
In meno di mezzora trovò un'anima con la sua stessa pena, tale Anna24. Quella sera l'approccio fu piuttosto timido, dopo un quarto d'ora decisero entrambi di salutarsi educatamente.
Però lui andò a letto lievemente eccitato, e faticò a dormire. Pensava alla faccia di Anna24, si domandava se il giorno dopo l'avrebbe ritrovata, e se mai fosse riuscito a conoscerla. Chissà se era sola o con marito e figli, chissà che lavoro faceva. Se avesse potuto costruirsela gli sarebbe piaciuta paffutella, con i capelli neri e cortissimi, con due occhi egualmente neri, vestita con una divisa bianca, un'infermiera, chissà. Magari non altissima. Finalmente si addormentò.
La sera dopo erano entrambi lì, alle ventuno, precisi come sa essere solo la morte. Dal che lui ne dedusse che Anna24 era proprio "come lui".
Lui si era dato come nickname Luigi36, lasciando un po' di ambiguità su questo 36, che avrebbe potuto parimenti essere l'età attuale o l'anno di nascita. Fra sé e sé convenne che il 24 di Anna molto poco probabilmente poteva essere l'anno di nascita.
Incominciarono, sera dopo sera, a raccontarsi le loro vite, con una sincerità insospettata persino da loro stessi, in parte dovuta all'anonimato in parte, preponderante, al bisogno che sentivano di raccontarsi come pensavano di essere, o forse come volevano sembrare di essere.
Partirono dalle cose più belle, come è ben comprensibile, seguite a breve da quelle più brutte, entrambi cercando di sorvolare sul problema più pressante, quello della solitudine e della noia.
Così le serate passavano veloci, e il giorno entrambi erano sereni e nella dolce attesa dell'appuntamento della sera.
Ci volle un mese perché il più ardito dei due, Anna24 (non ce ne meravigliamo) gli scrivesse "Vorrei dipingerti meglio. Mandami una tua foto". Luigi36 ricordava bene il giorno e l'ora, le 23 e 42 minuti. "Certamente, te la mando domani. Dammi il tempo di sceglierne una bella".
E mo'? Richiesta imprevista, scompenso totale.
E se fosse andato a farsene quattro in uno di quei chioschetti in mezzo alla strada, come nel film di Amèlie? E se fosse andato da un fotografo professionista farsi uno di quei bei ritratti in bianco e nero, magari un po' tenebroso?
Scartò subito la seconda ipotesi. I fotografi bravi ti leggono l'anima meglio di quanto non possa fare tu stesso. E lui non voleva farsi leggere l'anima, e tanto meno farla leggere ad Anna24.
Optò per una foto che aveva un paio d'anni, un ritratto a mezzo busto sullo sfondo di un lago delle Dolomiti, un po' finti entrambi. Scannerizzò la foto come aveva imparato al corso e la mandò.
La risposta gli arrivò in giornata, una foto allegata a una mail senza testo.
E lui scoprì che per mesi aveva chattato con una donna più vecchia di lui di dodici anni, una donna con qualche capello bianco, certo, ma con un'espressione dolcissima, proprio come la serenità che gli aveva trasmesso in quei mesi. Nella foto teneva in braccio la gatta, pigramente distesa.
Le scrisse che aveva urgente bisogno di sentire la sua voce.



lunedì 25 febbraio 2013

Innamorarsi


LAURA
Lo stiamo aspettando. France è seduto sul divano, ha tirato su i piedi. Se non lo conoscessi direi che è tranquillo, ma so che non è vero. Mi ha detto che affronterà Camillo a viso aperto. Vuole quei soldi a tutti i costi: sembra che questo benedetto autosalone sia la cosa che desidera di più al mondo.
E' bello il mio amore, alto, atletico, con quegli occhi blu luminosi e quell'espressione dolcissima, anche se, quando vuole, sa essere una tigre.
Chissà se Camillo gli darà i soldi: mio marito è talmente lunatico che potrebbe anche mettergli le mani addosso.
Eccolo, sta arrivando. Ha bevuto, come sempre, e barcolla un poco. Non capisco perché ha in mano il fucile e lo punta su di lui.
Oddio, gli ha sparato. France è rimasto riverso sul divano, macchiato dal sangue spruzzato. Coi suoi meravigliosi occhi stupiti, con dentro ancora il sogno dell'autosalone. Cerco di muovermi con circospezione per uscire da questa stanza, con passetti sempre più veloci, ma mi ferma un dolore improvviso alla schiena, che mi spezza il respiro e mi fa cadere. Gli occhi mi si annebbiano. Sto morendo. Morire così, per amore, è la cosa più bella di questa mia vita. Muoio contenta.

CAMILLO
Quella troia non doveva farmi questo torto. Tutto le ho dato, l'ho presa dall'immondezzaio, l'ho educata, l'ho vestita come una regina. Le ho fatto provare i piaceri più sublimi e le esperienze più incredibili: tutto le ho dato, a incominciare dal mio nome e dal mio titolo. Mille amanti le ho procurato, perché doveva amare solo me. Io sono l'unico vero uomo della sua vita e, volente o nolente, se lo deve cacciare in testa. Con me tutto, senza di me il nulla.
Non riesco a capire cosa ci abbia trovato, in quel mezzo finocchio bastardo. Di uomini come lui, e anche di gran lunga più belli e aitanti, ne ha avuti a centinaia, non lo può negare, ci sono le foto nei miei album. Rapporti occasionali dei quali ricordo bene ogni particolare, con gemiti di piacere che diventavano urla strazianti, e solo allora godevo anche io.
E adesso la troia mi viene a raccontare che è innamorata: che cazzata! Una donna come lei non deve innamorarsi, ammesso che ne sia capace.
Adesso vado su: so bene che saranno insieme. Mi porto il fucile: chissà che non riesca a terrorizzarlo e a farlo scomparire per sempre dalla nostra vita.

FRANCE
Roby e Alex sono venuti da me ieri sera. Mi hanno proposto di fare un affare insieme a loro, vogliono comperare un autosalone. In questi anni, che tutti chiamano del boom, ciascuno vuole comperare una macchina, che è diventata un po' il simbolo del benessere, anche se è solo una piccola 600 Fiat. Chi è ricco compera macchine sempre più care e sempre più belle, per dimostrare a tutti la sua ricchezza e la sua forza.
I ragazzi hanno già trovato anche i locali, in corso Buenos Ayres. Loro pensano che quei venti milioni potrei chiederli a Laura, che tanto suo marito è straricco. Devo dire che questa idea non mi piace granché.
Certo, i primi tempi il conte mi dava dei soldi per le mie prestazioni ma adesso è tutto diverso. Quando facciamo l'amore il conte non c'è (lo dobbiamo fare di nascosto), lui e quella maledetta macchina fotografica.
Laura è stata con centinaia di uomini ma mi piace pensare che sia stato un teatrino fatto soltanto per compiacere il marito, per carità , ottimamente recitato.
Non capisco lui, impotente e quindi inutile, ma soprattutto non capisco lei, perché si sia piegata a questo gioco, che ben presto è diventato un gioco al massacro, con l'unico risultato di di sentirsi più vuoti e più soli, e questo lo capisco bene.
Sono contento che mi ha incontrato!
La prima volta che abbiamo fatto l'amore, non la prima ma la prima da soli, non abbiamo detto niente, (e da lì in poi sempre in silenzio) e lei, come una gatta, mi si è arrampicata addosso e mi ha stretto con forza. So che mi ama, anzi, ci amiamo. Non potrà negarmi di parlare col marito per quel prestito.

LAURA
In questa vita, che sta diventando sempre più miserabile, mi è capitato qualcosa di nuovo. Mio marito mi ha portato a casa, ieri pomeriggio, un meraviglioso ragazzo, con due occhi blu come il mare di Itaca e Cefalonia, e una mascella da far invidia a Mussolini.
Chissà dove cazzo lo ha raccattato. Non avevo nessuna voglia di scopare ma Camillo non conosce la parola no. Per cui, dopo che lui è andato a prendere l'attrezzatura fotografica, è cominciata la sceneggiata. E “occhi blu”, col quale avevo scambiato neanche due parole, non solo si è dimostrato all'altezza del compito richiesto ma ha avuto una delicatezza che mi ha stupito. Prima di iniziare mi ha detto “mi scusi” (mai successo). Anche Camillo era eccitato e deliziato, mi sono accorta che è venuto prima di noi.
Non me lo devo far scappare: un amante così lo vorrebbe ogni donna. Sentire la sua testa appoggiata sul mio ventre mi ha trasmesso un calore che mi ricorda tutti i bambini che non sono riuscita ad avere, e in quel momento gli occhi mi si sono allagati.
Camillo l'ha mandato subito via, con un pacchetto di banconote da diecimila, ma non prima che io fossi riuscita a mettergli in mano una strisciolina di carta con il numero di telefono del mio appartamento privato. Si è preso i soldi che gli ha dato Camillo con un po' di incertezza. Non me lo devo fare scappare.

CAMILLO
Finalmente sono riuscito a convincerla a sposarmi. non è stato facile: l'ho irretita coprendola di regali, e facendole balenare l'illusione di una vita immersa nel lusso più sfrenato. Viaggi, gioielli, amici importanti, il cinema, persino. L'ho frastornata con tutte queste cose, fino a farle mettere in secondo piano il fatto che il debito coniugale lo dovesse pagare come volevo io.
Non mi piace andare con una donna. Ci ho provato alcune volte ma non mi piace. Non sopporto di lasciarmi andare. In quei momenti non sono soltanto nudo, sono pericolosamente indifeso. E non mi piace per niente, perché dalla pancia mi sale un'angoscia che mi tronca il respiro. E devo scappare. E' molto più semplice, e anche più divertente, guardare gli umani che scopano, così come le bestie che si accoppiano. E più sono simili alle bestie e più mi diverto, e in fondo li invidio, loro che non si fanno tanti problemi.
La macchina fotografica ben presto è diventata una necessità. Leica, naturalmente, per un uomo del mio rango. L'ho fatta venire apposta dalla Germania; il fotografo mi ha consigliato di corredarla di un obiettivo 50 mm, perché dice che è quello più simile alla visione dell'occhio umano. Quando sfoglio il mio album il controllo è totale, e la mia ansia è a zero. Bene. Ricominciamo.

LAURA
Sono andata via di casa un mese fa, non ne potevo più.
Tutto mi stava stretto: non sopporto l'essere poveri. A scuola ho conosciuto delle ragazze della mia età, ricche, e il poterle frequentare mi ha aperto l'orizzonte su un mondo di cui non sospettavo l'esistenza.
Meno male che ho un corpo che, adeguatamente velato, fa venire grandi voglie a questi ragazzotti di provincia. Ma non voglio concedermi a questi zotici. Voglio un uomo ricco, che mi faccia diventare famosa, magari come un'attrice del cinema. Voglio essere circondata e coccolata da uomini ricchissimi che mi dimostrino di desiderarmi alla follia.
Voglio tutto quello che non ho avuto, e che ho il diritto di avere. Gli uomini mi desiderano. Io desidero i loro soldi. Si può fare. Si deve fare.





lunedì 11 febbraio 2013

Ignoto militi


Tante volte la mamma mi ha fatto vedere quel documentario, quello del treno che ha trasportato il soldato sconosciuto morto, da Aquileia a Roma, e tutta l'Italia al passaggio lo salutava. Con lui se ne sono andate le speranze di una generazione di italiani, perché i regnanti europei si volevano fare i dispetti. Bastardi.
Io sono cresciuto così, col sentimento del ricordo e col desiderio di non far piangere mai la mamma. Non è stato facile, specie quelle sere accanto al fuoco, mentre facevo i compiti, e la mamma, mentre faceva la calza o rammendava, a momenti si fermava, e dagli occhi che guardavano lontano incominciavano a sgorgare copiose le lacrime. La abbracciavo forte allora, ma capivo di non poter consolare il suo dolore con i miei baci. Il babbo, il Dottore, come lo ha sempre chiamato in mia presenza, non l'ho conosciuto.
Lei l'ha conosciuto quando è venuto a fare il medico condotto nel paese vicino, con la famiglia, e gli ha donato la sua giovinezza. Non posso sapere nulla di questo amore, che per parte della mamma è stato assoluto e incondizionato. So che quando lei è rimasta incinta lui è semplicemente scomparso. Solo una piccola rimessa mensile è stata il simbolo del ricordo. Oggi non sarebbe più così, ma a quel tempo la mamma non disse una parola e accettò, solo per me, di essere esclusa dalla vita di lui. Morì tanti anni dopo, senza mai aver proferito una parola cattiva verso quell'uomo che le aveva dato le cose più belle e le cose più brutte della sua vita.
Se oggi ho questo lavoro da operaio metalmeccanico dell'Italsider lo devo a lei, che ha avuto l'ostinazione di farmi finire quella scuola professionale, che ho sempre odiato. E anche questo lavoro lo odio. Mi permette soltanto di proseguire quella vita modestissima che ho sempre fatto con mamma. I turni in fabbrica sono pesanti, e quando sono all'altoforno la sera a casa non riesco neanche a respirare bene. Quelle sere mi monta su una carogna che uscirei e, avendone la forza, ammazzerei la prima persona che incontro, solo per sfogarmi, e gridare al mondo il mio diritto alla felicità. Felicità che non ho nemmeno ancora assaggiato.
Domenica pomeriggio mi è capitato un fatto strano.
Passeggiando sul corso per fare venire l'ora di cena, ho incrociato un uomo anziano, che camminava appoggiato a un bastone, che mi assomigliava tantissimo. Sul momento non ci ho fatto molto caso ma a casa, mentre il telegiornale snocciolava le solite sciocchezze, mi è ritornato insistentemente in mente, e mi sono persino alzato a guardarmi bene nello specchio del bagno.
Mi è balenata nel cervello un'idea pazza. E se fosse lui? Io sono nato nel 19.. quindi lui, come mi diceva la mamma, dovrebbe avere circa trenta anni più di me. Quel vecchio aveva almeno 75 anni, quindi l'età ci starebbe. Non so neanche io cosa pensare. Me ne vado a letto ma non riesco a dormire, quel volto mi si presenta davanti e ogni volta che mi giro assume un'espressione diversa.

Stamattina in fabbrica sono assonnato, ovviamente. Lavoro con il minimo impegno e aspetto soltanto l'ora di uscire: chissà se lo incontrerò di nuovo. Il fato mi aiuta, e non poco: non solo lo incontro ma lo vedo inciampare e vacillare: con un balzo gli afferro il braccio destro e gli impedisco di rovinare a terra. Mi guarda con riconoscenza, con occhi velati. Lo accompagno al bar, perché si vede che si è spaventato, e gli offro un caffè, l'unica cosa che posso permettermi: infatti io non lo prendo. Mi dice che non dovrebbe uscire ma che non ne può fare a meno, perché vive da solo e stare tutto il pomeriggio in casa lo fa impazzire. Parla con difficoltà e non riesco a capire bene tutto quello che dice, anche perché continuo a guardarlo negli occhi. E' lui, ne sono sicuro, ma come fare ad averne la certezza?
Gli dico allora che qualche volta posso accompagnarlo io, quando non lavoro, così da poter uscire a fare quattro passi più tranquillamente, e così gli si illuminano quegli occhi umidi da vecchio, e non la smette più di ringraziarmi. Mi spiega dove abita e restiamo d'accordo che andrò giovedì, alle cinque della sera.
Così sono cominciate le mie passeggiate con questo vecchio, ed è probabile che anche lui si sia reso conto che ci assomigliamo come due gocce d'acqua. Mi parla sempre con quella sua parlata difficile, è di natura chiacchierone così come io sono di natura taciturno. Io ascolto e cerco di farmi un'idea della sua vita. Tante cose mi ha raccontato nel giro di questi mesi. Della moglie e dei figli, lei morta e loro fuori Novara, per forza di cose poco presenti.
Quando ha incominciato a raccontarmi del suo lavoro ho capito che avrei potuto farcela, a capire se avevo ragione. Mi ha detto che si è laureato a Torino nel 19.., con lode e pubblicazione della tesi, sull'endemia di gozzo nella val Curone, e il relatore era stato il Pierantoni, illustre Clinico Medico. Naturalmente ha dovuto anche spiegarmi cosa fosse “endemia” e cosa fosse “gozzo”. Ma io lo ascolto rapito. Questo vecchio, e non dovrei proprio dirlo, mi sta incominciando a diventare simpatico.
L'asino è cascato quando mi ha raccontato che per un certo periodo ha dovuto fare il medico condotto a C.... Da quel giorno non ho più avuto dubbi, e le nostre passeggiate erano avvelenate dal desiderio di abbracciarlo mescolato assieme all'impulso di spaccargli la testa a calci, per come si era comportato con la mamma.
Diventavamo sempre più “amici”, e non avevo cuore di allontanarmene.
A Natale si presentò con una busta in mano e quando io gli dissi “ma Dottore, non è assolutamente il caso” ci restò parecchio male, tanto che io mi misi la busta in tasca e cambiai discorso. Solo a casa mi ricordai di aprirla e rimasi a bocca aperta quando ci trovai dentro l'equivalente di tre mesi di stipendio. Non sapevo più cosa pensare. Che mi avesse riconosciuto anche lui? Che mi volesse dare una mano? Del resto il mio lavoro lo conosceva e avrebbe potuto ben immaginare il mio cronico bisogno di soldi. Misi la busta nel cassetto del comodino, per tempi più difficili. Quella notte il mio sonno fu più sereno, e sognai un Babbo Natale con le sue fattezze.
E così andarono avanti le nostre passeggiate, per qualche mese, e ogni tanto lui si presentava con la busta in mano, che io accettavo e intascavo. Ma mai, lo posso giurare, gli chiesi un solo centesimo, così come mai mi permisi di parlare della mamma. E dire che ne avrei voluto tanto desiderio.
Oggi il portiere mi ha detto che il Dottore si è dovuto ricoverare in ospedale. Grazie a un amico infermiere sono riuscito a entrare in ospedale fuori dall'orario di visita, non voglio incontrare nessuno. Non l'ho visto bene per niente. Respirava a fatica ma è stato contento di vedermi. Poche parole abbiamo detto, e lui le sussurrava. Prima di andarmene gli ho detto: “Stia tranquillo, dottore. Ci vediamo domani”. E' morto nel pomeriggio.
Sul giornale c'è scritto che il funerale sarà mercoldì mattina, alle nove, e io, a costo di farmi licenziare, mi sono dato malato. Non c'è tantissima gente. Ci sono i figli, i nipoti, i vecchi amici. Tutta gente che io non conosco. Qualcuno mi guarda con occhio curioso, forse per il mio abbigliamento da operaio. Mi addosso al muro in fondo alla chiesa e per la prima volta riesco a pensare a lui come mio Padre, e vorrei andare ad abbracciare la bara. Ma non posso, sono un bastardo. E anche alla fine della funzione cerco di nascondermi dietro le altre persone. Nessuno deve sapere, nessuno deve capire.
Andrò a salutarlo per bene al cimitero, sempre che riesca a capire dove sarà.


P.S. Nel cassetto del comodino del Dott. G.G. i figli trovarono una lettera indirizzata all'operaio, chiusa e col francobollo, che, per rispetto al Padre, spedirono.
Noi siamo riusciti ad avere la possibilità di leggerla.
“Caro Nicola, riceverai questa mia quando non potremo fare più le nostre passeggiate. So bene che mi hai riconosciuto la prima volta che mi hai visto ma tu non sai, forse, che anche io l'ho fatto, e stavo per cadere proprio per quel motivo. Quante volte avrei voluto abbracciarti e quante volte mi sono trattenuto! Ho sempre pensato di non essere degno della tua considerazione, e ne sono tuttora convinto, mentre il mio respiro è sempre più debole. Non c'è bisogno di essere medico per capire che si sta morendo. Scusami per tutto il male che ho fatto a tua madre e a te. Ho imparato bene cosa vuol dire “dolore dei peccati”, e questo dolore, anche in questo momento, è ancora lacerante come il primo giorno. Spero che con i miei piccoli aiuti la tua vita sia un po' migliorata, anche se non potranno mai ripagare la sofferenza che vi ho imposto.
Ti abbraccio con tutta la forza che mi rimane.
Tuo Padre, che si è privato del piacere di sentirsi chiamare da te “Papà”.



giovedì 24 gennaio 2013

Pitches - 1

Solo una piccola spiegazione.
Pitch è un foglio con dieci righe scritte. Deve colpire la fantasia di un produttore di Hollywood e convincerlo, con la lettura di un minuto, a fare un film con quella storia.
E' il compito che l'apprendista scrittore si è prefisso in questi giorni in cui fa anche un breve corso di scrittura per il cinema.
Si augura pertanto che i suoi pochi ostinati lettori vogliano dirgli con grande franchezza se questa storia ha un barlume di originalità.


Donatella è medico pediatra, prepensionata. Va ogni tanto in Ospedale perché i colleghi la chiamano: lei sa leggere nella sofferenza di un bambino.
Alcuni anni fa ha perso un bambino e, insieme, il marito.
Un giorno visita un bambino che porta lo stesso cognome del marito e gli assomiglia da morire: capisce che è il figlio di lui. Questo bambino ha pressapoco l'età del figlio che lei non è riuscita a far nascere.
Donatella sa benissimo cosa ha il bambino. E' combattuta tra il suo dovere di medico e il desiderio di punire il marito che è scappato. Insiste per vedere il padre e lo minaccia di non curare suo figlio. Vuole vederlo piangere.
Il giorno dopo si attarda a parlare col bambino, come avrebbe fatto una mamma.
Donatella darà la dritta giusta ai colleghi. La febbre incomincia a scendere.


lunedì 21 gennaio 2013

La tigre

L'appuntamento era alle quattro e mezza, per fortuna non troppo presto, così da non avere ancora il pranzo sullo stomaco, né troppo tardi, per permettergli di tornare a casa a un'ora decente, senza suscitare sospetti e in tempo per la cena.
Uscito dal lavoro con la più classica delle scuse, il dentista, intanto che guidava gli venne da chiedersi da quanto tempo era stato stabilito quell'incontro. Non riusciva a ricordarlo con precisione, giorni, certo, ma il giorno preciso in cui gli aveva scritto "vieni a prendere il caffè da me alle quattro e mezza" non riusciva proprio a ricordarlo. Frase ambigua, senz'ombra di dubbio.
Ricordava invece molto bene la sensazione che aveva avuto leggendola: quella sensazione, provata poche volte nella vita, di avere a disposizione i denti e il pane. 
Già molti anni prima il suo cuore aveva sobbalzato per quella donna. E infatti a quel tempo ci aveva provato, almeno come lui era capace di farlo, ma la liason si era a un certo punto bloccata contro un ostacolo, che lui, più o meno inconsapevolmente aveva frapposto. 
Di recente c'era stato un riavvicinamento, forse perché lei, uscita da una qualche storia disastrosa, aveva sentito il bisogno di ricominciare subito. E quindi, nel breve volgere dei giorni compresi fra febbraio e aprile, si era conquistato quell'invito, "vieni a prendere il caffè da me".
La tigre abitava da sola, in un palazzo storico del centro di Mantova, nel quale il padre le aveva lasciato qualche appartamento, in uno dei quali aveva messo a vivere la figlia, ben controllabile. A quel tempo aveva un paio di anni più di lui. Aveva sempre coltivato una smagliante forma fisica, che era la sua maggior fonte di gioia. Faceva un lavoro normalissimo, che lei considerava di grande importanza: al di là di questo neo era una donna carina, giovanile, aperta, e non dava certo l'idea della tigre. Lui la vedeva con gli occhi velati dal sentimento e molto difficilmente avrebbe immaginato come sarebbe andata a finire.
Lui era un ometto qualsiasi, non insignificante, si badi bene, ma una persona comune nel più ampio senso della parola, con un lavoro comune, se pur discretamente retribuito, una famiglia comune, una moglie e due figli e una comune mancanza di qualsiasi interesse. L'età e la gola gli avevano fatto aumentare troppo il giro vita, e per lui la forma fisica era soltanto il ricordo della giovinezza. Cercava di lavorare poco e di mangiare tanto quando è a tutti noto che bisogna fare il contrario.
La sua "ossessione fondamentale" erano le donne. Non riusciva a vedere o a parlare a qualsiasi donna senza immaginarsela fra le proprie braccia, bisognosa di affetto e parimenti pronta a darne. Anche le donne casualmente incontrate nell'ambito del suo lavoro, un ufficio pubblico, suscitavano in lui fantasie molto perverse, come ad esempio un viaggio in pullman da Mantova a Venezia con la mano stretta nella mano, senza alcuna necessità di parlarsi, oppure qualche bacio ben dato su quel muretto appena fuori da paese natìo, in una luminosa notte d'agosto, su quel muro dove le coppiette si distanziavano spontaneamente di una cinquantina di metri. Insomma il nostro eroe voleva vivere una vita da quindicenne, e non voleva rassegnarsi all'idea di avere quarant'anni di più. Forse, e dico forse a ragion veduta, a quindici anni queste cose gli erano mancate, lasciando un vuoto che reclamava di essere riempito.
La tigre invece aveva sposato il primo amore, quello che probabilmente le aveva dato a quindici anni quelle cose che ad Alberto erano mancate. E aveva cercato di tenerselo stretto il più possibile, anche donandogli una figlia. Del marito della tigre non abbiamo notizie  precise: certo è che a un certo punto si trovò un'altra, che poi avrebbe anche sposato, e lasciò la tigre sola senza tanti discorsi. 
Alberto intanto si cercava un parcheggio. E un fiorista. Se vai a casa di una donna, e c'è anche una remota probabilità che scopi, è forse opportuno che tu faccia il signore, foss'anche la prima volta della tua vita. Obbligatorie le rose rosse, col gambo lungo, appena sbocciate, come l'illusione del vostro amore. Non gli bastarono i liquidi che aveva in tasca: usò il bancomat, incurante della traccia. Però un mazzo degno di una regina, pensò lui infilandosi nel portane con difficoltà. "Suona al tredici", gli era stato detto.
Si ascoltò il cuore: batteva, certo, meno velocemente di quello che si sarebbe ragionevolmente aspettato.
La porta di casa era socchiusa. 
Venne risucchiato dalla bocca di lei, senza una parola. Le rose caddero sul tappeto. Erano entrambi circa della stessa altezza per cui il bacio poté protrarsi a lungo - oggi chi mai potrebbe dire quanti minuti? - in un silenzio interrotto soltanto dagli schiocchi delle lingue. 
Già da quel momento però, anche se piacevole oltre ogni dire, la mente di Alberto vagava, gli affioravano alla coscienza ovvi rimorsi e meno ovvie fantasie che con quel momento e con quel contesto non avevano niente a che fare, tarli di un momento di felicità. E lui non ci poteva fare niente. 
La tigre lo trascinò verso la camera da letto e lui la seguì con difficoltà, con le labbra ancora appiccicate dalla saliva di lei. Pensò alla trasmissione del virus della mucca pazza, attraverso le secrezioni.
Fu molto più veloce la tigre, a spogliarsi, priva di qualsiasi pudore, felice di esibire il suo corpo statuario, mentre lui, anche se fosse stato l'Apollo del Belvedere, avrebbe avuto la stessa difficoltà a svestirsi. Si sentiva molto più Efesto e il levarsi i calzini gli costò parecchio.
Oltretutto con la finestra aperta, "sta tranquillo, tanto non ci può vedere nessuno". "Tranquillo un cazzo, stupida, come fai a non accorgertene".
In quell'attimo il pensiero parassita fu la fuga, poco proponibile dall'ultimo piano.
La tigre gli si avvinghiò addosso: praticamente lo immobilizzò. Sempre in silenzio, come a seguire con diligenza un suo preciso piano strategico. A dir il vero anche lei ebbe un attimo di perplessità, forse abituata a ben altro genere di reazioni, o almeno a una qualche reazione.
Soffocando una risatina si applicò a cercare di ottenere, questa volta necessariamente in silenzio, quel tipo di risultato che avrebbe alla lunga potuto soddisfare anche lei.
Niente, era come avere a che fare con un condannato a morte. Comunque anche questi tentativi si protrassero a lungo e, come nel caso dei baci di poco prima, non possiamo precisamente dire per quanto tempo. Alla fine del quale entrambi reputarono saggio accendersi una sigaretta.


giovedì 17 gennaio 2013

Lavasecco automatica


I
Walter era appena arrivato a casa, non erano ancora le nove. Era andato in lavanderia a fare il risciacquo delle macchine, a stirare una considerevole pila di camicie e aveva anche lavato per terra. Tutto era stato lasciato in ordine.
Quella lavanderia suscitava in lui sentimenti ambigui: certo, era la principale fonte del suo sostentamento, e in quei tempi non era poco, ma era allo stesso tempo una schiavitù, un dovere quotidiano che veniva inevitabilmente avanti a tutto. E a tutte.
Essere il dominus di una lavanderia automatica, aperta 24 ore su 24, richiede energie spirituali non indifferenti, per cui la vita di relazione di Walter era pesantemente condizionata, e ogni appuntamento a una cert'ora doveva essere interrotto, proprio come Cenerentola, con la quale Walter si sentiva, a parte la differenza di sesso, profondamente affine.
Aveva provato, una volta che aveva conosciuto una bionda particolarmente intrigante, ad affidare la gestione di un paio di serate a un giovane pugliese, associando le banconote del compenso a una check-list molto dettagliata di cose da fare. Gli era sembrata un'idea perfetta: nessuno avrebbe potuto sbagliare. Quello invece c'era riuscito e i soldi che Walter aveva speso per far riparare una delle tre lavatrici lo avevano indotto a rinunciare per sempre a un aiuto esterno.
Arrivò a casa con l'umore a terra, come da qualche tempo a questa parte.
Il suo medico aveva deciso di costringerlo a mettersi a dieta e quindi in frigo c'erano solo cavolfiori bolliti, tre giorni prima, e una mattonella di crescenza, a un angolo ricoperta da una polverina verdastra. Acqua, naturalmente, a volontà. Nella fruttiera alcune mele, ma non di quelle buone. Anche la lampadina appesa al soffitto trasudava malinconia. Per un attimo fu sul punto di reinfilarsi il cappotto e di andare in trattoria, almeno per vedere qualche essere vivente. Si sedette invece a tavola e incominciò a sbocconcellare il pane rimasto, ultimo tozzo della sua preparazione domenicale da un kilo di farina integrale. Era buono il suo pane, anche il giovedì. Accese lo stereo: la radio trasmetteva l'ouverture del Pipistrello, e con un tale brio che, anche se odiava il ballo, gli venne voglia di alzarsi, di abbracciare una seggiola e di fare un giro attorno al tavolo. Bello Strauss, però. Si aprì una scatoletta di sgombro: voleva festeggiare.
Dopo mangiato incominciò a fumare, naturalmente tossendo, e si accomodò davanti al computer, la sua personalissima finestra sul mondo.
Walter cercava, con grande accanimento, notizie di cronaca in tutti i giornali on-line del mondo, ma notizie particolari: le notizie che lui chiamava “quelle che fanno bene al cuore”. E quando ne trovava una ne gioiva e la archiviava accuratamente per poi potersele andare a rileggere nel momenti di più cupa disperazione, perché malinconico lo era sempre.
Quella sera, che non avrebbe dimenticato, trovò del tutto casualmente un banner, cioè una réclame, di una telecamera “da guardia”. Questo aggeggino permetteva di riprendere locali anche di una certa metratura e aveva persino l'audio incorporato. Era facilmente occultabile perché l'obiettivo aveva un diametro di quattro centimetri e poteva essere gestita dal telefonino.
Oddio, non era proprio a buon mercato. Walter pensò ad alta voce che la sicurezza del locale sarebbe notevolmente aumentata. In realtà era la possibilità di ascoltare e vedere i clienti non visto, che gli procurava una sorta di eccitazione sessuale. Ma non voleva rendersene conto.
Decise di comperarsela, del resto era parecchio che non si faceva un regalo, e secoli che non riceveva un regalo, anche se faceva finta di dimenticarselo. Scrisse i numeri della carta di credito e premette Invio.

II
Adesso stare a casa era più divertente, era come andare in trattoria ma un po' più stimolante, perché i clienti della lavanderia, ignari di essere visti, erano del tutto liberi nell'espressione di sé stessi.
Passando i giorni Walter imparava a conoscerli e a riconoscerli, e a farsi un'idea – al limite sfruttabile anche a fini commerciali – del tipo medio che frequentava il suo negozio.
E il tipo medio che frequentava il suo negozio era come lui, il classico tipo “solo come un cane”, con una qualche piccola disponibilità economica che gli permetteva di non doversi lavare la biancheria da solo, ma non molto di più. Impiegati, commesse, gente con abiti dimessi, tristi anche questi come i loro padroni.
Gente che non aveva ancora perso la dignità dell'abito in ordine, anche se giacche e pantaloni erano di colori talmente diversi fra loro da fare a pugni. Era quella l'unica violenza che potevano permettersi. Giovani e meno giovani, accomunati dalla voglia di trovare una qualsiasi scusa per stazionare a casa il meno possibile, dove li aspettava un tavolo e un letto vuoto.
I giorni passavano e Walter trovava che quell'attività di piccolo spionaggio gli aveva un pochino migliorato la vita. Non è che facesse i salti dalla gioia, intendiamoci, però arrivava a casa con una certa curiosità, e stava intere serate davanti al monitor del computer a vedere la telenovela della realtà. E più la sera avanzava e più gli incontri si facevano curiosi.
L'avevano colpito in particolare due persone.
Erano comparse in TV pressoché nello stesso periodo e, nel giro di poco, avevano incominciato a parlarsi sempre di più e sempre più volentieri. Walter, senza fare troppo caso a quello che si dicevano, vedeva le loro espressioni cambiare di giorno in giorno, e dopo qualche tempo era riuscito a percepire, molto facilmente perché la conosceva benissimo anche lui, un'evidente espressione di ansiosa attesa negli occhi del primo arrivato. La stessa espressione che gli faceva venire in mente come stava lui quando aspettava quella donna che per un certo tempo gli aveva fatto dimenticare la sua solitudine, anche se poi, per dirla chiaramente, non gli aveva concesso neanche un bacio. E lui alla fine non era riuscito a reggere al tormento di quella passione non corrisposta. Ma non gliene faceva una colpa. Capiva bene che l'amore non si può ottenere facendo qualcosa. Si dona, se si vuole.
Si concentrò sui due piccioni.
Ogni volta che Walter osservava la donna cercava di mettere a fuoco dove l'avesse già vista, ma era difficile ricordare. Una sera il flashback si schiarì, e la vide cantare in quel teatro dove era andato parecchio tempo prima. Una cantante, quindi.
Era una bella donna dai capelli lunghi e scuri, leggermente radi, alta, con un'espressione aperta e un sorriso intrigante da morire. Veniva due o tre sere alla settimana, dopo le sei, probabilmente all'uscita dalle prove. Portava con sé un grosso sacco di biancheria. Non può essere soltanto la roba di due persone, pensò Walter. Caricava la lavatrice e si sedeva dolcemente sugli sgabelli, con un giornale in mano, senza alcun desiderio di leggerlo. Nel giro di un quarto d'ora arrivava lui. Ancora più alto di lei, miope da morire, con un'andatura dinoccolata.
Non caricava nemmeno la lavatrice. Posava il sacco, quello sì di un single, e incominciava a parlarle. Dopo i primi incontri il volume della conversazione era diventato veramente basso, nonostante la manopola del volume fosse al massimo, e non era neanche possibile leggere il labiale perché si parlavano all'orecchio, stando seduti l'uno a fianco dell'altra.
Lei annuiva e rispondeva, qualche volta sorridendo. Chissà cosa le potrà mai avrà detto lui per farla ridere.
Dopo qualche tempo lui si fece più intraprendente e una sera che Walter era arrivato tardi li sorprese mano nella mano. Lui aveva un'espressione difficilmente cancellabile dalla memoria. L'espressione di chi non ha niente ma è convinto di avere tutto. Felicità allo stato puro. Felicità che trascendeva, molto semplicemente, il tempo e lo spazio. Felicità di un attimo, certo, ma un attimo che vale cent'anni.
Quanti anni avrà avuto quel giovane? Forse gli stessi anni che avrebbe avuto suo figlio, se fosse nato.
Quella sera Walter andò a dormire con così tanta tristezza addosso che avrebbe voluto chiudersi dentro un cassetto.
Ma come tutte le cose belle anche i due giovani, dopo pochi mesi, finirono per non venire più alla lavanderia e a Walter restò sempre la curiosità di sapere che fine avessero mai fatto. E soprattutto se avessero continuato ad amarsi.
Non si sentì più di accendere la telecamera.
Una domenica andò al canile municipale e si prese il bastardo più magro e sparuto che ci fosse.
Ricominciarono insieme a riempire il frigorifero, e lo stomaco.