lunedì 31 dicembre 2012

Don Gennaro


Don Gennaro non era proprio quel che si dice un uomo qualunque. Era entrato in seminario a 25 anni, dopo avere fatto tutto quello che aveva voluto. A 16 anni, finita con difficoltà la terza media, complice anche la sua incapacità assoluta di andare d’accordo con i genitori, si era imbarcato su una delle tante navi che girano per il Mediterraneo. Era stata un’esperienza durissima e se avesse avuto la possibilità di conoscere Dante avrebbe ben fatti suoi quei versi “…come sa di sale lo pane altrui…”, ma non lo conosceva. In quei quattro anni infernali aveva dovuto crescere e a casa era ritornato un uomo. Incattivito forse, ma non solo. Un uomo che aveva capito che in certi momenti sentire vicino la solidarietà di un tuo simile può fare molto bene.
Certo era diventato un po’ un solitario, anche perché in quella nave era l’unico a cui piacessero certe cose, e spesso neanche lui sapeva dirne il perché. Armeggiando con una vecchia radio recuperata in una stiva aveva trovato una stazione pirata che trasmetteva musica classica e, in quell’unica ora giornaliera libera dal lavoro, ascoltava rapito, e si provava anche a cantare certe arie d’opera che gli riempivano gli occhi di lacrime.
Quando sbarcavano nei porti, come tutti, andava a cercarsi una donna e qualcuna di queste addirittura la era andata a trovare anche più di una volta, ma era un amante frettoloso e distratto. Certo non si presentava mai a mani vuote ma in quanto ad aprire il cuore era tutta un’altra cosa. Gli ufficiali non lo stimavano, perché lo vedevano diverso dagli altri, e lui li ricambiava con un odio schietto, quell’odio che, molto semplicemente, pensi che ti impedirà di tirare un salvagente a un uomo che vedi in mare. I suoi compagni non lo consideravano uno di loro ma il lavoro lo faceva, presto e bene, e questo era tutto quello che a loro interessava.
Quattro anni di questa vita, ingentilita soltanto da una vecchia radio gracchiante, lo avevano anche cambiato nell’aspetto: una barba rossa, arruffata, e un occhio che era diventato attento e penetrante.
A 20 anni, da un certo punto di vista rassegnato a convivere con la madre, il padre era morto quando lui era per mare, si cercò un posto di lavoro a Napoli. Sarebbe stato molto facile lavorare con quelli lì, che avevano sempre bisogno di cavalli freschi ma Gennaro con la droga non voleva averci niente a che fare. A Marsiglia aveva avuto l’occasione di vedere un ragazzo in preda a una crisi di astinenza e non gli era punto piaciuto. La fortuna e/o il Cielo, vollero che Gennaro trovasse qualcosa da fare in un doposcuola gestito dal vecchio prete. Non gli veniva chiesto di aiutare una cinquantina di ragazzi a fare i compiti, del resto non ne sarebbe stato all’altezza, gli veniva chiesto di cercare di tenerli un po’ a bada, di farli giocare o, comunque, di non farli scappare.  Sei ore al giorno, tutti i giorni. Duecentomila lire al mese. Sua madre non fu particolarmente contenta ma quel piccolo aiuto e l’avere in casa un figlio che credeva perduto le aprirono un mezzo sorriso nella bocca sdentata.
Gennaro invece, forse perché ricordava la dura vita della nave, da subito in mezzo ai ragazzi si trovò bene. Il più grande poteva avere dodici anni, il più piccolo sei, e lui, inconsapevolmente, si sentiva il fratello maggiore di tutti. Si inventava dei giochi per loro e vedeva che si divertivano parecchio, giochi in cui non c’era un protagonista ma c’era una squadra, che contro un’altra squadra poteva vincere se soltanto avesse messo insieme le proprie forze e se ogni giocatore di quella squadra fosse stato impiegato nella maniera migliore, cioè secondo le sue capacità. E lui era un arbitro che alla propria imparzialità teneva da morire. Voleva essere giusto, a tutti i costi.
Quando era il momento dei compiti cercava di richiamare alla memoria quelle poche cose che aveva imparato a scuola ma spesso era in difficoltà. Possiamo dire adesso che voleva così bene a quei ragazzi che la sera cercava di studiare, sui suoi vecchi libri che mammà non aveva buttato via, per poterli aiutare meglio nei compiti il giorno dopo.
Il vecchio prete vedeva tutto questo, ed era capace di vedere anche molto oltre. Aveva sentito con le orecchie del cuore qualcosa in quel ragazzo che meritava di essere coltivato. E quindi pregava per quel ragazzo, pregava tanto. Aveva una piccola statua della Madonna di Pompei e a Lei lo aveva affidato, perché continuasse la sua opera con i ragazzi, per levarli dalla strada. Due rosari al giorno almeno, uno alle quattro del mattino e uno alle undici della sera, il più faticoso anche se quello che dava maggiore serenità.
Anche Gennaro, uomo tutto sommato piuttosto selvatico, si era affezionato al vecchio prete, perché lo vedeva trattare quei ragazzi come fossero tutti figli suoi, e tutti con la stessa giustizia che usava lui nel gioco, tutti eguali, ma unici ed irripetibili.
Nei loro rari momenti di libertà Gennaro vedeva il vecchio prete assorto in preghiera, con il rosario in mano e questa cosa lo riempiva di stupore. Ragazzi e preghiera. Preghiera e ragazzi. Poco a poco trovò del tutto naturale unirsi a lui nella preghiera e ad usarla come arma, a quanto pare molto efficace, nelle avversità che il prete e i ragazzi ogni giorno incontravano. Lui gli regalò anche un vecchio libro di preghiere, unto e bisunto e tenuto insieme da un elastico, che Gennaro si affrettò a finire con grande diligenza. Il vecchio prete capì che quando sarebbe stato il momento i suoi ragazzi non sarebbero rimasti soli.
Dopo cinque anni Gennaro entrava in seminario. Era certo di voler diventare ed essere come il vecchio prete. Quando partì sua madre, per la prima volta, buttò fuori qualche lacrima di felicità.
In quegli anni del seminario i suoi ragazzi gli furono da guida e mèta, anche perché lui non era proprio abituato allo studio e cose da studiare ce n’erano tante, e i professori severi. Tutte cose nuove per lui, teologia, sacra scrittura, liturgia. Fu ordinato sacerdote il 18 luglio del 1980 e il suo più grosso cruccio fu che il vecchio prete fosse mancato pochi mesi prima. Ma Gennaro era certo che quel giorno gli fosse comunque molto vicino, anche più della mamma che era lì in chiesa.
Il vescovo lo destinò alla parrocchia di Sant’Angelo dei Lombardi e don Gennaro vi andò col cuore pieno di letizia, sicuro che anche lì i “suoi” ragazzi non sarebbero mancati. E infatti. Non molti in verità, ma a tutti ogni giorno cercava di trasmettere quelle cose che aveva dentro e che sapeva che a loro sarebbero servite: onestà, cioè mostrarsi a tutti come si è, e giustizia, cioè trattare tutti alla stessa maniera, cose che facilmente permettevano di andare la sera a dormire con il cuore in pace.
Era riuscito, non chiedetemi come perché neanche io sono riuscito a saperlo, a portarsi dietro la Madonna di Pompei del vecchio prete e l’aveva sistemata in una nicchia vuota della parrocchia. Pregandola quotidianamente, come lui gli aveva insegnato, traeva forza e coraggio, nelle quotidiane difficoltà della vita pastorale. Non aveva neanche una vecchia radio, nella quale avrebbe potuto ascoltare le arie d’opera della sua giovinezza, un mondo fa.
La sera del terremoto fortunatamente lui era in strada e poté quindi andare a cercarsi i suoi ragazzi, uno per uno. Qualcuno non riuscì a trovarlo, purtroppo, ma cercò di mascherare il dolore perché non voleva che gli altri se ne accorgessero. Li portò fuori dal centro abitato, e cercò di farli giocare per dimenticare quello spaventoso disastro in cui erano immersi e si inventò un memorabile gioco notturno.  Il mattino dopo li riportò in paese, dalle loro famiglie. Quei due ragazzi finiti sotto le macerie non smettevano di girargli in testa. Capì che aveva bisogno di pregare, perché non riusciva a farsi una ragione della loro morte. Entrò in chiesa, pur vedendo che era piena di calcinacci e con uno squarcio nella volta.
Lo trovarono la sera, davanti alla Madonna di Pompei del vecchio prete, con le mani giunte e con una grossa pietra appoggiata sulla schiena. Le labbra atteggiate a un piccolo sorriso.


domenica 30 dicembre 2012

Dita

Si è appena addormentata. Il suo respiro è superficiale, regolare. La luce della sera filtra dalle fessure della tapparella, schermata dalla tenda, e disegna sul muro righe rosate e sfocate.
Passa in lontananza un treno, proprio lungo il mare, e il rumore del suo sferragliare giungendo al paese vecchio si stempera, e diventa l'occasione per ricordarmi sommessamente che sono ancora sveglio. Dal giardino della villa vicino a casa giungono gridolini di bambini che si attardano a giocare. 
Sono incantato da questo momento un po' rarefatto, e il tempo mi si è fermato dentro. Solo il buio che si allunga nella camera mi avvisa che è tardi. 
Mi volto verso di lei, che mi mostra, fra la maglietta e lo slip, una striscia di schiena che oscilla ritmicamente come un pendolo. I lunghi riccioli neri le coprono le spalle. Ogni tanto viene scossa da un tremito, come se nel sogno avesse un attimo di paura. E' accovacciata su un fianco, come un feto. Non mi stupirei se avesse il pollice in bocca: del resto a conoscerla bene è ancora un bambina. Vorrei alzarmi, bere qualcosa e fumarmi una sigaretta ma sono come paralizzato da un piacevole torpore, più gradito dell'alcool e del fumo. E' anche vero che ho paura di svegliarla, non voglio interrompere questo suo riposo così sereno. Allungo le gambe con grande attenzione e giro la testa verso il comodino, dove ho posato l'orologio, quello che mio padre aveva destinato a me. Mi conferma che è tardi, ma non ho nessuna voglia di tirarmi su. 
Stendo il braccio e le accarezzo i capelli, mi avvolgo un boccolo corvino attorno al mignolo: bofonchia qualcosa e si volta continuando a dormire.
Adesso posso intuirle i tratti del volto nella penombra: è sempre bellissima, identica in tutto e per tutto a com'era quando ci siamo conosciuti, o forse soltanto eguale all'immagine che di lei mi porto dentro, gli occhi così scuri da nascondere la pupilla, la bocca sempre aperta al sorriso. Improvvisamente si rimbocca il lenzuolo, anche se questa serata settembrina è ancora calda.
Non riesco a smuovermi: so che dovrei andare ma sono come paralizzato. Incomincio a guardarla con altri occhi, come fosse una sconosciuta e come se solo adesso avessi la possibilità di svelarne la bellezza. Ho voglia di scoprirla e di svestirla ma non oso, non la voglio disturbare. Era tanto stanca, è giusto che riposi.
Metto soltanto la punta dell'indice sulle labbra chiuse e le porto un piccolo bacio sulla fronte. Niente di più, ma basta per svegliarla. Con occhi ancora riconoscenti si aggrappa a me e mi stringe. "Ciao", mi mormora all'orecchio, ricadendo nelle nebbie del sonno. "Ciao" e basta. Non siamo mai stati capaci di dirci tante parole, è un nostro limite, ed entrambi ci esprimiamo di più con le parole non dette, e quelle poche che diciamo le carichiamo dei significati più profondi, con l'ovvio risultato che spesso siamo gli unici a comprenderle.
Però il "Ciao" sussurrato da lei è stato comunque la cosa migliore di questa giornata. Me ne sto. 
Mi divincolo con delicatezza e mi vado a vestire, controvoglia.



venerdì 9 novembre 2012

DOVE E' IL RE DI FIORI?


Consumo ore a fare solitari. Sembra un'attività sciocca eppure da essa traggo conferme e oriento le mie decisioni.
Ogni momento della giornata è buono e il fatto di poterli eseguire sul computer ne ha centuplicato le possibilità: certo, una volta con le carte in mano era tutto molto più romantico ma il computer ti libera dall'assillo e dalla paura di non aver mescolato bene, e non è poco, specie quando ti escono quattro donne una di fila all'altra. Ma di queste parlerò più avanti.
Quei pezzetti di carta colorati, ora abbiam detto virtuali, hanno per me la capacità di leggermi la vita, ed è da tutta la vita che lo dimostrano. Non prima di un esame bensì durante la preparazione di un esame, ogni giorno o due volte al giorno, le carte governano il tuo scarso studio, e vedi, a seconda della giornata, il professore che ti interrogherà nel re di cuori o nel re di picche, e quel fante di denari è quell'assistente bilioso, quasi pelato e con degli occhialini ridicoli, che ti guarda e sogghigna senza parlare, come ha fatto la prima volta quando l'esame non è andato bene, e le carte un po' me l'avevano fatto capire.
Così rubacchio il tempo ad attività più serie o doverose, ma la possibilità di capire il passato e la presunzione di leggere il futuro, magari anche solo un attimo prima che diventi presente, se mai c'è davvero questo presente, sono troppo intriganti.
Certo, ci sono giorni buoni e giorni meno buoni. E i giorni buoni sono il martedì e il venerdì, ma talvolta, se una cosa ti deve essere detta perchè lui ritiene che sia importante allora ogni giorno è buono. E così come ogni mattina c'è sempre il sole, ma quello di un diverso giorno della tua vita, anche lui ogni mattina cambia, e quel che solo la sera prima sembrava un'impresa disperata, oggi, martedì, alle sette e mezza, sembra diventare un'operazione con la facilità della routine.
E' ovvio che qualche volta la domanda ha avuto una risposta che si è confermata nella storia della vita, anche se la risposta, sul momento positiva, non poteva prevedere tutti gli sviluppi, le difficoltà e i pasticci che si sarebbe portata dietro. Tanto è bastato per farmici ancora più affezionare.
Ci sono poi periodi, bui potremmo definirli, in cui c'è un blocco, non mio ma suo, in cui decide di smettere di risponderti, e non c'è santo e non c'è ostinazione – e addirittura non reagisce neanche a impossibili tentativi di baro – e ogni domanda cade nel vuoto e nel silenzio, e allora ti senti un po' più solo.
Mi sono anche domandato, visto che il mio preferito è abbastanza difficile, se non sia un mio diverso atteggiamento a condizionarlo: è del tutto possibile, in linea teorica, farlo “venire” mettendoci il massimo dell'impegno e dell'attenzione, e, d'altro canto, farlo in maniera “svogliata”, chè non possa, anche se lui ci mette tutta la buona volontà, riuscire. Ma neanche questa è un affermazione del tutto vera. La verità infatti è che lui fa quello che vuole, e se ha deciso che tutte le otto pile di tredici carte debbano crescere ordinatamente, puoi anche farlo dando le spalle al monitor – così controlli bene che non entri nessuno – e stai pur certo che ti riuscirà.

Ultimamente mi ha fatto un brutto scherzo.
Ero già a un buon punto, e mi pregustavo (speravo, sarebbe meglio dire) un contatto, una telefonata, un qualche cosa di positivo con quella donna bruna ultimo oggetto di saltuarie attenzioni, bella femmina, difficile e interessante a un tempo. Per ora è ancora la donna di fiori. Sicuramente non la donna di denari, ne sono certo, né la donna di picche, la quale è già passata con suo strascico di dolore. E come due sono i mazzi due sono state anche le donne di picche.
Non riesco a vedermela come donna di cuori, non ancora, forse è lei la prima a non vedersi così. Ma come donna di fiori è perfetta, ancora sospesa. E per lo stesso fatto di essere sospesa è quindi all'apice della desiderabilità.
Come è facile immaginare io sono il fante di cuori, non sarò mai il re di cuori. Anche all'ultimo giorno della vita sarò ancora il fante di cuori, è la mia condanna. Ma non ambisco a nulla di più.
Non vi starò a raccontare come si sono messe le carte, non è sostanziale e certe finezze potrebbero sembrarvi solo parti deformi di una mente malata. Fatto sta che stavo spostando tutta la colonna di fiori, dall'asso alla donna, sul suo re, per lasciare vuoto lo spazio. Per un attimo lunghissimo il re di fiori è scomparso, introvabile, e avrebbe ben dovuto esserci ma non lo vedevo. Il cuore si è messo a battere all'impazzata, il computer ha dato un segno di vita propria, forse ha fatto un errore, come noi, mi vuole dire qualcosa di importante, la donna di fiori non deve più andare dal suo re, e adesso? Cosa succederà?
Alla fine dell'attimo, quando già immaginavo definitivi cambiamenti della vita, mi è caduto l'occhio sulla pila coperta, dove, ridendo, stava il re di fiori, pronto a prendersi di lì a poco la sua donna.
Grande delusione, e una piccola lacrima ha sciolto il sogno.



sabato 15 settembre 2012

Anna e Paolo

I
Anna Chiari era più che soddisfatta. Ottenere quella scrittura l'aveva definitivamente convinta che avrebbe potuto vivere solo di musica: avrebbe cantato al teatro Nuovo di Ferrara, un sabato sera ancora da definire del prossimo ottobre.
Anna cantava accompagnata soltanto da Paolo, che suonava il violino.
Aveva impiegato parecchio tempo a capire come avrebbe dovuto accompagnare la sua voce, forte e roca, una voce “nera”, senza dubbio, che per qualche aspetto ricordava quella di Nina Simone. Aveva provato con pianisti, sassofonisti, oboisti persino, ma solo cantando accompagnata dal violino di Paolo si sentiva sprofondare dentro un vortice, avvolta dalla musica.
Tanta era stata la gavetta, per strada e nelle piazze, nonostante il suo bel diploma di canto al conservatorio se lo fosse preso, e con la lode. Ma sfondare nella musica, figuriamoci nella sua particolare musica, era stato veramente difficile. Con quella scrittura poteva a ragione ritenersi una musicista affermata.
Paolo era il suo specchio musicale. Si erano conosciuti negli ultimi anni di conservatorio e fra loro c'era stato subito un flusso, da entrambi immediatamente percepito, e non solo dovuto alle cose che condividevano: Mahler, con le atmosfere sognanti che riusciva a creare, i Lieder di Schubert; sarebbero vissuti di pizza, potendo. E il primo film che avevano voluto rivedere insieme, il primo di tanti, era “Il Terzo Uomo”.
Anna e Paolo però non erano diventati una coppia, e naturalmente non vivevano insieme. Ma quella vita che era al di fuori del Conservatorio, prima, e delle tournée, dopo, entrambi non la consideravano proprio “vita”. Le loro case erano solo tane notturne, e come tutte le tane, frequentate in maniera saltuaria e lasciate a sé stesse.
Ogni momento della giornata era buono per provare una musica nuova, e una gioia antica, e il loro suonare insieme era diventato una specie di eco: bastava una nota semplicemente accennata sul violino, o dalla sua voce profonda, che questa diventava una nota sensibile e occasione per una sessione di improvvisazione, magari davanti a colleghi stupiti e invidiosi, soprattutto dell'esultanza che entrambi dimostravano.
Ecco perché quella scrittura a Ferrara l'aveva convinta, era diventata ormai una cantante, e la strada per diventare famosa era stata tracciata.
L'unico neo di questa vita in musica era che Paolo, che lei ben sapeva titolare e responsabile della precisa metà di quel successo, per il pubblico, così come per gli impresari, era solo una silenziosa spalla. Di questo lei ci faceva una malattia ma non era riuscita a cambiare la situazione, e spesso voleva pagarlo di più della metà di quello che lei incassava.
Fra loro non c'era amore fisico, né mai c'era stato qualche indizio, o preliminare, di amore fisico, ed entrambi, pur pensandoci ben di più di quel che è lecito aspettarsi, nascondevano a sé stessi questi pensieri, abilmente mascherandoli in sogni notturni indecifrabili. Può darsi che inconsciamente pensassero che il sesso fosse in contrasto con l'esercizio di una professione in coppia, fra l’altro una professione delicata come la loro, che da un momento all'altro poteva scomparire, per una sciocca malinconia di un pubblico maligno. Due sere col teatro vuoto e finisce tutto.
Dunque anche nell'eliminare il sesso dalle loro vite erano, in linea di principio, d'accordo.

La serata a Ferrara andò davvero bene. Teatro gremito e bis a volontà. La loro musica anche quella volta aveva fatto il piccolo miracolo, e le persone uscivano dal teatro cantandola e fischiettandola motivo per Anna di grande gioia.
All'una, dopo la doccia e mezz'ora di yoga, uscirono nella notte, cercando un posto per mangiare. Erano ancora lievemente eccitati, e affamati. Cercavano una buona pizza, magari con le verdure grigliate. E un filo di olio al peperoncino, altra passione che condividevano.

Piedigrotta è una nome di pizzeria molto inflazionato ma un’occhiata dal di fuori della porta a vetri, e il fatto che fosse a trenta metri dal teatro, li convinse a entrare. Non era un posto particolarmente brutto, anche se molto ordinario: tavoli con le tovaglie a quadrettoni rossi e bianchi, seggiole in plastica, il forno elettrico, non il massimo per la pizza. L'unica cosa che tirasse su il tono del locale era la cameriera ai tavoli. Una giraffa. Almeno uno e novanta, valutò Anna alla prima occhiata. E della giraffa aveva l'eleganza del portamento e del movimento. Sembrava che scivolasse, su quel linoleum. Una chiostra di denti bianchissimi, messa in evidenza dal sorriso della ragazza, spiccava sull'incarnato, nero come la notte più buia. Una tutsi, senza dubbio. Una cascata di treccine nere opache le colava sulle spalle lucide. E due gambe, appena coperte dalla divisa, che parlavano. Due gambe che a farcisi stringere sarebbero certo diventate una morsa.
Si sedettero al primo tavolo sulla loro destra, contro il muro. Solo altri due clienti erano presenti, due ragazzi che mescolavano i baci con i bocconi della pizza.
Anna parlava eccitata della performance di quella sera, rimarcando con puntigliosità le piccole imperfezioni scappate a entrambi ma Paolo la ascoltava con disattenzione. Quando la cameriera arrivò al tavolo Anna si accorse che Paolo sfoderò il più complice dei suoi sorrisi e ci restò molto male, anche se non fece una piega. Paolo continuava a parlottare con la ragazza, che a un certo punto scoppiò in una risata fragorosa. Anna li sentiva attraverso una cortina che le impediva di capire ogni parola. Capì che la ragazza si rivolse verso di lei e riuscì con difficoltà a mormorare: ”Per me una pizza margherita e una mezza minerale naturale, grazie”.
Cercava a tutti i costi di non farsi accorgere da Paolo di quell’accesso di gelosia, che “per contratto” non avrebbe avuto motivo di esistere, ma lui se ne era accorto. Erano entrambi imbarazzati e finirono le loro pizze in silenzio, con la scusa della stanchezza.
Nella sua stanza di albergo, con la televisione accesa, Anna rifletteva sul fine serata, domandandosi cosa significasse tutto ciò.
Sapeva bene che non sarebbe mai riuscita a parlare con lui. Sarebbe stato semplicissimo prenderlo un attimo da parte, in un momento favorevole, magari dietro le quinte prima di un concerto, e dirgli in tutta semplicità quello che lei desiderava, di essere una coppia. Non le sarebbero certo mancate le parole.
Quella solitudine notturna nelle stanze d’albergo le era diventata insopportabile.
Cosa ci sarebbe voluto per dire quelle quattro parole in croce?
Ci sarebbe voluta la capacità di immaginare che se avesse ricevuto un rifiuto non le sarebbe caduto il mondo addosso, cioè che questo rifiuto non avrebbe indotto una cascata di eventi dolorosi e terribili, fra cui la fine del loro rapporto professionale e l’annientamento del loro rapporto umano. Un disastro, un lutto. E solo il pensare a questi avvenimenti, le era intollerabile.
Oltretutto era lei la prima a comprendere che questo rifiuto era veramente poco verisimile. Sapeva di essere una bella donna, sicuramente molto piacente, con uno sguardo arricchito da due profondi occhi nocciola, un nasino appena accennato all’insù e due labbra che sembravano disegnate da Raffaello. Il tutto incorniciato da una lunga chioma con riflessi rossastri i cui spostamenti durante i concerti erano la delizia del suo pubblico, e lei, sapendolo, ne approfittava, mettendosi d’accordo in questo senso con il tecnico delle luci. Perché mai Paolo non avrebbe dovuto acconsentire con gioia alla sua proposta?
Anna aveva paura. Semplicemente una paura più forte di lei. Preferiva avvitarsi su sé stessa e sulla sua gelosia. Dopo avere alzato il volume della televisione abbracciò il cuscino e pianse.
La mattina dopo, verso le sei, dopo il commissario Pelle entrava nella pizzeria Piedigrotta, nella piazza del Teatro Nuovo, dove era stato trovato il cadavere di una donna di colore, tale Aisha Adadjan, immigrata dal Rwanda, del cui volto era stato fatto scempio.









venerdì 31 agosto 2012

NOTTE AD APRICALE



Marco aveva svuotato rapidamente la scrivania, coperta solo dalle cose essenziali: le penne, il portacarte, qualche foto sotto il vetro, poche cose perché non aveva mai sentito veramente suo quel lavoro. Passò a ritirare l’ultima busta paga, bagnata di sudore e pregna di rabbia.
A casa riempì la sacca da viaggio, svuotò il frigorifero e prese il libro sul comodino, ultimo rifugio dalle tristezze della vita. In strada la vecchia Duecavalli non aspettava altro, dài, partiamo, mormorò. Certo che partiamo, mia cara, e vedrai che ci divertiremo.
Alle otto di quella sera di agosto, dopo solo due ore di guida, Marco imboccò il bivio di Camporosso, deciso a trovare un po’ di refrigerio nell’entroterra. Arrivò ad Apricale poco dopo, inconsapevolmente attratto.
Quando, dopo quella curva stretta, la vide improvvisamente, triangolo di case spalmato sulla collina, ne restò colpito, come se Apricale non fosse un paese come tutti gli altri. C’erano pochissime automobili a quell’ora e poté fermarsi un attimo per scendere a vedere meglio. Tutti i rumori della natura si erano spenti, e la luce si faceva sempre più fioca. Per un istante fu dimentico di ogni cosa, soprattutto del fatto che era di nuovo senza lavoro.
Dentro il silenzio, sentì il suo ritmo battere all’unisono con quello del mondo, un ritmo che prescindeva dal tempo.
Rientrò in macchina, col desiderio di esplorare meglio quel piccolo paese e quella grande emozione. Parcheggiò in cima al paese, in uno spiazzo stranamente vuoto. Gli stava crescendo dentro una curiosità incontenibile.
La prima persona che vide fu un vecchio candido, alto e ossuto, che portava una gerla che sembrava sospesa, tanta era la leggerezza con cui la sosteneva. L’uomo gli fece soltanto un gesto con la mano, come a dirgli: “Vieni, è ora che cominci il tuo giro qui da noi”.
Marco prese quindi la prima stradina alla sua sinistra, sormontata da un archetto. Camminava lentamente, guardandosi intorno, cercando qualcuno. In cielo il nero, senza stelle, aveva quasi preso il posto dell’azzurro. Si diresse verso una ripida discesa, al fondo della quale distingueva un lampione  con una luce fioca.
Lo vide solo pochi metri prima della luce. Ma ancor prima di vederlo fu colpito da un odore intenso, come quello che si sprigiona dai cespugli di pitosfori, dolce e pungente. Ma non c’erano pitosfori là, solo qualche vaso di gerani. E questo grosso gatto, a cui lui si avvicinò circospetto. Quello non fece una piega. “Ciao, Marco”, gli disse voltandosi.
Quando ti trovi in una situazione che non hai mai vissuto la tua memoria perde qualsiasi riferimento e non riesci più a capire se i tuoi sensi trasmettano al cervello informazioni di realtà.
“Ciao, Marco”, ripeté il gatto, sempre placidamente accovacciato sul gradino della casa. Marco però non voleva rispondergli, altrimenti avrebbe dato ragione a quella parte di sé stesso che sommessamente gli suggeriva che non c’è nulla di strano ad essere salutati da un gatto.
Pensò a uno scherzo, ma non aveva incontrato e non vedeva nessuno.
Prese tempo, mugolò un “Ciao” più di pancia che di bocca e studiò l’avversario.
Era un gattone che sembrava un cuscino, e per dimensioni e per morbidezza. Il manto, come la maggior parte dei gatti – che però non parlano – era bianco con striscie grigie variamente orientate. L’oscurità gli dilatava enormemente le pupille.
Pensò che comunque era libero di parlare con un gatto, del resto non avrebbe dovuto dirlo a nessuno. E nessuno era lì presente, per testimoniare che lui parlava ai gatti. “Come è andato il tuo viaggio? So che quando parti non sei mai di buonumore”. Marco trasecolò, se non fosse stato buio lo si sarebbe potuto vedere scolorire. Ma doveva considerare normale ciò che normale non era. “Hai ragione”, rispose col suo solito tono  di voce, che in quella situazione diventò un rauco falsetto. “E’ che mi prende un’angoscia che mi stritola la pancia. Certe volte penso che non dovrei mai partire e restare sempre a casa. Casa e lavoro, lavoro e casa”. “Adesso casa-casa, mi sembra”, lo interruppe il gatto, con un’espressione che a lui parve un mezzo sorriso. “Non solo mi mancava il gatto parlante, ci voleva anche quello sarcastico”, pensò Marco.
Il gatto disse soltanto “Seguimi, per favore”.
Lo precedette fino a uno slargo sul limitare del paese, da dove si poteva finalmente vedere il cielo liberato dalle nuvole, con una magnifica stellata. Stettero un quarto d’ora in silenzio, Marco disteso sull’erba, il gatto accovacciato vicino a lui, distante un centimetro in più di un braccio teso.
“Ciao Marco, adesso devo andare. Aspetta qui”. Sparì nel buio.
Marco pensò che neanche nel migliore dei suoi spinelli sarebbe riuscito a immaginare di avere a che fare con un gatto parlante, capace anche di leggerti la vita.
Gli sembrò di addormentarsi per qualche minuto.
Improvvisamente sentì un rumore, a lui non era familiare, un rumore sordo, un fremito lontano, ritmato. Girò la testa e vide una gatta siamese. Due occhi azzurri brillanti nell’oscurità.
Marco non aveva mai amato particolarmente i gatti, lui e i gatti seguivano vite semplicemente parallele. Ma quella gatta aveva un musetto sul quale si sarebbe sentito di stampare un bacio. Ovviamente non se lo permise, anche se fu lui a fare il primo passo, ridendo di sé stesso in silenzio. “Come ti chiami?” le chiese. “Isabella”, “Ah, bel nome”. Attimo di silenzio, in cui ebbe la certezza di essere capitato all’altro capo del mondo. E allora decise che sì, i gatti parlavano, almeno ad Apricale, e allora tanto valeva farci dei bei discorsi. Chissà cosa ne sarebbe potuto uscire, forse un  racconto.
Provò quindi a fare il galante. “Lo sai che sei molto carina?” “Certo, ma non siamo qui per parlare di questo”. “Ah”, fece Marco, offeso dal tono un po’ tagliente. La gatta stava seduta, arrotolata su sé stessa.
A Marco venne in mente quella donna, che aveva riempito gli ultimi tre anni della sua vita. Una donna che sempre più di frequente gli dava una senzazione di profondo disagio. Non sapeva se era innamorato di quella donna, non sapeva se era mai stato innamorato di qualcuno, non sapeva neanche cosa significasse veramente la parola “innamorarsi”. Isabella lo guardava con occhi penetranti, come se gli leggesse quei pensieri, chiedendogli a un tempo di leggere meglio quello che lui stava incominciando a intravvedere.
Improvvisamente la gatta, come colta da scossa elettrica, si alzò e incominciò a camminare, rientrando in paese. Marco la seguì ipnotizzato. Realizzò che se quella gatta fosse stata una donna sarebbe stata bellissima, e si sentì avvolto da un folle desiderio.
Isabella, indifferente a quei pensieri, scendeva verso la piazza, di buon passo. Arrivata si diresse a un angolo, dove, confuso con le pietre del selciato, stava un grosso gatto certosino. Marco si accorse che parlottavano, sorpreso di non sentirli. Isabella con due balzi fu fuori portata.
“Vieni pure avanti, Marco”, se ne uscì fuori il certosino con un bel vocione baritonale, di un tono assolutamente divertito. Marco, che quella sera non si sarebbe più stupito neanche se gli avessero parlato i sassi, avanzò con baldanza.
Il certosino incominciò a camminare in tondo nella piazza e Marco si accorse che procedeva in maniera molto buffa, dimenando la parte posteriore del tronco, sculettando quasi, ma non in maniera armonica e regolare bensì con gesti di imprevedibile ampiezza e frequenza. Ne risultava un ballo estremamente divertente e il gatto stesso era il primo a divertircisi. “E ridi, dài, fai un sorriso anche tu, idiota” gli disse, parandosi davanti a lui seduto con le zampe anteriori estese, come i gatti dei faraoni. Da fermo sembrava un gatto serio, ma non lo era.
Ripensandoci quel sedere che sballottava a destra e a sinistra era troppo comico, e a Marco salì finalmente una risata sincera, lunga, come da troppo tempo non ne venivano più.
Lo prese una nuova voglia di vivere e un entusiasmo che l’avrebbe presto reso capace di dare il giusto colpo di timone alla sua vita.
“Questi gatti sono fenomenali”, pensò.
Seduto al margine della piazza, nel buio della notte rideva felice, con un certosino storpio accoccolato sulle gambe, che si prendeva pigramente piccole carezze sulla testa, ridendo sotto i baffi.






UN'INDAGINE LUNGA UN GIORNO


Il medico legale arrivò tre ore dopo essere stato avvisato. In quel lasso di tempo l’appuntato Federici, dopo che il giudice e i suoi superiori andarono via, aveva approfittato del silenzio e della solitudine, e si era messo a curiosare. Perché era curioso come una scimmia. Ogni omicidio per lui era fonte, se non di godimento puro, di interesse spasmodico.
Si trovava in un ristorante famoso, il cui patròn e chef era acclamato come il nuovo Bocuse, portatore di ricette e sapori segreti, che deliziavano i palati di una clientela facoltosa. Certo che lui non si sarebbe mai potuto permettere di andarci. Ma non gli interessava, aveva i suoi locali di fiducia.
Il delitto era avvenuto nell’immensa cucina, che per estensione ricordava quella di certe dimore principesche.
Era lo chef la vittima, una vittima smembrata senza nessun criterio anatomico né gastronomico, ridotta in pezzi non più lunghi di mezzo metro. La testa separata dal collo con un’espressione ancora stupita negli occhi. Federici fu colpito dalla contemporanea presenza di tagli di carne, bovina questa volta, tagliati però in maniera da poterne agevolmente riconoscere l’uso culinario che se ne sarebbe fatto.
Il risultato era una cucina era disseminata di pezzi di carne e di sangue: e in una pentola sul fuoco sobbolliva un quarto anteriore assieme a un ginocchio non bovino. Federici pensò che il killer, se non fosse stato disturbato, si sarebbe fatto un buon brodo, di carne.
Sogghignò fra sé e sé.
Cominciò a guardarsi intorno alla ricerca di una qualche traccia. Quasi subito trovò, vicino a una mannaia per ossa, una vera matrimoniale. La sollevò con la pinzetta che portava sempre in tasca e lesse “Jean – 24.9.2013”. Poco probabile che fosse del cuoco. Se la ficcò in tasca col massimo della naturalezza.
Si sedette a pensare. Perché il bue tagliato bene e l’uomo selvaggiamente depezzato?
Quando finalmente il medico legale arrivò potè andarsene a casa, a dormire sul divano abbracciato al cuscino, dando le spalle alla televisione accesa.
L’indomani, giorno di riposo, Federici andò in Curia, dal suo amico Don Franco, uno dei rarissimi preti che parlava come mangiava. Avevano fatto solo le scuole medie insieme ma non si erano mai persi di vista, e qualche volta erano usciti assieme agli altri e il Don era certo fra quelli più casinisti.
“Ciao, Don, risolvimi un problema”. “Ciao, Sarebbe?”. “Bisogna risalire da una vera matrimoniale al suo padrone. Ce la fai? » « Ci provo ».
Nel 2012 anche il Vaticano è informatizzato e la stampante sputò rapidamente la sposa assassina, Marie Durand, al momento del matrimonio domiciliata in via Galletta al n. 59 interno 1.
Federici andò a mangiarsi la bistecca da Gianni, osteria che cucinava bene solo agli amici. E lui era fra gli amici. Alle tre e mezzo del pomeriggio, dopo essersi mezzo azzuffato con un avventore sul valore di un attaccante della squadra cittadina, complice un dito di vino di troppo, si avviò malfermo sulle gambe verso via Galletta, poco distante.
Era in borghese e il caldo, il vino e l’abbigliamento diedero alla donna che aprì la porta l’idea di avere davanti un qualche muratore venuto a chiedere qualcosa. Le scappò una mezza risata. Lo fece accomodare e andò a preparargli il caffè.
Il soggiorno della signora Marie era in penombra, e questo ne acuiva il senso di tristezza e di disagio. Divani e poltrone erano tanto consunti da non poter più dire di che colore fossero stati, se mai avevano avuto un colore. Un paralume ricoperto di polvere. Tutto grigio. La stessa signora Marie aveva un incarnato grigio che la diceva lunga sulla sua salute, anche a un appuntato.
Mentre Federici avvicinava la tazzina alla bocca lei esordì: “Vedo che ha fatto presto a trovarmi. Vuole sapere perché ho ucciso quel bastardo?”. Il caffè bollente gli andò di traverso e incominciò a tossire con grande strepito. Non si immaginava di certo di essere aggredito in maniera così diretta. Quando si riprese bofonchiò: “Intanto lei me lo dica”.

La donna si mise comoda. “Michel era un grande cuoco, anche se di un’ambizione sfrenata. Voleva essere il migliore del mondo. E il più famoso. Non meno di Escoffier, perlomeno. Io e mio marito eravamo tutta la sua brigata di cucina. A noi proponeva i suoi piatti più nuovi da assaggiare, tutti i giorni e il nostro giudizio era per lui sostanziale. Noi il braccio e lui la mente.
Quando mio marito fu ricoverato in Ematologia, tre settimane fa, gli fu diagnosticata una leucemia mieloblastica. Il medico che mi comunicò la diagnosi mi disse anche che spesso queste malattie sono dovute a tossici, specie composti chimici aromatici.
Mio marito l’ho perso in una settimana.
La settimana successiva l’ho spesa cercando in cucina, certa che Michel avesse usato qualche cosa che non andava bene. Non ho dovuto faticare per cercarla, una boccetta con un liquido denso verde, riposta assieme alle spezie, con una scritta: benzene.
Una piccola ricerca sulla rete mi ha confermato i sospetti.
E quel bastardo lo usava per cucinare: ecco perché tutti i suoi clienti lo portavano in palma di mano e dicevano che i suoi piatti fossero così particolarmente “aromatici”. Non poteva essere diversamente, ma portavano in sé la morte. Noi che tutti i giorni li mangiavamo siamo i primi a volare via. A me non restano molte settimane.
Sono assolutamente convinta che quell’uomo di merda abbia avuto quello che si meritava, e nel momento giusto, quando stava preparando il suo celebrato “bollito con salsine aromatiche”.
Federici aveva ascoltato tutto, partecipando alla rabbia della donna. Si domandò cosa può spingere un uomo ad avvelenare i propri simili ricercando a tutti i costi di soddisfare il loro palato, e non si diede risposta.
Si alzò e borbottò qualcosa alla signora Marie, sapendo che non l’avrebbe più rivista. Lei restò seduta, contenta, se così vogliamo dire, di rivedere presto il marito.
Federici, sulla mensola dell’anticamera, posò la vera.



TORBIDE ATMOSFERE


La coppia al tavolino ha appena finito di bere caffè e acqua minerale. Lei ha un vestito scuro con le spalle nude, anche se al collo ha una pashmina bianca, più volte avvolta. E’ seduta in modo da far vedere buona parte delle cosce, non magre, e se le accarezza.
E’ palesemente sulle spine. Lui, con una polo giallo canarino, sembra più tranquillo. Oltre a essere più vecchio.
Hanno deciso di imbarcarsi in quella nuova avventura, spinti da un pizzico di follia e da giornate gonfie di noia. E’ lei ad avere insistito e lui non ha avuto il coraggio di dirle di no. Magari, quando si arriverà al dunque, lui si tirerà indietro, certo con un gesto elegante, del tutto convinto che è meglio lasciare un dubbio sulla propria virilità piuttosto che dare la certezza dell’impotenza.
La coppia che aspettavano emerse improvvisamente dal tunnel di pietra. Non avrebbero potuto non essere quelli che aspettavano, anche perché, come da accordi, entrambi portavano addosso qualcosa di giallo. Lui aveva capelli più bianchi che grigi, lei capelli ricci e rossastri. La donna seduta al bar guardò bene quest’uomo, col quale aveva deciso di giacere di lì a poco. Incominciò a pensare se puzzava già di sudore. Nulla di più romantico. Concluse saggiamente che una moderata puzza di sudore, ovviamente accompagnata da altre caratteristiche idonee alla particolare bisogna, poteva essere anche accettabile.

mercoledì 11 luglio 2012

SCONOSCIUTI


I
In certi momenti Livia non credeva ancora di essere stata capace di prenotare quel viaggio, e la assaliva improvvisamente una sensazione di incertezza che per un istante la paralizzava, qualunque cosa stesse facendo.
Non era certa infatti di essere consapevole di tutti i motivi che l'avevano spinta a prendere quella decisione, ma quando si era trovata seduta nell’agenzia di viaggi, davanti a una ragazza di poche parole ma dall’aria piuttosto allusiva, la curiosità aveva prevalso su ogni altra considerazione. Non il fatto di dover partire da sola, ovviamente, nè il costo elevato della vacanza.
Fra l’altro era anche animata da un certo sentimento di vendetta verso quell'uomo che l'aveva lasciata così bruscamente. Il fatto che io mi imbarchi in questa avventura, gli avrebbe voluto dire, ti farà ben capire che ho l’intenzione di cancellare persino il tuo ricordo. Ma solo la certezza di non potergli sbattere in faccia queste parole le dava la forza di pensarle.
Dopo l’abbandono aveva voluto rovistare nella sua scrivania, che nel suo disordine era un po’ il simbolo della vita di quell'uomo. L’aveva fatto insieme alle ragazze, perché voleva che anche loro partecipassero di quell’angolo privato di lui, e anche perché non sapeva bene che cosa avrebbe trovato. Non ne aveva proprio voglia ma era un compito che si era imposta. E infatti erano saltati fuori gli oggetti più disparati, difficilmente riconducibili all’idea che di lui loro si erano fatte. Una scatoletta contenente chiodi rotti e arrugginiti, inutili e inutilizzabili. Buoni fruttiferi postali, scaduti da anni, e per cifre assolutamente non disprezzabili, mescolati a foglietti con minute di quelle che sembravano lettere d'amore appena incominciate. A quale o quali donne fossero indirizzate non le era stato possibile capirlo, ma erano sicuramente scritte da lui, con quella grafia particolare in cui ogni carattere era nettamente separato dal precedente e dal successivo, proprio come un carattere corsivo a stampa. Guardandole Livia aveva fatto finta di niente, perché aveva vicine le figlie. Dai cassetti continuavano a uscire, per opera delle ragazze, piuttosto divertite, pile mai usate, refill di ogni tipo di penne a sfera, borse del tabacco, coltelli, una scatola piena di vecchi dollari d’argento, una bottiglia di profumo sigillata, per un quarto piena. Un bazar allucinante. Frammenti insignificativi di una vita poco nota.
Con calma, poi, era riandata col ricordo alle lettere che lui le aveva scritte, nei primi momenti della loro storia. Anche se non sapeva più dove fossero le ricordava bene, purtroppo pressoché eguali, nel contenuto e nello stile, a quei foglietti volanti trovati nei cassetti della scrivania. Si sentiva ferita e decise di cestinarli: palline di carta che volano, inesorabilmente, nell’immondizia. Descrivendo peraltro un arco perfetto.
Livia da giovane era stata bellissima: due occhi nocciola incastonati in un viso perfettamente ovale, un incarnato appena olivastro e lunghi capelli dello stesso colore degli occhi, lunghi fino a dove finisce la schiena: una bellezza indiana, se così vogliamo dire, accentuata da un piccolo neo sullo zigomo sinistro. Gli anni erano passati su di lei lasciandole alcune piccole tracce sul volto, facilmente nascoste anche soltanto dalla tenue oscurità della sera. Con un velo di fondo tinta avrebbe dimostrato vent’anni meno di quelli che aveva. Il fatto è che non gliene importava più molto.
Si era sposata molto presto e presto aveva avuto quelle due figlie, Giovanna e Maria, chiamate come le nonne. Dopo quasi quarant’anni il marito l’aveva lasciata. Le figlie le erano state vicine, i primi tempi. Ma anche loro avevano famiglia e lavoro, che venivano, nella realtà di tutti i giorni anche se non nei desideri, prima della mamma.
Livia però aveva reagito, non era mai stata donna da lasciarsi dominare dalle situazioni, così come quando aveva dovuto gestire l’improvviso licenziamento e reinventarsi un lavoro, e c’era riuscita con grande successo.
Si era presto data una “regola”, come la chiamava lei, che le scandiva la giornata in maniera molto rigida, e che, mentre da un lato la metteva in grado di fare da sola tutto quello di cui aveva bisogno, dall’altro, cosa ben più importante, le impediva di pensare alla sua perdita, se non fosse stato solo per qualche attimo, particolarmente malinconico, ben presto scacciato come un insetto fastidioso dall’incombere della prossima attività. Tutto ciò la aiutava ad andare avanti. Era veramente autonoma in tutto, e ne era profondamente orgogliosa.
Aveva pensato e ripensato per parecchio tempo a quel viaggio, perché era lungo e soprattutto perché non aveva mai fatto un viaggio così, e questo era stato proprio il motivo principale. Con L. non erano mancati i viaggi, un po' come in tutte le coppie, ma mai un viaggio in un altro continente. Si sarebbe trattato di fare tante ore di aereo e poi di imbarcarsi su una nave, per una crociera di un mese. Cose tipiche da pensionati, pensò Livia ridacchiando fra sé e sé.

II
Finalmente l'aereo è partito. In aeroporto l'incaricata dell'agenzia mi ha presentato i miei compagni di viaggio, che sembrano persone del tutto normali, e non so ancora se questa sia una qualità o un difetto. Sicuramente non gente che scappa dal passato, come mi sento io in questo momento. Certo, sono tutti “non più giovani”, qualcuno è proprio vecchio vecchio. Mi ha colpito un uomo pressapoco della mia età, un po' appesantito, con un'aria triste che contrasta con un eloquio gioviale e faceto. Non ostante in aereo ci sia l'aria condizionata è venuto su senza un maglione e con i calzoncini corti. Uno sportivo? Uno stupido? Mi riservo di farmi più avanti un'idea più precisa. Per ora cerco di rilassarmi. Sono preoccupata ma non so perché. Le ragazze mi hanno messo in mano un telefonino e mi hanno raccomandato di usarlo il più spesso possibile: mi hanno detto che è tutto pagato. Non sono state molto d'accordo che io facessi un viaggio così lontano e per così tanto tempo ma hanno da tempo capito che faccio quello che mi pare e mi piace, e non voglio sentire ragioni, ci mancherebbe. Magari, sotto sotto, sperano che io cada in mare e sia mangiata da qualche pescecane, o che mi morda uno scorpione di quelli che non perdonano..... del resto anche io non perdono.


III
In viaggio ho avuto occasione di conoscere un po' meglio quell'uomo in calzoncini che mi aveva tanto incuriosito. Del resto sono tutti accoppiati ed è stato giocoforza che noi ci siamo seduti vicini e abbiamo incominciato a parlare. Ha incominciato lui, che non è selvatico come me, e a poco a poco mi ha avvolto con i suoi discorsi in una nuvoletta profumata e inebriante.

IV
Questa donna che ho incontrato in viaggio è davvero un tipo singolare. Intuisco che sia solo un poco più vecchia di me ma non mi importa, del resto credo che non me lo direbbe mai. Dato che siamo gli unici due scompagnati, o scombinati, della comitiva, mi sono seduto vicino a lei. Non ho avuto alcuna difficoltà a riassumerle in un quarto d'ora la mia vita per sommi capi, vita randagia di commesso viaggiatore del mondo, con campionari di macchine per la potabilizzazione dell'acqua, sempre in macchina e sempre in giro, ogni sera in un posto diverso, e ogni sera con una diversa compagnia, che qualche volta ti dà anche due pugni e ti porta via il portafogli. Tutte cose sempre messe nel conto. Fino alla potabilizzazione glielo ho raccontato, e mi sembrava parecchio divertita. Il resto no, non sarebbe stata una mossa furba. Non voglio subito escludermi da questo gruppo.
Anche lei mi ha raccontato qualcosa, di due figlie grandi e sistemate, di cui è molto orgogliosa, e di un uomo, che non c'è più, ma non ho ben capito se “non c'è più” o ha solo preso il volo. Forse non c'è tanta differenza. Capisco chiaramente che questo viaggio ha per lei il significato di una rinascita, potrei dire persino di un battesimo, visto che sono stato tanti anni a scuola dai preti.
Adesso è tardi, e anche se andiamo dietro al fuso orario è già notte in cielo, notte senza stelle. Si è addormentata e la sua testa è scivolata gradualmente sulla mia spalla. Mi dà un po' fastidio ma non oso muovermi per non farla cadere. Lo so, domani mattina la spalla mi farà male. L'importante è che Livia dorma bene.

V
Eccoci arrivati. L’aria tersa del mattino rende tutto più piacevole, persino questa nave su cui partiremo, la Palomita, che ha un’aria a metà fra il malandato e l’abbandonato. Ho dormito tutta la notte appoggiata a Diego e stamattina mi sono sentita dolcemente riposata. Quest’uomo mi riserverà delle sorprese, lo so.
Immagino che la nave una volta fosse proprio carina. Restano le vestigia di un fasto che non c’è più ma che si intuisce bene in certi piccoli particolari, ad esempio il servizio di stoviglie e il personale di sala, a un tempo formale e simpatico. Ci hanno servito il continental breakfast e mi sono sorpresa ad avere un appetito formidabile. Anche i miei compagni di viaggio hanno mangiato più che di gusto, Diego compreso.

  
VI
Sono cinque giorni che viaggiamo. Più ci avviciniamo a Valparaìso e più l’ansia si fa pressante. Mi sono imbarcato in questo viaggio solo per inseguire un fantasma del passato e in certi momenti non sono per niente sicuro di avere fatto bene. Ho una paura terribile di non trovarlo, che sia morto, che non mi voglia più vedere, ma soprattutto che si sia dimenticato di me. Non credo che riuscirei a sopportare quest’ultima evenienza.
Jorge è stato l’unico uomo con cui avrei voluto passare tutta la vita, e non perché la nostra storia è stata talmente breve da non poter avere brutti ricordi ma perché solo vicino a lui mi sentivo come Ulisse quando finalmente è tornato a Itaca. Pago. Arrivato e senza più nessun desiderio di partire. Quei momenti in cui potevo passeggiare tenendo la sua mano nella mia, ovviamente lontano da tutti, mi sono rimasti nel cuore come i momenti più dolci della vita. Ho paura, una fottuta paura. Lo so bene che non posso ritornare indietro e ricreare il passato, ma quella mano nella mia mi farebbe tanto bene…..

VII
In questi giorni di tranquilla crociera, in cui il tempo scorre lento e cadenzato dagli appuntamenti della vita di bordo, appuntamenti sempre in orario perfetto anche se a parteciparvi sono solo due persone, ho parlato spesso con Diego. Una sera, dopo cena, con il favore dell’oscurità, e di una bottiglia di Sauternes, mi ha raccontato sommessamente la sua storia e il perché ha fatto questo viaggio, alla ricerca del grande amore della sua vita. Ho pianto, a lungo, liberamente, e l’ho invidiato con tutta me stessa. Fra di noi si è stabilita un’intesa profonda. Ho voluto abbracciarlo, e lui ha ricambiato il mio abbraccio.

VIII
La nave ha finalmente attraccato a Valparaìso. Sono sceso come una furia e Livia mi ha salutato con la mano, mentre ero già in fondo alla passerella. Sono passati più di quarant’anni e non riconosco nemmeno le vie circostanti il porto, è tutto diverso. Adesso che sono arrivato vorrei nello stesso tempo scappare come un coniglio. C’è un caldo terribile e respiro con grande difficoltà. Andrò nel bar qui a fianco, berrò e consulterò l’elenco del telefono. Il cuore mi batte pazzamente nel petto.

IX
Al bar non ho trovato niente, se non un po’ di fresco e la possibilità di dissetarmi. Sono andato allora all’Ufficio dell’Anagrafe. Sono entrato alle otto del mattino e sono uscito alle quattro e mezzo del pomeriggio, marcio di sudore ma raggiante. Ho dovuto scartabellare una montagna di registri dell’anagrafe che definire polverosi sarebbe stato un complimento ma alla fine ci sono riuscito: Jorge non abita più in questa città, si è trasferito con la famiglia a Puerto Montt, tre anni fa. E’ un segno del destino, perché fra tre giorni la nave farà una tappa proprio lì. Sono felice come un bambino che scarta i regali di Natale, e questa volta il regalo è proprio quello che ho chiesto. Non voglio pensare che non lo troverò, che dovrò ricominciare a cercarlo. Voglio godermi questo momento di felicità pura.
X
E’ ritornato in nave giusto in orario per il tea time. Sudato, con la camicia fuori dei pantaloni, scarmigliato, ma con un’espressione di felicità che mi ha fatto sorridere.
Si è seduto, mi ha versato il tè e mi ha raccontato per filo e per segno la sua ricerca con un flusso ininterrotto di parole, gesticolando e infervorandosi. Mi ha fatto una grande tenerezza. Non so neanche io cosa augurargli, di trovare Jorge, col rischio di una grande delusione, o di non trovarlo, col rischio di un grande dispiacere. Caro Diego, sei proprio in un bel casino.

XI
Ho passato tre giorni a dir poco infernali, un leone in gabbia. Meno male che c’è Livia, con cui posso parlare e raccontarle tutte le mie ansie e le mie paure. Lei mi ascolta sempre con piacere, penso che mi voglia anche bene. Spesso riesco persino a metterla in imbarazzo, perché a certe mie domande non sa come rispondere. So bene che comprende e approva questa mia ricerca, e questo mi dà grandi speranze. Domani mattina scenderò e chissà che finalmente io non lo possa rivedere. Sarà invecchiato, magari porterà gli occhiali. E se fosse malato di una malattia grave? Impazzirei. Non che io sia al top della condizione fisica, anzi ogni volta che vado dal cardiologo vedo che fa certe facce…. Ma in questa momento la morte è scomparsa dai miei pensieri. Penso solo a lui.

XII
Diego scese dalla nave quasi rotolando, con un biglietto giallo in mano, con scritto l’indirizzo. Cercò affannosamente un taxi, per fortuna la stazione era lì a fianco, e vi si precipitò dentro. In venti minuti era arrivato. Si trovava in un posto fuori città ma non ancora in aperta campagna: la strada, non asfaltata, sollevava nuvole di polvere al passaggio della vettura. Ai lati vi erano povere case e poveri negozi, questi ultimi esponenti poche e brutte merci, per lo più alimentari di aspetto abbastanza preoccupante. Le case avevano porte e finestre sgangherate e qualcuna aveva un patio con tavolo e sedie, un bar, forse.
La casa di fronte alla quale il taxi si fermò non era diversa dalle altre: trasudava miseria. Diego scese e bussò alla porta. Gli venne ad aprire una donna dai capelli grigi raccolti in una crocchia. Aveva un’aria stanca, anche se era mattina. L’espressione davanti allo sconosciuto era però dolce e accogliente. Rovistando nella memoria più antica lui le farfugliò in spagnolo – Buenas dias, c’è Jorge?  Sono un suo vecchio amico e vorrei salutarlo -. La donna gli fece un sorriso, complice, anche se lui sul momento non se ne accorse, come se lo avesse da sempre aspettato. Gli indicò con un cenno della mano, sempre senza parlare, una casa dall’altro lato della strada, una casa col patio e con tre uomini seduti attorno a un tavolo. Il caldo e il cuore a mille gli annebbiavano la vista. Si avvicinò al tavolo, pensando di chiedere a quei tre dove fosse Jorge. Invece, mentre si avvicinava, vide un uomo che si alzava in piedi e gli andava incontro, camminando sempre più veloce. Diego lo riconobbe solo dopo essere stato riconosciuto a sua volta, e vedendolo andargli incontro a braccia aperte gli occhi gli si allagarono completamente, e lo strinse in un abbraccio silenzioso. Quanto tempo era passato!
Si sedettero al tavolo, un po’ in disparte dagli altri due, e in una giornata si raccontarono le poche gioie e i tanti dolori delle loro vite, ma solo quando l’emozione permise loro di parlarsi. Era come se si fossero lasciati il giorno prima, anche se erano diventati due poveri vecchi.

XIII
Sono stata tutto il giorno ad aspettare Diego. Chissà come gli è andata. Ho persino avuto il desiderio di pregare un qualche dio di non farlo soffrire. Anche i miei adorati solitari con le carte non sono stati sufficienti a distrarmi. Solo le prime ombre della sera mi hanno regalato un po’ di sonno. Sono stata bruscamente svegliata da Diego, che mi chiamava, quasi gridando, - Livia, Livia, svegliati! –
Si è seduto vicino a me e, con lo stesso entusiasmo di un adolescente, mi ha raccontato tutto. Quel dio che non sono stata capace di pregare ha esaudito lo stesso il mio desiderio. Mi ha raccontato che Jorge si era dovuto sposare ma che non lo aveva mai dimenticato. Sono stati insieme tutto il giorno, con la promessa di rivedersi il giorno dopo. Adesso che lo ha trovato Diego è un po’ più tranquillo, malinconico direi, forse anche perché è quasi buio.
Io sono felice.

XIV
Sono stata svegliata dalle grida del personale. Mi metto addosso qualcosa e salgo su nel bar, da dove mi sembra che provengano le grida. Sono le due e mezzo del mattino. Mi faccio largo tra le persone e a un tratto lo vedo. Diego, mollemente adagiato su un divano, con un’espressione di grande felicità, è semplicemente morto. Ulisse è arrivato a Itaca e l’emozione gli ha spezzato il cuore. Mi sento che le gambe non mi reggono e vorrei morire anch’io, non solo per essere vicino a lui ma perché sono certa che ora è sereno, e lo invidio, come sempre l’ho invidiato, caro il mio vecchio Diego, anche se sono io la più vecchia dei due. Ti avrei regalato volentieri quel che mi restava della vita perché potessi stare un po’ più vicino al tuo amore, piccolo e grande Diego, sappi che mi hai insegnato qualcosa.
Non voglio piangermi addosso davanti a tutti, chissà cosa si potrebbero immaginare. Mi farò fare un caffè.

  
XV
Livia per fortuna sapeva nome e indirizzo, Diego le aveva fatto vedere il biglietto giallo e lei lo aveva rapidamente memorizzato, per cui ritenne che l’ultimo regalo che potesse fare al suo amico fosse quello di portare la notizia a Jorge.
La mattinata la passò a espletare le formalità burocratiche, al consolato italiano, che in quella città era una stanza nell’appartamento del console. Da lui si fece consigliare la maniera migliore per organizzare i funerali. Diego, le aveva raccontato che in Italia non aveva più alcun parente e lei prese la decisione di seppellirlo lì, vicino al suo amore. Fu solo verso le cinque del pomeriggio, sotto il sole cocente, che arrivò alla casa. Lei con lo spagnolo se la cavava bene, l’aveva dovuto imparare per lavoro, e qualche volta era anche andata in Spagna.
Parlò prima con lui, un uomo completamente diverso da come lei se lo sarebbe potuto immaginare, e completamente diverso da Diego. Cercò di spiegare innanzitutto chi fosse e quando dovette dirgli cosa era successo lo vide improvvisamente ammutolirsi e riempirsi gli occhi di lacrime, le stesse lacrime che il giorno prima avevano segnato la sua felicità. Non riuscì più a spiccicare parola e, dopo che Livia gli comunicò la data e l’ora del funerale, si ritirò con un inchino, lasciandola sola.
Mentre parlava Livia si era accorta che non erano soli. La moglie di lui era rimasta in disparte, dietro la soglia della cucina, ma nella posizione di poter sentire tutto.
Dopo che lui fu andato le si avvicinò e le chiese se voleva del tè freddo. Livia non se lo fece ripetere due volte.
Parlarono a lungo, le due donne, Livia con il desiderio di capire, la donna dai capelli grigi col desiderio di sfogarsi. Le raccontò che quando si erano sposati lui le aveva detto di questo grande amore e che lei aveva comunque acconsentito a che ci fosse fra loro due questa presenza, non fisica ma comunque molto ingombrante. La loro vita era andata avanti senza scossoni e quando lei aveva visto Diego in cuor suo aveva gioito, perché sapeva la grande felicità che avrebbe provato il marito.
Livia decise di tornare alla nave a piedi. Questo viaggio era diventato davvero un’avventura e tante erano le idee che le giravano per la testa. L’amore fra queste persone l’aveva colpita profondamente. L’amore della moglie di Jorge, fatto di consapevolezza e di serena accettazione, e l’amore di Diego, fatto di ricordi. Pensava anche all’amore suo per quell’uomo, e si domandava se fosse mai stato amore, e non sapeva rispondersi. Forse anche lei avrebbe dovuto accettare di sapere, forse solo così avrebbe capito il senso degli oggetti sconosciuti della scrivania.
Decise che al ritorno avrebbe fatto un salto al cimitero.

domenica 17 giugno 2012

Sto tornando a casa


Tre anni sono stati lunghi, e anche se la East Coast è bella, sono contento di andarmene. Non è stato facile partecipare a questo Master ma ci sono riuscito. E posso ringraziare soltanto me stesso, e l’impegno che ci ho messo per ottenerlo. Anche se Annabella, il mio amore, è venuta abbastanza spesso la solitudine si è fatta sentire, e i colleghi sono rimasti solo colleghi, e non hanno voluto, o forse potuto, diventare amici. Per fortuna la mia casa era accogliente, e il lavorare tutte le sere è diventato quasi un divertimento.
Sono qui, seduto in sala d’aspetto, il mio volo parte tra un’ora, e leggo con scarso interesse l’ultimo articolo che mi sono stampato. Mi batte un po’ il cuore.

E. non stava più nella pelle. Erano tre anni che non vedeva suo figlio e questa assenza gli aveva dato addosso terribilmente. Nonostante fosse un vecchio medico sostanzialmente sano, ancorché troppo grasso, questa assenza gli aveva causato tutte le malattie più strane ed era diventato lo spauracchio dei suoi colleghi più giovani, che lo ricevevano ormai solo per un motivo di correttezza professionale, perché dopo le prime due visite non era neanche più tanto divertente, con quella sua fissazione della cucina. Era solo un vecchio un po’ bizzarro, il perfetto paziente psicosomatico. Lui aveva provato all’inizio a curarsi da sé ma, non avendo mai fatto il clinico, faceva dei disastri terribili, ed era anche riuscito a collassarsi, una sera d’estate, prima di cena. La moglie, disperata, gli aveva proibito di prescriversi qualsiasi medicina e gli aveva nascosto il ricettario. Da quando il “ragazzo” era andato via quell’uomo era diventato una belva in gabbia.

Hanno annunciato un’altra ora di ritardo. Cerco di farmene una ragione ma sono seccato. Papà non sarà contento, e infatti non glielo mando, il messaggino. Vivendo tre anni negli States ho capito che, almeno riguardo ai ritardi, i voli americani sono come i treni italiani.
Papà mi ha insegnato a non mangiare certe schifezze: piuttosto, mi ha sempre detto, comprati un pezzo di pane e un po’ di affettato. E soprattutto tanta frutta. Ma non conosceva il pane che vendono negli aeroporti californiani. Mi consolo con la frutta. Riapro il mio bagaglio a mano per dare ancora un’occhiata al diploma: non ho avuto il coraggio di metterlo nella valigia, non riuscirei a tollerare che vada perduto. E’ proprio un bel diploma, e dietro, anche se non c’è scritto niente, leggo la storia di questi tre anni.
Chissà se questo pane è buono con le pere?

E. ogni dieci minuti guardava l’orologio, come se potesse, con la forza solo dello sguardo, accelerarne il moto. E invece sembrava fermo, più fermo del solito. Gli orologi erano un’altra delle sue manie. Si ostinava a usare soltanto orologi che necessitavano di essere caricati, alla sera, orologi con certe caratteristiche particolari che solo lui capiva, come il quadrante obbligatoriamente nero e l’assenza del datario. Nulla di male in tutto ciò ma la sera si dimenticava, con identica maniacale regolarità, di dargli la corda. E spesso durante la giornata perdeva completamente la nozione del tempo, e arrivava agli appuntamenti con gli amici magari con due ore di ritardo, ammesso che si ricordasse il posto. Gli amici c’erano abituati, erano più le volte che non lo vedevano o per questo motivo o perché lui, all’ultimo momento, decideva di non andarci più, che poi a quell’aperitivo si sarebbe sentito comunque fuori posto, e si sarebbe annoiato. Adesso che non lavorava aveva più tempo libero, col risultato che si abbruttiva più del solito in attività prive di qualsiasi interesse.

Finalmente sono salito. Che splendore quella hostess! Meno male che Annabella non è  qui con me sennò chissà che musi. Sarebbe capace di non parlarmi per tutto il viaggio, che oltretutto è di parecchie ore. Mi ricordo bene la prima volta che venne trovarmi, dopo tre mesi di campus. La prima sera l’ho portata a mangiare, per andare sul sicuro, da Luca, un ristorante italiano appena fuori del muro di cinta. Sapevo che sul mangiare è difficile e non volevo rovinarci la serata. Ho ancore in bocca il sapore di quei bucatini all’amatriciana, sarebbero piaciuti anche a Papà. Una bella serata, soprattutto per il dopocena. Peccato che sia stata solo una settimana ma forse è stato meglio così. Ho potuto concentrarmi meglio sulle mie colture.
E’ difficile la ricerca scientifica, ma non saprei fare altro. Devi fare un investimento a lunghissimo termine e darci dentro giorno dopo giorno, o, come dicono qui, day by day, ed essere pronto a superare ogni delusione, e a metabolizzare ogni momento di sconforto, avendo in anticipo la certezza che saranno numerosi. L’unica cosa che conta è pubblicare, pubblicare e ancora pubblicare.
Mi piace studiare ma ci sono stati parecchi momenti in cui mi sono sentito come Charlot in Tempi Moderni, uno stupido ingranaggio e basta. Ma è passata.

“Allora, andiamo?”. Il tono della voce di E. non era per niente educato ma la moglie fece finta di niente: non poteva spaccargli una sedia sulla testa come sarebbe stato il suo primo impulso, e forse non sarebbe neanche riuscita a sollevarla. “Ricordati che dobbiamo passare a prendere Annabella”, la continuò a rampognare lui con lo stesso tono. “Certo, ma l’aereo atterrerà fra tre ore, sempre che non abbia ritardo. Perché mi vuoi far perdere il tempo in questa maniera?”. “Non sappiamo quanto traffico incontreremo, poi Annabella potrebbe farci aspettare sotto casa”. “Non è mai successo, è ben vero il contrario: non ti ricordi quando l’hai fatta aspettare mezzora? E’ proprio una brava ragazza, perché quella volta avresti meritato di essere mandato a quel paese, tu e i tuoi orologi. Realizza una buona volta che sei solo un vecchio rompipalle”.
Non le rispose: del resto non capiva, non ce la faceva a capire.

Sono finalmente sopra la mia città, sto atterrando. Vedo non solo il profilo ma riesco a anche a riconoscere qualche quartiere, financo alcune case, case che in qualche modo nella mia vita sono state importanti. L’emozione che non ho provato quando sono partito si compensa tutta adesso, e so che non riuscirei a parlare. Gli occhi incominciano a riempirsi di lacrime, e ognuna porta con se un piccolo ricordo. Mi rivedo bambino, il primo giorno di asilo: la paura era tanta e quel distacco, anche se mi era stato promesso breve, mi aveva comunque preoccupato. Ora sono cresciuto: riuscirò fra poco a dire qualcosa e a non piangermi addosso? Ho proprio paura di no. Del resto Papà dice sempre: C’aggi’ ‘a fa’? Non posso mica ammazzarmi. Neanche io: piangerò.

E’ atterrato finalmente, questo cazzone di aereo.
Non so come faccia a fare tanti viaggi in aereo, io non ce l’ho mai fatta. Ancora pochi minuti e lo vedrò, più vecchio di tre anni e con quel papiro in mano che tanto lo ha fatto sudare, e tanto me lo ha fatto mancare.
Queste due donne a fianco a me continuano a parlare, beate loro. Io non riesco a spiccicare una parola. Certo sono felice per lui ma soprattutto sono stracontento per me: sono un vecchio egoista, mettetemelo nel conto. Mi sento, in questa pancia smisurata, una morsa, che mi fa dimenticare e mi fa scappare la voglia di tutti i pranzi e le cene che ho preparato e mangiato. Mi paralizza: avrei dovuto prendermi qualcosa ma quella strega mi ha messo tutto sottochiave.
Eccolo, lo vedo da lontano con la sua valigetta a mano: certo avrà dentro il diploma. Deve solo passare il controllo dei passaporti.
Incomincia a fischiarmi un’orecchio, mi si annebbia la vista e mi girano i muri tutt’intorno, non capisco: starò mica morendo?

Papà è riuscito a svenire come una collegiale dell’800. Da lontano l’ho visto che si accasciava come un sacco vuoto e ho fatto un cenno a Mamma e ad Annabella, che non se ne erano neanche accorte. Con l’aiuto del personale del terminal l’hanno disteso sulle poltroncine e gli hanno alzato le gambe. Si è riavuto proprio nel momento che gli sono arrivato a fianco e ha mormorato, in piena sintonia col personaggio, “la solita figurina di merda….”.




mercoledì 16 maggio 2012

Una piccola storia di ospedale


Sono l'uomo delle cellule, o almeno così mi chiamano i miei colleghi.
Sto tutto il giorno davanti a un microscopio e scrivo delle diagnosi che spesso sono degli epitaffi.
E' per questo che quando ho l'occasione di incontrare qualche paziente «vero» ne resto affascinato, come alla visione di un qualcosa di veramente raro e prezioso.
Stamattina dovevo accompagnare un amico a una visita, e sono entrato nell'ambulatorio del collega che stava finendo la visita precedente.
Come sempre faccio, dopo avere salutato medico e infermiera, mi sono accoccolato su una sedia, in silenzio, aspettando che fosse chiamato il mio amico.
Entra invece una coppia, che già aspettava di essere chiamata: lui sulla sessantina, alto, allampanato, con una mano finta, di plastica, molto preoccupato, lei un po' più giovane, con un aria già sfiorita ma nello stesso tempo ancora agguerrita.
A quel punto ho cercato di farmi piccolino, di non farmi notare ma nello stesso tempo di seguire curiosamente la visita.
Il collega incomincia a fare domande a lui, che risponde in maniera impacciata, non ricorda alcune cose, dice cose non pertinenti, fa un po' di confusione con le date (ovviamente non è capace di distinguere cosa è sostanziale da cosa è accessorio): lei gli da' sulla voce, amorevolmente lo corregge (“E' come i ragazzi, non si ricorda”) e allora si accende un brusio che, quando ci si mette anche il telefono, rende la conversazione incomprensibile.
Non riescono a spiegarsi bene (io stesso ho difficoltà a capire dove è il problema) ma trasmettono (e io lo percepisco in un attimo, perché lo sento dentro) grande preoccupazione.
Rinunciando a finire l'anamnesi il collega invita lui, che è il malato da visitare, a stendersi sul lettino e lei a quel punto si siede vicino a me.
Ho quindi l'occasione di guardarla un po' meglio: capelli biondi, tinti, raggruppati in uno chignon da cui escono piccole ciocche, gli occhiali, l'occhio, ancora vivace, nasconde antichi dolori. Mi dice che è la sua compagna da dieci anni ma vivono in due case diverse (e perché mai?), che quando lui sta male lo deve accudire e deve andare da lui. Capisco anche dalle sue parole che lo mette un po' a perdere, vuole che mangi e che beva come dice lei, e a lui piacciono gli intingoli, che lo sanno tutti che fanno male ai diverticoli.
Una storia come tante, velata un po' da questa tristezza di una famiglia che non e' famiglia, con problemi di tutti i generi ma anche sostanziata da un amore non solo fatto di parole ma intessuto nelle difficoltà.
Quando il collega finisce la visita aspetta che lui si rivesta, per parlare una sola volta a entrambi.
Dice che la visita è negativa, che non c'è' niente di preoccupante e allora la tensione per questa signora non più giovane (a cui sento di essermi già in qualche modo un po' affezionato) si scioglie in un pianto irrefrenabile, e ci racconta ancora che lei ha avuto un grave lutto (immagino il figlio) e che non ce la fa più.
Il collega, da medico, le consiglia, sic et simpliciter, un antidepressivo.
Io, che sono lo spettatore silenzioso, non saprei che medicina dare, dato che la serenità non si può comprare né tantomeno vendere.
Alla fine la signora è tanto contenta che abbraccia il collega.
Se ne vanno via insieme, rinfrancati, di nuovo pronti ad affrontare domani.
Io resto lì come imbambolato, domandandomi se è giusto che l'uomo delle cellule si sia perso tutta questa vita.
 
  26.4.2010
  


 

sabato 12 maggio 2012


I miei genitori sono l'uno il contrario dell'altra.
Mio padre è il medico condotto di questo paese di tremila anime. Subito dopo la laurea, presa a Napoli, è venuto qui e non si è mai più mosso. Ne deduco che ci stia bene, anche se non me lo ha mai detto. Col passare degli anni i capelli sono diventati bianchi e il portamento è un po' più curvo.
Ha sempre pensato che la Medicina fosse un mezzo per migliorare i suoi simili, e capisco che è rimasto un po' deluso. Ho visto un bagliore di luce nei suoi occhi solo quando gli ho detto che avrei fatto il medico anche io. Mio padre non dice più di venti venticinque parole al giorno, se non si contano i sì e i no. Ancora oggi non capisco bene che cosa l'abbia indotto a sposare mia madre. Hanno la stessa età ma lei dimostra venti anni di meno. Non riesce a stare cinque minuti in silenzio, nemmeno quando è da sola e legge un libro. Quando sono insieme lo affolla di discorsi, non importa di che argomento, e lui, per farle un innocente dispetto, fa finta di non ascoltarla, assorto come è nei suoi pensieri. Ma non perde una virgola. Questa donna poco più alta di lui, con i capelli nerissimi che hanno le donne delle nostre parti, sempre scarmigliata, gli è entrata nel cuore venti anni fa e io leggo negli occhi di papà un desiderio ancora ardente, come quello di Saffo, quando scrive il più bel verso d'amore di tutta la letteratura antica, "tu mi fai bruciare".


domenica 29 aprile 2012

Borgate

Quel venerdì sera Salvo era proprio contento. Aveva comperato un mazzo di fiori per la sua donna, non rose, per carità, soltanto per farle capire che aveva lavorato tutta la settimana col pensiero di lei fisso in testa. Cinquantamila lire, aveva guadagnato. Non solo sudore ma anche sangue. Era inciampato nel cantiere, con due secchi di calce in mano e aveva preso una facciata nel cemento. Niente di che, ma la riga in faccia faceva bella mostra di sé.
E meno male che quella settimana aveva lavorato. Nelle precedenti o non era stato chiamato o era piovuto e solo la disponibilità di Marco, l’alimentarista, aveva permesso loro di potersi comperare qualcosa da mangiare. Lui si poteva contentare di due fette di pane con la mortadella, che buona!, ma la bambina doveva assolutamente mangiare bene. Era contento, avrebbe potuto comperarle una fettina di vitella, da cucinare ai ferri. Due ne avrebbe prese, una anche per la mamma. Forse sarebbero persino riusciti comperare anche quell’ombrellino che avevano visto nel negozio sul corso, dal cinese, Ada ci aveva fatto una malattia.
Ada. Povera ragazza. L’aveva conosciuta solo un mese prima, a una sagra alla Garbatella dove era andato per passarsi una serata da cinquecento lire, con quell’aria da gatta famelica e spelacchiata. Avevano ballato un po’, entrambi senza molta convinzione. Poi si erano seduti davanti a una birra, una per tutti e due, e avevano parlato, prima circospetti e via via sempre più liberamente, delle loro piccole vite da borgatari.
Gli aveva fatto pena, con la storia di un matrimonio durato troppo poco ma abbastanza per fare una figlia, a cui lei teneva più di sé stessa. Parlando della figlia le si erano riempiti gli occhi di lacrime. Il padre voleva a tutti i costi riprendersela ma il giudice, una donna, l’aveva affidata a lei, con la promessa, forse una minaccia, che ogni settimana l’assistente sociale si sarebbe fatto vedere, per controllare come viveva la bambina. Ada era terrorizzata al pensiero che la relazione dell’assistente avrebbe potuto far cambiare idea al giudice.
Salvo non era uno stinco di santo. Aveva avuto qualche problema e aveva anche passato sei mesi a Regina Coeli, sei lunghi mesi in cui ogni notte era stata martellata dalle grida dei detenuti, laceranti grida in tutte le lingue, lamenti che gli avevano marchiato il cuore, con un segno che sarebbe rimasto incancellabile. Si era giurato di non tornarci più, solo per non sentire più quelle urla. Del resto ogni volta che aveva rubato (e anche quella piccola truffa, da un milione) era sempre stato per una necessità incombente della vita che non poteva essere soddisfatta diversamente. Ma questo il giudice non lo poteva capire.
Non si erano neanche baciati. Erano semplicemente andati via insieme e quella sera lui era andato a casa di lei. Del resto era un randagio, e il dormitorio pubblico era stato spesso una soluzione, non solo per dormire ma anche per farsi un bagno e rimediare qualche abito. Ada gli aveva messo a disposizione un divanetto, troppo corto per lui, così che i piedi e mezza gamba gli sporgevano, e una coperta piena di bruciature di sigarette. Ma quella sera aveva dormito bene, perché aveva in un certo senso l’idea che anche lui avrebbe potuto avere una famiglia.
Non era come con le solite donne che trovava, con le quali, persino durante l’amplesso, si sentiva un triste estraneo. Meno male che la natura veniva in suo soccorso e lo faceva sprofondare, dopo, in un sonno cieco.
Camminava così, contento, con quel suo piccolo mazzo di fiori di campo, portato però con l’orgoglio di un trofeo.
Arrivò a casa alle nove, il cantiere era distante dalla casa di Ada. Lei non era ancora arrivata. Strano. La bambina era sola, addormentata nel suo lettuccio.
Salvo si stupì. Ada non lasciava mai la bambina sola.
Le diede una carezza, pensando a come sarebbe stato bello che fosse stata figlia sua.
Sistemò i fiori in un pentolino, che riempì di acqua. Qualcuno gli aveva detto che l’aspirina fa durare di più i fiori nei vasi, ma chissà se in quella casa ce n’era di aspirina. Intanto la bambina dormiva, piccolo angelo mio, e si muoveva come se camminasse nel sogno. Salvo si ricordò che anche il suo cane faceva così.
Si accoccolò sul divano e incominciò ad aspettare Ada, e a pregustare la sua contentezza quando avrebbe visto il mazzo di fiori, e l’involto della carne, soprattutto.
Chissà se gli avrebbe dato un bacio, o addirittura lo avrebbe abbracciato. Nelle effusioni erano entrambi molto timidi e riservati, e il tenersi la mano stretta era tutto quello a cui erano arrivati in quel mese di convivenza. Ma attraverso quelle mani passava un fluido, una corrente che era capace di dare calma e serenità, cose di cui entrambi avevavo un bisogno fottuto. Poi il resto, se doveva venire, sarebbe venuto. Adesso l’importante era raccogliere i cocci di quelle due vite, e cercare di costruirci qualche cosa.
Ada arrivò alle quattro e dieci. Sbatté la porta e Salvo fece un tale salto che rischiò di cadere dal divano.
“Ho fatto un casino”, gridò, incurante di rischiare di svegliare la bambina.
“Che cosa è successo?”. “Ho ammazzato un uomo”. “Ma che dici”? Salvo le porse un bicchiere d’acqua e la guardò. Nella penombra era ancora più bisognosa di aiuto. “Siediti e raccontami con calma”.
“Sono uscita con la mia amica Anna. Siamo andate a quel bar sulla Salaria, dove c’è il juke-box. Abbiamo ballato. Non so più quanto ci siamo state. Al ritorno ho dovuto guidare io la sua macchina, era troppo ubriaca. A un tratto mi è sbucata fuori una bicicletta, da una stradina laterale. Non ho neanche frenato, l’ho sentita sul cofano e l’ho vista volare per qualche metro.
Non mi sono fermata, non posso, lo capisci? Mi porteranno via la bambina”, e incominciò a piangere sommessamente, farfugliando parole scomposte. Salvo notò che il suo alito non era il massimo della sobrietà.
Capì che, se mai ve ne fosse stato uno, questo era il momento di abbracciarla, e lo fece con tutta la forza e la delicatezza di cui era capace, stringendo quelle quattro ossa scosse dal tremito del pianto.
La mise a letto e le diede il primo bacio, forse l’ultimo. L’alcool la fece addormentare quasi subito, in un sonno rumoroso.
Un bel casino. Salvo si prese l’ultima birra dal frigo e si accese una nazionale. Andò a sedersi a tavola e prese la testa fra le mani.
Non ci voleva, non ci voleva, andava tutto così bene. Anche l’assistente sociale l’ultima volta le aveva fatto i complimenti per come aveva trovato la bambina.
Salvo sapeva che Ada beveva, e pensava che questo problema col tempo, e insieme, si sarebbe potuto risolvere. Ma adesso poteva cambiare tutto, e in peggio. La bambina sarebbe stata affidata al padre. Il processo, la galera. Ada non avrebbe sopportato tutto questo. L’avrebbe persa e, soprattutto, si sarebbe persa.
“E mo’ che faccio?”. Una buona domanda.
Alle sette si alzò dalla seggiola. Mise sotto la pentola con i fiori un pezzo di carta stracciato da un quaderno, su cui scrisse con l’incerta grafia della sua terza elementare, “Ti voglio bene”.
Uscì in camicia, noncurante del freddo della mattina romana, e si diresse verso il commissariato della zona.
Era contento, allo stesso modo della sera prima quando era arrivato con fiori in mano. Sapeva di fare una cosa giusta, la prima della sua vita, che neanche dio avrebbe potuto dirgli che non era così.
Il commissariato iniziava appena l’attività della giornata e il piantone aveva l’espressione di chi reclamava un’altra ora di sonno. Svogliatamente lo accompagnò dall’ispettore. “Buongiorno. Volevo denunciare che ho ucciso un uomo”.